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Scrittura

Valerio Magrelli

Il confine tra la mia vita e la morte altrui

Valerio MagrelliLuigi Nacci (LN): Valerio Magrelli, classe 1957, un esordio fulminante. Accolto bene dalla critica nel 1980 per Ora serrata retinae, preceduto nel 1977 dalla pubblicazione su riviste (“Periodo ipotetico”, “Nuovi Argomenti”) e dall’inserimento, l’anno successivo, ne La parola innamorata, l’antologia a cura di Enzo Di Mauro e Giancarlo Pontiggia che tanto ha fatto discutere. A distanza di trent’anni, che cosa pensa delle sue prime prove in versi? E chi è stato, se c’è stato, il suo “mentore”?

Valerio Magrelli (VM): Ho avuto la fortuna di incontrare molti lettori interessati alla mia ricerca. I miei primi testi sono stati pubblicati da Elio Pagliarani su “Periodo Ipotetico” e da Enzo Siciliano su “Nuovi Argomenti”. Più tardi, Enzo Di Mauro e Giancarlo Pontiggia li inserirono nell’antologia La parola innamorata, e Antonio Porta li presentò nell’”Almanacco dello Specchio” della Mondadori. Qualche anno dopo, Aldo Tagliaferri li accolse nella collana della Feltrinelli.
Quanto all’impressione che provo davanti alla mia opera prima, potrei ricondurla al concetto freudiano di “perturbante”: sono ancora io, e già non sono più io. Mi interessa l’aspetto geologico del passato, per meglio dire, la geologia della biografia. C’è una frase che rende tutto ciò in maniera mirabile. Difficile da tradurre, io la intendo così: “Più noi proviamo a guardarla da vicino, più lei ci osserva da lontano”. Il suo autore, Kark Kraus, si riferiva alla parola e alla sua potenza estraniante. A me invece, in un primo momento, è venuto spontaneo applicarla all’impressione che provoca in noi lo sguardo di una bestia. Mi sbagliavo. In verità si trattava dell’infanzia: “più noi tentiamo di guardarla da vicino, più lei ci osserva da lontano”. Ma l’infanzia, la bestia, la parola, non abitano forse nella stessa regione, alla stessa, remota distanza da noi?

Nature e Venature di Valerio MagrelliLN: La sua scrittura è contraddistinta da mappe, diagrammi, reticoli tratteggiati con rigore che segnano le frontiere tra ciò che può e non può essere percepito, tra veglia e sonno, tra superficie uniforme e irregolare trama interna.
Cito una sua riflessione: «la secessione di una parte dal tutto, annunciando il futuro disassemblaggio, fa da memento mori».
Cito una sua poesia (Non sono di nessuno, in Nature e venature): «Non sono di nessuno / le terrazze condominiali. / Vi si lasciano / i panni ad asciugare, / i panni del deserto. / Sono altopiani vasti, / vasti e disabitati, / abbandonati ad un’infanzia aerea». Quanto conta, simbolicamente, nella sua poetica, la topografia del/i confine/i?

VM: Vorrei rispondere con tre poesie incluse in Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi 1999), ma originalmente uscite per i tipi di Avagliano con il titolo Confini. Tra l’altro, si tratta di uno dei rari casi in cui ho fatto ricorso a una specie di eteronimo, firmando l’ultimo testo con un nome che non è il mio:

Posta dei lettori:
Ah, la burocrazia…

I.

Il confine tra la vita e la mia vita
corre fra gli allegati che sto compilando da sempre.
Sono io l’allegato. Sono io
venuto alla luce per questo?
Per questo ho superato febbri e fratture
e morti e lutti e offese?
Ho superato le offese solo perché il mio tempo,
carne-tempo, fosse così smembrato e offeso
e capillarmente umiliato?
La disappropriazione che una volta
veniva dal lavoro, ora è metastasi.
Perciò, se cancellassi le ore immolate al nulla,
non resterebbe l’età di un neonato
– l’aborto che qui scrive.

II.

Il confine tra la mia vita e la morte altrui
passa dal divanetto di fronte alla tv,
pio litorale dove si riceve
il pane dell’orrore quotidiano.
Davanti all’ingiustizia che sublime
ci ha tratti in salvo per farci contemplare
il naufragio da terra, essere giusti
rappresenta appena la minima moneta
di decenza da versare a noi stessi,
mendicanti di senso,
e al dio che impunemente
ci ha fatto accomodare sulla riva,
dal lato giusto del televisore.

III.

Il confine tra la mia morte e la mia vita
io non riesco a vederlo
mentre continuo a spuntare ricevute.
Penso all’obbligo d’essere felice
nella facilità di un’esistenza normata,
e sono annichilito dalla nausea
di questa manutenzione universale.
Mi basta un’altra fila, un’altra pratica
per ritrovarmi a sperare che la morte venga
e mi porti in salvo dalla vita,
per ritrovarmi a sperare che la vita venga
e mi porti in salvo dalla morte.

Un fedele abbonato

Disturbi del Sistema Binario di Valerio MagrelliLN: Introducendo il volume antologico einaudiano (1996) che riunisce Ora serrata retinae, Nature e venature e Esercizi di tiptologia (più altre poesie sparse), lei afferma che una raccolta è un «mezzo di segnalazione» e che il suo «senso profondo risiede, infatti, nella distanza dalla precedente, anzi, nell’averla persa definitivamente di vista: il nuovo testo è la testimonianza di un avvenuto disorientamento».
È passato un anno da Disturbi del sistema binario (Einaudi), dove si trova Magrelli adesso? A quale e quanta distanza dall’ultimo mezzo di segnalazione, a quanta e quale distanza dal prossimo?

VM: Mi sento ancora troppo vicino al libro precedente, che “copre” la zona circostante. Sono ancora all’interno del suo campo, in senso letteralmente elettromagnetico. Per ora procedo a tentoni, provando e riprovando, ma certo senza ancora sapere in quale direzione. Nell’abecedario Che cos’è la poesia? ho citato questa illuminante confessione di un romanziere, Giuseppe Pontiggia: “Io non metto il messaggio nel testo, ma glielo chiedo. È da lui che lo aspetto, per scoprire ciò che non sapevo di sapere”.

LN: Ha che nelle sue parole si configura come «un resoconto stilato dopo trent’anni di pratica e di ricerca (ovvero di una pratica che consiste nella ricerca). Non ha nulla di sistematico, anzi, andrà piuttosto considerato come un contromanuale». Così lei ha definito la sua pubblicazione Che cos’è la poesia? (Luca Sossella, 2005). Il sottotitolo è La poesia raccontata ai ragazzi in ventuno voci.
Cosa pensa delle scuole e dei corsi di scrittura? Lei è anche docente: come insegna? tramanda la passione per la poesia ai ragazzi?

VM: Riguardo alla prima questione, ammetto una certa perplessità. Proprio per questo motivo, in un centro di studio organizzato con Giuseppe Antonelli presso l’Università degli studi di Cassino, dove entrambi lavoriamo, ho proposto l’adozione di una nuova dicitura: “Scuola di lettura creativa”. Inutile spiegare cosa intendo; tutto sommato, non saprei dirlo meglio di quanto faccia questa semplice formula.
Quanto alla seconda domanda, devo invece precisare che il mio lavoro non consiste nell’insegnamento della poesia, bensì della letteratura francese. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Ho cioè delle responsabilità che mi obbligano (cosa che faccio d’altronde con grande piacere) a privilegiare il contesto storico, il tessuto artistico, ideologico, biografico, a scapito, talvolta e purtroppo, dell’analisi testuale. Questo per dire che, se insegnassi poesia, lo farei certo in modo ben diverso.

LN: Si è occupato — tra gli altri — di autori del calibro di Valéry, Proust, Breton, Joubert; ha diretto la collana di poesia italiana e straniera “La Fenice” per Guanda e “Scrittori tradotti da scrittori” per Einaudi. Cosa rappresenta nella sua dimensione di letterato e poeta il lavoro di traduzione? Ha dei maestri o dei modelli in questo campo? C’è qualche autore che desidererebbe tradurre in italiano?

VM: Sì: auspicherei che si traducessero in italiano autori ungheresi come il Nobel Imre Kertész, o sommi classici della letteratura giapponese come la Storia di Genji, senza passare da lingue intermedie come il tedesco nel primo caso, l’inglese nel secondo. Mi sembra un compito semplicemente improrogabile, per mettere fine a quello che costituisce un autentico scandalo culturale.

LN: Negli ultimi anni in Italia si moltiplicano un po’ ovunque, dai teatri alle piazze, i reading, i poetry slam, le performance, gli spettacoli di poesia: si tratta, secondo lei, di un fenomeno positivo? Assiste spesso alle letture di altri poeti? In un’intervista ha detto che «sentire un testo con la musica di sottofondo è veramente un crimine perché lo snatura, lo sposta. Come è un crimine, secondo me, lavorare sentendo la musica. […] Una poesia letta con una musica dietro è come una poesia letta in mezzo al traffico». Ci sono però autori, anche suoi coetanei, come ad esempio Lello Voce, Gabriele Frasca, Tommaso Ottonieri, o più giovani, come Rosaria Lo Russo, o andando più indietro Edoardo Sanguineti e Nanni Balestrini, solo per fare alcuni nomi, che hanno interagito e stanno interagendo in modo complesso con la musica e gli effetti sonori. Cosa pensa di quel tipo di operazioni e di opere?

Valerio MagrelliVM: Mi piace assistere alla lettura di poeti: io stesso ho letto a lungo, prima di essere pubblicato. A questo proposito, vorrei anzi cogliere l’occasione per un chiarimento di cui già parlai su “Atelier”, quando, per una svista, mi vidi attribuita l’idea di essere contrario agli slam poetry. Come ho scritto più volte, ritengo invece che questa esperienza rappresenti un’ottima forma di divulgazione e di collaudo.
Molto diverso il caso della musica. Le parole riportate si limitano a esprimere una mia personalissima idiosincrasia: per me la musica richiede, pretende un’attenzione totale, assoluta: posso ascoltare un disco facendo ginnastica o rassettando casa, non certo leggendo. È ovvio, tuttavia, che chiunque dovrebbe poter scegliere in piena libertà, basta non imporre l’ascolto contro il desiderio altrui, come purtroppo succede in molti negozi o nei peggiori ristoranti. Lo ha spiegato una volta per tutte Immanuel Kant: “Alla musica è propria quasi una mancanza di urbanità, a causa della proprietà che hanno i suoi strumenti di estendere la loro azione sul vicinato, per cui essa si insinua e va a turbare la libertà di quelli che non partecipano all’intrattenimento. […] È pressappoco come del piacere che dà un odore che si spande lontano. Colui che tira fuori dalla tasca il suo fazzoletto profumato, tratta quelli che gli sono intorno contro la loro volontà”.
Quanto al secondo punto, resto convinto che sia criminale “aggiungere” musica a un testo preesistente in occasione di una lettura pubblica (quel che definirei, tanto per capirsi, “l’effetto Alberto Lupo”).
Ciò detto, però, anch’io collaboro da anni e in modi assai diversi, con musicisti: vorrei almeno ricordare Guido Baggiani, Fabrizio De Rossi Re, Luigi Ceccarelli, Daniele Carnini e Carlo Boccadoro, con cui sto progettando un nuovo lavoro.

LN: Nel 2005 ha pubblicato un libro con DVD, Sopralluoghi (Fazi): un’auto-antologia di dodici testi che lei legge passeggiando per ambienti diversi della capitale (la discarica, il cimitero, la biblioteca, il negozio di giocattoli, la sala cinematografica, il sotterraneo, Villa Borghese, il lungo-Tevere). So che ha studiato cinema (a proposito di “immagine”, mi viene in mente anche un suo testo intitolato Ecce video, con una laconica epigrafe: «In memoria di E.H. / ritrovato nel suo appartamento / nove mesi dopo il decesso / seduto davanti alla TV»): come giudica la video-poesia, e più in generale, le contaminazioni tra poesia e multimedialità?

VM: La trovo molto interessante, ma personalmente non mi interessa affatto, almeno per il momento.

LN: Alcune recenti statistiche parlano dell’esistenza in Italia di due milioni di poeti o presunti tali. Di contro, la poesia non supera il 2% del fatturato totale delle vendite (il 3% insieme ai libri di teatro), le riviste vendono pochissimo (tranne “Poesia”, tutte le altre al massimo arrivano a qualche migliaio di copie) e la tiratura media dei volumi di versi è di 1.000 copie. Internet potrebbe contribuire ad avvicinare la poesia al pubblico di non addetti ai lavori? Frequenta siti e/o blog di poesia?

VM: Leggo riviste on line.

LN: Concludo: mi farebbe i nomi di tre poeti fondamentali del ’900? E tre poeti contemporanei di cui, invece, si potrebbe fare a meno? Segue le nuove generazioni di poeti?

VM: Preferisco indicare i nomi di tre autori viventi di cui non si dovrebbe fare a meno, né come poeti, né come saggisti, benché enormemente diversi fra loro: Yves Bonnefoy, Wislawa Symborska, Andrea Zanzotto.

Andrea Zanzotto

Venendo a me, ho smesso di dirigere la collana di poesia da Guanda poiché, insegnando fuori sede, non avevo più il tempo per leggere i lavori che mi arrivavano e rispondere agli autori — leggere e rispondere, dico, con la necessaria attenzione. Ricordo di sfuggita che si tratta di un vero e proprio lavoro, il quale, se ben fatto, prenderebbe diverse ore al giorno. Ora mi limito a leggere i testi che ricevo, continuo a seguire la produzione poetica ma senza più quello scrupolo e quella competenza che avevo negli anni precedenti, nei quali avevo assunto una responsabilità tanto grande.

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