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Cinema

Jacques Baratier

Ragazze in vetrina

Jacques BaratierAll’interno de I Mille Occhi, festival internazionale del cinema e delle arti, il cinema francese riserva sempre gradite sorprese. Come l’omaggio di quest’anno a Jacques Baratier, classe 1918, regista di Le désordre a vingt ans, autentico cult-movie sulla Parigi esistenzialista degli anni Cinquanta ed i suoi leggendari protagonisti, da Boris Vian a Juliette Gréco, Raymond Queneau, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Sophie Desmarets, Jean Cocteau, Gabriel Pomerand.
A suon di jazz e be-bop sullo sfondo del quartiere Saint-Germain-des-Prés, le voci dei più celebri artisti e scrittori si intrecciano e si raccontano, tracciando il ritratto di un’epoca indimenticabile. Il film nasce dalla fusione di due documentari con il metodo del work in progress, che caratterizza il cinema di Baratier fin dai suoi esordi. La versione definitiva ha raggiunto la forma vista al festival I Mille Occhi attraverso un arco di tempo piuttosto lungo: dal 1949 al 1966. Attualmente Baratier lo sta sottoponendo ad un’ulteriore revisione, da cui il film uscirà ancora una volta radicalmente trasformato.

L’omaggio all’autore è proseguito con la proiezione di due cortometraggi, Paris la nuit e Eves Futures, e dell’ultimo lungometraggio Rien, voilà l’ordre, che racconta in chiave di commedia la vita all’interno della clinica psichiatrica di Rhien. Simpaticissimo e pieno di entusiasmo, il regista era accompagnato dalla moglie Catherine e da Jackie Raynal, autrice del documentario Autour de Baratier presentato a I Mille Occhi. Nel corso dell’intervista, le due donne si sono rivelate preziose testimoni della miriade di personaggi e luoghi che popolano il cinema di Baratier.

Sarah Gherbitz (SG): Le désordre a vingt ans è un film costruito in forma di work in progress. In questo momento a che punto è arrivato?

Jacques Baratier (JB): Sto lavorando alla nuova versione del film, che s’intitolerà Le beau désordre. Mi sarebbe piaciuto presentarlo qui, ma non è finito. Spero di tornare l’anno prossimo perché mi piace molto questo festival, lo trovo simpatico.
In realtà Le désordre a vingt ans è un film che ho fatto dopo quasi sessant’anni. Ho iniziato a fare il mio primo cortometraggio, che s’intitolava Désordre, esattamente 58 anni fa. Si trattava di un cortometraggio su Saint-Germain-des-Prés, dove ho vissuto gli anni più importanti della mia vita. Lì ho conosciuto un sacco di gente: amici, poeti e pittori… Quindi mi sarebbe piaciuto presentarlo nell’ultima versione ma sono stato comunque contento di quella che avete visto, perché ho trovato dei momenti, delle immagini che meritano di essere ripresi: infatti li riprenderò nel nuovo film.

È un film che mi tocca molto perché mi permette di ritrovare degli amici, delle persone che sono morte, e i molti momenti felici della mia vita. Come accade in tutti i miei film… Perché per me il bello del cinema è che non sparisce mai, si conserva e mi permette di ritrovare il mio passato, cioè la nostra vita, i momenti migliori che abbiamo vissuto.
Ora mia moglie mi porta un bicchiere di vino… et voilà! Voglio bere alla salute del festival e di Sergio (Germani, direttore del festival I Mille Occhi, nda), e di tutte le persone che sono qui con me: per me è l’occasione di ritrovare, ancora una volta, le persone che amo.

SG: Rispetto al gruppo composto da Truffaut, Godard, Chabrol ecc., lei è considerato un outsider. Qual è il suo rapporto con la nouvelle vague?

JB: Sono stato con loro a Cannes nei primi anni della nouvelle vague, ma non l’ho mai sentita troppo vicina. Il mio cinema è diverso, meno realista, almeno così mi sembra! È sicuramente più vicino al cinema classico, al cinema muto. Trovo la nouvelle vague un fenomeno comunque interessante, del quale ho fatto parte, mio malgrado, con un solo film che s’intitola…

Jackie Raynal e Catherine Baratier

Jacqueline Raynal (JR): Goha

JB: No! Prima!

Catherine Baratier (CB): Dragées au poivre

JB: Ecco, Dragées au poivre, un film completamente improvvisato e con pochi soldi. Devo dire che non mi dispiace perché amo lavorare con poca gente, ma con gente che è amica e che mi è vicina. Quando c’è troppa gente inizio a sentirmi smarrito. Per me il cinema non è un’industria, bensì un’arte. Mi piacerebbe è girare dei film musicali o artistici…

JR: Credevo che il tuo primo film fosse La poupée

JB: No, no…

JR: Era Dragées au piovre?

JB: Difficile dire qual è stato il mio primo film! Il primo come regista è un film che nessuno ha visto…

JR: Goha?

JB: No, molto prima! S’intitola Le château de sable, l’ho girato in Marocco, era proprio la mia prima prova… L’ho fatto perché volevo riprendere i resti dei palazzi che si sgretolano con le tempeste di sabbia…
E, poiché al momento di girare arrivò una tempesta, fu il mio film che andò distrutto… prima del palazzo!

JR: Oh mio Dio!

JB: Si salvò solo un pezzetto. Il produttore era Fasquelle, fondatore della famosa casa editrice ‘FasquellÈ, che mi aiutava per questo film… Avevo un solo operatore e praticamente non l’ho mai terminato. Poi uscì con un altro titolo, o meglio, quel poco che si era salvato della pellicola uscì con il titolo Les filles du

JR: Les filles du desert

CB: Les filles de soleil

JB: Esatto, Les filles de soleil. Così, tornato a Parigi, siccome non ero riuscito a fare un film sugli indigeni del Marocco decisi di farlo sugli indigeni di Saint-Germain-des Prés, e realizzai Désordre insieme a Gabriel Pomerand, il vero fondatore del lettrismo in Francia, che stimavo molto e ogni sera leggeva le sue poesie al Tabou…

Una scena del film

Abbiamo vissuto insieme per parecchio tempo, mi piaceva molto, lui ha un ruolo importante nella nuova versione del film a cui sto lavorando. Sono infatti riuscito a recuperare i frammenti censurati a causa dei dialoghi scritti da Pomerand, che all’epoca fecero scandalo, nessun produttore o distributore li accettava. Quindi ho rifatto il film con i testi autentici di Pomerand, chiedendo di leggerli a Jean Michel Ribes, direttore teatrale del teatro di Point-Ronde. E sono felice di riportare Pomerand al cinema dopo cinquant’anni: il mio primo amico è anche l’ultimo!
In generale ho sempre improvvisato, ma è grazie a queste improvvisazioni che descrivo la vita com’era davvero all’epoca di Saint-Germain-des-Prés.

SG: Abbiamo visto anche il suo cortometraggio Eves futures, un omaggio alla moda femminile, interamente realizzato con dei manichini al posto delle modelle. Com’è nata quest’idea?

JB: Adoro disegnare, ho spesso disegnato nudi femminili, per motivi che si possono immaginare (ride, nda) e avevo voglia di fare un film sulle modelle…

JR: Intendi le modelle di legno, quelle che si vedono nelle vetrine?

JB: Ecco, esatto, le modelle che si vedono nei negozi, nelle vetrine dei negozi. È un cortometraggio su commissione…

JR: Da chi è stato commissionato?

JB: Dalla Argos Film, vale a dire da Anatole Dauman, uno dei produttori che nella mia carriera mi ha capito e aiutato di più, e che stimavo molto. È proprio con lui che ho fatto Le désordre a vingt ans, molti anni dopo Désordre, sempre sullo stesso argomento, e più tardi anche Eves Futures, che è un titolo preso dal romanzo L’Eva futura di Villiers de l’Isle Adam, romanzo che poi non ho seguito. Più semplicemente, mi sono fatto un giro nelle fabbriche dove si costruiscono i manichini e lì mi sono divertito a vedere come li montano. La colonna sonora è del celebre compositore di colonne sonore George Delerue. Per me la musica si lega molto al cinema, così come mi piace molto fare dei film ispirati alla musica e alla danza.

SG: Perché ha scelto di ambientare il suo ultimo film Rien voilà l’ordre all’interno di una clinica psichiatrica?

JB: Sì, per il momento questo è il mio ultimo film… anche se già ho un altro progetto!
Per Rien voilà l’ordre ho una predilezione, perché è tratto da una sceneggiatura scritta da Jacques Besse, un grande poeta che viveva in una clinica psichiatrica. Una conoscenza di vecchia data, sempre da Saint-Germain-des-Prés. Lui suonava in un locale ed è stato lì che ci siamo incontrati! Poi venne ricoverato alla clinica La Borde per continuare a vivere dopo aver tentato il suicidio…

La locandina di Rien voilà l'ordreÈ stato un grandissimo poeta e musicista, tanto che ho messo la sua musica sia in questo film, che in quello in preparazione. Era un personaggio che mi piaceva moltissimo e ho fatto Rien voilà l’ordre in suo ricordo, con pochi mezzi ma in assoluta libertà, che per me è ben più importante. Ci sono attori fantastici, come Laurent Terzieff, l’interprete di Jacques Besse, che al momento di fare il film era già morto. Terzieff lo aveva conosciuto e lo ha interpretato con la mia stessa devozione. Poi c’è Claude Rich nei panni del medico, una straordinaria interpretazione…

La maggior parte dei dialoghi sono stati improvvisati sul set, sempre pensando a Jacques Besse, che nel film è rappresentato costretto a muoversi su una sedia a rotelle. La prima volta che ho visto Amira Casar era un’attrice principiante ma mi aveva colpito. Nell’arco di cinque minuti l’avevo già scritturata. Appena conosciuta, mi apparve il suo personaggio e, rivedendo il film ieri sera, mi sorprende riscoprire come la sua interpretazione corrisponda esattamente a ciò che cercavo. Si è rivelata un’attrice di gran classe, sono orgoglioso di averla nel mio ultimo film… sì, davvero una magnifica attrice, sempre sincera, dotata di una personalità profonda. Mi piacerebbe lavorare ancora con lei… non si sa mai!

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