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Scrittura

Massimiliano Forza

L’uomo spezzato

Massimiliano Forza“Cattivo e indigesto come soltanto la vita talvolta sa essere” è il commento in copertina a No Family Man (edizioni Traven Books), romanzo d’esordio di Massimiliano Forza, già autore di numerosi racconti e compositore di musiche di scena per i maggiori teatri italiani. Un debutto che, però, sembra già voler fare i conti con il passato. Quella di Massimiliano Forza con la scrittura è una relazione appassionata, a tratti incomprensibile, che, per citare le parole del suo autore, s’identifica con una seconda lingua, una sorta di neo-alfabeto che esprime tutte le inquietudini della sua generazione.

No Family Man rispecchia proprio questa ricerca, apparentemente impossibile, della felicità così come per anni siamo stati abituati ad intenderla, all’interno di una società in continuo movimento, dove anche — anzi, soprattutto — le donne sono profondamente cambiate, e dove il desiderio di libertà e la realizzazione personale del sé hanno invaso tutto lo spazio.

Sarah Gherbitz (SG): La prima cosa che colpisce di questo libro è il titolo. Chi è No Family Man?

Massimiliano Forza (MF): Il protagonista è un attore, No Family Man è il suo nome ed è anche l’emblema, il simbolo di molti No Family Man. Ho pensato questo titolo in inglese perché è molto immediato, per come siamo abituati anche dal linguaggio della pubblicità, sicuramente non lo è però nel significato preciso: noto che spesso genera un errore di comprensione. L’interpretazione di No Family Man come uomo senza famiglia, diciamo single, mi sta bene. No Family Man è un titolo in una lingua straniera ma pensato, in questo caso, per un libro che esce in Italia, lo trasforma in un titolo internazionale e comprensibile ovunque

SG: È la prima volta che ti cimenti con un romanzo. Hai incontrato difficoltà?

MF: Il libro quando esce si stacca da te e diventa di tutti. No Family Man, quindi, è una cosa che non appartiene più a me. Mi è appartenuto per tutto quel tempo nel quale dovevo dargli forma, ovviamente. Soprattutto nel tempo dell’attesa, come fosse una lunga gestazione, prima di trovare un editore che lo facesse uscire. La pubblicazione resta un obiettivo fondamentale, altrimenti il libro rischia di rimanere sepolto in un cassetto e non ha nessun senso.

In quest’ultimo lavoro la sensazione di esaurimento è stata fortissima perché, da Antifurti psicologici, era passato molto tempo. Dopo quel libro, mi sarei aspettato più velocità nella pubblicazione. Per vari motivi non è stato possibile, motivi giusti o ingiusti non ha nessuna importanza, ci atteniamo ai fatti. Questa pausa, però, si è rivelata negativa soltanto all’apparenza.

Vivere un’attesa così lunga può essere terribile e può trasmettere un senso di forte ingiustizia. All’inizio per me è stato così, è stato molto difficile e frustrante attendere di pubblicare questo libro che inizialmente sarebbe stato un altro. Se, però, fossi riuscito a pubblicare, nei due anni successivi probabilmente mi sarei limitato a rincorrere il successo, seguendo un meccanismo produttivo assolutamente sterile. In altri termini non avrei avuto un buon figlio, avrei avuto un figlio della vanità di questo tempo, del produrre, del fare, del rispettare la convenzione per cui se il primo libro è andato bene, ne deve assolutamente uscire subito un altro, anche se non ci sono idee, se non c’è stata un’elaborazione adeguata dei temi che l’autore vuol raccontare.

Ho attraversato un periodo di grande caos. Nel frattempo sono usciti dei racconti che, purtroppo, non hanno convinto molto e sono stati motivo di grande delusione. Succede però che, trovandoci davanti alle difficoltà e agli impedimenti, sappiamo trasformare il veleno in medicina, come se questo contenesse già dentro di sé la cura stessa. Dunque per me è stato molto stimolante mettermi a lavorare e trovare la forza, nel deserto che ho attraversato, per raccontare ancora qualche cosa.

SG: E come ne sei uscito?

MF: No Family Man è iniziato a Roma. Ho avuto la netta percezione di aver colto una serie di incipit fondamentali che ho buttato giù in maniera molto veloce; da lì sono partito, proprio come è partito No Family Man per questo suo viaggio in macchina. Un viaggio fisico probabilmente alla ricerca di qualche cosa d’altro. Mi sono diretto a Trieste, poi in Spagna, infine in Inghilterra. Sono stato lì per diverso tempo e ho avuto la possibilità di vivere altre cose che poi ho inserito nel libro.

Sono stati degli anni molto importanti, nei quali neanche sapevo perché stavo raccontando certe cose, ignoravo quale sarebbe stato il finale. Poi è arrivato all’improvviso, è stato come una fotografia di tutti i personaggi insieme. Mentre ci stai in mezzo non hanno volto, non c’è la consapevolezza di essere parte di quell’inquadratura, di quella visione, di quel gruppo. Trovare il finale è stato come fissare in un tempo queste vite raccontate.

Copertina del libro No Famili Man di Massimiliano ForzaNo Family Man parte estremamente incazzato: ce l’ha con tutti, con la propria vita, con le cose che ha visto, che ha sentito, e soprattutto ce l’ha con l’ingiustizia, come se fosse in mezzo ad un pezzo della sua vita che non vuol finire. Nel corso di questo viaggio riflette su tutta una serie di cose che ha vissuto e di luoghi dove è stato. Centrale è la vicenda con Maddalena, una fotografia delle tante donne che lui ha incontrato e di sua madre. Le donne del libro sembrano essere fatte tutte della stessa pasta, donne tutto sommato terribili, che usano i sentimenti per avere, che manipolano attraverso le emozioni. Questo è uno dei miei temi ricorrenti, spesso le mie donne sono terribili! C’è molta pietas per gli uomini e meno per le donne, perché terribili lo sono davvero!

Mentre si corre, le storie e i pensieri arrivano ed entrano nel personaggio. No Family Man, a modo suo, è un candido che riesce a fare delle cose pazzesche. Nonostante sia un attore, uno strampalato, nonostante sia una persona che è assolutamente poco strutturata per accettare di vivere tutta una serie di condizioni, lui comunque lo fa. In fondo è una persona coraggiosa, è una persona che si cosparge di cinismo, che dice di non crederci ma intimamente ci crede molto..

SG: Quali sono le tappe principali del suo viaggio?

MF: Tra i luoghi, che non sempre sono rappresentati e non sempre hanno un nome, c’è, per esempio, Madrid. Una gran parte della storia si svolge poi a Napoli… ma in fondo luoghi e persone si mischiano sempre insieme. In questo senso si può dire che No Family Man è un uomo spezzato, che vive in diaspora da se stesso, dal mondo. Quindi Trieste, Napoli, Madrid, un paesino dell’Andalusia o un altro luogo ancora che non ha nome, sono sempre il “suo” luogo, il “suo” spazio mentale.

No Family Man è un personaggio terribilmente solo, preso dalle sue ossessioni. Si abbandona alle sue abitudini e alle sue fissazioni per non impazzire. In fondo la sua è una condizione estrema e la vita lo mette alla prova in maniera davvero terribile. Anche il finale di questo libro è terribile, ma non voglio soffermarmi per non svelarlo!

SG: Il linguaggio che usi colpisce sia per la sua crudezza, che per l’uso, davvero originale, di alcuni neologismi. Chi sono gli uomini gringo? E gli uomini bonanza? Che cosa li differenzia?

MF: No Family Man cerca costantemente di catalogare il mondo, le persone, le sue donne, di dare loro dei nomi, stabilendo ciò che è giusto e ciò che non è giusto. È insomma un nevrotico. In questo suo catalogare, appare la distinzione tra uomini gringo e uomini bonanza. Probabilmente No Family Man è più gringo che bonanza ma, poiché è lui a raccontare, si prende il privilegio di non comparire in nessuna di queste due categorie.

Comunque i gringo sono molto… ecco, il grande Lebowski è un gringo totale!

Poi ci sono tutti i bonanza che sono molto servizievoli, disponibili, proprio come nel serial della famiglia Bonanza, quello con la musichetta incalzante. Sono molto di maniera, molto bravi, affidabili. ll gringo, invece, è l’uomo amato e poi disprezzato dalla maggior parte delle donne che vogliono metter su famiglia.

Però, se dicessimo che la maggior parte delle donne vogliono l’uomo bonanza, mi sembrebbe quasi offensivo! Sintetizzando, si potrebbe dire “il bonanza per marito, il gringo per amante”, ovvero, le donne amano i gringhi ma scelgono per mariti dei bonanza!

In questo libro viene spesso ripetuto “questo è un bonanza”, “questo è un gringo”. Nel linguaggio del protagonista c’è questa distinzione che emerge progressivamente e il lettore familiarizza con questi due aggettivi. I gringhi selvaggi, selvatici, spensierati, allegri, imprecisi, sempre alla ricerca, inaffidabili.. e poi questi bonanza “salvafamiglie”, sempre presenti, amanti noiosi e, cos’altro si potrebbe ancora dire? Sempre disponibili a portare le borse della spesa delle loro signore, pronti a sacrificare qualsiasi loro iniziativa pur di compiacere. Nel libro si tende a denfinire un mondo diviso in queste due categorie. Anche le donne possono essere gringhe, diciamo però che di bonanza non ce ne sono… Ci sono solo donne gringhe! (ride, nda)

Un altro termine che viene usato spesso come definizione è “impagliata”. Si dice che gli uomini vengono “impagliati come dei soprammobili”: degli animali riempiti di paglia e sistemati lì, come se fossero assolutamente gestiti dall’esterno.

SG: Che cosa rappresentano i flash-back a cui è soggetto il protagonista?

MF: Nella prima parte No Family Man ha delle visioni allucinanti e dice che l’immaginazione prende il sopravvento sulla già traballante realtà. Quindi comincia a vedere aldilà delle apparenze di certe vite. E ciò accade in una maniera piuttosto dura e sconvolgente: ha delle visioni sanguinarie di incidenti terribili; di bambini che muoiono; di campi di croci bianche dove sono sepolti dei bambini mai nati; visioni di uomini e di donne che stanno insieme per convenzione, per servire una certa apparenza, per servire le loro piccole convenienze di vita.

Queste sue visioni, come fossero le follie del matto che sa vedere, prendono voce attraverso le pagine della prima parte, quella dove appunto No Family Man è veramente incazzato. Poi la sua incazzatura prende il sopravvento, c’è tutta questa tirata dove lui se la prende con i figli d’arte, emblema di certi privilegi e del mondo attuale in cui conta più il nome e meno la sostanza.

Questo non vuol dire che tutti coloro che hanno ereditato un nome e lo portano avanti nella loro professione non valgono niente, assolutamente no! Però succede che gli editori tendano a pubblicare perché uno è famoso fregandosene di che cosa pubblica, e non parlo solamente di libri, mi riferisco anche al settore musicale. Non so dove andrà questo libro, non so cosa succederà… immagino che alcuni leggendo queste cose terribili rideranno, altri si rattristeranno molto. Ci sarà qualcuno che s’incazzerà leggendo queste pagine, qualcun altro che si ritroverà… Non lo so, immagino, spero.

Massimiliano ForzaCiò che scrivo è la trasformazione di quello che passa nella mia mente, che succede a me in questa stupida vita, per quanto mi riguarda già vissuta per metà. Probabilmente vivrò bene e nel pieno delle mie forze ancora una decina, quindicina d’anni, per poi accompagnarmi ad una morìa di cellule. Allora mi basterà agitarmi e come i cani che si scuotono per levarsi via l’acqua di dosso, io farò cadere queste cellule morte, moribonde… splatt! Ecco, questo è lo spirito del libro, parlare male per dire bene. No Family Man potrebbe sembrare un libro molto cattivo: lo è, è un libro cattivo e indigesto come lo è la vita, che però ti dà una grande occasione per stare molto bene, per andare avanti, per trasformare, per aprire il proprio cuore, non solo la mente.
Questo, e trovo sia molto importante, sono riuscito in qualche modo a dirlo nei racconti che scrivo, perché il mio, voglio sottolinearlo, è un narrare per procedere.

SG: Come si concilia la tua attività di scrittore con la tua attività in campo musicale?

MF: Da tempo percorro un doppio binario, nel senso del comporre musica per il teatro e del narrare delle storie che scrivo. Anche se ci sono sempre delle parole di mezzo: nel teatro sottolineo i dialoghi attraverso la musica creando quasi un pensiero sotterraneo, nel caso della scrittura, invece, è il contrario. Si tratta sempre di parole, di comunicazione, non a caso, perché a questo punto non credo più minimamente nel caso! Sono proprio due attività che hanno un’enorme contatto tra loro.

Non mi piace definirmi un musicista, mi definisco una persona creativa che usa alcuni mezzi, che, bene o male, riesce a esprimersi attraverso la musica e le parole. Il teatro di prosa è il mio habitat professionale, è veramente l’ideale: non sarei un bravo musicista per un musical dove si tende a mettere in primo piano la musica e dopo le parole. Invece, mi affascina e mi stimola moltissimo riuscire a creare l’atmosfera giusta perché gli attori possano raccontare le parole che sono state scritte e pensate da un altro, il quale a sua volta ha visto e vissuto queste situazioni in prima persona. Al tempo stesso, scrivere musica mi porta ad approfondire il rapporto con il testo, a scoprire che è un testo contemporaneo, che si rifà al vissuto dell’autore. Com’è avvenuto nel caso di Una primavera difficile, tratto dal romanzo di Boris Pahor, dove c’è stato un incontro con l’autore. Lì ho potuto sentire che cosa raccontava direttamente, quale era il suo sguardo, percepire la sua energia, tutte cose che sono sempre in collegamento.

Se una persona riesce ad aprirsi, aprendo se stesso e il proprio cuore al mondo, non mancano mai i punti di contatto. Anche No Family Man, durante il suo simbolico viaggio in macchina dove pesca e ripesca, getta, si fa travolgere dalle sue visioni, incontra situazioni terribili che ha vissuto nella sua vita, anch’egli è un uomo che cerca l’apertura in questa terra nera, di nessuno, dove non ha nessun senso fermarsi, dove chi si ferma è perduto, dove ti chiedi che senso ha la sosta ma qualche volta si rende necessaria.
Non si sa se No Family Man si fermerà, non si sa se ce la farà, tuttavia lancia una speranza, la sua è una risata al veleno, che nessuno può sentire. Rimane racchiusa in questa sua automobile, in questo suo veicolo che procede e che spera di arrivare… ma sicuramente arriverà, non so se in questo libro o addirittura forse in un altro libro.

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