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Scrittura

Vienna, un nido pindarico

Foto di Vienna scattata da Paolo GhiottiGirovago nel Ring degli equilibri annullato e assorbito, al tempo stesso, da chiare architetture di matrice laica. La riflessione si muove unisona al passo tra queste veroniche del “civile decoro”, proprio dove vennero abbattute, dopo il 1848, le possenti mura che Vienna oppose all’invasione ottomana. L’intelligenza intellettuale e la modernità fiorirono qui, sulle ceneri asburgiche e tra le note di Mahler, quanto un’araba fenice. Sbalordisco al pensiero che pure a Trieste la medesima ondata storica sradicò via la cinta di difesa, simbolo del timore, per sviluppare quella ricchezza per la città che divenne poi porto, emporio, la fortuna oggi perduta. Giro a nostalgia tra le linee di questa capitale che riconosco così mia e che rende Roma improvvisamente estranea, distante… in cronica crisi di governo e di eticità.

Tutto mi accade senza metter giù una riga, senza comprendere i toni d’una lingua solo apparentemente dura. Cos’è quel percepire un denso senso di patria nonostante il suono di chi ho attorno non coincida con il mio? Come posso sentirmi così a Sud, mi chiedo?
Al risveglio, Marina mi appare accanto, come figlia addormentata di quelle esili e sensuali figure che, a turno, Klimt o Schiele amavano ritrarre con segno sicuro, e delle quali abbiamo fatto ingordigia d’occhi. Dorme ancora, eppure la bellezza colta ieri si plasma in una creatura viva, si fa su opera d’arte ancor più viva, quasi rigenerata.
Ecco allora che il cenno è limpido: la poesia si trova rintanata in certi angoli della vita ereditata e sarebbe penoso tradurla in versi, o all’interno di qualsivoglia struttura, imprigionarla.

Il poeta è uno stato d’animo, un sensore che giace sfalsato su piani differenti di spazio e di tempo, naufrago cosciente delle sensazioni pure. Soltanto in quei lembi della vita amalgamata all’arte in un tutto sinfonico, può accadere che Marina si mescoli, nel suo letto, ai serpenti d’acqua colti nei musei il giorno prima, proprio come le aspirazioni dell’umanità ornano il fregio dell’inno alla vita nella casa della secessione. Oggi, né scrittura né sintassi valgono quasi più la pena o la penna: troppe regole e regolamenti a Lei estranei, e padrini, la ritmano e la fiaccano. La vita moderna ci concede solo lampi, improvvisi e sfolgoranti; ciò che Schiller chiamava musica. Musica in grande, o pittura, quando non renda folli, o al limite una macchina da cucire, una Singer. Ecco, così sì: farsi poeta è divenire il filo di una Singer che tratta ghirigori per gli altri, tra il tempo e lo spazio, per casualità e non per causalità! E questo lo dico io, laico politeista che ha ereditato i plagi di Rilke con sublime dolore:

Non basta la semplice pietà
per cambiare il male
in bene del mondo.

La mutazione avviene
su una lieve intuizione
che conquisti l’intimo,
poco a poco.

oppure:

Il Poeta è un anemone
pronto ad aprirsi
per accogliere sole e vita…

tanto

da non riuscire a richiudersi
nella natura del buio.

Fino a morirne
di troppa notte,
così rimasto…

Aperto

Foto di Vienna scattata da Paolo GhiottiVienna si rivela ricettacolo etnico in grado di mutarsi in parnaso, quando, discutendo all’adunanza radunata qui da mezza Europa per festeggiare il compleanno di un’amica comune di Havana, salta fuori quanto sia impossibile per ognuno di noi mutarsi addosso l’esistenza. Solo illusione od ornamento liberty di uno stato d’animo? A quarant’anni il lavoro che hai te lo tieni ben stretto. Mollarlo, si tramuterebbe in un doppio salto mortale nel vuoto… e questa è pratica quotidiana con la quale fare i conti, per chi vive la dicotomia di sentire l’arte aderente en plein air alla propria vita! Assieme a Marina, e alle serpi d’acqua che, ai miei occhi, l’anima di questa città le ha miscelato misteriosamente nell’intimo, verremmo a vivere nella capitale molto volentieri… ma dopo i trent’anni un tale desiderio si trasforma quasi in barzelletta: una baggianata, una stravaganza tipica di poeti senza arte né parte.
Ma dov’è, allora, libero l’essere umano? E che può fare per esserlo?

Bizzarro ritrovarsi di fronte quesiti del genere nella patria che fu del professor Freud, e per di più stanchi di un sistema che si ritiene vincente, solo perché erede di coloro che novant’anni or sono fiaccarono l’idea mitteleuropea di un continente confederale libero da guerre, proteso verso una crescita economica che assicurasse benessere alla maggioranza dei suoi concittadini. L’idea della vecchia Europa come nuova guida del mondo. Questo microcosmo innamorato del macro, non fu soltanto il luogo comune del valzer, ma punto focale che partorì l’idea di un futuro miscelato tra tecnica, modernità e arti… nemmeno la politica interessava poi tanto, se confrontata al teatro. Vinsero la massoneria più oscura, i guerrafondai colonialisti, i rappresentanti del profitto per pochi, dei quali siamo i figliastri presi per i fondelli, in particolar modo noi italiani, incapaci di renderci ancora conto di costituire una penisola di comuni e di facce, non una nazione. La nostra nazione non c’è mai stata, Garibaldi, Mazzini, Cavour, e il re montanaro d’un regno di pescatori, c’entravano tra loro come i cavoli a merenda. Pedine di un gioco più furbo, che nemmeno comprendevano, l’uno dell’altro, i reconditi intenti. Gioco prolungato che tutt’oggi persiste e insiste: esisterà mai un’Italia? Ci servono, forse, an-co-ra, ulteriori prove per intuirlo? Non basterebbe, da sola, la polifonia attizzata dall’Alighieri, resa caleidoscopica da Giordano Bruno, setacciata poi dal Leopardi, e conclusasi negli estremi sacrifici di Slataper e Michaelstaedter, tra le afflizioni d’un Marin, nei versi di Ungaretti e Montale, nelle lezioni di Calvino o nelle riflessioni di Luzi e Montanelli, ultimi araldi di un pensiero rivolto agli altri?

Foto di Vienna scattata da Paolo Ghiotti

Che si può fare, oggi, per ESSERE senza pagar dazio all’avere? Siamo davvero condannati senza accorgercene, oppure ben consapevoli ci mimetizziamo dietro gli alibi dei dati di fatto, in modo da sopravvivere alla schiavitù più estrema, la più dura e subdola che il sistema vincente sia riuscito ad architettare, corrompendo perfino la storia ed estraniandola, così come qualsiasi altra cosa, da un minimo barlume di verità?

Albert Einstein, nato sul colpo di coda di quella propulsione mitteleuropea spazzata via da follie nazionaliste, si sentiva, prima di tutto, un violinista dagli occhi azzurri, e considerava solo due entità prossime all’infinito: l’universo e la stupidità umana, ma rispetto alla prima, giurava di non avere prove certe.

Possibile che di fronte a un meccanismo cinico che ingurgita, ipnotizzandoci un po’ alla volta con lo sguardo della falsità, non ci sia nemmeno concesso di vederci chiaro? Tutti si chiamano fuori nell’illusione di ricavare per sé una nicchia difensiva, o mettere a galla una zattera alla meno peggio, declinando, ognuno, la propria parte di responsabilità. La politica non è solo un capro espiatorio, una discarica debordante dove continuare a buttar dentro le nostre frustrazioni e magari quattro bestemmie, ma pure il riflesso ottuso dell’anima d’ogni individuo atomizzato, abbandonata tra le spire d’una qualsiasi medusa… e almeno fosse quella mitologica! Se poi si approda al sospetto che non ci sia più nulla da fare, ecco ben servito lo scacco matto!

43 anni suonati, colmo di poesia, in una Vienna che mi calza addosso come un abito buono, traduco il mito della pagina bianca di Mallarmé in un volo pindarico senza tormentare per forza il verso, cantando inni o partecipando a noiose liturgie. Ottimista? Chissà… forse soltanto l’ottimista intelligente che è, di fatto, un pessimista invasato dalla poesia riversata lungo i secoli.

Quadro di Klimt

Merito di Schiele e di Klimt, ad esempio, notare ad ogni angolo della città i lineamenti eleganti delle sue donne, per niente caciarone, limpide movenze pervase d’una grazia silenziosa, quasi incarnazioni dei loro patriarchi pittori? Vivo semplicemente di poesia responsabile, al cospetto dei miei contemporanei e di fronte a coloro che, solo grossolanamente, ci si è convinti non esistano più. Non conosco né metrica né sintassi che si possano reputare più importanti di quella particolare osmosi tra vita e opera d’arte, e la mia vita qui, sembra attingere come carta assorbente, non scarabocchiata, quel che circola attorno. C’è posto per tutti: i francesi in brodo di giuggiole si riscaldano nell’Albertina tra Monet e Picasso, dove un diligente professore incanta, quanto un “cavaliere azzurro ”, una manciata di allievi accompagnandoli nelle latitudini dell’impressionismo e dell’espressionismo.

Non ho più voglia di quei racconti di viaggio dal taglio giornalistico perfetto, accattivanti per ricchezza di termini, ammalianti per scorrevolezza e movimenti, ma incapaci di lasciare uno strascico, seminare un qualche ricordo fondo, un’eredità: saturo mercato della parola mantenuto dalle rendite sicure di chi scrive per importanti testate, e poi raccoglie tutto nei libri per raddoppiare il profitto. Quel che manca davvero è l’uomo ebbro di poesia capace di creazione senza alcun tornaconto, poiché folgorato sulla via di Damasco.

Paolo Ghiotto al caffè Hawelka di Vienna

Brutta piega l’industrializzazione dell’arte. Industria sta a benessere comune, come arte a spiritualità; bello sposarli, ma senza mescolare le carte d’identità come semi d’un poker.

Seguendo un’ideale linea ereditaria, da Vienna il pensiero torna al mio appartamento di Trieste, impreziosito solo dai quadri degli amici, dai libri sacrosanti, e dalle funamboliche idee architettoniche del Bilucaglia MadeinTriest, che non fanno solo arredamento, ma anima. Ciò che scrivo non lo sparo a vanvera, prova ne è che il “Bilu ” mi considera il più povero dei mecenati in circolazione. Questo per dire che l’amante d’arte non ama solo la propria, ma finisce per coinvolgersi, occuparsi e preoccuparsi anche delle bellezze altrui, dionìsiacamente. Vienna, proprio questo mi eredita, la certezza che essere mitteleuropeo significhi riflettere l’arte dell’altro: diventa intellettualmente preoccupante, se la società odierna del campanile, stracolma di rappresentanti del se stesso, bolla fin troppo superficialmente, come retorici, discorsi del genere, senza considerarli meditazione socratica. Ancestrale dilemma tutt’ora irrisolto? Vienna, invece, è qualcos’altro.

Mi piace per quel continuo dirsi “grazie e prego”, “prego e grazie” al caffè Hawelka, fortunatamente ancora pieno di fumo. Tra i suoi tavolini, con gli specchi a proiettare intorno luci calde, profili popolari e sguardi incrociati, ho recuperato da un posacenere un cubano abbandonato con noncuranza da chi si è permesso il lusso di farlo… il mio è un atto degno d’un fromboliere di Habana Vieja adottato dal giocoliere triestino che incarno, povero soltanto perché ha speso e spenderà tutto in libri, opere sinfoniche e musei. La mia esperienza in musica a Vienna si riassume tutta in una serata emblematica al MusikVerein. 5 euro per un posto in piedi, a poppa, proprio nel teatro dove il mondo intero assiste al concerto di capodanno. IVa di Bruckner con i Wiener Symphoniker diretti da Honeck. Da noi la spesa non vale il film di IIa visione in abbonamento, senza l’optional di sentirti emozionato quanto nel paese dei balocchi. A poppa di quel bastimento un’umanità variegata; lo studente con jeans a brandelli fraternizza con il borghese attempato sotto i flash degli immancabili giapponesi.

Qui si vive per la musica, l’abito è un’appendice non il contrario, e chi ci crederebbe se non lo vedesse? Potrebbe bastare, no? E invece, al tocco dei cinque minuti, addetti giovani e gentili vagano a poppa offrendoti un posto sul palcoscenico al lato dell’orchestra… con l’orchestra! No, nessun prezzo aggiuntivo, semplice promozione per l’arte, ti dicono. Ogni concerto viene registrato compresi gli applausi. Da noi, a prezzi folli, ti viene detto che la platea è piena, poi quando raggiungi l’angoletto che hai conquistato, ti accorgi che il teatro è mezzo vuoto… ospitiamo anche i fantasmi? Chissà… magari li manteniamo, o teniamo loro calda la poltrona! E allora via, in fretta sotto i ponti del teatro, con gli stessi musicisti che ti accolgono a prora, ti segnalano e ti aprono l’accesso al gotha. Parte l’idillio mentre sei percorso da brividi inconcepibili, con gli occhi sui gesti del direttore che guida senza spartito. La IV di Bruckner è dominata dalla sezione dei fiati e il primo corno ha un ruolo preminente nel terzo movimento. Alla fine Honeck, quasi lui fosse lì per caso, lo invita ad alzarsi per primo, in modo da ricevere il caloroso ringraziamento del teatro stracolmo. Quando lasciamo assieme il palcoscenico, è felice come un bambino, e poco ci manca che ti butti le braccia al collo. Aristocrazia sociale, senza dubbio!

Schiele, autoritratto

Il giorno dopo il MusikVerein è circondato da una marea di ragazzini, educati sin dalla più tenera età alla liturgia della musica. È una folla lillipuziana simile a quella che invase Roma il giorno del family Day… anche se lì, in mezzo a due fazioni contrapposte, poco si capiva quale fosse il tema educativo, e soprattutto, a chi fosse rivolto. L’attenzione per i più piccoli è in qualsiasi società un indicatore di civiltà. La prova tangibile di un’attenzione al futuro che a Vienna è un fiore all’occhiello. Da un punto di vista plastico, il suo simbolo è l’ultima tela dipinta da Egon Schiele, il più espressionista dei suoi araldi: una sacra famiglia moderna, che ritrae il pittore assieme alla moglie, e a un neonato. Vera e nuda sacralità di una moderna primavera, i loro sguardi persi nel vuoto non interagiscono, quasi tragico presagio di un anelito incompiuto; l’ultima vena artistica di Schiele, infatti, non ebbe corrispondenza con la realtà, se si pensa che il 31 ottobre 1918, nel giro di poco la febbre spagnola stroncò, quasi corteo funebre di guerre oscurantiste, l’esistenza del pittore e della moglie incinta. A soli dieci mesi dalla morte di Klimt.

Nel mio poetico scorgere, questa tela ereditata e accolta nel museo Belvedere, oggi funge da vaccino di richiamo per i cittadini viennesi. Ogni museo è dotato di uno spazio dedicato ai bimbi, e i parchi giochi per gli adolescenti sono ridossati alla Ringstraße. Nel nostro paese, con l’indice di obesità più alto d’Europa e quello di natalità più basso, sebbene ancorato a valori di famiglia che risuonano quanto un eco costante della formalità più arida, una madre con un passeggino è costretta alle gincane tra gli assedi delle automobili, vero valore aggiunto della nostra società. Nel caffè Hawelka mi capita di ascoltare il discorso di alcuni italiani pensanti, sulle atonie del mondo del calcio: “mondo a sé che può permettersi d’evadere il fisco, accumulando debiti come nessun’altra industria potrebbe contrarre impunemente. Tutto per stipendiare campioni del nulla, in grado di vivere in mutande al di là di qualsiasi realtà”.

Foto di Vienna scattata da Paolo GhiottiCaro dottor Freud, in un film di famiglia ho visto il tuo sguardo illuminato di padre buono, di archeologo dell’anima che non dimenticava il suo affetto per i cani, per i figli, per gli amici, per il giardino. Ultima tappa al Naschmarkt, babilonia multietnica, casba dei profumi, porta d’oriente, tutta spezie e medaglie fusciacche per ballerine del ventre. Passi via sui cetrioli in aceto di mele, carpe ancora vive, pesce carne e formaggi di tutti i tipi, arance come meloni sui banconi della frutta. Ci trovi di tutto in quel mercato, che tra nebbie, freddo, caffè turchi e fumi di voci se ne vola, come il corteo d’uno Chagall a colori, sopra le facciate dello Jugendstil. Serpeggia allegro finché giunge alla sua stazione d’arrivo, il tempio bianco della Secessione. Sopra il moto “Ver Sacrum”, troneggia la celebre siepe d’alloro gialla come il sole. Solo gente con uno spiccato senso dell’umorismo poteva ribattezzarla bonariamente “il cavolo d’oro ”… gente ereditiera di favole antiche, di bimbi d’oro nati sotto i cavoli, perfettamente consapevole che le cicogne non regalano nascite, ma costruiscono i loro nidi sui camini più riscaldati… la casa è più calda dove è nato un bambino, ed esista un’eredità favolosa di vita e opere d’arte.

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