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Scrittura

Franco Buffoni

Quando sento odor di Inquisizione, reagisco sempre

Roma, casa Buffoni; domenica 6 aprile 2008

Luigi Nacci (LN): Franco Buffoni: poeta, romanziere, traduttore, saggista, docente universitario, giornalista. Il suo esordio in poesia è datato 1979, con l’uscita della raccolta Nell’acqua degli occhi, all’interno della collana “Quaderni della Fenice” [Guanda]. Cosa pensa del suo esordio e quanto è cambiata la sua scrittura da quella che Raboni definì come una “quieta tragedia”?

Franco Buffoni

Franco Buffoni (FB): Se non ricordo male disse “quieta disperazione” e non “quieta tragedia”. C’è stata una naturale evoluzione in questi tre decenni. L’esordio vero come poeta è del 1978: Raboni mi fece pubblicare prima su “Paragone”. Nel 1978 avevo trent’anni, il mio esordio non è stato precoce. Ho scritto poesie quando avevo 19-20 anni e poi ancora nei primi anni Settanta, ma non le ho mai pubblicate e poi ho distrutto tutto. Ho ricominciato a scrivere poesia in modo organico, con un progetto, dal 1976, quindi il mio è un esordio maturo. La mia maturazione poetica — e qui rispondo alla tua domanda — è molto cadenzata, molto lenta.

La mia sensazione — poi naturalmente il giudizio lo daranno altri — è di avere raggiunto la mia vera maturità poetica soltanto in una zona che sta verso Il profilo del Rosa [Mondadori, 2000], anche se la scrittura di quel libro prende tutti gli anni Novanta. Questa per me è una constatazione oggettiva: sono convinto che sia stato tutto un apprendistato fino ad allora. D’altro canto esistono poeti che hanno una maturazione lenta e arrivano a dare il meglio di sé a cinquant’anni: prendi ad esempio l’americano Wallace Stevens, che ha scritto le sue cose più belle addirittura a sessant’anni; o in Italia Giudici — che era fuori dai poeti suoi coetanei di Quarta Generazione — che giunge a maturazione dopo i quarant’anni (cfr. La vita in versi, etc.). Bisogna avere vita lunga…

Per contro, ci sono casi anche in Italia di poeti che hanno avuto un esordio molto precoce, con il loro libro migliore a trent’anni o addirittura a venticinque, e che poi per il resto della loro esistenza non fanno che inseguire quel libro. Le cause possono essere molteplici: se ti trovi a venticinque anni in una città che è al centro di una certa evoluzione intellettuale e poetica, e hai degli interlocutori molto validi, hai tutto un ambiente che ti stimola e la tua poetica — io sono uno che fa il discorso sulle poetiche — matura molto precocemente, puoi ottenere presto dei risultati ragguardevoli. Ma non è detto che la tua poetica nei trent’anni successi continui ad evolvere.

Sono due situazioni diverse, poi naturalmente c’è anche la via di mezzo, ma appartenendo io ad una delle due situazioni, le sottolineo per dire che entrambe possono capitare. A me è capitata l’altra, forse perché ho una carburazione lenta, sempre molto riflessiva, ragionata, e poi perché nel decennio in cui solitamente gli esordi precoci avvengono, cioè tra i venti e i trent’anni, io facevo altro; a diciotto anni scrivevo poesie credo come tutti e poi le ho distrutte perché non mi sembravano assolutamente degne di pubblicazione. Quando esordisco come poeta a trent’anni anni ho già dei libri di saggistica pubblicati, sono ricercatore dall’Università. Ho fatto un lungo apprendistato all’estero (per il dottorato in Scozia, e poi in Francia e in Inghilterra), avevo fatto molte cose fuori dall’Italia mirate ad una crescita staccata dall’ambiente della poesia italiana — magari molto più volta alla scrittura in traduzione — e ad esperienze di tipo eterogeneo, anche di impegno politico e civile.

Quindi, arrivo a trent’anni anni con un bagaglio di esperienze che avevano qualche attinenza con la poesia ma non particolarmente. Rispetto ai miei coetanei ho iniziato dieci anni dopo. Torno a quello che mi chiedevi: rispetto alla scrittura della fine degli anni Settanta, forse la differenza più evidente è dal punto di vista metrico, nel senso che allora giocavo molto su quinario, quinario doppio, senario, senario doppio, settenario e ottonario; la mia prima raccolta — uscita in uno dei Quaderni Collettivi di Guanda per le cure di Raboni con Maurizio Cucchi redattore — era fortemente giocata su questa metrica in punta di penna. Ed è su questa metrica che poi Raboni ha costruito quel giudizio di “quieta disperazione” (secondo me aveva visto proprio giusto).

Copertina di Guerra di Franco BuffoniPoi c’è stata un’evoluzione che mi ha portato ad una metrica di maggiore respiro. Devo dire che con Raboni il rapporto è continuato sino alla sua morte. Ho una bellissima lettera che mi ha scritto dopo aver letto nel 2004 il dattiloscritto di Guerra [Mondadori, 2005]. Gli ho sempre mandato le mie cose prima che uscissero. E questa è una delle ultime lettere in assoluto che ha scritto, è datata 23 marzo 2004. Parla di Guerra e mostra una continuità di rapporto e di scambio poetico, dà un giudizio molto positivo sulla raccolta, assolutamente propositivo nei confronti del futuro.

Quindi direi, rispondendo alla tua domanda, che la differenza è anzitutto di tipo metrico. Quanto alle tematiche, forse stavano più sottopelle, più sottintese, mentre oggi sono più programmatico, quando un scrivo un libro lo dico esplicitamente. Oggi sono un anceschiano a tempo pieno, molto consapevole del progetto, della poetica. Allora tutto questo era più intuitivo, i temi però c’erano già.

LN: A Nell’acqua degli occhi sono seguiti molti libri: I tre desideri [San Marco dei Giustiniani, 1984], Quaranta a quindici [Crocetti, 1987], Scuola di Atene [Arzanà, 1991], Adidas [Pieraldo, 1993], Suora carmelitana e altri racconti in versi [Guanda, 1997], Il profilo del Rosa, Theios [Interlinea, 2001], Guerra, Del maestro in bottega [Empiria, 2002], Lager [d’if, 2004], Noi e loro [Donzelli, 2008]. Quale è, se c’è, il filo rosso che li unisce o che potrebbe unirli tutti?

FB: Il filo rosso tematico forse è più di tipo procedurale che contenutistico, perché la mia è una scrittura che parte dal dettaglio, dal particolare, e tende ad essere poi — almeno nelle mie intenzioni — universale, fruibile da qualsiasi punto di vista. Posso mettere in campo me stesso, con le mie caratteristiche, le mie somaticità, e miro a farlo in modo molto nitido, per permettere anche a persone con tratti completamente differenti di riconoscersi in una “umanità”. Oggi lo faccio deliberatamente, allora lo facevo in modo più intuitivo, perché la mia maturazione oserei definirla come una presa di coscienza; in sostanza non è che io adesso pensi in modo diverso rispetto a quando avevo trent’anni, semplicemente sono più consapevole.

I grandi cambiamenti solitamente sono di tipo politico, culturale; io da questo punto di vista non ho avuto grandi trasformazioni: lottavo per i diritti civili nel 1974 in Italia, quando c’era la battaglia per il referendum sul divorzio, lotto per i diritti civili in Italia oggi, per la procreazione assistita, i Pacs e quant’altro. La mia posizione politica è sempre stata quella: ero un compagno di Università (la Bocconi) di Emma Bonino, per intenderci. Sono uomo da diritti civili, uomo da stato costituzionale di diritto, e naturalmente tutto questo si riflette anche nella mia poesia. Mentre c’è gente che conoscevo trenta o quarant’anni fa (uno anche dagli esordi poetici precoci), che allora stava con “Servire il popolo” e oggi me li ritrovo berlusconiani o leghisti. Questo mi addolora molto, però lo constato.

Copertina di Più luce, padre, di Franco BuffoniCredo di essere stato fortunato — forse perché gli anni duri della mia formazione sono stati inglesi, scozzesi per la verità — a costruirmi una concezione filosofica — e chi ha letto il mio libro Più luce, padre [Luca Sossella Editore, 2006], se ne rende conto immediatamente — analitica: è filosofia della scienza; Stato di diritto contrapposto allo Stato etico, ragionevolezza contrapposta a razionalità, in sostanza Hume contro Hegel, per fare una sintesi efferata. La formazione è stata quella ed è stata molto netta; non ho avuto sbandamenti in seguito, perché il basamento era molto solido e tuttora faccio riferimento a quel basamento. Se vedi il nuovo romanzo breve (con cinque racconti) uscito per Zona [Reperto 74 e altri racconti, 2008], parlo di quegli anni e mi rifaccio a queste esperienze.

LN: Resterei sul tema della rievocazione e della memoria. In Poeti italiani del secondo Novecento [Mondadori, 1996; seconda edizione aggiornata 2004], a cura di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, nella nota introduttiva che precede i suoi testi…

FB: Luigi, dammi del “tu”, sennò io ti do del “voi”…

LN: … dunque, nella nota suddetta che precede i tuoi testi si parla di «peculiare cifra poetica, largamente debitrice dell’istanza narrativa, che ha pochi precedenti nella più recente tradizione italiana […]; ma è quando la vocazione narrativa si incontra con lo scavo autobiografico (e quindi col bruciante repertorio dei ricordi, delle cose scomparse, di un vissuto che si prolunga nel presente e fa intravedere il futuro), che la poesia di Buffoni raggiunge i risultati più importanti».
In un’intervista recente, rilasciata alla rivista “Sincronie”, dici: «Neanche le avanguardie più sfrenate sono riuscite a scrivere senza tenere conto della memoria […] il ricordo è una miccia che esplode e fa esplodere». La memoria è anche uno dei perni del tuo recente Più luce, padre, esito di svariati anni di elaborazione di documenti ritrovati fra le carte di tuo padre (materiali che hanno portato, precedentemente, alla nascita di Guerra).

FB: Mi permetto di interromperti. Quel giudizio, che credo sia di Giovanardi (anche se non è firmato), secondo me è un giudizio calibrato sul Profilo del Rosa

LN: Solo su quello?

FB: Diciamo Profilo del Rosa e Suora carmelitana, cioè i libri che Cucchi e Giovanardi avevano in mano quando scrissero quelle note, e peraltro mi sta bene perché Profilo del Rosa segna la mia maturità artistica. Credo che quel giudizio potrebbe essere oggi un po’ più sfumato perché in Guerra il discorso si fa più complesso: non è la memoria personale — come accade nel Profilo del Rosa — ma la memoria universale: assumo l’esperienza del “padre” e vivo quell’esperienza, il concetto di memoria si dilata, non scompare, diventa più complesso.

LN: Mi hai già risposto in parte, perché la mia domanda verteva proprio sul concetto di memoria e autobiografia, su quanto questi elementi potessero essere considerati fondanti all’interno della tua poetica…

FB: Sì, direi assolutamente fondanti, trovando un punto di coagulo certamente nel Profilo del Rosa e divenendo altro con Guerra e Noi e loro e anche con il libro di poesia che uscirà per Guanda l’anno prossimo e che s’intitolerà Roma; poi lavorerò su un nuovo libro di narrativa che si intitola Aldo & Nabil, un nome italiano e un nome arabo.

LN: Sembra legato a Noi e loro.

Copertina di Noi e Loro, di Franco BuffoniFB: In qualche modo sì. Per una questione di contratti editoriali e di accordi già presi, ho anticipato il nuovo libro di poesia, Roma. La ragione è molto semplice: Noi e loro doveva uscire da Guanda e con Donzelli avrei dovuto fare un Selected poems, questo era l’accordo. Poi mi sono accorto che, avendo un altro libro di poesia — Roma — che incalzava, e che stava maturando, ho pensato fosse inutile fare un Selected poems. In questo momento non ne ho bisogno perché ho tanta roba nuova e fresca che mi sta venendo fuori, appunto, quella maturazione tarda di cui dicevamo, e poi sono libri tutti diversi l’uno dall’altro, tutti isolabili.

So che al direttore editoriale di Guanda, Luigi Brioschi, è piaciuto molto il titolo Roma, forse perché c’è il lombardo — che vive a Roma da dieci anni — che scrive il libro su Roma. È un libro in cui appaiono vari personaggi del passato che sono venuti a Roma — come ho fatto io — per lavoro o per altre ragioni, e a Roma hanno vissuto, hanno sofferto, hanno goduto, interagito con una realtà che è un mondo, un universo e che, nel mio libro, io tendo a far rivivere oggi, insieme diacronicamente e sincronicamente. Ci sono sei personaggi, di cui non faccio mai il nome esplicitamente nel libro, che intonano le varie sezioni.

Le prime due sezioni sono pasoliniane, senza mai nonimare Pasolini, poi ci sono Leopardi e Keats: Leopardi suddito dello Stato Pontificio (questa è una cosa che noi spesso dimentichiamo). In una poesia cito quel verso de La ginestra in cui Leoparadi ricorda che anche la cittade (cioè Roma) era cinta di ginestre. Queste ginestre attorno a Roma sono le stesse che vengono perforate dalla carrozza di Keats, che attraversa la palude pontina proveniente dal porto di Napoli e viene a morire qui a Roma, a Piazza di Spagna.

KeatsNel suo epistolario Keats racconta che, nel mezzo della campagna romana, ad un certo punto, gli apparve un cardinale vestito da cacciatore: sparava agli uccelli in cielo. Keats aveva già scritto L’Ode a un Usignolo e quindi che Roma accogliesse l’autore di quell’ode con un cardinale sparante agli uccelli mi è parsa un’immagine piuttosto significativa.

Un altro personaggio è Galileo che qui sopra, al Gianicolo, piazzò il cannocchiale con cui scoprì i satelliti di Giove. Curiosamente, il suo punto di osservazione — che oggi è nel parco dell’Accademia Americana — si trovava proprio sopra il Bosco Parrasio, dove si riunivano gli arcadi. Quindi mi viene naturale contrastare i vari Agesandro Tesporide (al secolo Monsignor Ciccolini), autori di inni e omelie (con i loro tolemaici crani, che sarebbe come dire — oggi — con i loro anti-relativistici crani) — con Galileo. Tengo sempre sottopelle questi contrasti, informano tutto il libro.

Poi ci sono le ultime sezioni che fanno da pendant a quelle pasoliniane. C’è la Roma degli anni Cinquanta, che sempre però dialoga con la contemporaneità, e persino quella degli anni Trenta e Quaranta. Ci sono Sandro Penna, il fascismo, c’è un tornare indietro nel tempo a quegli anni che io non ho vissuto. Non li ho scelti io questi personaggi, sono venuti da soli, e chiaramente sono rappresentativi di qualche cosa.

Come chiudo Roma (e manca davvero poco) — libro del quale sarò lieto di darti l’anticipazione per quelle belle edizioni triestine de “i libretti verdi” — riprendo in mano il romanzo Aldo & Nabil e spero, nel giro di un anno, un anno e mezzo, di finirlo.

LN: Restiamo ai nomi. Prima hai nominato il padre, ed ora vorrei arrivare ai padri, i maestri, i modelli. Provo a fare alcuni nomi: Zanzotto, Caproni, Raboni. È una lista che inizia correttamente? Se sì, come potrebbe continuare?

FB: Sì, sono tutti nomi che io cito in Più luce, padre. Zanzotto è il poeta che ammiro maggiormente in assoluto — anche se non lo amo — perché è quello che riesce ad includere il dato scientifico nella scrittura poetica, ed è un percorso che sento vicino al mio modo di procedere. Lui aveva un figlio che studiava fisica, così si è interessato a questi argomenti; io ho una sorella che è un fisico atomico, quindi per me è stata la stessa cosa: per me il dato scientifico è fondamentale.

Mario Luzi pensa allo stesso modo nel 1950 e nel 1990, nel senso che per lui il mondo non era cambiato, forse era rimasto tolemaico. Zanzotto no, ha avuto una evoluzione micidiale dal punto di vista scientifico e ha cercato in tutti i modi di farla uscire in poesia, credo sia un caso abbastanza unico in Italia e questo me lo rende fratello e vicino, anche se poi come sensibilità, come gusto, come debolezza, preferisco Caproni. Mi trovo meglio con lui, e con Raboni, più a mio agio: se devo leggere una poesia alla sera prima di addormentarmi preferisco una di Caproni o Raboni piuttosto che una di Zanzotto.

Giovanni RaboniTuttavia mi rendo conto, ad esempio, che Raboni subisce un’involuzione da un punto di vista ideologico in senso lato, nel senso che rifiuta il dato scientifico, si chiude attraverso il concetto di pietas che io condivido, ma che lui finisce per ancorare alla dogmatica cristiana, si richiude in una situazione che invece, da un punto di vista intellettuale, dobbiamo superare se vogliamo evolvere come specie. E vedo Zanzotto andare nella direzione giusta, al superamento delle ideologie, che naturalmente non vuol dire annullamento della spiritualità, ma significa una spiritualità disancorata dai dogmi, dal cristianesimo, pur salvando tutto il patrimonio umanistico che il cristianesimo si porta dietro e il patrimonio umanistico che il marxismo si porta dietro… una spiritualità laica che guarda al futuro, come scrivo negli ultimi capitoli di Più luce, padre.

LN: Arriviamo all’oggi: tra i tuoi coetanei, quali poeti stimi maggiormente e quali invece, in qualche maniera come Zanzotto, ammiri anche senza sentirli vicini a te, senza amarli?

FB: Parlare dei propri coetanei è sempre difficile perché i rapporti personali, di amicizia, di colleganza, finiscono con l’essere talmente intensi che a volte fanno velo alla possibilità di essere critici distaccati, è naturale che sia così. I miei interlocutori poetici sono stati i grandi vecchi — Fortini negli ultimi dieci anni della sua vita, Raboni, Ferruccio Masini, che è stato il mio primo direttore di dipartimento all’università, e potrei citarne tanti altri, magari in modo meno intenso: Giudici, Bigongiari, Nelo Risi, col quale sono tuttora in contatto, o Luciano Erba. Questi i padri, gente che aveva venti, trenta, quarant’anni più di me.

Più recentemente dialogo con i più giovani — in questo facilitato anche dall’esperienza dei Quaderni — che mi ha portato molto spesso a riflettere ex novo, anche sul piano delle poetiche. E potrei fare molti nomi tra quelli che a partire dall’inizio degli anni Novanta ho pubblicato, a cominciare da Guido Mazzoni e Antonio Riccardi per proseguire con Massimo Gezzi o Dome Bulfaro. Ma sono molti: non vorrei fare torto a qualcuno stilando un elenco.

La mia necessità di avere interlocutori in poesia l’ho dunque volta sui più giovani; e sono nate bellissime amicizie; loro magari credono di aver ricevuto o imparato qualcosa da me, ma in realtà sono io che ho ricevuto perché ho rinnovato e rinfrescato il mio rapporto con la poesia attraverso di loro.

Poi è evidente che all’interno della coetaneità ci stanno tante cose: abbiamo prima citato Maurizio Cucchi, che era il redattore dei Quaderni della Fenice quando io esordii, col quale c’è un rapporto che dura da trent’anni. Rapporto di amicizia saldissimo, fraterno, ce l’ho con Gabriele Frasca, Fabio Pusterla, Gianni D’Elia. E naturalmente con Valerio Magrelli, siamo anche colleghi all’università, insegniamo agli stessi studenti; con Milo De Angelis c’è il rapporto più antico perché Milo lo conosco addirittura dal 1969, eravamo proprio ragazzini, e ancora adesso, quando ci si vede, ci si parla come se fosse allora, non ci sembra neanche possibile che siano passati quarant’anni, perché entrambi sappiamo l’uno dell’altro cose che gli altri — tutti gli altri — non sanno, le cose dei vent’anni.

LN: Resterei ai più giovani. La serie dei Quaderni di poesia italiana contemporanea è iniziata nel 1991, e ad oggi ha valorizzato più di sessanta giovani poeti. Prima di tutto una premessa: non sono molti i poeti che tentano di stabilire un ponte con i maestri e i giovani, perché spesso ci si rintana nei rapporti più facili, che sono quelli con le persone del proprio mondo. Immagino che avrai avuto modo di incontrare molti giovani poeti: mi piacerebbe capire come riesci ad individuare le poesie che, anche immature, acerbe, hanno dentro di sé il seme di una scrittura che può crescere…

FB: La prima cosa che mi viene da dire, e me la stai facendo venire in mente tu adesso, è collegata al discorso di prima: avendo io avuto una maturazione molto lenta, ho avuto la necessità di avere continuamente interlocutori, di rimettermi in discussione, in gioco. Quando io inizio a curare i Quaderni all’inizio degli anni Novanta non ho ancora raggiunto la mia definitiva maturità poetica, sto iniziando a scrivere il Profilo del Rosa e, dunque, tutti quelli che ho messo nei primi Quaderni, hanno aiutato me a venir fuori come autore definitivamente. È stata una necessità vitale per me interloquire anche con i più giovani.

Giacomo Leopardi, citato in Roma da Franco BuffoniTu mi chiedi come si riconosca il talento… si fanno un sacco di errori di cui ci si pente — errori di inclusione, di esclusione —, qualche volta però la si azzecca. Qualche altra volta si individua il talento e poi questo talento si manifesta anche o persino maggiormente in altri campi. Ho inserito Emanuele Trevi per esempio, come “poetino” giovane quindici anni fa, ed oggi è uno dei critici più accreditati; ho inserito Flavio Santi come poeta dialettale e oggi fa il romanziere in primis; ho inserito Aldo Nove come “poetino” giovane giovane e certamente oggi è più un narratore… però il talento di Aldo Nove mi sembra sia fuori discussione.

Tutto sommato non è che mi dispiaccia avere individuato persone molto giovani, avere subodorato che lì ci stava del talento, essere stato ben impressionato dalla loro prima raccolta di poesia, averle pubblicate e poi scoprire che sono diventati saggisti, narratori o autori teatrali. Poi ci sono anche quelli che hanno fatto solo il poeta e sono diventati poeti importanti.

E quelli che magari sono rimasti più in ombra, ma non per questo sono meno validi. Solitamente non cerco la poetica già compiuta o già definita perché a volte, quando uno è molto giovane, può essere imprestata, quindi è più un carotaggio che si fa, e poi naturalmente si sbaglia.

LN: Circola la voce che la serie sia prossima a chiudere: è vero?

FB: Io non ho intenzione di chiudere perché vorrebbe dire morire… ti ho appena detto che voglio vivere a lungo! Adesso inizia il lavoro sul decimo Quaderno; negli ultimi Quaderni c’è un comitato di lettura fisso da me coordinato, formato dagli stessi editori Marco Zapparoli e Claudia Tarolo, Fabio Pusterla e Umberto Fiori. Poi ci sono altri ai quali chiediamo consulenze per una parte di dattiloscritti o per qualcuno in particolare. Questo team farà un briefing alla fine del decimo Quaderno e prenderemo le decisioni sul futuro, nel senso che il decimo ci sembra un numero abbastanza compiuto in sé e, soprattutto, finiamo col coprire vent’anni. Allora ci si chiede che senso ha mettere i nomi di quelli che hanno avuto l’esordio vent’anni prima accanto ai nomi nuovi di oggi. Diventa un po’ grottesco, ormai sono i primi sono diventati padri dei secondi, anche perché il limite per la data di nascita continua a spostarsi: quando abbiamo cominciato era il 1955, adesso è il 1970. Anche questo mi sembra che di per sé presupponga una trasformazione.

Detto ciò, che con questa formula il decimo sarà probabilmente l’ultimo, io intendo continuare, magari con una formula più fresca, più nuova. Dipende tutto se sarò al mondo, se avrò la salute, la voglia di fare, però penso di sì. Si tratterà di vedere se avrò ancora voglia di imparare, adesso ce l’ho ancora, continuo ad aver voglia di leggere, di studiare, di scrivere e quindi di conoscere cose nuove. È ovvio che le cose nuove te le possono insegnare le persone più giovani e, giocoforza, se vuoi rimanere nella contemporaneità, quale modo migliore che curare dei Quaderni e venire a contatto con le loro scritture? Voglio continuare e mi auguro di poterlo fare magari anche per tutto il decennio prossimo…

Copertina di Testo a Fronte, diretto da Franco BuffoniLN: Vorrei focalizzare anche l’altro aspetto rilevante della tua figura poliedrica e cioè la traduzione. Hai fondato nel 1989 e da allora dirigi Testo a fronte. Rivista semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria”, una tra le riviste più importanti in Europa sul fronte della traduzione. Vorrei sapere come sta la “traduttologia” oggi in Italia, quali sono, a tuo giudizio, i poeti stranieri più importanti, e quelli dei quali ancora non si sa molto ma sentiremo di certo parlare.

FB: All’interno della tua domanda c’è un termine sul quale vorrei soffermarmi: “traduttologia”, perché questa parola non esisteva, esiste grazie a “Testo a fronte”. È un calco sul francese traductologie, in Francia circola dagli anni Sessanta, dal manuale di Georges Mounin, Les Problèmes théoriques de la traduction, ma in Italia non c’è. Il termine “traduttologia” l’abbiamo importato noi, lo stiamo usando da un quindici anni e, cosa curiosa, il Ministero dell’Università e Ricerca Scientifica e Tecnologica, al quale io appartengo, non l’ha ancora accettato, tant’è vero che la materia che io insegno si chiama Teoria e Storia della Traduzione ed è un sotto-settore di Letterature Comparate; mentre il più “vivacetto” Ministero per i Beni Culturali l’ha accettato: due anni fa mi ha chiesto, come fa sempre quando c’è una nuova scienza, di presentare un volume — tra l’altro ne sono usciti due: Traduttologia I e Traduttologia II [Edizioni del Poligrafico-Zecca dello Stato — Ministero per i Beni e le Attività Culturali, 2005], la storia della traduttologia.

Prima della morte (mia) spero di vedere accettato da tutti il termine “traduttologia”. Il fatto non è solo nominalistico. Quando fondammo “Testo a fronte” ci si chiedeva se questa scienza dovessimo chiamarla “traduttologia” o “translatica”. Non era la prima volta che mi trovavo coinvolto in situazioni di questo genere, perché da ragazzo avevo partecipato alla nascita della semiotica: Primo Convegno di Semiotica, Palazzo della Provincia di Milano, 1976. C’erano Eco, il vecchio Jakobson, Chomsky.

Dicevo, non è nominalistica la questione; chi ci avversava e chi ci avversa oggi non è per una questione nominalistica, si tratta di dare dignità di scienza al discorso sulla traduzione. Questo è ciò che non vogliono, perché il predominio dei formalismi, in particolare strutturalistico-semiotici, per tutti gli anni Sessanta e Settanta, fece che per molti i discorsi teorici sulla traduzione fossero ascrivibili all’ambito della linguistica teorica tout-court, mentre il nostro impegno è sempre stato quello di aggiungere e coniugare istanze linguistico-teoriche con istanze di filosofia dell’estetica, quella che Kant chiamava la dottrina del gusto, nello specifico della traduzione letteraria.

Qui è più sottile il discorso, è un discorso tosto, scientifico, sul quale ho scritto dei libri: in Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti, uscito l’anno scorso dall’editore Interlinea, cerco di dare i rudimenti di questo discorso, uscendo dalle dicotomie che sempre hanno caratterizzato il discorso sulla traduzione. La nostra proposta è quella di ancorare una riflessione teorica sul tradurre a cinque elementi che permettono la fuoriuscita da un’impostazione dicotomica: il concetto di avantesto, di intertestualità, di ritmo, di poetica — che per me è fondamentale anche in questo campo — e il concetto di movimento del linguaggio nel tempo.

Dicevo prima che il concetto di poetica è alla base di tutti e due i discorsi perché è il denominatore comune del mio agire; quando ho fondato “Testo a fronte” ho fatto quadrare il cerchio, nel senso che facevo da un lato il poeta, dall’altro il ricercatore universitario, e ho trovato un denominatore comune: la riflessione teorica che inglobasse comunque anche il concetto di poetica — ecco in che cosa sono anceschiano: l’idea di progetto e il discorso sulle poetiche, che da molti non è sentito…

LN: Perché non è sentito?

Franco BuffoniFB: Facevo riferimento al predominio dei formalismi negli anni Sessanta e Settanta, che è coinciso con la Neoavanguardia nella ricerca poetica. Ora, è evidente che senza formalismi non ci sarebbe il Novecento, quindi nessuno si sogna di annullarne l’importanza. E senza avanguardia la poesia italiana non sarebbe quello che è; quindi nessuno si sogna di parlarne in termini riduttivi. Tuttavia, credo ci siano alcuni ancora oggi, sia critici sia poeti, che ritengono che parlare di poetiche sia un tornare indietro; invece io credo che sia essenziale. Non riconoscere più il concetto di poetica è un grande impoverimento perché poi finisce, in molti casi, che la scrittura diventa uno scoppiettio linguistico, una grande patina composta solo di funambolismi linguistici.

Il discorso delle poetiche invece, rifacendosi alla definizione di Anceschi, come riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul loro fare, sul loro poiein, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità e gli ideali, porta a delle conseguenze importanti anche per un poeta giovane di oggi. Sei tu artista che riflette su quello che fa. Ecco, io sono uno che riflette su quello che fa, prima, durante e dopo.

Anceschi dice artisti “e” poeti: vale anche per il pittore, per lo scultore… si deve indicare tutto il bagaglio strumentale, che per noi può essere quelle tre o quattro lingue classiche e/o moderne che conosciamo, l’uso dei dizionari, i lessici di frequenza, le consapevolezze filologiche e etimologiche, le conoscenze metriche etc.; ma non basta, perché con questo costruisci un versificatore; poi ci sono le moralità e gli ideali. Anceschi li mette al plurale, perché è evidente che possono mutare di persona in persona e di tempo in tempo, ma è fondamentale averle, avere delle cose per le quali si senta la spinta etica, proprio nella direzione che dicevo prima: Stato di diritto contro Stato etico, per esempio. Io aborro lo Stato etico perché sono un uomo fortemente etico che vede un’etica moderna solo all’interno di uno Stato di diritto. Solo uno Stato di diritto permette di mettere al plurale le moralità e gli ideali. Lo Stato Etico è conculcante perché ritiene di possedere la verità, magari persino con la maiuscola.

Vaticano

LN: Nella nota conclusiva all’ultimo lavoro in versi, Noi e loro, riveli «il motivo che mi ha indotto ad essere tanto “fisico” in questo libro: riconquistare anche in letteratura al sesso omoerotico spazi che per il sesso etero sono consueti». Vorrei che ci spiegassi quanti e quali sono questi spazi, e se ci sono altri autori, altri poeti, non per forza solo in Italia, che stanno lavorando in quella direzione, della “riconquista” di questi spazi.

FB: Questo è un discorso che in Italia oggi va fatto. Io non è che avessi particolarmente voglia di farlo, lo confesso, però ne ho sentita l’urgenza, vedendo addirittura la regressione dell’Italia rispetto agli altri paesi europei. Avendo contatti ed essendo spesso in altri paesi europei, mi trovo a dover spiegare perché in Italia oggi uno è costretto a scrivere libri come Più luce, padre o Noi e loro, e mettere la propria poetica al servizio di questo tipo di istanze. Perché colleghi inglesi, olandesi, spagnoli, o tedeschi questi problemi se li sono risolti dieci, venti, trent’anni fa, vivono in società dove tutto questo non è più un’urgenza perché è un dato di fatto assolutamente scontato e dunque è chiaro che anche l’artista può occuparsi d’altro.

L’Italia oggi mi preoccupa perché la vedo involversi da questo punto di vista; in sostanza posso riassumere il mio stato d’animo in questo modo: l’Italia vorrebbe la modernità a pezzetti, quindi internet sì / fecondazione assistita no; tv satellitare sì / RU 486 no; dichiarazione dei diritti dell’uomo sì / Org. Mondiale della Sanità no (perché altrimenti dovrebbero cadere tutte le discriminazioni contro gli omosessuali). E così via. E il paese è in declino. Si vogliono ripristinare più voli all’estero da Malpensa? Per permettere alle signore di Busto Arsizio di recarsi a Barcellona, Londra o persino Istanbul a procreare in modo assistito?

Galileo Galilei, citato in Roma da Franco BuffoniL’Italia si trova veramente a un bivio; chiaro che questa intervista accade in un momento dell’aprile del 2008: abbiamo le elezioni politiche tra una settimana e si vive anche di interazione col contesto… io mi auguro che qualcosa si muova e se si muove si deve muovere tra i giovani, anche se non ho molta fiducia in loro come categoria perché conosco i loro padri… però a qualcosa bisogna pur attaccarsi, bisogna pur sperare. Io, finché avrò fiato, continuerò a dire e a scrivere queste cose e a dire che anche l’Italia deve diventare un paese moderno.

D’altro canto siamo in Europa, quindi si tratta di adeguare le nostre normative a quelle europee; non è che sia così arduo il compito: basta copiare. Certo che le resistenze sono molte e soprattutto si vedono dei connubi molto osceni: quando tu vedi i giovani di Alleanza Nazionale alleati ai giovani leghisti in un’ottica antimoderna, ti viene in mente — per esempio — che i cattolici, gli ebrei e i musulmani a Gerusalemme sono d’accordo su una sola cosa: impedire il Gay Pride. Sono queste oscene convergenze che ti danno la misura delle grettezze e delle ristrettezze mentali con le quali dobbiamo misurarci. Credo che il compito di un poeta onesto sia anche quello di sottolinearle.

In Guerra ho cercato di fare un discorso sulla violenza, un discorso estremamente ampio ma che in fondo penso sia tuttora di attualità, e in Noi e loro ho proprio mirato a dare fastidio: è un libro che crea degli imbarazzi, perché soprattutto dai poeti si vorrebbe il quieto vivere, si vorrebbe sempre la “cosina” che tranquillizza. Invece, quando usi la poesia come corpo contundente, come arma di disturbo, è evidente che a molte persone dai fastidio, ma questo mi stimola solo a continuare. Anche in Roma ci saranno situazioni di questo genere. Per non dire di Reperto 74, il libro di racconti che ho appena pubblicato dall’editore Zona.

LN: Siamo arrivati quasi alla fine della nostra intervista. Da qualche tempo hai un sito

FB: Sai perché l’ho fatto? Perché ero stufo di tutta quella carta. È chiaro che quando hai solo la carta non puoi che basarti sulla carta ma — e qui torniamo al discorso del contatto con i giovani — a un certo punto, se hai gli occhi aperti, ti rendi conto che è molto meglio lo schermo, è molto meglio eliminare il più possibile la carta e quindi è stato un modo di dire “voglio vivere”, un modo di legarti al presente perché il futuro è fuori discussione che sia lì.

LN: Invece molti poeti della tua generazione si rifiutano di entrare in questa dimensione ed è un grande peccato perché è, forse, anche il modo di far avvicinare persone o di rendere accessibili immediatamente delle notizie e non solo, di dare simbolicamente l’idea, l’immagine di una persona che vuole aprirsi anche al contatto con i giovani…

FB: Ti ringrazio di leggerla in questo modo, in effetti devo dire che avevo avuto delle perplessità perché tra i miei “colleghi” questa cosa non è vista bene, non lo fanno, non lo vogliono. Credo dipenda da quello che dicevo prima: se tu vai a compartimenti stagni, a un certo punto ti chiudi ed è evidente che non te ne frega niente; se invece tu vuoi interloquire, interagire, è evidente che non puoi sperare che il ragazzo di Aosta o di Lecce ti scriva una cartolina con l’indirizzo postale della nonna. Ti mandano una e-mail e, se tu hai un sito, tutto questo diventa facilitato. Credo che il punto sia lì, dipende da come tu ti poni nel tuo tempo, se ti metti in discussione o no. Per me è stato un mettermi in discussione, lo vedo dalle e-mail che mi arrivano: ricevere delle critiche, delle richieste, ti stimola, ti mette sempre in una situazione di riflessione, mai di stasi.

LN: Hai avuto modo di visitare blog, siti di poesia, di letteratura, di riviste?

Copertina di L'imbuto bianco, di Franco BuffoniFB: Sì, compatibilmente con il tempo a disposizione, lo faccio costantemente, soprattutto con le riviste straniere, con i blog stranieri, perché ti dà una dimensione in più. Ad esempio sono molto interessato in questo periodo a ciò che sta succedendo nell’est europeo, perché ho visto quei paesi da giovane, quando erano delle galere a cielo aperto, con le persone prigioniere in queste nazioni dal gloriosissimo passato. Quindi è tale la mia gioia nel vederli liberi adesso che, quando mi collego e vedo un ragazzo estone che fa un blog o un ragazzo della Boemia che mi parla in rete attraverso una rivista di poesia, per me è una gioia indicibile.

Non credevo di poter vivere fino a vedere cadere il muro di Berlino; ero lì nel 1972 e me lo ricordo bene, me la ricordo bene la cortina di ferro, ricordo benissimo un mio giovane compagno di dottorato di Praga, sposato con un figlio, che non veniva lasciato uscire dal paese per andare in Inghilterra. Glielo permisero solo quando la moglie rimase incinta una seconda volta, per ricattarlo sul fatto che lui sarebbe dovuto comunque tornare indietro. Erano delle cose da Inquisizione, e quando sento odore di Inquisizione, io reagisco sempre. La mia attenzione per l’est europeo oggi è di questo segno, ed è proprio per questo che mi pongo sempre in termini molto polemici nei confronti di una concezione etica dello stato. E per essere chiaro fino in fondo, non penso che il problema siano i miei vicini di casa qui di Oltretevere: loro sono il riflesso di quello che è la società italiana, società culturalmente arretrata, bisognosa di sprovincializzarsi e di svecchiarsi, anche per quanto concerne molti “giovani”. Quando ciò avverrà questi di Oltretevere conteranno come San Marino.

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