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Percorsi

Cuba, eremita in Habana Suite

Prosegue da L’Avana come Euridice

Grazie a Elvira, piccola Euridice adottata come sorella, finisco per radicarmi sempre più in quella dimensione popolare che avverto nettamente distante e avulsa dai marchingegni del potere. E da noi, in Europa, non è forse lo stesso? Ogni mattina ci mettiamo in fila alle fermate dei cammelli, per raggiungere le mete più disparate.

L'Avavna, foto di Paolo Ghiotto Marin

Che sia la casa di Hemingway piuttosto che l’accademia della musica, il risultato è il medesimo: ci stipiamo in quei barattoli arancioni con le gobbe trainati da una motrice che sbuffa, macerando aromi d’ascelle e sorrisi tra un’umanità che sale e scende, lungo il percorso, seguendo il movimento di una fisarmonica. A bordo, di stranieri neanche l’ombra.

La casa del divino Ernest è una finca laccata immersa nel verde, stracolma di libri, perfino in bagno ce ne sono. Bizzarro scoprire che Hemingway scriveva in piedi, appoggiando i manoscritti su un leggio. L’accademia della musica, invece, è una sorta di parco lussureggiante, dove i musicisti si tirano dietro contrabbassi, trombe, clarinetti, violini e chitarre, dedicando ore di assolo a pennuti incuriositi tra le fronde, che rispondono gorgheggiando. Qualsiasi sia la meta, convinco Elvira a rientrare a piedi in Habana Vieja. Lei mi segue, annotando le nostre conversazioni su un taccuino turchese; solo un diversivo divertente, o un atteggiamento ironico nei confronti di uno straniero?

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto MarinCosì, giorno dopo giorno, intrecciamo linee invisibili in Centro Habana, quartiere che più degli altri sembra sgretolato da un bombardamento immobile, dove sguazzano eleganti robivecchi, dove i bambini passano il tempo con il baseball, sbracciando logorate palline da tennis, mentre bimbe minuscole pedalano bici troppo grandi per la loro età.
Qui si arenano, su ceppi o quattro mattoni, le automobili sfiancate dall’epoca, che uomini a torso nudo utilizzano per la siesta, e che i bimbi adoperano per i loro giochi onirici o semplicemente per farsi fotografare. Altri medicanti, invece, dormono il sonno del giusto, adeguando il proprio corpo all’oblò d’un locale notturno, dismesso da anni. Come ci si deve sentire a ritrovarsi poveri a L’Avana?

Durante i nostri pellegrinaggi, Elvira non si esime dallo snocciolarmi notizie di realtà sociali, situazioni politiche e aneddoti letterari. Dopo il dissolvimento degli aiuti da parte dell’Unione Sovietica, quasi per controsenso, il governo degli Stati Uniti ha stretto ancor più la vite dell’embargo. Non solo esclude rapporti commerciali con Cuba, ma inasprisce le sanzioni nei confronti degli stati sovrani che soltanto li tentino. Castro lancia anatemi, ma a rimetterci è ovviamente il popolo che finisce per fare il ripieno del sandwich.

La prostituzione delle Jineteras (letteralmente cavallerizze), rappresenta l’unico modo che hanno le famiglie per agganciarsi al traino dell’economia cubana, il turismo. Affittano e vendono di tutto, case e bicocche, sigari e rhum, mogli e sorelle, perfino i giardini, atti totalmente fuori legge, naturalmente, e che potrebbero significare, per qualsiasi cittadino di Cuba colto in flagrante, campo di rieducazione. Uno straniero a cui viene offerto, in Obispo o lungo el paseo del Prado, un bell’appartamento con ragazza inclusa, non immagina nemmeno che quella donna potrebbe essere la moglie o la sorella del procacciatore di clienti che gliela offre. Quando i giornalisti internazionali chiedono conto a Castro di tale fenomeno, il comandante in capo finisce per delirare che “quelle donne” lottano per la rivoluzione… insomma, figa sacrificata per il bene patrio.

Ad alleggerire le pene spesso ci pensa la musica. Lungo le vie, comincio a distinguere tra le macerie lo stile di Juan Formell e los Van Van –  apostoli che hanno miscelato il sincretismo Yoruba dei testi a una mistura scatenata di rumba, mambo e salsa – da quello di Manolin, el medico de la salsa. Lo psichiatra di L’Avana salva la vita e l’orgoglio dei suoi concittadini soggetti al giogo del denaro straniero, cantando l’unicità dell’amore, dell’allegria, della bellezza e dei valori cubani. Per non citare la meraviglia della trova di Silvio Rodriguez.

Foto di Paolo Ghiotto Marin scattata a L'Avana, CubaRisalendo il Malecon fino a Miramar chiedo a più d’un bambino, impegnato a raccoglie telline sul bagnasciuga, cosa vorrebbe fare da grande: il turista, mi rispondono. Vedi — se la ride Elvira — e tu che non ci volevi credere!
Di fronte all’ambasciata americana i perenni slogan cubitali di sfida, spingono a chiedersi quando si darà termine a sfide inutili, per buona pace di tutti. Risalendo la Rampa si giunge in piazza della rivoluzione, dove le gigantografie del Che e la monumentalità della Casas de Americas lasciano retrogusti di latitudini sovietiche.
Il premio de Las Casas de Americas si può equiparare a una sorta di Nobel per la letteratura latinoamericana. Fumando Cohiba, Elvira mi racconta dell’isolamento che patì Lezama Lima, balena poetica arenata tra i libri nella sua casa di Centro Habana, e del suo rapporto di amicizia, non privo di contrasti, con Virgilio Piñera, drammaturgo che anticipò la genialità di Ionesco, nella solitudine più assoluta. Fu Piñera il maestro di Reinaldo Arenas, l’autore omosessuale di quel capolavoro che è Prima che sia notte, perseguitato dal regime e morto di Aids, a New York, dopo una vita di dissidenze coronata da una fuga rocambolesca negli Stati Uniti. Per molti scrittori e poeti di Cuba, il destino auspicabile è una fuga dall’isola, pena l’anonimato più crudo. Lo insegna Cabrera Infante, vincitore del premio Cervantes e residente a Londra, ma sempre sottobraccio al suo L’Avana per un infante defunto, il suo capolavoro, nel quale descrive mirabilmente la capitale cubana nel suo duplice aspetto, diurno e notturno.

Raccontandomi le vicende dei suoi grandi, Elvira sembra tradire una tristezza profonda che, da fratello adottivo, non posso che far mia. Come si può realizzare l’arte se privi della libertà d’esprimerla ed espanderla? La piccola Euridice di Habana Vieja mi rivela che, nel suo piccolo, sta tentando di creare intorno alla sua Casa Alta di Habana 326, un cenacolo di giovani interessati a sviluppare itinerari artistici, indifferentemente se nella fotografia, nella pittura, nelle danze o nella scrittura. Un cenacolo completamente sganciato dalle istituzioni ufficiali.

Da me si è bandita la prostituzione, il nostro intento è quello di chiedere, sì, aiuto ad amici stranieri, ma soltanto per permetterci di rimanere vivi nell’arte. I contatti internet, proibiti dallo stato, li attiviamo una volta alla settimana usufruendo della presa telefonica in casa di mami Berta, che essendo stata comunista militante, la presa telefonica in casa ce l’ha e la può usare. Un amico informatico combina il tutto, aprendo le vie di comunicazione con il mondo, all’insegna del confronto e dello scambio reciproco. L’Avana è all’unisono inferno e paradiso di Cuba, maga Circe che con i suoi richiami, promette a chi vi approda prospettive migliori. Un quinto della popolazione cubana vive nella Capital, ma viverci è difficile. Non esiste un orto da coltivare per mangiare o galline che ti scodellano delle uova, e, quando la fame oltrepassa il segno, si è costretti ad arrangiarsi, ognuno come può e secondo la propria dignità. Arduo giudicare chiunque, perché chiunque è colpevole secondo le leggi dello stato.

Foto di Paolo Ghiotto Marin scattata a L'Avana, Cuba

Ogni volta, il rientro in Habana Vieja, ha il sapore agrodolce del ritorno a casa. Plaza de Armas, oltre ad essere il cuore coloniale della città, è un nido dove gli amici intellettuali di Elvira campano rubando libri antichi ai loro conoscenti e rivendendoli ai turisti. Con la pelle ambrata dal sole, senza aver bevuto ancora un cuba-libre, fumato un lanceros, baciato una mulatta, mi chiedo dove sia finito quell’italiano sbarcato all’hotel Sevilla, imbottito d’idealità patinate e buoni propositi. Ha barattato la vita del turista per la visione obiettiva, per l’aderenza al vero, ma adesso si sente lacerato e consunto in profondità, preso al laccio dai dubbi, argonauta mitteleuropeo invisibile, un cavaliere dimezzato tra il bene e il male, come il personaggio in un’opera di Calvino.

Terzani sostiene che non succede mai la cosa giusta. Accade sempre il contrario di quello che deve succedere. Le scelte, in qualsiasi angolo di mondo, vengono dettate non secondo i canoni etici che l’umanità è sempre pronta a mettere sugli scudi, tanto da sembrare quasi impossibile non poterli realizzare, ma secondo gli interessi più nefandi e inconfessabili dell’egoismo, individuale e collettivo, il delirio e la dittatura sull’umanità di una sua stessa zona cieca.

Non so perché proprio qui, in Plaza de Armas, mentre il sole scende in baia e la luce tende al malva sereno queste vecchie pietre, una riflessione del genere s’incunea tra i miei pensieri, sebbene ammorbidita da una temperatura, soave e promettente, quanto una facile felicità. Influsso d’Orishas che risorgono al tramonto tra colonne, capitelli e frontoni barocchi? Dopo giorni di pellegrinaggi, mentre le orchestre nei locali accennano le prime note di un Son e il baccanale di mulatte e argonauti europei s’appresta al divertimento inebriato dagli spiriti Yoruba, decido di regalare a Elvira, la mia sorella Euridice d’Avana, una notte speciale, una serata che un cubano riceve, spesso e volentieri, solo barattando i favori del corpo e dell’anima. Saltiamo così nel mondo parallelo, l’altra velocità.

L'Avavna, foto di Paolo Ghiotto Marin

Risalendo Obispo, all’incrocio con Aguacate, ci infiliamo in un bar dalle atmosfere coloniali. Bevendo mojitos, ci uniamo a un trio di contrabbasso chitarra e claves, a cantar Guantanamera e Hasta Siempre, esaltando le bionde americane che si strusciano i loro papitos. Poi al Floridita per un daiquirì. Nel locale dove il posto di Hemingway gli è riservato per l’eternità, Elvira mi confida che entra in tanta eleganza marcata da camerieri raffinati per la seconda volta nella vita. La prima fu con suo padre, una domenica, per un gelato affettuoso quanto indimenticabile.

Via da lì, si va a cena in un ristorante particular, a strafogarci di aragostine in busera piccante, contornate da avocado. Una meraviglia dopo le sere passate a negritos y cristianos (riso e fagioli neri). Ultima tappa: El Patio, il bar ricavato dall’antico palazzo, in neoclassico catalano, dei marchesi di Aguas Claras in Plaza de la Catedral. Non vi è posto migliore per assaporare il visibile e l’invisibile di una notte a L’Avana, se non questo catino di pietre ancestrali, tra chiese, l’antico acquedotto ormai prosciugato, colonnati e pieghe misteriose, con un bicchiere di ruhm anejo da sorseggiare piano.

Tra questi portici dove le ombre si nascondono, scrutando i musicisti distillare spartiti per un’umanità eterogenea, atterrata qui da ogni luogo della terra, tutto sembra finalmente perfetto. Nessuna stecca o stonatura. Avverti la presenza delle divinità africane rintanarsi o abbracciare l’architettura barocca, proprio come si stringono assieme nel ballo mulatti ed europei, coreografia d’angeli e miserabili? Così finiscono per danzare anche l’argonauta e la sua Euridice d’Avana. Tutto contribuisce a tenere assieme le crepe d’un microcosmo onirico e terreno al tempo stesso. L’Habana Vieja diventa il fondo di uno specchio concavo, la distorsione artistica di sghembe traiettorie culturali e carnali, unite in semplicità, tanto perfette, da far avvertire il divino. Una Venezia sgretolata nei suoi barocchi che diventa notte di gala dei semplici. L’intellettualità e l’ideologia, si dissolvono come nebbie al sole, quanto pulviscoli cosmici inutili, distanti anni luce da qualsiasi umanità.

Lo racconto ad Elvira, e lei mi confida che i miei pensieri sono simili, in fondo, alla letteratura di Alejo Carpentier, al suo concerto barocco, o del suo degno erede odierno Miguel Barnet. Riflessioni degne di finire annotate nel suo taccuino di viaggio, naturalmente. La fortuna sta nel riuscire a percepire tali filamenti sottili, viverli e goderne, come il dono d’una danza inventata da uomini e Orishas, divenuti inseparabili. Elegia nuziale di luce e ombre in un talamo lunare.

A notte fonda, rientriamo abbracciati in Habana 326. Il canto dei galli sui balconi fanno la corte a certi profumi invisibili di magnolie e gelsomini. Gli sguardi protettori degli Orishas, saranno sempre più potenti di qualsiasi poliziotto che osserva il nostro andamento lento, a ogni angolo di quadra. Quel che resta della notte, come ogni notte, lo passiamo distesi in un letto di ferro battuto, sistemato in un angolo della casina di Berta. L’alone di un’afa asmatica evapora assieme agli aromi delle lenzuola, che sanno di lavanda appena colta. Gli ultimi versi, invitando i pindarici voli ronzanti delle cucharachas, finiscono per addormentarci nel cuore di L’Avana, affidato ai suoi sogni segreti.

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto MarinNel sonno più profondo, la consapevolezza che Elvira si è fusa con Habana Vieja nell’esperienza alchemica d’un argonauta venuto da lontano. Questa propensione, mai doma, a conoscere vivendo fino all’osso, mi porta a evitare i luoghi del baccanale per astronauti europei. Niente Tropicana, quindi, né alcun caffè concerto all’hotel Englaterra. La piscina dell’hotel Nacional, di certo, non mi vedrà mai prono ai suoi bordi. Preferisco accogliere le confidenze di vecchi giardinieri che curano il prato attorno al Campidoglio: Siamo stati traditi dall’onnipotenza del Dio Castro, che della spiritualità Yoruba non ha la minima idea. Dì al mondo che la gente di Cuba non sa niente di politica, e che, della politica, sopporta soltanto le privazioni, conseguenze di giochi di potere sproporzionati. Siamo pedine invisibili dei presidenti americani e dell’unico Re di Cuba, Fidel. Entrambe le parti giocano a scacchi con noi, divertendosi un sacco. Cosa vuoi che ci capisca, il Leader Maximo, d’arte, di cultura, di musica e ballo, di poesia e famiglia?

L’importanza di palpare la vita vera di L’Avana, mi spinge a cercare anche Luis, il maitre dell’hotel Sevilla, conosciuto durante il mio attracco a L’Avana. Usciamo una sera, per un giro di mojitos, alla Bodeguita del Medio: Ero un professore di matematica che amava il suo lavoro. Sono stato costretto a lasciarlo, perché il periodo Especial non mi permetteva più di mantenere decentemente i miei due figli. Lavoro al Sevilla tre giorni alla settimana. Ne ricavo più dalle mance dei turisti che dallo stipendio, ma quello che mi fa vivere e non sopravvivere è l’affitto della mia casa in Centro Habana. Per noi cubani non è facile incontrare stranieri interessati alla nostra vera anima. Io, ad esempio, ho l’esigenza di venir considerato al pari di chi ho di fronte, in tutto, come se fossi un europeo. Amo l’Italia per Michelangelo, per l’architettura, l’arte, la lingua, musicale quanto i suoi geniali compositori. Vorrei il meglio dall’esistenza, per me e per i miei figli, per questo lavoro come un mulo. Voglio dar loro la possibilità di andarsene da qui, se lo desiderano, per non vivere mendicanti del governo o dei turisti stranieri. Difficile giudicare da che parte stia il bene e dove il male. Il Potere è dappertutto un gioco delle parti. Pensa che c’è chi giura e spergiura che nella base americana di Guantanamo atterrino aerei militari carichi di medicinali e aiuti per Cuba. Che senso a tutto questo?

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto Marin

Mi accorgo che Luis, parlando di certi argomenti, lo fa sottovoce e scrutando attorno. Non hai idea a che razza di controllo si è soggetti a L’Avana. Il 50% della popolazione vive sottopaga dei servizi di sicurezza. Un qualsiasi sconosciuto potrebbe denunciarti d’altro tradimento della Revolucion, solo per ricavarne un qualche profitto. Lavoro nero, insomma. L’Avana è una meretrice di cui non ti puoi fidare. Il resto dell’isola è diversa. Io adoro la campagna, la zona di Pinar del Rio, ad esempio, è eccezionale. E il mare, nell’arcipelago di Camagüey?
La confidenza non ci mette nulla a farsi fraterna anche con lui. Gli prometto che la prossima volta verrò a sistemarmi a casa sua. Non c’è verso di poter pagare tutti i giri. M’impone la metà. Alla romana, dice.

Nell’ultimo giorno a L’Avana, istituisco una ritualità che diverrà tradizione dei miei approdi in Capital: passare l’intera mattinata dell’ultimo giorno al Museo delle belle Arti, dove sono raccolte le tele dei più grandi pittori cubani. Chi mi conquista sin dal primo momento è Renè Potocarrero. I quadri che dedica agli scorci di L’Avana s’imprimo nell’anima traslando dal misterioso controsenso d’una realtà in bianco e nero, la sgargiante esplosione d’un colore sentimentale. La città tratteggiata da Portocorrero con tinte pure, perde linee di confine e delimitazioni per prendere aria e volo in una architettura leggera e vibrante, dove la personalità della città s’indovina osservando, attentamente, in silenzio, e per grazia d’Orishas. Come se prendesse corpo per amalgama di pulviscoli, colori e anime strane, che necessitino proprio la visione onirica di chi guarda, per mettersi al mondo.

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto MarinIn quel parnaso di sogni incarnati in arte, mi perderò puntualmente, sorridendo ironicamente, all’uscita, nel constatare quanti più visitatori attiri il dirimpettaio Museo della Revolucion, con i suoi giocattoli di guerra. Mi attende una notte d’addio non solo tra me ed Elvira. La piccola Euridice consiglia di recarci al Castillo della Real Fuerza, dove è stata organizzata una festa in onore di due ballerine del Tropicana, ingaggiate dal Can Can de Paris. Elvira, eccitata e malinconica al tempo stesso, assisterà al realizzarsi, per le ballerine, d’un sogno che è anche il suo: l’Europa. Per l’occasione sfodera il miglior vestito, completo di scarpe bianche con tacco. Tacchi che salteranno sul selciato di Habana Vieja ancor prima di raggiungere il ponte levatoio del Castillo. Un simbolo quelle uniche scarpe buone, saltate alla festa di farfalle, finalmente libere.

La tristezza si amplificherà quando rimarrà sola, a piedi scalzi, a guardare me, trascinato dalle funamboliche della salsa nella frenesia della festa. Sgretolata illusione di sentirci fratelli, che né i versi notturni, né Yoruba, né i voli pindarici delle cucharachas, potranno consolare. In fondo al viaggio, un Argonauta trionfa solo al suo ritorno. Ad una farfalla cubana, invece, non è permesso alzarsi in volo. È l’ultima foto che mi resta, e, una volta di più, non so se sia stata scattata su Elvira o su L’Avana.

Questi i pensieri che mi martellano la cervice a Guanabo, in Playa dell’est, nei tre giorni che mi separano dal volo di ritorno, da Matanzas.Né i bagni di sole in acquamarina, né l’aragosta che ti offre la famiglia che andrebbe in brodo di giuggiole se ti fidanzassi con una nipote bella quanto un’acerba Naomi Campbell, possono superare l’esperienza sentimentale in Habana Vieja. Sai che fidanzandoti con Lisette, ci aiuteresti tutti? Quando le rispondo di essere già fidanzato con uno dei quartieri più antichi dell’America Latina, la mami mi chiede ridendo: Habana Vieja? Estas cagao de Habana Vieja!!!

Segue con Appuntamento al Bar de Martes

Foto di Paolo Ghiotto Marin ©

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