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Scrittura

Edoardo Sanguineti

Parodia ed evoluzioni per una sola poesia

Edoardo SanguinetiEdoardo Sanguineti, poeta, classe 1930. È un decano dell’avanguardia italiana, non solo letteraria e poetica ma anche musicale, pittorica e teatrale. A Monfalcone l’abbiamo visto esibirsi nell’Alfabeto Apocalittico, testo del 1982 con proiezione delle immagini d’accompagnamento del grande Enrico Baj, e nel più recente Postkarten, del 1997. In entrambe le opere, la voce del poeta si fondeva perfettamente al suono del contrabbasso di Stefano Scodanibbio, musicista maceratese che ha all’attivo collaborazioni con compositori contemporanei come Fred Frith, Luigi Nono e Iannis Xenakis. Gli argomenti da trattare con Sanguineti potevano essere centinaia e non è stato facile condensare l’intervista nelle poche domande riportate qui sotto, domande a cui il poeta ha risposto con entusiasmo e prolissità nella giornata d’apertura del festival AbsolutePoetry.

Nicola Pacor (NP): Edoardo Sanguineti è poeta, performatore (attendiamo lo spettacolo di stasera), critico, teorico. Questa mattina lo abbiamo intervistato nel corso del riuscitissimo incontro con le scuole. Riassumendo: è un’intellettuale.
Sembra dunque debita la domanda: alla vigilia di questo festival, la situazione della poesia in Italia appare nebulosa, da una parte per le difficoltà editoriali, dall’altra per la democratica indiscriminazione della rete che però favorisce rapporti spesso conflittuali tra le diverse correnti. il discorso spesso viene portato su toni specialistici proprio da coloro i quali vorrebbero combattere l’elitarismo poetico.
Da figura di riferimento nel panorama poetico italiano, qual è la sua opinione in merito alla situazione della poesia in Italia?

Edoardo Sanguineti (ES): La situazione come la descrive lei è effettivamente molto confusa e decisamente caotica. In giro si trova di tutto e per questo è difficile orientarsi. In altri periodi accadeva che ci fossero o un movimento egemone oppure qualche figura che apparisse magari isolata ma subito di rilievo. Negli ultimi anni sul terreno della poesia c’è stata spesso una posizione evidentemente di tipo nostalgico e di ritorno all’ordine ma rimescolata senza programmi molto definiti. C’è molto individualismo, che spesso è limitato ad un gruppo di pochi, ma senza che si svolga un dibattito vero e proprio. A testimonianza di quanto detto, le antologie prendono un andamento quasi da elenco telefonico. Anche i mezzi di comunicazione complicano le cose perché c’è una sovrapproduzione e, mentre sono in tantissimi a scrivere, sono in pochi a leggere.

NP: Parlavamo con Christian Sinicco, poeta triestino che aprirà la serata di giovedì, in preparazione a quest’ intervista e trovavamo diffusamente nella sua scrittura un risvolto parodico, una sorta di gioco alla parodia che cerca di evitare un’analisi lucida. Ci interrogavamo sulla volontarietà e sulla funzione di questa operazione.

ES: L’elemento parodico può essere molto stimolante: sia il gioco in sè che il gioco verbale o il gioco “tematico” possono essere rilevanti. Personalmente sono dell’opinione che spesso nel mondo moderno è proprio attraverso il comico che si esprime il mondo tragico — ma questo risale già a cose ottocentesche. È una specie di riso isterico, di folie, nel modello dell’isteria che è stato il nucleo da cui poi è sgorgata la psicoanalisi. Esiste una specie di incontenibile riso, un ridere per non piangere, ma anche questo è già stato indagato: vale per Checov come per Kafka e si va avanti fino a Beckett. In questo caso sì, puo essere una via positiva; personalmente la condivido e l’ho praticata spesso anche io.

NP: Lei ha fatto parte del gruppo ’63, dei Novissimi, che furono una fucina tesa a ricercare un nuovo modo di praticare la poesia. In che modo lavoravate? Questa militanza ha influito sulla sua crescita? Riconducendoci infine all’individualismo di cui faceva menzione, è ancora possibile una simile esperienza per un gruppo di poesia?

ES: Noi eravamo piuttosto indipendenti l’uno dall’altro, anche se, bisogna dirlo, fu proprio il costituirsi del gruppo dei Novissimi che stabilì e consolidò questi rapporti tra di noi facendoci scoprire di essere meno soli di quel che immaginavamo. L’occasione fu la rivista Il Verri di Anceschi, fu lì che riuscimmo a conoscerci. A quei tempi, da un lato c’era una “coppia romana”, i più anziani relativamente parlando del gruppo: Giuliani e Pagliarani. Dall’ altro lato c’erano i più giovani: i milanesi Porta, scomparso da un po’ di anni, e Balestrini, entrambi legati direttamente ad Anceschi, che si conoscevano molto bene tra loro. Nel mezzo c’ero io che, invece, a quei tempi vivevo a Torino. Fu la riunione nel ’61 che costituì il gruppo dei Novissimi.

Edoardo Sanguineti

Giuliani curò l’antologia e nella prefazione insistette su un punto abbastanza efficace. Faceva riferimento ad una specie di vitalità affidata alla ricerca poetica, riprendendo con libertà un’idea leopardiana che lui chiamava un “accrescimento di vitalità”. Contemporaneamente, però, si rifaceva a una poesia schizomorfa, che replicava cioè una sorta di atteggiamento psicopatologico schizoide e disgregato nei confronti della realtà. Naturalmente c’era chi lo accentuava in un senso e chi in un altro. Lui era molto legato ad una poetica “psichiatrica”, come risulta dalle diagnosi che faceva. Pagliarani molto meno: quando feci un antologia nel ’69 che si concludeva proprio con i Novissimi, Pagliarani lo collocai nello sperimentalismo realistico perché mi pareva molto più vicino a certe ricerche di tipo narrativo. Lo misi per esempio insieme a Pasolini ed a Pavese. Qualcuno disse maliziosamente che avevano in comune solamente l’iniziale del cognome. Secondo me, naturalmente, c’era qualcosa in più rispetto alla “P” iniziale…
Gli altri due giovani ed io eravamo più orientati verso posizioni di disgregazione della forma. Pagliarani, invece, era ed è rimasto più costruttivo, se così si può dire.

NP: Lei lavora a stretto contatto con musicisti, come nel caso di Stefano Scodanibbio, e attori, mi viene in mente Liberovici in Rap e Macbeth Remix.

ES: Liberovici è anche regista (ndr. lo spettacolo Lo Zoo di Vetro di Tennesse Williams con regia di Liberovici è stato recentemente in scena al Teatro Rossetti di Trieste).

NP: Volevo chiarire assieme a lei uno dei temi più dibattuti all’interno di Absolute Teach (ndr: il laboratorio di Poesia performativa tenuto da Lello Voce a Monfalcone collateralmente ad Absolute Poetry nel 2006), ovvero in che modo poesia e musica — pur provenendo da diverse entità e perciò sensibilità — potessero collimare, combaciando in un non-cantautorato e come la poesia potesse abitare la voce di un attore in un non-teatro.

Edoardo SanguinetiES: È un ambito di ricerca. Non amo molto i due estremi tra i quali è possibile operare, cioè la poesia sonora e la poesia visiva. Mi sembra che sia più fecondo operare in una situazione intermedia alle due cose facendo, da un lato, riferimento all’elemento figurativo nella poesia e, dall’altro, all’elemento sonoro.
La mia opinione espressa in breve può essere: la vera poesia sonora l’hanno fatta i musicisti e la vera poesia visiva l’hanno fatta i pittori, utilizzando magari materiali verbali e cose simili. Io ho cominciato a lavorare con Berio e, all’inizio degli anni 60, fu il primo esperimento di quel genere. Poi ho continuato a lavorare con moltissimi musicisti, in qualche caso anche operando come performer nel senso di voce recitante.
Nel caso della collaborazione con Scodanibbio, si tratta di un rapporto molto stretto. Postkarten quasi sempre è stato eseguito da me e da lui direttamente, cioè direttamente dall’autore del testo e dal compositore ed esecutore. Questa è una forma espressiva che reputo molto positiva.

In altri casi le cose vanno diversamente. Per esempio, con Berio mi è capitato di fare la voce recitante per una delle composizioni che risalgono agli anni ’60-’65 per Laborintus Secondo, ma era è un caso abbastanza eccezionale. Inoltre, in pubblico, mi è capitato raramente di fare la voce recitante. Mi sembra di averlo fatto soltanto con Luca Lombardi in un’opera che ancora non è terminata, un’oratoria su Lucrezio dove faccio la voce recitante con canto, strumenti solisti ed orchestra. È qualcosa di più complesso e più responsabile, nel senso che è un lavoro molto più delicato. Se un’opera è un dialogo con un’altra persona, è possibile elaborare un testo musicale molto preciso ma, in realtà, è sufficiente avere una buona intesa fra quelle due persone. In altri casi, invece, la cosa diventa molto più complicata.
Il cantautorato poi è tutta un’altra faccenda, è effettivamente un genere a parte.

NP: Un’ultima curiosità, noi siamo “debuttanti poeti”, ci affacciamo cioè poco a poco ad una scena che, come diceva lei prima, è già difficile di suo. Risulta dunque di particolare interesse per noi approfondire la formazione artistica di un autore. Qual è stato il suo apprendistato poetico?

ES: Io ho cominciato molto presto a scrivere poesia, come spesso capita. Brutte poesie, come accade se uno comincia quando è poco più di un bambino. Credo sia molto importante il momento in cui si decide di pubblicare, in qualunque forma avvenga la pubblicazione, per non pentirsi in seguito della scelta del materiale, a torto o a ragione. Ad un certo punto bisogna sempre prendere delle decisioni. 
Oggi, in certi ruoli, è più facile diffondere perché ci sono tante risorse tecnologiche, basta mettere in rete e via. A quei tempi la cosa era più complicata e, quindi, anche di maggiore responsabilità. Oggi la pubblicazione di questo genere è sentita come una cosa potenzialmente anche molto effimera, se uno si pente di qualche scelta può porre delle modifiche in qualsiasi momento.
Nel tempo le cose naturalmente sono cambiate. Il primo libro esce nel ’56, lo scrivo tra il ’51 e il ’54, allora avevo tra i venti e i ventitré anni. Facevo riferimento ad una sorta di immagine delle avanguardie e, quindi, di rottura nei confronti del linguaggio costituito. Questo principio operante è rimasto ma naturalmente tutto evolve; anch’io sono cambiato e le forme contestative, critiche ed alternative che ho cercato di elaborare sono anche queste molto distanti nel tempo.

Edoardo Sanguineti

Qualche volta, però, mi chiedo se in realtà io non abbia scritto che una sola poesia, la prima, e poi tutto il resto sia una sorta di commento, una conseguenza del primo gesto compiuto. C’è un famoso motto che dice “state attenti a quel che desiderate perché poi avverrà veramente”. Bisogna essere prudenti su quel che desidera, stare attenti a come si comincia perché in qualche modo poi ci si rimane legati oppure si è costretti a delle sconfessioni, a delle ripartenze che sono spesso faticose e perturbanti.
Pentirsi non è mai divertente. Nel complesso devo ammettere che non mi sono mai pentito di ciò che ho fatto anche perché ho sempre pensato che io ero così, in una condizione specifica, ed ogni cosa ha la sua data. Non ho mai corretto niente, ho sempre ripubblicato le cose così come erano nate. È agli altri che, in un secondo momento, tocca parlarne bene o parlarne male.

Le foto pubblicate sono di Giulio Donini

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