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Arte

Il Settimo Splendore

Il Settimo Splendore è uno di quei tentativi di essere onnicomprensivi nella storia dell’arte, di essere una fiera del Tempo e degli stili in cui ci si può passeggiare aggirandosi tra le merci di ogni secolo, annullando o sforzandosi di annullare l’incidenza cronologica che significa incidenza delle culture.

Grande disegno italiano di Omar Galliani

Ogni arte è figlia del proprio tempo, una verità banale e insieme profondissima.
Individuato e studiato un filo conduttore, che è la Malinconia (questa volta non nelle biografie degli artisti ma nei soggetti delle loro opere), si accostano espositivamente e concettualmente opere che comprendono circa cinque secoli, dal Rinascimento ai giorni nostri, presupponendo che anche le conoscenze dello spettatore siano così agili da zigzagare tra Giorgione e Donal Judd. Lo spettatore, però, non deve compiere solo dei salti in lungo, avanti e indietro. Deve capire, deve intendere i perché di ciò che sta guardando, e in questo non è aiutato dall’apparato esplicativo: poco chiaro, complesso, più lirico che circostanziato.

È questo che manca, l’intendere cosa sia questa Malinconia o Melanconia in arte, nel ruolo di artista, nel lavoro di artista, nella critica, limitandosi a restare sulle comuni posizioni acquisite di una tristezza generalizzata e di sapore romantico. Molto spesso, è necessario compiere lo sforzo di adattare questo filo conduttore che ci hanno detto essere presente in numerose delle 200 opere, cercando di incollarlo come un adesivo, sovrapporlo come un filtro, adattarlo come una coperta troppo minuta che lascia sempre scoperto qualcosa.
Uno dei grandi rischi di queste esposizioni trasversali è di scivolare nell’eclettismo cronologico, stilistico, nella superficialità delle “tante opere però solo una per artista”, di citare senza dire, di dare per scontato che la gente sappia già che il tempo non è una linea retta ininterrotta, ma quasi una circonferenza al cui interno convivono infiniti possibili legami nella Storia.

Giorgio De Chirico — Piazza

Inoltre, dichiaratamente, l’esposizione si qualifica come “mostra evento”: oltre a presentare i risultati degli studi teorici compiuti in proposito, oltre ad appendere un’elevata quantità di opere di celebrate istituzioni museali, oltre a declamare i nomi tanti artisti ad effetto consolidato, oltre a creare una solida pubblicità, tutto lecito, significa richiamare un pubblico di massa.
Felice che l’arte sia diventata democratica, la massa ha bisogno però di essere condotta per mano, di essere avvicinata didatticamente, necessita di spiegazioni semplici e puntuali, anche cronologiche, attraverso un apparato esplicativo facile che parli un linguaggio medio ma non per questo impotente.

Il pubblico non è onnisciente, non si dovrebbe dare per scontato nulla in una “mostra evento”, soprattutto quando è in gioco un tema così estremamente complesso e fuggevole, un po’ psicoanalitico, un po’ di fantasia romantica, filosofico, letterario, possibile chiave di lettura di tutta l’arte occidentale.
Il pubblico dovrebbe uscire avendo acquisito delle conoscenze in più, senza immaginare che poi approfondirà a casa nel catalogo, acquisto del quale diviene sempre più cosa elitaria.

La mostra è divisa in sei sezioni tematiche che ne ricuciono la cronologia: I conflitti della forma; Gli enigmi dell’anima; Visioni e visionarietà; Il teatro della vita e della storia; Lo spazio tra contemplazione e spaesamento; Il brivido dell’ideale.
Del filo conduttore si diceva: Malinconia, caratteristica dell’animo umano già anticamente teorizzata secondo uno schema fisiologico-psicologico da Ippocrate a Galeno a Marsilio Ficino, concordi nell’associare l’eccesso di bile nera, uno dei quattro umori che regolano il corpo e la mente umana, al carattere melanconico. Ma fu Aristotele il primo ad associare alle persone pervase da questa caratteristiche le qualità di pensatori, poeti, creatori, in una parola, artisti.

Dal XII secolo in poi le credenze astrologiche avranno un’influenza sempre maggiore nell’indicare le scelte della vita date dal rapporto causale tra le stelle e i fatti dell’esistenza: la personalità di un uomo è determinata dal suo pianeta, i nati sotto Giove sono sanguigni, i nati sotto Marte collerici, mentre la nascita durante il congiungimento con Saturno significa essere di temperamento melanconico.
Saturno impiega 29 anni e mezzo per compiere un intero ciclo di rotazione intorno al Sole, stazionando circa due anni e mezzo in ogni segno, aspetto calcolabile giorno per giorno. Un “determinismo astrologico” dunque, che non riguarda solo il temperamento ma anche l’indole e il talento professionale; ogni pianeta svolge in questo senso la sua influenza, Saturno e il relativo carattere si legano alla carriera degli artisti.

Ficino consolidò queste idee nel Rinascimento cosicché diventò lecito pensare che le persone malinconiche potessero, più di altri, elevarsi alle somme conquiste della creazione artistica: i grandi artisti sono malinconici, solo i malinconici possono aspirare ad essere tali.
Walter Sickert — Minnie Cunningham at the old bedford — 1892Allora la Melanconia, che ha una sfumatura diversa dalla malinconia più effimera e contingente, è una condizione di cronica tristezza tanto da diventare disturbo psichico “accertabile” con caratteristiche comuni nei soggetti. È una tristezza contemplativa, immotivata ma intuitiva, uno stato di essere avvolgente ma sfuggevole, trascendentale ma vitale e creativo, fantasioso, sicuramente poetico, la cui migliore e più famosa allegoria è l’essere umano seduto che si regge pensoso il mento tra le mani. Contemplativo, meditabondo, sensibile nei suoi aspetti più positivi. L’altro taglio implica, invece, psicosi, pazzia, depressione, accidia; il melanconico oscilla tra questi poli: “sarà o sano e capace di rara perfezione, o malato e condannato all’inerzia e alla stupidità” (Wittkower 1963).

Queste credenze si sono consolidate nel nostro immaginario collettivo tanto da associare spontaneamente all’artista l’eccentricità, l’anticonformismo, la provocazione, l’umore lunatico, l’impeto creativo e la licenza di mantenere la testa tra le nuvole.
Testo di riferimento è il famoso Nati sotto Saturno, la figura dell’artista dall’Antichità alla Rivoluzione francese di Rudolf e Margot Wittkower (ed. Einaudi), diviso in sezioni tematiche, che raccoglie aspetti biografici e aneddotici di una grande quantità di artisti allo scopo di farci intendere perché l’artista è sempre stato considerato nei secoli dalla società in qualche modo “fuori dal comune”.

Il nome della mostra deriva dal settimo dei nove cieli, Splendori appunto, che regolano il Paradiso di Dante nell’ascesa all’Empireo, luogo celeste ove si trovano le persone dedicatesi alla vita contemplativa.
L’esposizione si apre con la famosa incisione di Dürer (XVII sec.), Melanconia I, il manifesto visivo di ciò che è stato detto. S’incontra, poco dopo, la scultura di Roberto Barni, Instabile (2005): l’uomo comune e il suo “gemello” si reggono vicendevolmente nel destino comune delle loro posizioni surreali, uno in piedi sul pavimento, l’altro in piedi sulla parete. Nella sezione Gli enigmi dell’anima, un meraviglioso dipinto di genere attribuito a Giorgione, Suonatore di flauto ( 1507 ca.), mostra il ritratto di profilo a mezzo busto di un musico “da osteria” dall’espressione ubriaca: la pelle realisticamente arrossata contrasta con il candore luminoso della bianca casacca di cui sembra di sentire la morbidezza. Il copricapo di rosso bruno e una pennellata guizzante di bianco si stagliano su uno sfondo totalmente buio e a-descrittivo, relegando così il musicista in un mondo privo di affetti e riconoscimenti.

Flavia DA RIN — Untitled Felice Casorati, con Ritratto di Maria Teresa Madinelli (1918-19) e Bambina (1939), mostra due dipinti di interno intimisti. Nel primo spicca il contrasto tra il calcolo sciorinato della griglia prospettica del pavimento, rinascimentale, contrapposto alla figura malinconica, dolce, femminile ed elegante della donna. Nel secondo, metafisico, il particolare banalmente domestico della scopa abbandonata, quasi figura autonoma, convive con la profondità umana dei grandi occhi della bimba. Umanità sospesa nell’inquietudine de Gli Stiliti, installazione di Patrizia Guerresi Maimouna (2006), essenziale e toccante. In Visioni e Visionarietà, L’énigme (1871), di Gustave Doré, è l’incontro amoroso passionale tra Edipo e il mostro; lo spietato indovinello è ambientato sullo sfondo di una moderna Tebe distrutta dalle armi degli eserciti contemporanei.

Tecnicamente interessanti il dolce ritratto evanescente di Tranquillo Cremona, Fanciulla ammalata (1877) e il modernissimo il paesaggio perfettamente informale di Gustave Moreau. Herman J. J. Richir, in La miseria della vita (1892), rappresenta un tipico atteggiamento malinconico dell’artista romantico: il giovane che ad una festa si isola, strimpellando stancamente il pianoforte, non inteso dalla superficialità degli invitati intenti nel chiacchierio. La luce vitale e bruciante, emanata dal candelabro appoggiato al pianoforte, contrasta con l’apatia del giovane; bellissimo particolare è il moto di rassegnazione della mano sinistra chiusa in tasca.
Interessante l’ambiente-installazione creata da Eliseo Mattiacci, Microcosmo (2000-01), che, con migliaia di sfere metalliche, ricrea una porzione di universo. Emozionante il grande dipinto di Piero P. Cannella, Salon de musique (2006), in cui, da uno sfondo di nero assoluto, affiorano come organismi fantastici dei preziosi lampadari di cristallo, dotati di una propria luce bianca che non però illumina l’ambiente, e la musica di questo sala resta intrappolata, sconosciuta, inascoltata.
Irving Petlin con Orpheus, a visit to the Underworld (2004), presenta un dipinto tra il figurativo e l’informale, il cui mondo sotterraneo è la periferia urbana di una metropoli.

Il teatro della storia e della vita, tra gli altri, propone un paesaggio di fine ‘800 di Federico Cortese, Ruderi di un mondo che fu, sublime e simbolista, dalla tecnica sciolta ma precisa; delizioso e surreale anche Pompei (2002) di Luca Pignatelli, dove le antiche rovine sono sovrastate dal passaggio di un enorme dirigibile. Max Ernst in La foresta (1927-28) dà libertà alle sue capacità di astrattista tramite le tecnica pittorica del frottage, evocando una foresta vegetale e minerale insieme, in una notte di buio metallico.
Queste sono solo alcune delle opere che si possono gustare aggirandosi nelle sale del Palazzo della Ragione di Verona fino al 29 luglio 2007.

Il Settimo splendore
la modernità della malinconia


fino al 29 luglio
Palazzo della Ragione, Piazza delle Erbe, Verona


A cura di Giorgio Cortenova


www.settimosplendore.it
www.palazzoforti.it

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