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Cinema

Tullio Kezich

Un critico diverso da tutti

Tullio KezichTullio Kezich può parlare di Fellini e di Sandokan, dei sopralluoghi parigini per La leggenda del santo bevitore e del cambiamento della Rai all’avvento della tv privata, e racconterà sempre stralci di vita vissuta. Forse è stato proprio questo rapporto diretto, umano e professionale, con l’industria del cinema a farne un critico diverso da tutti, arguto e allo stesso tempo pragmatico, analitico sul testo audiovisivo ma anche consapevole della dimensione “merceologica” di un film. A sessant’anni dalla sua prima esperienza ufficiale come critico cinematografico (nel 1946 a Radio Trieste, anche se già nel ’41, appena dodicenne, scriveva in una rubrica del settimanale «Film»), Kezich non ha ancora smesso di credere nel valore e nella delicatezza di un mestiere che getta ponti invisibili fra autore e spettatore.

Allo stesso tempo, però, alla sua attività di critico continua ad affiancare quella di scrittore: insieme alla moglie Alessandra Levantesi sta scrivendo un libro sulla storia delle famiglie di Emilio Cecchi, critico letterario, e Silvio D’Amico, critico teatrale, incrociate col matrimonio dei figli, Fedele D’Amico e la grande sceneggiatrice Suso Cecchi. Né diminuisce l’amore di Kezich per il teatro e per il suo lavoro di drammaturgo: il 10 aprile debutta a Roma Il romanzo di Ferrara, suo adattamento dalle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani, per la regia di Piero Maccarinelli. «Ho più offerte e progetti di quanta vita avrò», sorride Kezich. «Dovrei essere un cinquantenne per riuscire a fare tutto».

Elisa Grando (EG): Signor Kezich, perché ha scelto di adattare per il teatro proprio i testi di Giorgio Bassani?

Tullio Kezich (TK): L’adattamento prende tutta la storia di Ferrara dal 1938 al 1946, dalle leggi razziali al ritorno dell’unico ebreo ferrarese che si salva da Auschwitz. Quelle di Bassani sono pagine molto importanti, che anche grazie al film di De Sica (Il giardino dei Finzi Contini, nda) hanno acquisito un’importanza storica e politica fondamentale. Molti di questi eventi erano stati cancellati e sono tornati a galla perfino al governo, coi partiti che discendono da quello fascista. Quindi non è mai troppo tardi per parlare di quello che successe in quegli anni. Per lo spettacolo, anche per ragioni economiche, abbiamo fatto una scelta coraggiosa: usiamo come attori 15 dei diplomati al Centro Sperimentale e all’Accademia di Arte Drammatica.

EG: Ormai da moltissimi anni abita a Roma, a stretto contatto con un certo entourage e ambiente cinematografico, ma i suoi primi contatti col mondo del cinema sono avventi a Trieste, già dalla prima adolescenza. Quanto hanno influito e come ricorda i suoi primi anni di formazione nella sua città natale?

TK: Sicuramente uno Trieste se la porta sempre dietro, anche se non ci viene spesso. È come un’impronta anche per altri che ci sono nati come Franco Giraldi, Lelio Luttazzi, Callisto Cosulich. Durante la guerra abbiamo vissuto anni pericolosi e interessanti, adattandoci a mentalità differenti sotto tre diverse occupazioni, quella tedesca, quella “titina” e quella americana. Radio Trieste era un luogo di grande libertà, una scuola di democrazia. Purtroppo l’atteggiamento dell’Italia e dei giornali nazionali nei confronti della città è di vago disinteresse e i triestini rispondono chiudendosi nell’orgoglio. Bisognerebbe pensare a iniziative che creassero un rapporto continuo fra Trieste e il mondo al di là dell’Isonzo.

EG: Lei è critico cinematografico del “Corriere della sera” e ha sempre espresso pareri negativi sulla tendenza dei quotidiani ad appiattire la critica nell’incompiutezza del voto o delle “stelline”. Cosa sta cambiando, secondo lei, nel mestiere di critico?

Tullio KezichTK: Una volta, nei giornali, il critico stava di sopra e il cronista di sotto, mentre oggi accade il contrario. Gli spazi sono diventati molto più avari, sembra che nei giornali la critica interessi meno, tanto che molti la liquidano con l’uso antipatico dei voti e delle stelline. Ma questo è un modo da ignoranti di affrontare i problemi della critica, dell’analisi, del ragionamento e del confronto. Nessuno di noi ha il diritto né la capacità di assegnare un voto, è una cosa che immiserisce il rapporto dello spettatore con il film e lo stesso lavoro del regista. Alcuni colleghi devono farlo per lavoro, ma bisognerebbe rifiutarsi di dare voti. Io non ne ho mai dato uno.

EG: La pratica della critica, però, mantiene il suo valore non solo per gli spettatori, ma anche per chi il film lo fa.

TK: Certo, per questo ci si continua ad arrabbiare se arriva un giudizio negativo. Dal punto di vista del critico, questa cosa non mi ha mai fatto né caldo né freddo. Ma scrivendo libri e facendo l’uomo di teatro, sono stato anche dall’altra parte, e fin dall’inizio della mia carriera di “scrivente” ho capito che quando si legge una critica negativa il primo pensiero è: “perché questo ce l’ha con me?”. Invece il critico non ha sempre torto. Senza la critica non si farebbe la storia delle vicende artistiche. Quello che ti toglie il saluto per aver scritto in negativo te lo restituirà la prossima volta, anche perché difficilmente un giudizio è irreversibile.

EG: La sua sconfinata produzione letteraria, giornalistica e drammaturgica è analizzata nel volume Tullio Kezich: il mestiere della scrittura, edito da Kaplan e curato da Riccardo Costantini e Federico Zecca. Lì troviamo le testimonianze di amici celebri come Francesco Rosi, Franco Giraldi, Lino Carpinteri. Qual è stata l’amicizia artistica più importante per lei?

TK: Forse Federico Fellini, ma anche Giorgio Strehler. Grandi amici che conservo anche oggi sono Ermanno Olmi, Francesco Rosi e, fuori dal cinema, Enzo Bettiza e Ottavio Missoni. Ho avuto la fortuna di incontrare persone meravigliose. Con quelli di una certa età ormai siamo come una tribù. Tutte le settimane incontro Mario Monicelli, Suso Cecchi D’Amico, Ettore Scola, Citto Maselli. Anche la televisione una volta era un ambiente valido, invece ora le cose sono cambiate. Il pericolo oggi è di considerare la cultura come un soprammobile.

EG: Lei incontrò Fellini al Festival di Venezia del 1952 e da allora, passando per il celebre “Diario” sul set de “La dolce vita” e per la biografia che ha più volte rieditato, sul regista ha scritto molte pagine. Come ricorda l’amicizia e la collaborazione con il regista di Amarcord?

TK: Quello con Fellini era un rapporto del tutto speciale, strettissimo. Uno dei ricordi più belli riguarda gli spostamenti che facevamo insieme alla ricerca di attori e luoghi. Nel ’62-’63 eravamo in giro per trovare una donna bionda giusta per interpretare l’amante di Mastroianni in “8 e 1/2”, perché a lui piaceva scovare i suoi personaggi tra la gente vera. Una sera, a Trieste, siamo usciti e abbiamo visto una grande motonave attraccata davanti all’Hotel Savoia, proprio davanti all’ex Pescheria di Trieste. In quell’istante, insieme a me, Federico Fellini ha avuto la prima idea per il film “La nave va”. Quelli della nave si sono accorti della sua presenza e hanno acceso tutte le luci per lui.

Un fotogramma del film E la nave va di Fellini

EG: Altri sopralluoghi aneddotici e avventurosi sono quelli che lei ha compiuto con Franco Giraldi, ad esempio per La rosa rossa e Il lungo viaggio. Cosa ricorda di quelle peregrinazioni per l’Europa?

TK: Soprattutto il nostro viaggio in Polonia: ce la siamo fatta tutta in taxi per ambientare i racconti di Dostoevskij. I sopralluoghi sono un momento di vera scoperta. Ritrovare ambienti sulla base di un testo letterario, come fu anche per La giacca verde tratto dal romanzo breve di Mario Soldati, cercare personaggi di contorno dalla vita vera è un modo di lavorare straordinario. Ho girato una certa parte del mondo per i film di Giraldi e sono state tutte belle esperienze. Oggi non accade più così, ma a quei tempi era un’altra vita.

EG: Con un altro amico, Ermanno Olmi, nel 1961 inaugura la sua esperienza di produttore con la società “22 dicembre”. Perché, da giornalista e critico, le è venuta voglia di lavorare in prima persona per realizzare un film?

TK: La vita è una combinazione di casi. Avevo già fatto esperienze importanti seguendo Fellini per La dolce vita e Rosi per Salvatore Giuliano, quindi ero entrato nel cinema vivo, cosa che ai critici non capita spesso. Avevo anche recitato nel film di Olmi Il posto (interpretando lo psicologo selezionatore del personale, nda) e proprio con lui, mettendo insieme queste esperienze sul campo, mi è venuta l’idea di produrre film di giovani. Abbiamo fatto I basilischi, l’esordio di Lina Wertmüller, Una storia milanese di Eriprando Visconti, “La rimpatriata” di Damiano Damiani, Il terrorista di Gianfranco De Bosio, I ragazzi che si amano di Alberto Caldana, I fidanzati di Ermanno Olmi e L’età del ferro, film per la televisione di Roberto Rossellini.

L’esperienza della “22 dicembre” è durata poco (fino al 1966, nda), perché i risultati sono stati artisticamente seri ma entrare con questi film sul mercato era un’utopia. In conseguenza del mio esordio da produttore, però, mi hanno chiamato alla Rai, che allora era interessata a produrre film di costo contenuto e di ambizioni culturali. Ci sono rimasto una ventina d’anni, finché la Rai stessa è cambiata, cominciando a fare cinema in un’altra chiave. Come critico questa esperienza mi ha certamente rinforzato, perché so giudicare un film anche dal punto di vista “merceologico”.

EG: La sua esperienza in Rai è punteggiata di grandi intuizioni. È vero che è stato lei a scoprire per primo Kabir Bedi?

Kabir Bedi

TK: In realtà, possiamo dire che si è scoperto da solo. Il primo giorno che Sergio Sollima ed io eravamo a Bombay, nel 1974, si presentò questo gigante, senza sapere nemmeno che eravamo lì per cercare attori e ambienti adatti a Sandokan. Bedi era venuto solo per parlare con noi di cinema italiano, perché era un grande appassionato ma a quell’epoca in India arrivavano pochissimi film dall’Italia. Sollima lo vide e disse: “Caruccio, ma che je famo fà?”. Alla fine gli facemmo un provino a Villa Borghese tra le frasche, come se fosse la giungla. Così nacque il Sandokan che fece storia. Mi sento onorato di conoscere Kabir Bedi, è un personaggio di grande spessore, con un profondo sentimento religioso della vita, di una finezza e di un garbo straordinari.

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