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Cinema

Veit Heinichen

Scrittura e immagini di frontiera

Veit HeinichenQuest’anno uno degli ospiti d’eccezione al Trieste Film Festival è Veit Heinichen, autore in Germania di alcuni best sellers tradotti anche in italiano. La sezione Zone di cinema si arricchisce di una curiosa incursione nella fiction televisiva intitolata appunto Veit Heinichen, la scrittura e le immagini, che ha fornito agli appassionati una nuova opportunità per indagare il rapporto tra letteratura e cinema.
Lo scrittore tedesco, nato nel ‘57 nell’estremo sud della RFT non lontano dalle fonti del Danubio, da parecchi anni ha scelto Trieste come luogo di residenza, nonché come cornice ideale per l’ambientazione dei suoi gialli. E proprio a due suoi romanzi, A ciascuno la sua morte e I morti del Carso, si sono ispirati due film televisivi girati interamente nel capoluogo giuliano dalla prima rete tedesca, l’ARD. Una produzione importante, con un cast di tutto rispetto, presentata in anteprima italiana nel corso della rassegna curata da Elisabetta D’Erme.

Protagonista è naturalmente il popolare commissario di polizia Proteo Laurenti, impersonato dall’attore Henry Hübchen. Proteo è un uomo comune, un po’ pigro ed irascibile, che però “si permette la libertà di pensare”, ama la lettura, l’arte e la buona cucina. Il commissario si dimostra curioso verso ciò che è diverso e straniero, non ha paura di smascherare le ipocrisie e di porre domande inopportune. Potremmo paragonarlo ad un Montalbano d’oltralpe, non fosse che, pur nato dalla penna di uno scrittore tedesco, Laurenti è un salernitano veracissimo che vive in una “metropoli” italiana dell’estremo nord-est.
Heinichen, sfruttando con abilità il punto di vista dell’osservatore esterno, ha utilizzato il suo personale filtro culturale ed ha portato una Trieste contemporanea, trasfigurata e originale, nell’immaginario collettivo di milioni di spettatori tedeschi, svizzeri e austriaci.
I suoi romanzi rifuggono una categorizzazione troppo schematica all’interno del noir o del poliziesco. Il delitto non sembra essere l’elemento centrale, bensì un pretesto d’esplorazione. Le quotidiane vicende dei personaggi incappano puntualmente nella Storia, nel sociale, nel politico, nel culturale, e offrono ai lettori interessanti spiragli di riflessione che esulano dalla mera ricostruzione del crimine.
Nel corso del 2007 saranno realizzati a Trieste anche altri due episodi della mini serie dedicata al commissario Laurenti, tratti dai romanzi successivi di Heinichen: Morte in Lista d’attesa e Le lunghe ombre della morte, ultimo lavoro dello scrittore presentato al Trieste Film Festival nell’edizione italiana. I suoi romanzi sono in corso di traduzione anche in Olanda, Francia, Spagna, Slovenia e Norvegia.

Cristina Favento (CF): Lei si definisce “figlio delle frontiere”, ci racconta il perché?

Veit Heinichen (VH): Semplicemente perché sono nato e cresciuto vicino a due confini, nell’estremo sud della Germania. A Trieste qualcuno ha creato per me il soprannome di “terrone tedesco” perché sono veramente cresciuto nell’estremo sud-ovest, tra la Francia e la Svizzera, con la coscienza del confine.
Per me il confine è una linea, un simbolo. Se vai oltre, impari, vedi cose che non hai visto prima, è una grande chance per imparare e non vale solo per i confini politici. Anche per questo motivo mi definisco un figlio di confine e, per la stessa ragione, sono venuto a Trieste. Qua si incontrano mondi, è il prototipo della città europea, un simbolo per tutta l’Europa, un punto nodale dove s’incontrano le tre grandi culture: romana, slava e germanica.
Ci sono vari tipi di confini: mentali, definiti tramite le lingue, confini tra mare e montagna; commercio e cultura; l’est e l’ovest, Trieste è stata per molti anni il punto sud della cortina di ferro; i Balcani e l’est Europa; il Mediterraneo che incontra il mondo del nord.
Il grande storico francese Fernand Braudel ha scritto nel suo libro: “Il Mediterraneo inizia lì dove si trova il primo ulivo e finisce dove finisce l’ultima palma” e qui è il punto dove crescono i primi alberi di ulivo, dove il mondo si divide tra burro e olio e tra birra e vino.
Ho fatto tutti questi esempi per dire che i confini sono soprattutto ricchezza, la diversità è ricchezza, non è un restringimento, è un ampliamento che dobbiamo vivere, è una grandissima chance, è la nostra Europa che non si riduce alla dimensione del piccolo orto vicino casa.

CF: Come nascono i suoi personaggi e le sue storie?

VH: Faccio prima delle ricerche, che possono durare anni, sugli argomenti che ho scelto di descrivere nei miei romanzi. Ovviamente mi servono protagonisti credibili, che possano conoscere le cose che sto descrivendo. Questo diventa il loro lavoro, il loro incarico, una loro funzione nella narrazione. È molto importante che siano personaggi forti, con caratteri riconoscibili, ed è responsabilità dell’autore dare loro spazio e fare in modo che sia così.
L’idea arriva all’improvviso. Io i personaggi li vedo, li immagino, ma, poi, durante il processo della scrittura, fanno cose che non ho programmato. Come autore, non posso far altro che seguirli! Se tutto fosse predefinito e già determinato all’inizio, sono convinto che diventerebbe una cosa fredda, rigida e poco interessante.

Veit Heinichen

CF: Lei è stato anche editore, il suo passato in tal senso influenza anche il suo essere scrittore? Se si, come?

VH: Sono stato editore per vent’anni della mia vita, a livello anche multinazionale, ma devo dire che sono due lavori ben diversi: scrivere o lavorare col testo di un altro sono due processi differenti. Essere stato editore non mi ha aiutato nel processo di scrittura, ma in altri sensi: a non spaventarmi per gli errori che faccio, a vederli e ad avere anche la grinta di cancellare cose scritte se non vanno bene; non bisogna innamorarsi del proprio lavoro, occorre mantenere una distanza sana. Queste cose sicuramente le ho imparate prima.

CF: Lei ha detto, anche stamattina, che è impossibile vivere a Trieste senza raccontarla, quindi le chiedo che cosa c’è di triestino, oltre all’ambientazione ovviamente, nei suoi romanzi?

VH: È una città esemplare, che raccoglie quest’Europa, questo mondo antico. È esemplare anche nella, spesso disperata, ricerca nel risolvere gli interrogativi su come crearsi un futuro. Vive di contrasti e di contraddizioni unite tra loro da ponti. Inoltre, questa città ha un grandissimo vantaggio: non ti condanna e non chiede a nessuno di avere una sola e unica identità.

CF: Si dice che lei usi il giallo per studiare la società e i suoi lati oscuri. Quali sono i lai oscuri del commissario Laurenti, il protagonista dei suoi romanzi?

VH: È un essere umano normalissimo, lui non è il grande eroe, l’action hero, il lupo solitario. È un personaggio che ha i suoi difetti come tutti noi. Si lascia influenzare dalle cose che gli accadono intorno, non è un duro intoccabile. Quando c’è baruffa a casa, soffre. Quando sua moglie cerca di fargli le corna, lui esagera in congetture. Ci sono giornate in cui va in ufficio con piacere, altri giorni in cui è stufo e non vede l’ora che finisca la giornata. Quando sembra che tutti attorno a lui vogliono sopraffarlo, Proteo ha la sensazione di non avere il tempo necessario per se stesso, magari per leggere un buon libro o semplicemente per rilassarsi. Allora soffre e si fa sentire, quando è stressato è insopportabile!

CF: Che cosa ne pensa della trasposizione cinematografica dei suoi primi due romanzi? È soddisfatto del lavoro che è stato fatto?

VH: Io sono soddisfatto, sono contentissimo. Ovviamente uno scrittore, quando sente che qualcuno s’interessa ai suoi libri per fare un film, è contento, ma anche pieno d’ansia. Sappiamo tutti che ci sono film basati sulla letteratura riusciti e altri falliti, ma se qualcuno si facesse influenzare solo dalle cosa andate male nella vita, potrebbe anche spararsi in testa! Se valutassimo gli esiti dei film tratti da testi letterari, dividendoli in positivi e negativi, la maggioranza si potrebbe valutare assolutamente positiva.
Ovviamente s’impara andando avanti. Ci sono cose che lo spettatore non vede, ma io, che ho visto adesso il film per l’ennesima volta, so che la prossima cercherò di intervenire lì, lì e là…
È molto importante però non intromettersi troppo, avere fiducia negli altri: li hai scelti proprio perché sono dei professionisti. Avere fiducia anche nella competenza degli altri è una virtù che si è molto persa in questo mondo. Tutti credono sempre di poter fare tutto, e non è così.

Henry Hűbchen, l’attore che interpreta il commissario Proteo LaurentiCF: Il commissario Laurenti è come se l’aspettava?

VH: Quando ho visto l’attore che interpreta Proteo Laurenti, ero convinto che fosse proprio lui quello giusto. Henry Hűbchen è un grandissimo professionista che ha alle spalle un mestiere profondissimo, si vede in tutti i suoi movimenti, commenti, nella mimica, in tutto. Tra l’altro, è uno che si è identificato molto con il testo. Durante i lavori si è sempre intromesso, ogni tanto avevo la sensazione che conoscesse i miei romanzi meglio di me, ed è bellissimo! Ha sempre detto: “No, dobbiamo migliorare questo, quest’altro lo dobbiamo fare così…”. Per il regista non era sempre easy perché Hűbchen elaborava variazioni di continuo. D’altra parte credo che le cose migliori nella vita non siano mai il prodotto di un singolo, sono sempre il prodotto di una cooperazione, di una buona collaborazione.

CF: Ci sono stati dei cambiamenti sostanziali nella sceneggiatura o è rimasta piuttosto fedele al testo?

VH: Sono stati molto fedeli al testo, anche se dobbiamo ricordarci che libro e film sono due generi ben diversi, non possono essere la stessa cosa. È impossibile mettere un libro di 350 pagine in un’ora e mezza. Servono competenze drammaturgiche e si deve anche saper rinunciare a qualcosa. L’autore che si offende per questo, secondo me, è un dilettante.

CF: Al di là del testo che ha scritto, ha partecipato alla realizzazione effettiva del film? Ha dato, per esempio, dei consigli per scegliere i luoghi dove girare? È stato presente sul set? Com’è stata quest’esperienza?

VH: Ho rinunciato a scrivere la sceneggiatura. Non avevo voglia di auto-dirigermi, si fa comunque tutta la vita ed io non ne avevo il tempo. Devo creare nuovi libri, nuova materia prima. E, soprattutto, se avessi voluto scrivere una sceneggiatura lo avrei fatto sin dall’inizio.
Mi sono però preservato un diritto di veto sui contenuti, soprattutto con una certa cautela nei confronti di argomenti politici e storici, perché qualcuno che non è dentro alla materia può anche creare equivoci. Già togliendo una parola si può cambiare completamente il senso di una frase.
L’altro veto riguarda, ovviamente, la location: ho dato i miei consigli ed ero presente varie volte sul set. È stata una bella esperienza, ma non sono sempre stato presente, perché ho il mio lavoro.

CF: Come lettore, invece, che cosa legge e quali sono i suoi “scrittori preferiti”?

VH: Sono sempre stato un grandissimo fan della letteratura francese, dei classici francesi, dei surrealisti. Per esempio, Philippe Soupaul per me è un grandissimo, lo è sempre stato.
Uno che ammiro tanto è un autore polacco, morto alla fine degli anni Sessanta, Witold Gombrowicz, in Italia pubblicato da Feltrinelli: il maestro della narrazione e dell’assurdità, un grande giocatore.
Di italiani ho sempre letto tutto di Giorgio Manganelli, per me un altro grande. Poi leggo Katherine Anne Porter, in passato Kenneth Patchen, per quanto riguarda la letteratura americana; infine, per renderla meno estrema, aggiungerei alla lista anche Faulkner.

Veit Heinichen con l'attore Henry Hűbchen

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