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Cinema

A caccia della balena bianca

Su Capitaine Achab di Philippe Ramos e Moby Dick di John Huston

Locandina del film Moby DickLa vita di un personaggio di finzione, normalmente, non è qualcosa che si ricostruisce, e di certo non attraverso il racconto delle persone che l’hanno conosciuto. Proprio su questo controsenso si basa il ritratto di Philippe Ramos, che traccia la vita non detta del Capitano Achab, componendo un adattamento letterario al negativo, o meglio, un adattamento fuori campo, nella scrittura come nella messa in scena. Laddove il romanzo di Melville ci lasciava volutamente all’oscuro sulle vicissitudini che avevano portato Achab a diventare il più famoso tra i cacciatori di balene di Nantucket, Ramos ne ricostruisce la storia fin dall’infanzia, in una sorta di “prequel” in cinque capitoli narrati da personaggi, in parte inventati, che ne hanno condiviso le traversie, dal padre all’ufficiale Starbuck.

Capitaine Achab suggerisce allora l’ottima occasione per discutere sul rapporto tra cinema e letteratura. Sarà utile accostarlo al classico di John Huston, del 1956, seconda versione cinematografica di Moby Dick, che sembra impiegare un procedimento opposto a quello di Ramos nell’adattamento. Trovando, dunque, in alcuni caratteri rilevanti — la narrazione, i volti e la donna — il motivo della differenza tra due pellicole, che interpretano, perché ogni adattamento letterario è anche un’interpretazione, uno stesso romanzo: Moby Dick o la Balena bianca.

La narrazione

Con il noto “Chiamatemi Ismael” che dà inizio al romanzo di Melville si apre anche la pellicola di John Huston, fedele nel riprendere interi passi del testo nella voce off, grazie all’incarnazione del narratore in un personaggio laterale, Ismael. Il Moby Dick di Huston è un classico film d’avventura che basandosi sul testo letterario presenta una costruzione epica tradizionale. La figura di Achab si presenta, fin da subito, come un’ombra leggendaria che si aggira per le vie di New Belfort, e le sue pulsioni oscure, si fondono con il mito della sua figura. Quasi un’ombra metafisica proveniente da un altro mondo, la cui condotta sembra spinta da motivazioni che trascendono la vita degli altri personaggi.

Diverso l’approccio di Philippe Ramos, che traccia la vicenda implicita, quella forse immaginifica e potenziale, intorno al personaggio così come lo descrive Melville. Ismael si frammenta allora nei cinque personaggi che ritraggono il Capitano Achab così come l’hanno conosciuto: il padre, la zia, Rose, il prete che lo accudisce, la sua unica compagna, Anna, e l’ufficiale del Pequod, Starbuck. Ramos racconta al negativo, suggerisce attraverso metafore e indici: mostra gli alberi per parlare del mare, parla dell’odore del muschio per suggerire la salsedine, i volti per descrivere i paesaggi, le donne e il sesso per raccontare la più virile delle storie, l’infanzia per descrivere un’adulta caccia al nemico.

Procedendo per ellissi che cancellano i passaggi fondamentali della storia (come Achab è divenuto capitano, come ha trovato Moby Dick, cosa lo lega al mostro bianco), Ramos forma un quadro frammentario eppure completo. Procedimento che si ritrova nella regia, premiata a Locarno, dove ogni azione è privata del fatto cruciale, inizia in medias res o finisce prima di quando dovrebbe. Ne è l’esempio la magnifica scena dell’assassinio del padre: in qualche modo suggerito e non mostrato, occultando il punto cruciale dell’azione, l’omicidio stesso. L’uomo entra nella tenda dove trova Louise a letto con un pittore. Impugna un coltello. La donna esce, osserva la tenda e la macchina da presa indugia sul suo volto. Dalla tenda esce il padre. La macchina da presa segue il volto di lui, a mezzo busto, in steady cam. Il padre si avvicina a Louise, la accarezza, si accascia premendo una mano sul ventre insanguinato e muore. Ecco dunque che in un intreccio già fuori rispetto al romanzo di Melville, Ramos, in una scena portante, pone la macchina da presa stessa fuori campo (fuori della tenda, fuori del luogo dove avviene il fatto). Si mostra l’azione attraverso il volto, immagine-affezione, e dunque primo luogo della sensibilità visiva. E si ricostruisce il non-detto nella vita del personaggio, ma attraverso una regia che riempie la narrazione di altri non detti, di altre ellissi, come a dimostrare che nella finzione, come nella realtà, nulla può essere portato a compimento.

Scena del film Moby Dick

“Prima di scrivere la sceneggiatura non ho riletto il romanzo di Melville. Ho preferito lasciarmi trasportare dalle suggestioni che si erano ormai interiorizzate. Vi sono ritornato durante la scrittura, spesso per trovarvi delle conferme, o delle verifiche alle immagini che avevo in mente”. Lo stesso procedimento della scrittura cinematografica, così come l’ha descritto Ramos, è un’operazione volutamente infedele al testo e vicina piuttosto al suo fascino. “Un giorno, ho fatto sedere Achab davanti a me, ho tirato fuori i miei pennelli e ho tracciato sulla tela un viso… Su quel viso c’era scritta una vita.”

I volti

Non pareva avesse segni comuni di malattie fisiche, né di convalescenza. Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza. La sua figura, alta e grande, sembrava fatta di solido bronzo e modellata in un indistruttibile stampo, come il Perseo fuso del Cellini. Una cicatrice sottile come una bacchetta, vividamente bianca, si vedeva partire dal mezzo dei capelli grigi e scendere dritta su un lato del volto e del collo, rossigno e bruciato, fino a sparire negli abiti. Se portasse quella cicatrice dalla nascita o se fosse lo sfregio di qualche ferita disperata nessuno poteva saperlo.

Herman Melville, Moby Dick

“Un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra”: l’immagine che Melville dà di Achab, alla sua prima apparizione visibile da Ismael (che, lo ricordiamo, avviene dopo ben 160 pagine di romanzo) è l’immagine di un uomo che porta sul suo corpo i segni della sofferenza passata. Le impronte della sua vita da marinaio sono iscritte sulla superficie e la cicatrice sul volto è solo lo sfogo più eclatante di un volto già eroso dal tempo e da indicibili avventure. Ma quello di Achab è soprattutto un corpo culturalmente costruito:

…durante la navigazione non furono fatte allusioni, o ben poche, alla cosa, specie da parte degli ufficiali. Ma una volta, un maggiore di Tashtego, tra l’equipaggio, un vecchio indiano Capo Allegro, affermò, con superstizione che Ahab era stato segnato in quel modo non prima di quarant’anni, e non nella furia di qualche rissa mortale ma in una lotta con gli elementi, sul mare. Pure questa fantastica idea sembrava smentita da ciò che insinuava un uomo grigio, originario di Man, un vecchio sepolcrale che non avendo salpato altre volte da Nantucket, non aveva mai posato l’occhio sul fiero Ahab.

Ed ecco che la vera natura di Achab si fa strada non nella realtà degli avvenimenti ma nella leggenda che lo circonda. Il corpo è solo il segno del mito, la sua immagine è costituita da esso, ne vive e lo alimenta. Una sorta d’identità culturale, dove la distinzione tra ciò che si dice attorno a lui e ciò ch’egli veramente è si fa labile fino a sparire.

Il volto di Gregory Peck, pulito e tagliato dalla cicatrice bianca, con un curioso effetto di meche persino sui capelli scuri, più che un’intera vita disturbata, sembra portare in quella ferita tutto il rancore contro la balena. Al punto che la ferita stessa sembra la causa dell’aumento graduale dell’ossessione per Moby Dick che costringerà l’intero equipaggio a seguirlo in una caccia suicida. In quella ferita bianca, secondo Huston, c’è il motivo della vendetta, mentre per Ramos il volto è già di per sé l’iscrizione delle impronte del passato. Come quello di Denis Levant, che nel ruolo di Achab si presenta oscuro, in qualche modo misterioso e che porta già i segni del vissuto, indipendentemente dal taglio, presente o no sulla fronte. E persino nel giovane Virgil Leclaire, interprete di Achab da bambino, vediamo lo sguardo di un ragazzino che porta un qualche oscuro segreto, che nel profondo degli occhi nasconde il proprio breve, ma già intenso passato. E al tempo stesso mira al futuro con orgoglio. Il volto, nella pellicola di Ramos, è allora la figura apparentemente più importante, in esso si riflette il paesaggio, l’odore di salsedine e di muschio della foresta. Negli occhi del giovane Achab e poi in quelli del capitano ormai già costretto a zoppicare su un osso di balena al posto della gamba, si specchia l’orizzonte del mare.

La donna

Che quello di Melville fosse un romanzo dalla forte componente virile è qualcosa che Huston ha ben messo in luce nel suo adattamento. Il film del ’56 è esclusivamente al maschile, le scene sono forti, epiche, parlano di un mondo marinaio alle prese con la forza del mare, dove lo stesso equipaggio del Peqod si fa trascinare da Achab in un’ossessione smisurata verso Ora, la balena bianca, nell’originale, è in realtà un capodoglio (al maschile). Sarebbe dunque azzardato interpretare proprio nella figura di Moby Dick la femminilità mancante?

Scena del film Moby Dick

Nel Capitaine Achab di Ramos, Moby Dick sembra incarnare il femmineo del mare (la mer, femminile, in francese). Ogni capitolo della pellicola racconta il rapporto di Achab con una donna. Nel primo, per assenza e nel rapporto col padre, si parla della madre scomparsa e della sua “reincarnazione” nella giovane compagna, Louise. Nel secondo, la zia Rose incarna un rapporto conflittuale di amore/odio cui il giovane Achab non può che fuggire. Il terzo episodio descrive la presenza del mare, la sua entrata in scena, in qualche sorta a soppiantare la mancanza dell’elemento femminile ma anche dell’elemento spirituale (il prete che lo accudisce e non riesce a evitare il suo avvicinamento al mare con il conseguente allontanamento dalla Chiesa). Elemento spirituale che è d’altronde molto presente nel romanzo di Mellville come nel film di Huston e che viene quasi obliato da Ramos, che lo sostituisce introducendo l’idea della donna. Nel quarto entra in scena Anna, la compagna che lo ritrova, senza una gamba, dopo lo scontro avvenuto/immaginato con il mostro bianco. Nel quinto e ultimo capitolo del film, l’unico contemporaneo alle vicende narrate in Moby Dick, il rapporto è con la balena stessa, ossessione di Achab.

In Huston la conflittualità maggiore si aveva tra Achab e Starbuck, laddove il primo interpretava l’idea dello scontro irrazionale e il secondo la ragione, in parte legata all’apparato di Stato burocratico che il Pequod avrebbe dovuto seguire. Il conflitto tra il polo razionale e quello selvaggio viene in qualche modo traslato, in Ramos, nel conflitto tra Achab e la misteriosa balena, con la conseguenza che la brutalità della forza della natura trascina Achab in un pensiero tanto irrazionale e brutale, ossessionato e folle, da farlo sprofondare nelle acque con la balena stessa. La balena vince e Achab si adegua al suo mondo, sprofonda insieme a lei nel mare e ne diviene parte. La forza del film di Huston, invece, è quella di rendere questa opposizione interiore, una lotta contro l’oscurità dell’animo umano che prende forma nel personaggio di Achab, personaggio metafisico e sconvolto da pulsioni interne non riconducibili alla vita terrena.

Evidentemente, il Moby Dick di Melville contiene entrambe le prospettive: il conflitto tra Achab, il mare e la balena, e quello tra Starbuck e Achab. Huston porta alla luce attualizzandolo il rapporto con Starbuck e lo rende portante nella narrazione. L’intento di Ramos pare quello di una ricostruzione psicanalitica dei motivi dell’ossessione di Achab (nonostante lo stesso Ramos abbia dichiarato di aver fatto di tutto per evitare le interpretazioni psicanalitiche). Il rapporto mancato con la madre definisce una serie di disturbi nella relazione con la femminilità che rendono la relazione con l’Altro, in questo caso la donna incarnata in Moby Dick, talmente esasperato da finire in un’adesione, quella di Achab che si lancia nelle profondità marine insieme alla balena. Ramos tenta di dare un volto all’oscura pulsione descritta nel romanzo, dove la vendetta per la perdita della gamba, motivo principale del film di Huston, non era sufficiente a giustificare un simile odio.

Nonostante i dubbi che possono sorgere in merito a una ricostruzione di questo tipo per un personaggio di finzione, Ramos convince, anche solo grazie alla metafora della primissima immagine del film. La pelle bianca della donna (la madre), che rinvia al colore bianco di Moby Dick.

Divergenze

Scena del film Moby DickSe quella di Huston, nel narrare Moby Dick, sembra una parafrasi che cambia il mezzo impiegato, passando dal romanzo al cinema con evidente perdita di spessore, il Capitaine Achab di Ramos è un vero interpretante, in senso peirciano. L’interpretazione è secondo Charles Sanders Peirce sempre una traduzione, dove il punto di vista modula secondo un certo rispetto l’oggetto di riferimento. A cambiare, nei due adattamenti, è proprio la prospettiva adottata: da una parte, si usa la narrazione e la si trasferisce nella prospettiva cinematografica decretando la sconfitta del cinema di fronte alla letteratura; dall’altra, si esprime per immagini concatenate il fascino del romanzo, in una reinterpretazione spesso disequilibrata ma appunto per questo interessante e coraggiosa.

L’adattamento letterario, dunque, sembra più riuscito non quando si fa della narrazione l’oggetto di riferimento, ma piuttosto nel restituire il fascino mitico che gravita attorno all’opera, frutto della cultura stessa che lo interpreta al di fuori del testo. Così come l’identità di Achab è indiscernibile da realtà e leggenda, l’adattamento non può fermarsi al testo in sé ma è costretto a cercare al di fuori di esso il motivo del suo senso, in altri testi, altre forme che l’hanno recepito e rimodulato. Ma questa è un’altra storia.

Riferimenti bibliografici

Deleuze, Gilles, L’image-mouvement: cinema 1, Paris: Les Editions de Minuit (tr.it. L’immagine-movimento, Milano: Ubu Libri, 1984)
Eco, Umberto, Lector in fabula, Milano: Bompiani, 1979
Herman, Melville, Moby Dick, 1851 (trad. it.: Milano: Mondadori, 2004)
Peirce, Charles Sanders, Collected Papers of Charles Sanders Peirce, voll. I-VI, edited by A.W. Burks, 1958, Cambridge (Mass.): Belknap Press, 1931-35

Filmografia

Moby Dick, 1956, diretto da John Huston, con Gregory Peck, Edric Connor, Leo Genn, Orson Welles, Durata: 116 min. Produzione USA
Capitaine Achab, 2007, diretto da Philippe Ramos, con Denis Levant, Jacques Bonnaffé, bernard Blancan, Virgil Leclaire, Durata: 100 min. Produzione Francia

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