// stai leggendo...

Fumetto

Mario Alberti

I miei mondi paralleli

Barbara Venchi (BV): Siamo nello studio di Mario Alberti, fumettista triestino classe ’65, ma internazionale, almeno nel cuore degli addetti ai lavori e degli appassionati del genere.

Mario Alberti nel suo studio
© foto di Anna Bandelli

È il luogo per eccellenza dove le storie escono dalla sua testa per prendere vita sul foglio. Mario Alberti, come vedremo, sta per inaugurare la sua prima personale proprio qui a Trieste, cosa che, immagino, lo riempia d’orgoglio. Come si legge nella bio del suo sito internet, abbiamo sfiorato la tragedia, perché potremmo trovarci, invece, nello studio di un commercialista…

Mario Alberti (MA): È vero, ho fatto economia e commercio… errori di gioventù. Poi ho ritrovato la mia strada. Devo dire che quello che mi ha sbloccato è stato un film di Miyazaki — un regista di cartoni animati giapponese come Heidi e Lupen III, notissimi anche qua in Italia — , che si chiama Laputa. Mi ha veramente fatto capire che ciò che dovevo fare nella vita era raccontare storie disegnando. Così mi ci sono rimesso. A dire il vero, non ho mai smesso di disegnare, ma rimettermici significa che, con passione, ho trovato il coraggio di far veder le mie cose in giro, e poi le cose son partite.

Ho avuto anche la fortuna di conoscere persone che mi hanno aiutato, come Marcello Toninelli di “Fumo di China”, e che hanno pubblicato la prima Holly (Holly Connick, esordio da professionista per Mario, su “Fumo di China”, nda), uscita proprio nel momento in cui l’Intrepido cercava nuovi disegnatori. Così mi hanno contattato e da lì poi è partito tutto. Certo, era una cosa che da sempre mi sarebbe piaciuto fare, ma ho cominciato a crederci solo diversi anni dopo che già ci lavoravo.

BV: Raccontaci com’è andata la tua avventura, da Polip — il tuo primo personaggio doc, creato ancora prima di imparare a scrivere — alla ribalta della Bonelli, fino agli Umanoidi e a DC Comics.

MA: Polip era un polipo con il mantello rosso e la tuba, era il re dei mari e viveva di avventure (che ora veramente non ricordo; erano delle vignettine, niente di che…). La cosa carina era che non sapevo ancora scrivere e le lettere nei balloon erano messe completamente a caso. Purtroppo non è rimasto niente di Polip, altrimenti l’avrei inserito anche nella mostra. Poi ho inziato a copiare Paperino, ero un avidissimo lettore di Topolino, tanto che le maestre, a mia mamma, dicevano che non facevo altro che disegnare paperini e che c’era qualcosa che non andava… Prima Paperino, poi l’Uomo Ragno, Alan Ford, Pazienza, Manara, Moebius e tanti altri. Copiavo le cose che mi piacevano e ho imparato così a disegnare.

Mario Alberti nel suo studio
© foto di Anna Bandelli

BV: Il 29 aprile 2008, per un mese, Palazzo Costanzi a Trieste ospiterà una tua personale, con circa 150 opere tra disegni originali e stampe. Per la prima volta, i triestini potranno conoscere e godere del lavoro di un compatriota che, come spesso accade, è più conosciuto fuori casa. Com’è nata l’idea della mostra e che cosa potremo vedere? Che effetto fa?

MA: È bello, è una soddisfazione grossa, anche perché raramente il fumetto riesce a guadagnarsi uno spazio ufficiale come quello di palazzo Costanzi. Si fanno sempre mostre dedicate ad un autore o collettive (a cui ho anche partecipato nell’ambito di manifestazioni, festival di fumetti o simili), però una mostra dedicata al fumetto al di fuori di un contesto ‘fumettesco’ non è così usuale, se non per autori di tutt’altra fama, penso a Pratt, a Manara, Andrea Pazienza… Dunque è una cosa che mi fa un piacere enorme, soprattutto perché Trieste è la mia città.

Disegno di Mario Alberti per SpidermanCi sarà un po’ di tutto. Polip no, perché, appunto, non l’ho trovato. Ci sarnno un vecchio Topolino che ho disegnato a 7 anni, le prime tavole che avevo fatto di Holly per “Fumo di China” (in realtà non proprio quelle pubblicate, perché sono andate smarrite da un corriere!, ma una versione ‘alternativa’ del primo episodio di Holly), alcune tavole che ho fatto per l’Intrepido e poi Nathan Never, Legs (Weaver); le copertine di Jonathan Steele nell’ambito italiano; i lavori fatti per la Francia — Morgana, Redhand, Mortemer — e le cose che, da un anno a questa parte, sto facendo per gli Stati Uniti: un paio di copertine per la DC Comics, un paio di illustrazioni dedicate all’Uomo ragno che ho fatto per la mostra romana (“Spiderman — il più umano dei supereroi”, Roma, Museo del Vittoriano, settembre 2007, nda) e poi studi, storyboard, bozzetti… Cose che non si vedono spesso ma che sono interessanti per capire qual è il processo creativo dietro alla copertina, piuttosto che alla storia. In una cornice, ad esempio, ho messo proprio la tavola di sceneggiatura, lo storyboard, la matita e la tavola finita, in modo da dare proprio un’idea di tutti i passaggi che fa un fumetto per arrivare ad essere pubblicato.

BV: Oltre ai disegni, sei anche sceneggiatore. Come nasce l’idea di una storia? Tu vedi un luogo o una persona, ad esempio, e ti ‘schizza’ in testa l’idea?

MA: Non lo so! Credo che nessuno sappia rispondere a questa domanda. È impossibile prevedere da dove nasceranno una storia o un’idea, può essere veramente qualsiasi cosa, una persona che incontri, un discorso che fai o che vedi, un sasso! La reazione a catena che innesca l’evento iniziale è completamente imprevedibile. Morgana, ad esempio, è nata in un viaggio in macchina. I viaggi sono una cosa che, effettivamente, aiuta molto. C’è questa tendenza a considerare il viaggio un’esperienza grazie alla quale le idee vengono più facilmente, però non saprei dire da dove arrivino.

BV: Mario Alberti ha tre figli: Clara, Antonio, e… Morgana, che definire ‘principessa guerriera’ è riduttivo. Chi è Morgana? Quanto di Mario c’è in lei?

MA: Morgana è una donna, quindi non c’è tantissimo di Mario in lei, non consapevolmente, per lo meno. Però è vero, è un po’ una figlia di carta per me. Sono legatissimo al personaggio, sono tantissimi anni che ci lavoriamo, Luca Enoch e io, l’altro papà di Morgana, amico e collega. Tutti e due, effettivamente, abbiamo una propensione a scrivere storie con una protagonista femminile.

Disegno di Mario Alberti per Morgana

Non so se è perché a entrambi piace disegnare donne… Credo però che sia più affascinante cercare di calarsi in un personaggio femminile. Non dico che sia possibile ragionare come una donna, la sfida però è cercare di costruire un personaggio credibile che sia una donna e, allo stesso tempo, un’eroina di fumetti, evitando gli stereotipi di genere — seno prorompente, nuda entro la fine della storia quando non semplicemente damigella da salvare dall’eroe di turno -. È più divertente ed è un terreno meno esplorato rispetto a quello dell’eroe classico perché, tradizionalmente, i personaggi femminili non trovano gli stessi spazi degli eroi maschili.

Disegno di Mario Alberti per MorganaNon siamo più, appunto, di fronte alla donna relegata ad essere semplicemente la principessa da salvare nella torre. Anche nel cinema o nei romanzi, ad esempio, difficilmente trovi dei ruoli femminili di protagonismo, in particolare eroico. Diventa quindi intrigante e divertente cercare di sfruttare un ambito ancora poco battuto come quello della protagonista eroica che, però, deve conservare la sua femminilità. Morgana l’abbiamo scelta perché ci serviva un personaggio che facesse, nella storia, delle scelte femminili, scelte che più facilmente farebbe una donna piuttosto che non un uomo.

BV: So che caldeggi l’idea, prima o poi, di lavorare a un lungometraggio con lei come protagonista… È vero che ti aggiri tra la folla in cerca di Morgana o che guardi foto e spunti per trovare ‘Lei’?

MA: Sarebbe bellissimo fare un film. Forse, più che un film, uno sceneggiato televisivo, perché la storia è molto lunga e non so se sarebbe così semplice trarne un film. Morgana non è così nota da riuscire a coinvolgere gente come Peter Jackson, abbastanza folle da mettersi in un’impresa del genere, vedi Il Signore degli Anelli.

Però uno sceneggiato televisivo sì, sarebbe bello. Non solo per vedere realizzati materialmente gli sfondi, i mondi, tutti i personaggi che abbiamo immaginato, ma anche per vedere come verrebbe reinterpretata in un altro contesto narrativo. Ad esempio la televisione o il cinema che, se anche ha tanti punti di sovrapposizione con il fumetto, dispone di un linguaggio autonomo e differente, la storia dovrebbe quindi venir riscritta e riadattata secondo i tempi cinematografici e televisivi.

La creazione di un fumetto è un lavoro, tutto sommato, solitario. Scrivi la storia con un collega, come nel caso mio e di Luca, ma poi il disegno è tutto un lavoro di documentazione libresca, su internet o da film, che si fa da soli. Diversamente, un prodotto cinematografico o televisivo — e penso addirittura a un film d’animazione — è un lavoro d’equipe in cui vengono coinvolte tante più persone e ognuno apporta il proprio contributo. Sarebbe interessante vedere la trasformazione di un progetto come Morgana, che nasce da due sole teste, e scoprire che cosa potrebbe diventare attraverso il lavoro di un’equipe, dove il processo creativo si moltiplica.

Disegno di Mario Alberti

Ad esempio, quando Luca ed io lavoriamo assieme, c’è un continuo rimbalzo d’idee e suggestioni; è come se due più due non facesse quattro ma sei, sette, otto… Allora immagino che cosa potrebbe produrre il lavoro di un’intera equipe con tanto di scenografo, costumista, etc, dove ognuno porta il suo bagaglio di esperienze. Sarebbe veramente bello.
E poi c’è la ricerca dei personaggi. Ho pensato spesso, per gioco ma anche per ricercare un riferimento grafico, a chi potrebbe interpretare Morgana. Non ho riferimenti reali, né per Morgana, né per gli altri personaggi della serie — né ovviamente per Rosso, che è un topo antropomorfo! -.
Sarebbe bello vedere un’attrice muoversi e interpretare espressivamente Morgana; anche perché potrebbe certamente aiutarmi nel mio lavoro: potrei utilizzarle per rendere ancora più credibile Morgana e più reale il personaggio. Per il momento, però, il personaggio rimane completamente bidimensionale, nato dalla mia fantasia, ed esiste solamente nei disegni, senza alcun riferimento reale.

BV: Però c’è già una prima Morgana ‘ a tre dimensioni’, che forse sarà presente nella mostra di Trieste e che è nata da un lavoro d’equipe.

MA: Sì. Purtroppo alla mostra non ci sarà, ma con Davide Di Donato — un bravissimo scultore triestino — stiamo lavorando a quella che sarà l’action figure di Morgana, una statuina di circa 30 cm. È stato un lavoro pazzesco! Innanzitutto per le grandi capacità di Davide di capire le cose e entrare nel personaggio, è stato emozionante tentare di trasportare la faccia di Morgana nella realtà. E anche il suo carattere, perché, chiaramente, il carattere di un personaggio si riflette nella sua postura, nell’atteggiamento. Dal punto di vista creativo, è stato un esperimento interessante e appagante, anzi direi ‘esplosivo’, cercare di trasformare la Morgana disegnata nella Morgana a tre dimensioni, e riproporne, ad esempio, il naso.

Morgana scolpita da Davide di Donato

Nei disegni, è ovvio, non deve esserci per forza una coerenza a tutto tondo. Il caso più eclatante è Topolino: le sue orecchie sono sempre tonde, sia che lui sia di profilo, sia che sia visto di fronte. Sulla carta non c’è bisogno di coerenza tridimensionale, quindi il naso di Morgana visto da davanti è un naso, visto di tre quarti è un altro, visto di profilo un altro ancora; è così per tutto il resto.

Nel lavoro con Davide, invece, si è trattato veramente di trovare una coerenza, di cercare di capire quale fosse veramente il naso di Morgana, quale la bocca, quale la sua altezza… Anche perché, effettivamente, è vero che Morgana non esiste — come dicevo, non sono mai riuscito a trovare un’attrice che mi ispirasse nella realizzazione grafica.
Il processo che affronto io ogni volta che devo disegnare Morgana, è cercare di esserle fedele; è come se non me la inventassi ogni volta ma riuscissi, invece, a fare il ritratto di una persona che concretamente non c’è. È un personaggio che esiste solo nella mia fantasia e io devo cercare di riprodurlo senza un aiuto reale.

BV: Sempre riferendoti a Morgana, hai parlato di una commistione tra tecnologia e magia. Com’è cambiato il tuo lavoro — che ha un che di magico, in quanto creativo — con i cambiamenti della tecnologia?

MA: È una questione complessa. Una cosa è il rapporto tra tecnologia e magia, e una cosa è il modo in cui la tecnologia ha cambiato il mondo. Stavo pensando a come, effettivamente, la tecnologia ha cambiato tecnicamente il mio lavoro. Le mie tavole sono colorate usando il computer, con photoshop. Un programma di fotoritocco mi permette di fare delle cose che, assolutamente, non sarei in grado di fare altrimenti.

Disegno inedito di Mario AlbertiIo non ho una preparazione classica, sono un autodidatta e ho imparato da solo copiando gli autori che mi piacevano, fin da piccolo, partendo da Cavazzano (che da bambino non sapevo essere lui; poi sono andato a rivedermi le storie che preferivo ed erano sempre le sue), che considero uno dei miei primi maestri, assieme a Magnus di Alan Ford e Ditko con l’uomo Ragno. Però non ho una preparazione classica sulle tecniche pittoriche, acquerelli, olii… non saprei da che parte iniziare. Mentre invece, con photoshop, proprio per il fatto che uno può tornare indietro, rifare, imparare nel fare, un po’ alla volta, credo di aver sviluppato una tecnica che mi permette di fare cose di cui sono molto contento e che sono comunque autonome. Non vogliono essere la copia di un acquerello o della tempera, ma è pittura digitale. Spesso utilizzo fotografie di cortecce, di sassi che poi modifico in photoshop e uso come texture.

La tecnologia, proprio come strumento creativo, è diventata, per me, indispensabile e credo che abbia permanentemente cambiato le cose, anche a livello più terra-terra: gli originali, che una volta si muovevano (tu facevi il tuo lotto di pagine che mandavi all’editore), adesso non si muovono più; scarichi direttamente in formato digitale le immagini, saltando anche passaggi nella fase di produzione, perché non si fanno più le scansioni delle tavole ed è molto più comodo anche per gli editori. Non si muove fisicamente più niente; penso all’e-mail, che mi ha permesso di lavorare con uno sceneggiatore americano come Kurt Busiek, che non ho mai incontrato. Eppure ci sentivamo quotidianamente via e-mail e potevamo confrontarci e scambiarci suggerimenti e suggestioni, praticamente in tempo reale, con lui che sta dall’altra parte del mondo. Quindi sì, la tecnologia ha cambiato tantissimo le cose.

Invece, il rapporto magia — tecnologia è uno dei punti centrali in Morgana, sicuramente. Io non credo tanto nella magia del tipo ‘sim-salabim’. In Morgana l’aspetto magico — ma forse, più che magico, spirituale — coinvolge tutte le cose che la tecnologia e la scienza non sono ancora in grado di spiegare, non c’è la formuletta ‘per’. È vero che la tecnologia e la scienza spostano il confine tra spiegabile e non spiegabile verso lo spiegato, ma penso che, comunque, rimarrà sempre una zona d’ombra e uno spazio completamente sconosciuto.

E, soprattutto per me, la zona d’ombra è quel momento che è più intrigante e affascinante cercare di spiegare, con i personaggi e con il loro modo di reagire e interagire con questa zona d’ombra, di cercare di superare le paure dello sconosciuto, del non noto, che ognuno di noi penso abbia nei confronti di questo spazio di sovrapposizione.

BV: Parlaci di Mortemer, il tuo prossimo lavoro francese per una serie gotica. Se non sbaglio, anche lì la protagonista è una donna.

MA: Sì, c’è una protagonista: la fidanzata, e poi moglie, del protagonista della storia. È stato un po’ un esperimento; sarà parte di una collana francese e non so se sarà pubblicata in Italia perché è un po’ specifica. Partirà proprio con Mortemer, la storia che ha scritto Valérie Mangin, una sceneggiatrice francese, e che è ambientata in Francia. Essendo un albo singolo e non una serie, mi sono sentito autorizzato a sperimentare. Erano solamente 46 pagine e sapevo che non avrei dovuto mantenere un impegno stilistico nel caso avessi trovato una strada diversa.

Ho provato a fare dei tratteggi, cose che non uso di solito, perché non mi sentivo ancora abbastanza sicuro ma, appunto, con la scusa del ‘one shot’, come si dice in gergo fumettesco, ci ho provato. Devo dire che, alla fine, il risultato è stato soddisfacente: sono veramente molto contento di com’è venuto, anche se è una cosa molto diversa da quelle che ho fatto finora. Una storia di fantasmi, però, ha bisogno di essere raccontata in maniera diversa; ogni storia, in realtà, ha un suo modo di essere raccontata e ci vogliono quelle 10, 15 tavole per riuscire a capire come vuole essere raccontata. Con Mortemer, però, mi sono allontanato di parecchio dal mio solito tratto.

Disegno di Mario Alberti
© foto di Anna Bandelli

BV: È interessante il tuo inventare mondi ‘altri’, agganciandoli sempre, in qualche modo, alla realtà. Si va dalla riproposizione di luoghi che hai visitato, come Venezia (so che tu vai a Venezia, la fotografi e poi riproponi i contorni delle fotografie sul foglio) a vere e proprie citazioni, di Trieste, ad esempio. Ti ho visto fotografare la realtà, filtrare un bosco o una riviera attraverso la mascherina del fumetto. Come succede?

MA: Sì, con la fotografia digitale ripropongo ambienti, architetture che mi piacciono, sono continuamente lì a rubare. Ad esempio, Morgana vive a Miramare. È uno dei posti più belli e a me piace tanto. In realtà non è Miramare, si trova addirittura su un satellite di Giove (quando vive Morgana, la terra non esiste più), però mi piaceva il castello con sopra questa enorme calotta di cristallo e legni in cui ha sede la Grande Biblioteca, che è uno dei posti che ricorrono nel racconto.

Disegno di Mario Alberti

Mi piaceva anche l’idea che ci fosse un po’ di Trieste nelle mie cose. Non sono tante le occasioni ma, avendo una storia di cui posso essere, tutto sommato, padrone, mi piaceva l’idea di metterci anche un po’ della mia città.

BV: Utilizzi spesso il linguaggio cinematografico. Ho visto inquadrature, figure retoriche, artifici specifici del mezzo cinema. Quanta influenza ha il mezzo onirico per eccellenza nel tuo lavoro? Quanto scambio c’è tra questi due linguaggi?

MA: Il cinema e il fumetto, soprattutto in questo momento in cui si fanno film tratti da fumetti sempre più spesso, si sovrappongono, interagiscono, si influenzano a vicenda moltissimo. Nel mio caso, più o meno consapevolmente, nel senso che, al di là della citazione del film che mi è piaciuto (per cui, effettivamente, voglio riprodurre quella situazione o riproporre quella inquadratura), è una cosa abbastanza inconsapevole. Credo di essere piuttosto cinematografico, nel mio modo di disegnare e di raccontare in fumetti. Cerco sempre di immaginare di avere una macchina da presa. Quando costruisco una scena, cerco di riprodurre il susseguirsi delle vignette come se le vedessi su uno schermo, quando è possibile. Perché poi, tecnicamente, il fumetto ha delle specificità e delle esigenze che non ha il cinema.

Disegno di Mario Alberti

Penso soprattutto al posizionamento dei balloon: se tu hai due persone che stanno parlando nella stessa vignetta e in quella successiva il dialogo va avanti, il posizionamento dei personaggi in tutta la scena dev’essere studiato in modo che il balloon a sinistra — cioè quello che viene letto prima — sia sempre quello del personaggio che parla per primo; quindi, sì, cerco sempre di immaginare una macchina da presa che gli gira attorno, però ci sono specificità del fumetto che impongono delle scelte di linguaggio e inquadratura che sono tipicamente fumettesche.

BV: Sappiamo che un tuo sogno è anche quello di aprire una scuola di fumetto, o, meglio, una scuola di arti visive che possa ricomprendere varie specialità, una specie di factory dedicata ai ragazzi.

MA: Sì, primo perché mi piace insegnare, anche se non ho fatto tantissime esperienze. Una bellissima è stata qui a Trieste, con una quarta e una quinta elementare: tutto è partito come un singolo incontro ma è finito per essere un ciclo d’incontri sul fumetto, nel corso dei quali ho portato i bambini dall’ideazione autonoma della storia al prodotto finito. Hanno scritto il soggetto e l’abbiamo rivisto assieme, poi hanno fatto lo storyboard, la sceneggiatura, hanno disegnato le tavole, le hanno colorate e, alla fine dell’anno, hanno esposto i loro lavori. È stato veramente entusiasmante e divertentissimo.

Disegno di Mario AlbertiMi piacerebbe insegnare e penso che ci sia anche abbastanza interesse, da parte dei giovani, per il fumetto. Non so quanto sia opportuno, però, fare una scuola specialistica, che insegna solo fumetto, perché il mercato non è in grado di assorbire tante persone: non so quanto sia onesto avere degli studenti paganti e pensare di potergli dire che, alla fine della scuola, troveranno tutti lavoro nell’ambito del fumetto. Penso che sarebbe più onesto prepararli ad affrontare un lavoro di visualizzazione in senso più generico, quindi penso ad una scuola dove si insegnino anche sceneggiatura, storyboard, inquadratura oltre al fumetto, però cercando di dare delle possibilità di utilizzo delle tecniche apprese anche in ambiti diversi, come la televisione, il cinema o il design, la pubblicità; cercando di offrire delle competenze più ampie, che permettano, poi, di trovare un posto nel mercato del lavoro; non è facile in assoluto e lo è ancora meno nel mondo dei fumetti.

BV: Infine, la domandina ‘filosofica’. Morgana, dici in un’intervista di qualche anno fa, è nata in macchina… E il viaggio dell’uomo ha sempre a che vedere con un’avventura interiore. La creazione di mondi paralleli è un viaggio in luoghi che, altrimenti, non potremmo raggiungere, è una fuga ‘lecita’ dal quotidiano o una sorta di esperimento sociologico che ti permette di avere a che fare con personaggi più interessanti di quelli reali?

MA: Tutte queste cose sono in parte vere: è un po’ una fuga, un po’ esperimento sociologico e un po’ immaginare dei mondi alternativi. Che poi sono sempre degli specchi della realtà, dei modi di interpretare le cose in modo indiretto. Si cerca una realtà che faccia un po’ meno paura non solo a chi la scrive ma anche a chi la deve leggere. Penso sia questo il bello della fantascienza: ti dà la possibilità di parlare di qualsiasi cosa, senza dire direttamente di cosa stai parlando. Detta così sembra una cosa un po’ subdola, però non lo è.

Disegno di Mario Alberti

La fantascienza è una riflessione anche sui rapporti interpersonali… Morgana, ad esempio, è una storia di crescita, di maturazione, racconta di come una donna riesca ad arrivare a fare delle scelte autonome, che possono avere, nel suo caso, delle conseguenze a livello cosmico. Ma, infondo, ognuno di noi viene messo di fronte a delle scelte che, anche se non a livello cosmico, comunque s’inseriscono nel mondo in cui viviamo e che hanno le loro conseguenze, dal parcheggiare in seconda fila, al fare raccolta differenziata… Qualsiasi azione ha una sua conseguenza, non credo che ci siano scelte più importanti di altre. Il percorso che ti porta alla consapevolezza e, quindi, alla scelta, penso sia la storia più interessante da raccontare; alla fine la storia di Morgana è questo.

Commenti

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Morgana è stato un interessante progetto realizzato a quattro mani insieme a Mario Alberti per il mercato francese con Les Humanoïdes Associés, interrotto a causa dei problemi economici […]

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

John Bolton: Le tecniche della fantasia

Composizione, analisi musicale e tecnologia nella scuola...

Otto donne e un mistero a teatro

Otto donne e un mistero a teatro

Paperi amari

Paperi amari

Bill Willingham: Le Favole a fumetti di Bill Willingham

Trieste Science+Fiction Festival 2019

A modo mio mi prendo cura di te

A modo mio mi prendo cura di...

Mio padre era un uomo sulla terra...

Festival internazionale del cinema e delle arti...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

Casomai un’immagine

pas-11 viv-02 viv-25 pck_14_cervi_big pck_17_cervi_big th-45 16 meltdown ruz-09 petkovsek_25 017 mccarroll11 d acau-gal-07 acau-gal-12 acau-gal-14 notte sim3 voce2 17 cor12 holy_wood_09 holy_wood_12 galleria16 galleria22 galleria-01 29 vivi-02 Face 3 Skull n-2 2011