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Musica

Wordsong

Giù dagli scaffali, e sul palco

Fucine Mute incontra Alexandre Cortez e Pedro D’Orey dei Wordsong, band portoghese che presenta sul palco di Absolute Poetry un progetto innovativo di poesia in musica che mescola la musica alle parole di Al Berto e Fernando Pessoa.

Wordsong sul palco

Beatrice Biggio (BB): Voi presenterete ad Absolute Poetry un progetto molto innovativo di poesia in musica: dove nasce quest’idea e perché avete deciso di usare le parole di Al Berto e Pessoa?

Alexandre Cortez (AC): Ero un buon amico di Al Berto, che è un poeta contemporaneo. Mi piaceva moltissimo la sua poesia e purtroppo è morto nel 1995. Era uno dei più grandi nomi della poesia portoghese del XX secolo così quand’è morto ho detto: “perché non fare qualcosa con il suo lavoro?”. Ho chiesto a Pedro di unirsi al progetto e quando lui ha cominciato a lavorare sulle parole di Al Berto ha pensato che sarebbe stato bello unire alle parole della musica e dei video. Questo è stato l’inizio.

Devo però dire che non usiamo le sue parole esattamente come furono scritte: prendiamo la sua poesia e la rimestiamo a modo nostro. In effetti non mostriamo alcun rispetto per il suo lavoro! (ride ndr). Era un progetto estremamente sperimentale quindi abbiamo pensato di portarlo sul palco e di registrarlo, così da mostrare il nostro punto di vista sul suo lavoro. Da qui è partito tutto, nel 2001-2002.
Dopo alcuni anni abbiamo deciso di farne un libro e un CD e l’abbiamo presentato dal vivo molte volte in Portogallo, dove abbiamo visto che la sua natura sperimentale riscuoteva un grande successo di pubblico. Poi abbiamo deciso di lavorare sui versi di Pessoa, una grande sfida e di certo un’operazione non priva di difficoltà. Penso che questo progetto sia stato una buona idea, prova ne è il fatto che stasera siamo qui ad Absolute Poetry!

Alexandre Cortez

BB: Guardando il vostro libro+CD si nota molto come siano perfettamente mescolati la poesia e l’impostazione grafica. Vedendovi provare, poi, siamo rimasti impressionati dalla potenza della vostra performance. Questo alla faccia dello stereotipo che vuole le performance di poesia mai incisive ed emozionanti come la musica. Pensate che l’utilizzo di media differenti sia la formula che rende la poesia così potente e appetibile, non solo per il pubblico più giovane? È questo il modo in cui continuerete il vostro lavoro o tornerete a fare musica?

Pedro D’Orley (PD): Questa, in effetti, è una domanda cui dobbiamo ancora trovare una risposta. Volevamo usare la musica e la multimedialità per rivitalizzare quella poesia che sta abitualmente sugli scaffali di musei e biblioteche, volevamo tirarla giù da quegli scaffali e toglierle un po’ di polvere, farla apparire come se gli autori fossero nati oggi, avessero vent’anni e scrivessero le loro prime poesie: abbiamo provato a far emergere da queste poesie una sensazione di freschezza. Dopotutto se fossero ancora in vita non credete che userebbero differenti media?

Questo stavamo cercando e questa è l’idea che sta dietro al nostro progetto. È questo che intendiamo quando diciamo di non avere rispetto per i loro poemi: cerchiamo di portarli nel nostro tempo, di fare come gli stessi autori probabilmente avrebbero fatto se fossero ancora qui. Ovviamente questa è la nostra sensibilità, loro probabilmente l’avrebbero fatto in modo differente; ma avrebbero usato gli stessi media, e questo lo facciamo anche noi. Penso che non gli dispiacerebbe… non sono qui, è ovvio, e non possiamo bussare alla loro porta e chiedergli se sono soddisfatti, ma pensiamo che sarebbero contenti di vedere qualcuno che tira giù dagli scaffali le loro poesie.

Non siamo esperti di Pessoa, ma lo conosciamo bene per averlo studiato a scuola. Al Berto non abbiamo potuto studiarlo a scuola perché ancora non aveva una storia, era ancora un outsider, ma per quello che riguarda Pessoa lo sentivamo legato a un tipo di educazione istituzionale, e abbiamo voluto liberarci da questa immagine di una letteratura vecchia e inquadrata che se ne sta per gli affari suoi. Così scopriamo il nostro percorso strada facendo… devo ammettere che non abbiamo le idee troppo chiare su quello che stiamo facendo. Comunque Alex ha un’idea più precisa di quello che facciamo; io non ne so molto: cerco una mia via, prima lo faccio e poi ci penso sopra…

Pedro D'Orey

BB: Guardando i vostri video e le produzioni al di fuori di questo progetto, sembrate molto potenti visivamente e molto attenti all’effetto della musica nelle clip e negli altri media. Dato che siete una band così visuale e avete cominciato con progetti musicali molto prima di dedicarvi alla poesia in musica, volevo chiedervi dove pensate che stia andando la musica in Portogallo, se sta succedendo qualcosa di nuovo, e quale sarà, secondo voi, il vostro contributo alla musica in casa e fuori.

AC: Be’, penso che il modo in cui la tecnologia diventa più democratica, e disponibile per tutti, faccia sì che le cose succedano. Oggi non hai più bisogno di uno studio professionale, puoi fare le tue cose in casa, fare esperimenti senza spendere enormi quantità di denaro. Credo si possa parlare della musica come di qualcosa di globale in Portogallo e in Europa; l’unica differenza sono le parole, quello che canti, perché strutturalmente abbiamo in Portogallo le stesse caratteristiche che abbiamo in Europa, a parte sfumature ovviamente differenti.

La possibilità più importante che hai ora è quella di mostrare il tuo lavoro al di fuori dei confini della nazione in cui vivi con estrema facilità; anche il linguaggio sta diventando più internazionale, sia che la tua band canti in Portoghese sia che canti in Italiano. Così è molto più semplice mostrare quello che fai fuori dai confini nazionali anche senza uscirne fisicamente, ad esempio usando internet. Abbiamo un sacco di commenti e reazioni sul nostro sito da gente che vive in Spagna, Italia o Francia ed è molto interessante.

Siamo qui, oggi, perché ho trovato in rete materiale sull’Absolute Poetry: ho visto che si dava spazio a progetti molto interessanti e ho inviato il nostro lavoro per vedere se sarebbe stato apprezzato. È anche un modo per entrare in contatto con altri artisti: anche se non fossimo stati invitati ci sarebbe piaciuto anche solamente mostrare loro quello che facciamo. Siamo stati davvero fortunati perché a Lello Voce il nostro lavoro è piaciuto e ci ha invitato a presentarlo qua. Questo significa che il nostro linguaggio funziona anche qui e non solo in Portogallo. Questo per me è il risvolto più importante della tecnologia: ci permette di mostrare oltre i confini della nostra nazione quello che facciamo.

PD: Sono d’accordo con tutto quello che ha detto Alex. Vorrei solo aggiungere che è molto interessante anche il fatto che noi ora stiamo incrociando tutto; tutto quello che facciamo diventa trasversale: in termini di media, in termini di età delle persone che collaborano con la band… io credo davvero che questo mescolare idee, media, età delle persone e culture sia la cosa più interessante che facciamo. È come se stessimo cucinando e ognuno aggiungesse il suo ingrediente. Per questo penso che non si possa più parlare di musica “portoghese”; possiamo farlo se usiamo un linguaggio e una poesia fortemente caratterizzati, ma credo che il modo in cui lavoriamo renda anche questo linguaggio più ampio e universale.

Noi pensiamo che utilizzando le poesie come le usiamo noi, senza leggerle nel modo esatto in cui sono state scritte, oppure leggendole dalla fine all’inizio, o incrociandone le parole piuttosto che tagliando interi versi che non ci sembrano in sintonia con la musica, stiamo in realtà trascendendo i significati compresi all’interno della poesia e trasformando la lingua in qualcosa di più ampio, una sorta di linguaggio fonetico. Io la vedo così.

BB: Quello che dite sembra quasi rivoluzionario e mi fa pensare alla libertà, intesa come libertà d’espressione, il che mi porta alla prossima domanda. Le case discografiche sono sull’orlo del fallimento in questo periodo a causa delle sfide lanciate dalle nuove tecnologie, al business della musica, e al successo del download di musica dalla rete. Pensate di aver guadagnato libertà da questo? Vi sentite finalmente artigiani della vostra musica invece che schiavi di un sistema in cui dover aspettare che qualcuno ascolti un vostro demo e lo giudichi adatto al mercato? So che avete una vostra etichetta: è davvero un modo per riappropriarsi dei vostri strumenti? E quanto è importante per voi?

PD: Il business (musicale) per com’era e com’è organizzato non si adatta affatto al nostro lavoro. A noi serve un tipo di distribuzione differente e quello che sembra andar bene per altri gruppi per noi è del tutto inadatto. Penso che l’intero sistema discografico dovrà fare i conti con questo utilizzo democratico della musica, dovranno trovare una loro modalità -non sono certo che l’abbiano già trovata, ma presto lo dovranno fare.

Per noi come musicisti non è importante guadagnare un sacco di soldi attraverso le vendite di dischi. Stiamo tentando altre vie per guadagnare, che siano diversi dalla vendita di dischi, e siamo perfettamente consapevoli di cosa significhi in questo preciso momento. Il modo in cui lo facciamo è attraverso la nostra casa discografica, producendo i nostri dischi, essendo di fatto una major anche noi. Ma lascerò che sia Alex a parlare di queste cose, dato che ha molta più esperienza nel campo della discografia. Io so solo che sono molto più contento per quello che stiamo facendo e come lo stiamo facendo, visto che non esiste alcuna major cui, a questo punto, potremmo adattarci.

Wordsong sul palco

AC: Quando abbiamo iniziato questo progetto lavoravo in un’altra band con una major e abbiamo mostrato i nostri lavori a molte case discografiche. Tutte dissero che era molto bello, molto interessante ma poco commerciale. Certo la poesia non è un progetto commerciale, ma volevamo una buona distribuzione. Così quello che abbiamo fatto è stato creare la nostra etichetta e occuparci della distribuzione autonomamente in ogni modo possibile: concerti, pubblicità sulle riviste musicali…

Credo che ormai la musica sia esattamente come tutte le altre industrie: hai grandi negozi in cui trovi i prodotti principali, le riviste più diffuse che li recensiscono e poi hai posti più specializzati in cui puoi trovare poesia, poesia in musica, video e musica, strumenti tradizionali e antichi. Hai il tuo pubblico e i luoghi in cui puoi vendere la tua musica. Così puoi portare avanti il tuo business senza interferenze, senza qualcuno che ti dica, ad esempio, “non mi piace questa copertina, cambiala.” Oppure “questa canzone non va bene”. Puoi fare esattamente quello che vuoi perché, alla fine, ci sono un mercato e un pubblico anche per i progetti più piccoli e particolari, se sono interessanti. Tutto quello che devi fare è trovare il modo migliore per mostrare al pubblico il tuo lavoro.

Un tempo facevi concerti per vendere dischi, ora fai dischi per vendere concerti. Ma se davvero credi alla bontà del tuo progetto, e credi in quello che stai facendo, non è difficile farlo vedere. Puoi registrare un buon disco in casa, sfruttando tecnologie non troppo costose, e produrre del buon materiale per mostrarlo in giro, come una bella copertina. Non c’è motivo di avere paura: non hai bisogno di una major per fare queste cose: anzi, credo che sarebbe un problema per progetti di questo tipo essere gestiti da una grossa casa discografica. È molto meglio che tu lo faccia da solo: otterrai molto più rispetto da parte del pubblico e rispetterai anche te stesso molto di più, che nella musica non commerciale, nei video e in poesia è la cosa più importante. Puoi fare quello di cui Pedro parlava prima, qualcosa di trasversale; inoltre incontrerai persone interessanti e molti stimoli differenti: questo è quello che rende il tuo lavoro, alla fine, più vario e interessante.

È questo che sto cercando: qualcosa che esprima il mio linguaggio, e credo che questo sia anche l’obiettivo della band. Esprimere il nostro linguaggio attraverso quello che facciamo, anche se la poesia è una materia prima così delicata da maneggiare, e usiamo la nostra libertà nell’avvicinarci alle parole per raggiungere quest’obiettivo. Ci sentiamo completamente liberi di lavorare con la poesia senza pregiudizi e preconcetti, senza la paura di tradire lo stile originale, e siamo molto contenti di quello che abbiamo realizzato finora.

D'Orey sul palco

BB: A proposito di fare esattamente quello che volete fare, cosa farete dopo? C’è qualche idea nuova o qualche nuovo progetto in vista? Cosa vedremo e sentiremo, speriamo anche in Italia, dai Wordsong nel prossimo futuro?

PD: Penso che continueremo sullo stesso binario, con lo stesso linguaggio, ma più che altro proveremo cose nuove e staremo a vedere cosa succede. Ci siamo resi conto che gli stimoli ci arrivano mentre stiamo facendo delle cose; quello che succede a noi è che i musicisti semplicemente iniziano a suonare, poi ascoltiamo quello che abbiamo suonato e cerchiamo di dargli un senso: ci lavoriamo sopra, e mentre ci stiamo lavorando qualcuno arriva con delle immagini, allora ascoltiamo la musica guardando le immagini e diciamo “ok, potremmo fare in questo modo”, allora forse ci incido sopra le parole, e forse cambiamo idea di nuovo e torniamo a quello che avevamo fatto prima…

È questo il modo in cui lavoriamo: non sappiamo granché di quello che faremo dopo e non ci interessa saperlo. Di solito sappiamo cosa stavamo cercando alla fine di tutto il processo creativo. Tutto quello che sono in grado di dire è che non faremo di nuovo la stessa cosa: non lavoreremo come abbiamo fatto con Al Berto e Pessoa, andando così a fondo nel mondo di un poeta.

Ci piacerebbe mescolare la poesia in un modo che ci dia ancora più libertà, magari mettendo Pessoa insieme a qualche ignoto poeta brasiliano che potremmo avere appena scoperto comprando un libro, potrei arrivare alle prove con quest’idea e vedere cosa succede… Oppure potremmo cominciare anche a lavorare con altri artisti, non solo Rita Sá e Nuno Franco come abbiamo fatto finora, forse lavoreremo su uno spettacolo in cui invitiamo qualcuno che mixi e diriga visualmente le cose. Al momento stiamo ripensando a come potremmo rendere tutto quello che abbiamo fatto finora in modo completamente diverso. L’unica cosa certa, al momento, è che vogliamo mescolare poeti di aree diverse, diverse nazioni e di notorietà differente. Mi piacerebbe anche metterci dentro delle parole mie, ci piacerebbe continuare a sperimentare questo genere di cose, portando le cose ancora un po’ più lontano.

AC: E magari domani, chi lo sa, saremo in giro a cercare qualche poeta italiano nelle librerie… Ho notato che avete un sacco di festival di poesia e spoken word, che è un’area che mi interessa molto, e penso anche che abbiamo una qualche vicinanza nella poesia e nella cultura. Ad oggi abbiamo sempre lavorato con un poeta alla volta, anche con Pessoa, che in effetti è più che un solo poeta…

BB: …almeno quattro!

AC: Vero! Ora vogliamo ampliare la nostra esperienza e includere, per esempio, più di un poeta alla volta e, perché no, anche le parole di Pedro. Da ora saremo molto più aperti in questo senso.

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