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Cinema

Ruggero Deodato

Ultimo domicilio conosciuto

Locandina di Cannibal HolocaustComplice un’ondata di gelo siberiano, un folto pubblico si è presentato al multiplex Cinecity per assistere alla proiezione del film Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, evento organizzato dal festival Science Plus Fiction (Trieste, 12-18 novembre) in collaborazione con la rivista Nocturno. Una piccola folla composta da appassionati del cinema trash, giornalisti e spettatori curiosi, tra cui spiccava la presenza di moltissime ragazze, forse alla ricerca di una serata un po’ “diversa”.

La trama narra di una spedizione inviata in Amazzonia per ritrovare alcuni reporter d’assalto, recatisi nella giungla per effettuare un reportage sugli ultimi popoli cannibali di cui si sono perse misteriosamente le tracce. Dopo numerose peripezie, la spedizione ritrova solo pochi resti scheletrici dei giornalisti, assieme alle pellicole che essi hanno girato durante il loro viaggio. I filmati vengono poi riportati a New York per essere sviluppati, con la speranza di trovar in essi la soluzione della tragica fine dei reporter.

Non vi raccontiamo il resto della storia, perché sarebbe un po’ come svelare il finale di una barzelletta. Si tratta comunque di un film controverso e discusso, censurato in molti paesi, anche perché, inizialmente, vennero spacciate per vere le immagini riprese dai reporter, e che è diventato un vero e proprio cult-movie dopo l’uscita di Blair Witch project. In realtà, Deodato, che ha debuttato dietro alla macchina da presa come assistente di registi del calibro di Roberto Rossellini, Losey, Bolognini e Sergio Corbucci, si è avvicinato al cinema fantascientifico e horror dopo aver lavorato con Antonio Margheriti. Il regista è decisamente più apprezzato in America che in Europa, dove fatica a scrollarsi l’etichetta di ‘Monsieur Cannibal’ che i media gli hanno cucito addosso.

Sarah Gherbitz (SG): Come nacque l’idea del film Cannibal Holocaust?

 

Ruggero Deodato (RD): L’idea di Cannibal Holocaust mi è stata suggerita praticamente da mio figlio che all’epoca aveva appena sette anni. Io ero costretto a vedere i telegiornali, lui poverino veniva dietro di me dicendo “ma papà spegni questa televisione, ci sono sempre sangue e morti”, e tutti i giorni era la stessa storia. Gli rispondevo “ma tu devi dormire a quest’ora”. Purtroppo vedeva queste immagini e ne restava sconvolto.

 

Allora mi sono reso conto di quanto potere avessere i giornalisti, in grado di sfruttare il mezzo televisivo a proprio piacimento. Ti fanno vedere cose scioccanti, le creano, se non le trovano le falsificano. Noi registi invece facendo dei film normali, regolari, andiamo sempre in censura, subiamo i diciotto anni, subiamo anche l’eventualità di dover bruciare il film… Oltre tutto, il film forte che cerchiamo di fare noi è per un pubblico adulto, allora perché loro poi hanno tutti quel tipo di facilità e non sono costretti a porsi determinati problemi?

Così mi è venuta l’ispirazione di fare un film dove si attaccavano i media, e questi giornalisti che vanno a fare degli scoop e, se non li trovano, se li creano. Insieme allo sceneggiatore, quindi, abbiamo cominciato a scrivere questa storia che è venuta subito, rapidamente, tanto che la trama di Cannibal Holocaust si può raccontare in cinque parole. Quando una storia si può raccontare in poche parole, vuol dire che funziona.

SG: La maggior parte delle riprese sono state realizzate nella foresta amazzonica. Come è stata scelta la location?

Una scena di Cannibal Holocaust

RD: Avevamo pensato subito alla Colombia perché lì avevano fatto dei film italiani come Queimada di Pontecorvo e tutti mi suggerivano di andare nelle vicinanze di Cartagena, dove c’è il Rio Negro e dove avrei potuto trovare la giungla. Facendo dei sopralluoghi là mi sono reso conto che non c’entravano niente con la giungla, io avevo in testa ancora la giungla pluviale della Malesia, dove avevo fatto Ultimo mondo cannibale, quindi questa non mi sembrava giusta.

 

Stavo con questo vecchio produttore, uno esperto che aveva lavorato nei film di Sergio Leone, e gli dico: ‘senti, Checco, purtroppo qua non riesco a trovare niente, qui non mi piace’. ‘Vabbè, allora torniamo in Italia’. Partimmo per Bogotà per prendere l’aereo e tornare in Italia, ma in quel periodo c’era un fermo dei DC 10 perché erano instabili, la Douglas voleva ritirarli. Così siamo rimasti due giorni bloccati in aeroporto. Lì feci amicizia con un documentarista colombiano, gli raccontai delle peripezie e delle locations che avevo visto. Lui mi chiese subito se avevo visto tutta la Colombia e mi consigliò di andare dall’altra parte rispetto a dove ero stato io, vicino a Catagena. “Vai verso il Rio delle Amazzoni in una cittadina che si chiamava Leticia: quella ti piacerà senz’altro’ mi disse.

Quando comunicai al produttore che si partiva per Leticia anziché per Roma, mi rispose che ero matto, che lui non sarebbe venuto. Invece tanto ho fatto che lo costrinsi a venire e appena arrivati capii che li si poteva fare il film. Il produttore sbraitava e si rifiutò di accompagnarmi in altri sopralluoghi, così ci andai da solo in una piroga con un piccolo motore. Dopo un po’, mi raggiunse anche lui con un motoscafone e continuammo assieme. Il posto, davvero straordinario, naturalmente piacque anche a lui e così abbiamo fatto il film!

SG: Accanto agli attori professionisti, avete lavorato con gli indios del posto: quali difficoltà avete incontrato con loro?

 

RD: Il cast principale l’ho trovato tutto a New York. Andai all’Actor’s Studio perché mi servivano quattro giovani attori, ‘vergini’, non dovevano aver fatto nessun film, gli si fece pure un contratto in cui venne stabilito che, dopo Cannibal Holocaust, non dovevano apparire in altri film almeno per un anno. Eravamo d’accordo di far credere che fossero morti, dispersi durante le riprese in Amazzonia. Ovviamente era tutto un bluff per creare pubblicità intorno al film.

Poi partimmo per Leticia e il resto del cast l’ho trovato lì. C’erano vari tipi di indios: colombiani, brasiliani e peruviani. Ho fatto un po’ di stage con queste tribù di indios e ho scoperto che i brasiliani erano più intelligenti degli altri. I peruviani e i colombiani erano sempre un po’ abbruttiti dalla civiltà… i brasiliani vivevano ancora negli stessi posti, usavano le medicine del posto, i prodotti locali, mentre gli altri erano un po’ più attaccati alla civiltà e quindi avevano le malattie dei bianchi, dovevano avere per forza degli antibiotici e avevano grosse pance. Gli indios brasiliani erano assolutamente integri, con fisici perfetti.

 

La comunicazione è stata difficile con alcuni membri della tribù, salvo il capo. Mi ricordo che si chiamava Tunce e con lui ho avuto molto dialogo. Non riesco a capire neanche in quale linguaggio perché lui non parlava né portoghese né spagnolo né inglese, però, qualsiasi cosa lui dicesse la capivo. Praticamente ci capivamo a gesti e mugolii e mi sono reso conto che lui sapeva imitare benissimo. Allora gli davo degli esempi di recitazione, e lui li metteva in pratica.

SG: Lei si è cimentato con la regia di film molto diversi in genere tra loro: ce n’è uno che ancora le manca e che le piacerebbe affrontare in futuro?

Ruggero Deodato

 

RD: Sì, mi definiscono un regista eclettico, all’americana. Il mio collega Luigi Magni dice ‘Deodato è l’americano’. Ho abbracciato un po’ tutto quanto, ho fatto telefilm, film polizieschi, thriller, erotici, drammatici… di tutto. Forse un solo filone per una serie di motivi non sono riuscito ad abbracciare, e forse è il filone che amo di più, cioè il film storico in costume. Ne ho fatto uno solo, Zenabel.

A me piace il Settecento, perché mi è rimasto il fascino di quando facevo l’aiuto con Mauro Bolognini, che è stato uno dei miei maestri. Facevamo il film Mademoiselle de Maupin, e lui mi aveva insegnato a vedere i quadri dell’epoca, pittori come Fragonard, Hoggarth… a vedere i quadri, ricomporre il set e le comparse, metterle negli stessi movimenti e creare lo stesso ambiente. Io ero molto affascinato da tutto ciò. Stavo per fare una serie televisiva sul Settecento, poi all’ultimo momento il lavoro è saltato. Quindi, fare un film, magari un thriller, su quest’epoca mi piacerebbe molto e mi manca.

SG: Prossimi progetti?

 

RD: Per il momento ho due progetti: uno è un film realistico molto forte, si chiama Natas, il contrario è Satàn. È un film praticamente molto odierno perché è la storia di due ragazze che uccidono l’amica per nulla, per divertimento.
Il secondo è un film che mi richiedono in tutto il mondo perché vorrebbero un cannibale… però, l’idea di fare un cannibale nelle foreste non mi piace perché credo non esistano più. Bisognerebbe lasciarli in pace perché penso siano migliori di noi. Vorrei fare un cannibale metropolitano che in questo momento è molto più attuale.

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