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Cinema

Franco Piavoli

Il mio cinema azzurro

Si è laureato in giurisprudenza ma, alla fine, l’avvocato non l’ha fatto mai e ha invece seguito il desiderio di esprimersi attraverso un cinema tanto personale da sfuggire a qualsiasi definizione.

Franco Piavoli

Franco Piavoli, nato nel 1933 a Pozzolengo in provincia di Brescia, dove tuttora vive, è il regista di film bucolici e poetici, quasi “sinestetici”, ascrivibili al documentario per lo sguardo attento sulla realtà (e in particolare sulla natura), al cinema narrativo per la raffinata rielaborazione drammaturgica, a quello sperimentale per l’incessante lavoro di ricerca espressiva sia sul piano visivo che sonoro. Il corpus dei suoi film, quattro lungometraggi e meno di una decina di cortometraggi dal 1961 ad oggi, testimonia non solo la lunga gestazione di ogni progetto, ma anche la volontà di non preoccuparsi troppo delle logiche commerciali. Perché Piavoli osserva l’uomo, gli animali e la natura, soggetti paritari della vita del mondo, con uno stile che ridefinisce continuamente concetti costituiti come “scena”, “sequenza”, “montaggio”, “colonna sonora”, ma con una coerenza tale da essere ormai un autore immediatamente riconoscibile.
Nel maggio 2008 Franco Piavoli è stato ospite della seconda edizione del NodoDocFest, Festival Internazionale del Documentario di Trieste, dove ha ricevuto un riconoscimento per la carriera.

Elisa Grando (EG): Com’è nata l’urgenza di fare cinema?

Franco Piavoli (FP): Mentre facevo la Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pavia ho visto per la prima volta alcuni dei grandi capolavori del cinema sovietico del periodo classico, e anche di altri autori straordinari come Ivens e Griffith. Questo mi ha entusiasmato e mi ha stimolato a provarci con una camera piccolissima, una 8 millimetri che mi aveva regalato un amico. Ho cominciato coi cortometraggi girati nel 1962-63. Qualche anno prima, in realtà, avevo già girato qualcosa con una camera senza sonoro, poi ho cominciato a usare i suoni e le voci come elementi fonici puri, cercando di recuperare il valore primitivo della parola.

EG: Questa ricerca sul suono è evidente nel lungometraggio che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo, Il pianeta azzurro, in cui ci sono una colonna visiva che scruta la natura e l’uomo, e una colonna sonora fatta di suoni e parole che si fondono in una sorta di “sinfonia”.

FP: Questa esperienza di un “cinema sinfonico” o “polifonico”, anche se forse sono parole eccessive, parte dal desiderio di recuperare, sia dal punto di vista visivo che sonoro, gli alfabeti più elementari del nostro linguaggio, gli strumenti di comunicazione basilari come l’attenzione ai dettagli che ci circondano, alle cose animate e inanimate, umane e animali. Volevo recuperare il valore pregnante e intenso della voce umana, oltre che di quelle animali e dei suoni che vengono dall’acqua, dal vento, dai rumori meccanici dei trattori. Nell’arco di un film a lunga durata, ho provato a utilizzare anche la parola nel suo significato primordiale come l’urlo, il pianto, ma anche le conversazioni famigliari durante la cena, o i messaggi che si mandano i due ragazzi in amore nel prato. Sono messaggi fonici che usiamo ancora nei momenti di maggior intimità.

EG: È vero che la scena degli amanti in Il pianeta Azzurro (1982) l’ha fatta incappare nella censura?

FP: Effettivamente è stato censurato, alcune copie sono state presentate anche nelle scuole elementari e lì molte maestre hanno voluto togliere la scena. L’imbarazzo è scattato soprattutto nella pruderie di certi ambienti. Credo che la pornografia si possa ravvisare in ben altri film, ma allora non c’era ancora un cinema apertamente volgare come quello che circola adesso per ragioni commerciali.

Franco Piavoli

EG: A questo proposito, si dice spesso che lei è un cineasta al di fuori delle logiche commerciali, perché non segue i tipici piani di lavorazione strettissimi che il cinema di solito impone, o i canoni della drammaturgia e dello svolgimento a trama. Questa scelta le ha precluso un certo circuito più commerciale, ma lei l’ha mantenuta con coerenza…

FP: È il frutto di una mia ricerca espressiva che ho pagato, appunto, con la limitazione della circuitazione, anche se Il pianeta azzurro ha circolato molto, anche nel mondo, non avendo bisogno di sottotitoli. Per altri versi, invece, il film è stato punito perché non risponde ai canoni dominanti del cinema narrativo, ma l’ho fatto spontaneamente, senza preoccuparmi di avere successo commerciale. Era per il piacere di esprimere liberamente la mia creatività.

EG: Il suo cinema è difficilmente definibile, sta sul confine tra documentario, fiction, cinema sperimentale. Lei come lo definirebbe?

FP: Anch’io mi trovo a disagio nel definire il mio cinema o collocarlo nei generi correnti. Adesso i miei film verranno presentati all’Anthology Archive a New York e, per dar loro un’etichetta, sono stati definiti “film sperimentali”. È vero, perché sperimento un uso della voce, del suono, però non rientrano nei canoni riconosciuti delle avanguardie americane e francesi. Il mio è veramente un cinema fuori dalla norma.

EG: Però è immediatamente riconoscibile, se non altro per la rappresentazione poetica del legame che nasce fra l’uomo, la natura e gli altri viventi. Come mai si è concentrato proprio sugli elementi naturali?

FP: Per due ragioni: primo perché ho un rapporto di profondo amore e attrazione verso la natura primordiale. Gli alberi ci hanno preceduto ma sono dei nostri antenati, e così anche gli animali più semplici come le lucertole, i rettili che sono sopravvissuti a chissà quali catastrofi ambientali e chissà a quanti sommovimenti nei millenni della storia della Terra. Il fatto che siano ancora presenti, e che senta con loro un’affinità di parentela pur nella marcata differenziazione, è un palcoscenico nel quale vivo quotidianamente, che mi dà ancora molta vitalità, mi crea desiderio, stupore. La seconda ragione è che in questo ambiente posso muovermi anche con scarse disponibilità economiche, non ho problemi di costruzioni scenografiche.

EG: L’eccezione, forse, è Nostos — Il ritorno (1989), il suo film ispirato a L’Odissea in cui ci sono degli attori professionisti e un tempo del racconto più lineare. Com’è nata l’idea di questo lungometraggio più costruito, sia dal punto di vista dell’impianto scenografico che narrativo?

FP: L’idea è nata dal desiderio di avvalermi della cultura classica che ci viene insegnata fin dalle scuole medie attraverso il grande poema di Omero. In esso ho ravvisato molti elementi di quotidianità familiare, in particolare nel libro in cui Ulisse viene riconosciuto da Penelope. Lui ricorda che il letto matrimoniale era stato ricavato da un antico ulivo e questo toglie ogni dubbio alla moglie. È bellissimo il momento in cui tornano a letto, fanno l’amore e si confidano le esperienze di vent’anni di lontananza. C’è una confidenza profonda e vera in questo dialogo notturno, tant’è che invocano Minerva perché tenga lontana Aurora, la nascita del giorno. Questo mi ha catturato e ho voluto rivisitare l’Odissea attraverso il mio personale modo espressivo.

Una delle scene del lungometraggio Pianeta Azzurro di Franco Piavoli

EG: In Il pianeta azzurro cita una frase di Lucrezio: “Il nascere si ripete/ di cosa in cosa/ e la vita/ a nessuno è data/ in proprietà/ ma a tutti in uso”. Perché ha scelto proprio questi versi dal De rerum natura?

FP: L’ha detto Lucrezio ma ritorna anche nei proverbi contadini più comuni e popolari, che contengono messaggi filosofici fondamentali. Oggi abbiamo la percezione di essere qui “in prestito”, la vita ci appartiene ma solo transitoriamente, apparteniamo a un ciclo vitale che oltrepassa la nostra esperienza personale. Ho trovato la frase estremamente pertinente per rendere la dimensione della nostra avventura sulla Terra.

EG: La morte dunque, nella sua visione, è un fatto naturale…

FP: Sì, anche se facciamo fatica ad accettarlo. È un momento di cessione dei beni di cui godiamo durante la vita ai nostri discendenti. In questo senso troviamo consolazione quando ci prende la malinconia o lo sgomento di dover rinunciare a questa nostra esperienza.

EG: Da spettatore quali registi ama?

FP: Fra i classici del cinema russo Ejzenštejn, Pudovkin, Vertov, Dovzenko ma anche altri maestri come Ivens, Flaherty, Griffith. Andando più vicini a noi, Bresson per il cinema francese e Olmi per l’italiano. Vedo sempre alcuni film che mi ispirano. Del resto si prende sempre un po’ spunto dall’altro, anche i grandi maestri da quelli che li hanno preceduti, dai musicisti, dai poeti.

EG: A cosa sta lavorando ora?

FP: Seguo il lavoro di un ortolano, alcuni passaggi elementari della coltivazione delle verdure che consumiamo quotidianamente. Questi alimenti-elementi che sono portati avanti da tradizioni lontanissime e che ora stanno vivendo un momento di difficoltà. da un lato la creazione di omg è positiva, ma dall’altra no perché vengono monopolizzati e imposti come uniche sementi. Invece la conservazione dei semi attraverso l’Arca costruita in Norvegia (si tratta del Global Seed Vault, deposito destinato a contenere e conservare 100 milioni di semi provenienti da 100 paesi, ndr) permette la conservazione della varietà biologica immensa creata dalla natura e che l’ortolano custodisce. Seguirlo nel suo lavoro è dunque un momento di partecipazione alla vita. Questo mio film rientra in un progetto sull’Arca curato da Ermanno Olmi.

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