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Cinema

Panoramiche del reale dall’est

Trieste Film Festival 2008

Finalmente, il cinema dell’Est Europa è entrato nelle sale cinematografiche. E non quelle dei maggiori festival internazionali, dove presenzia da sempre, ma quelle commerciali, i piccoli e grandi avamposti della cultura cinematografica occidentale.

Immagine di uno dei film in concorso al Trieste Film Festival 2008

Il passo è recente ma fondamentale, tanto è vero che anche l’Academy se n’è accorta, accordando l’Oscar come miglior film straniero all’austriaco Il falsario di Stefan Ruzowitzky (e mettendo in nomination altre tre opere provenienti dall’area). Il mercato, insomma, comincia a contemplare seriamente i film dell’Europa centrorientale e per questo dobbiamo guardare ancora con maggior interesse al Trieste Film Festival, che ha il merito di aver portato quelle cinematografie in Italia in tempi non sospetti.

Oggi che molte dittature sono cadute, e che alcuni registi in patria non sono più un tabù, la kermesse organizzata dall’Associazione Alpe Adria Cinema offre sia la vetrina delle nuove tendenze dell’area sia un prezioso amarcord di altri tempi e di altre geopolitiche con i maestri che hanno partorito. Come l’ungherese István Gaál, protagonista di una corposa retrospettiva alla quale aveva personalmente collaborato prima della sua scomparsa, lo scorso settembre. Gaál fu un attento narratore dei vizi e delle bellezze della sua terra, a partire dal film d’esordio «Sodrásban » (Nella corrente), del 1963, ma anche con i noti Holt Vidék (Paesaggio morto) e Magasiskola (I falchi), in cui racconta lo scempio della burocrazia e del potere ossessivo. Il Trieste Film Festival ha omaggiato anche un uomo che ha fatto, da critico e sceneggiatore, la storia del cinema italiano: Tullio Kezich. A lui è stata dedicata la seconda tappa del progetto “Lo schermo triestino”, organizzata in collaborazione con la Facoltà di Scienze dell’Educazione, con una retrospettiva delle opere che ha sceneggiato e un occhio particolare a quelle tratte dai romanzi di Italo Svevo. E proprio per accompagnare Senilità, il film di Mauro Bolognini del 1962, a Trieste sono arrivate Claudia Cardinale, che in quella pellicola vestiva i panni della tremenda Angiolina, e Betsy Blair, che interpretava Amalia Brentani.

Il concorso ufficiale, invece, ha proposto tredici opere inedite in Italia, eterogenee sia per provenienza che per temi, ma accomunate dalla voglia e dalla necessità di riflettere sul presente. La giuria, alla fine, ha premiato come miglior film Piazza del Redentore dei polacchi Krzysztof Krauze e Joanna Kos-Krauze, ma molti altri titoli avrebbero meritato il medesimo riconoscimento. Ne citiamo tre, di generi completamente diversi. Tempo di morire della polacca Dorota Kedzierzawska è un’accorata parabola universale sul valore dell’essere vecchi, in una società che ha perso ogni rispetto e fascinazione per gli anziani.

Immagine di uno dei film in concorso al Trieste Film Festival 2008

Il film, giustamente fotografato in un lirico bianco e nero, è stato scritto per la straordinaria attrice Danuta Szaflarska, bellissima con le sue mani nodose, il volto segnato e i piccoli vezzi da signora. La trappola, del serbo Srdan Golubović, è un noir metropolitano su un uomo che, per salvare la figlioletta affetta da una rara malattia, accetta di diventare un killer. Il regista stesso l’ha definito un “Delitto e castigo balcanico”, cercando riferimenti alla «Serbia del dopo Milosevic, dove non c’è più la guerra, ma un deserto morale ed esistenziale». Senza voler andare troppo lontano, è un film di genere ben girato e compatto che, appunto, avviluppa lo spettatore in una soffocante trappola morale. Infine, “Import Export” del regista austriaco Ulrich Seidl è un viaggio al limite del documentario nella vita di Olga, infermiera ucraina che trova lavoro a Vienna, e Paul, giovane viennese borderline che commercia in videopoker nelle repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Del tutto coerente col suo stile, lo stesso che l’ha reso celebre a livello internazionale con il film Canicola del 2001, Seidl imbocca la via del racconto ghiacciato, anaffettivo e grottesco, in cui sono più gli oggetti e i gesti quotidiani, piuttosto che le parole e le espressioni, a raccontarci il mondo interiore dei protagonisti.

Se al nostro cinema si rimprovera spesso di non saper più raccontare la realtà dell’Italia di oggi, a quello dell’est Europa bisogna invece riconoscere la capacità di restare prepotente testimone della sua gente e della sua società. Tanto è vero che una delle sezioni più ricche e interessanti del Trieste Film Festival è stata anche quest’anno quella dedicata ai documentari, ventiquattro squarci su realtà tanto prossime quanto quasi sconosciute. Tra i piccoli racconti di vita quotidiana e i film più propriamente politici, emerge forte la memoria degli anni comunisti come traccia inestirpabile del passato e del presente. Un esempio significativo è I bambini della collina di Petriček di Miran Zupanič che, per la prima volta, alza il velo sulla storia drammatica dei figli dei collaborazionisti sloveni dopo la Seconda Guerra Mondiale. I bimbi vennero separati dai genitori e rinchiusi nel campo di Petriček, rieducati e costretti a dimenticare la propria identità. Dalla Romania arriva invece Onde fredde, documentario sugli attacchi di Ceausescu a Radio Europa Libera, finanziata dagli americani e collocata in zone confinanti con la cortina di ferro. Il regista Alexandru Solomon racconta con tragica ironia episodi che, se non fossero ampiamente documentati, potrebbero sembrare gli stralci di una spy story da guerra fredda: il dittatore creò un’unità speciale in seno alla polizia segreta per mettere a punto attentati bombaroli alla sede dell’emittente e, verosimilmente, fu legato alla strana morte di tre direttori per esposizione a materiali radioattivi.

Immagine di uno dei film in concorso al Trieste Film Festival 2008

Alla fine, però, la giuria ha proposto per la sezione un premio ex aequo all’estone Piazza Kalinovski di Jurij Chaščevatskij e a La vita è un’unica lunga giornata della tedesca Svenja Klüh. Il primo, mettendo insieme filmati rubati con la telecamera nascosta e un efficacissimo commento fuori campo, racconta le dubbie elezioni di Lubašenko in Bielorussia, mentre il secondo segue con delicatezza una vita come tante, eppure esemplare dell’epoca contemporanea: quella di una ventiduenne alle prese con una figlia di tre anni, un fidanzato dal lavoro saltuario e giornate tutte uguali.

Il premio CEI (Central European Initiative) è andato invece al documentario San Sanyč del regista moldavo ventunenne George Agadjanean, che ha seguito per un anno intero la quotidianità di Saša, un bambino solo e disagiato. Il degrado in cui Saša vive in una lercia stanzetta stipata di cianfrusaglie, l’indifferenza del padre alcolizzato, l’inutile moralità di una zia che quasi non se ne occupa vengono spiate con rispetto da una macchina da presa quasi diventata un confidente. Il regista è uno dei giovani talenti del cinema moldavo insieme a Dumitru Marian, coordinatore nazionale del progetto «Cross-Border Cinema Culture» per la valorizzazione del patrimonio filmico di Moldavia, Armenia, Georgia e Ucraina, e ad Ana Felicia Scutelnicu, che con Fra i muri ha vinto il premio del pubblico per il miglior cortometraggio. I tre, tutti presenti al festival, hanno testimoniato come il cinema della Moldavia pian piano stia rinascendo e si stia affrancando dalla tradizione precedente all’indipendenza del 1991, legata quasi esclusivamente ai film fatti per l’Unione Sovietica.

Immagine di uno dei film in concorso al Trieste Film Festival 2008

La stessa voglia di fare cinema, seppur con pochissimi mezzi, è raccontata anche dal documentario Chişinâu di Corso Salani, uno dei sei film della serie Confini d’Europa presentata al Trieste Film Festival e passata anche nelle notti di “Fuori Orario” su Rai Tre. A Chişinâu, capitale della Moldavia, Salani ha seguito una giovane studentessa di cinema per il Paese, scoprendone tradizioni e contraddizioni, la contaminazione con la vicina Romania e le vestigia dell’ex URSS. E chissà che la protagonista, nei prossimi anni, non debutti proprio al Trieste Film Festival, che per i giovani talenti ha sempre avuto buon occhio.

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