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Palcoscenico

Marcel.lí Antúnez Roca

Protomembrana

Marcel lì AntunezIl Marcel.lì Antùnez che ti aspetti per essere stato tra i fondatori de La Fura dels Baus o per essere, in tempi recenti, quella via di mezzo tra un mangiafuoco e una samurai del dreskeleton – arnese cibernetico che utilizzerà per dar vita al suo caleidoscopico Protomembrana nella performance ad Absolute Poetry non è il ragazzone della porta accanto che ci siamo trovati di fronte all’appuntamento per l’intervista.

Al bar beve acqua minerale e sembra rispondere alle domande come se la sua traiettoria, ricca d’esperienze artistiche sempre propense ad un’avanguardia di grande qualità, fosse cosa del tutto casuale. Quel che risalta invece, è la chiarezza delle idee, proiettate costantemente a una contemporaneità rivolta al futuro, unita ad una passione indomabile per la propria ispirazione. Dialogando con lui emergono una ferrea fede sull’importanza del lavoro quotidiano ed una curiosità che lo porta a percorrere vie sempre nuove dell’espressione, sottolineata da uno sguardo magnetico e indagatore.

Paolo Ghiotto Marin (PGM): Per Fucine Mute abbiamo il grande piacere di ospitare un maestro della performance, che mescola la sensibilità dell’uomo a quella della macchina. Prima ancora di iniziare una curiosità, il tuo nome, Marcel.lì Antunez, scritto in questo modo, da dove viene?

Marcel.lì Antunez (MA): È una norma ortografica del catalano. La doppia “l” si scrive con un punto tra la prima e la seconda. La pronuncia del mio nome sarebbe così: “Marcellì”; ci sono alcune parole che scrivono così, tipo “paral.lel”, “il.luminacio” eccetera… Questo certe volte diventa “mister Lì”: mi chiamano mister Lì perché il punto taglia il mio nome in due.

PGM: Volevo sapere se deriva da una qualche sorta di anima, ad esempio dall’essere catalano …

MA: Può darsi. Noi siamo un popolo senza stato, non dico che la Catalogna debba essere uno stato o meno, questo non mi interessa, ma un aspetto dell’essere catalano è cercare di esprimersi e di esporre le proprie cose in giro per il mondo, in modo più universale. Non è il posto in sé che è importante: può diventare importante in Spagna ma non è sufficiente.

Per questo ci sono stati alcuni periodi di creatività molto aperta, molto “universalista”, messa in atto da gruppi e persone che cercavano di far andare il proprio lavoro sempre più lontano. Magari da questo punto di vista si può dire che certi popoli sono più di altri in questa situazione; come i belgi fiamminghi: ci sono molti artisti che non limitano il proprio lavoro al Belgio ma cercano di allontanarsi sempre di più, di renderlo itinerante: guarda Vandekeybus, Jan Fabre, etc. etc…

Questo può essere vero dal punto di vista sociologico ma non è sempre così: ovviamente ci sono anche artisti che sono contenti di svolgere il proprio lavoro a casa propria, e di non uscire da Barcellona o dalla Spagna. Per quello che concerne il mio lavoro, dal punto di vista strettamente formale, ho avuto una carriera profondamente varia. Io ho iniziato la Fura come uno dei fondatori alla fine degli anni ’70; il gruppo all’inizio ha avuto un percorso di teatro di strada, io stavo studiando arte visiva, arte plastica e, alla fine del mio percorso di studio, il gruppo ha avuto un processo di professionalizzazione fino alla Fura che conosciamo dagli anni ’80.

Marcel lì Antunez intervistato da Paolo Ghiotto Marin

Una Fura in cui si vede la trasformazione da un teatro di strada, che sotto certi aspetti rimane, in un teatro chiuso. Si vede la partecipazione tipica del teatro di strada ma spostata in uno spazio architettonico chiuso, in una situazione completamente nuova dal punto di vista della convenzione teatrale. Segue questa idea della musicalità — come in un concerto rock, o punk, o di musica industriale che diventa una delle linee letterarie — e quest’appropriazione dell’arte visiva, di una performatività più vicina all’arte visiva, soprattutto il primo spettacolo, l’Action.

Poi, sotto sotto, mi rifaccio a tanti artisti francesi e italiani degli anni ’50 e ’60. A casa nostra non abbiamo avuto questa tradizione, perché siamo usciti dalla dittatura di Franco dopo la seconda metà degli anni ’70. Anche per questo c’è stata questa esplosione, negli anni ’80, in Spagna, di tanti artisti che resistono ancora oggi; come Almodovar, per dirne uno.

All’inizio degli anni ’90 ho deciso — dopo l’idea del collettivo il gruppo stava forse cambiando — di iniziare il mio percorso personale. Ero ancora giovane, perché i primi dieci anni della Fura sono stati per me quelli dai 20 ai 30, e in questa seconda parte della mia vita, se vogliamo chiamarla così, ho iniziato il mio percorso piano piano. In due o tre anni sono approdato a questo rapporto tra corpo e tecnologia, senza però perdere le mie origini: quel po’ di brutale, primitivo ed emozionale che si mescolano. Infatti, già dagli anni ’90 colpiva, nel mio lavoro, questa contraddizione tra un progetto formale apparentemente freddo e distante, com’è tutto quello che accompagna la tecnologia, e un approccio alla tecnologia stessa completamente caldo, emotivo, di forte impatto e pieno di riferimenti simbolici. Questo è stato un po’ il mio percorso: l’Epizoo, l’Uomo di carne, le Teste di Maiale, le teste di persone fatte di carne di maiale, fino al 2002, anno in cui finisce questo periodo, fino a Pol: una favola teatrale chiusa tra i robot, nell’esoscheletro, nell’immagine etc. etc…

Dopo questo ho iniziato un processo più riflessivo, che io chiamo Membrana, di cui stasera presento la prima parte, Protomembrana, un progetto ancora aperto e che cerca di immaginare il mondo in una forma diversa. Sono convinto che la rappresentazione artistica sia un’interpretazione del mondo, ma del mondo nella sua complessità. Per questo il mio lavoro è pieno di manifestazioni spesso molto differenti tra loro: c’è la performance, l’arte visiva, il disegno, alcune volte il film.

Marcel lì Antunez durante la rappresentazione del suo spettacolo Protomembrana

PGM: Visto che presenterai il tuo lavoro a un festival di poesia, volevo sapere se esiste una tua radice poetica e se reputi che questo linguaggio visivo, quasi cyber, delle tue performance ha in sé, o trattiene in sé, un linguaggio poetico che può essere interpretato diversamente dal modello classico di poesia.

MA: Mi pare che la radice della parola poesia sia “azione”, no? Da questo punto di vista non c’è nessun dubbio che le cose che io faccio siano vincolate all’azione — nel senso più vicino alla “versificazione” —, a mettere in campo rime e strutture letterarie (tipiche della poesia, nda). È ovvio che io non sono un letterato, per cui resto un po’ distante da queste forme. Sono convinto, però, che alla fine, questo modo di cercare qualcosa di esteticamente sublime sia sempre un percorso della poesia. Da questo punto di vista, il mio lavoro è pieno di cose che si potrebbero leggere in chiave poetica: una certa bellezza, una qualche bruttezza, l’ironia, l’emozione sono delle cose che si possono leggere anche da un punto di vista poetico. Ovviamente io non sono una persona che scrive: adesso sto usando la parola ma non mi sento un letterato.

PGM: Forse scrivi in un’altra maniera. Absolute Poetry ha un po’ questo intento: indicare delle vie diverse alla poesia. Anche perché la poesia “classica” ha perso un suo ruolo sociale…

MA: In tal senso si arriva a una nuova forma di poesia o di approccio poetico a problemi che possono riguardarla. Da noi c’è, ad esempio, questo poeta e scrittore visuale, Joan Brossa, che ha fatto tanti oggetti che sono piccole poesie, giocando col paradossale. Questa cosa del paradossale è anche molto vicina al mio lavoro. Diciamo che da questa prospettiva si può vederla così.

Marcel lì Antunez durante la rappresentazione del suo spettacolo ProtomembranaPGM: Noi abbiamo seguito le tue prove: siamo rimasti affascinati, oltre che dalla grande energia, dalla grande ironia. Nel mondo che pensa, moderno, c’è sempre un rifiuto della macchina, e se non è un rifiuto, c’è comunque un guardarla con sospetto, mentre tu è come se l’avessi sposata…

MA: La macchina, diciamo così, la pelle tecnologica è parte della mia pelle. Questa protesi diventa una protesi complessa: io controllo la voce, il suono, la luce, le immagini che sono dietro a me… lo faccio io. Rimane il mixaggio del suono verso l’esterno, perché questo non posso farlo, ma il resto lo controllo io. E mi riesce molto agevole. È il risultato di un percorso di quindici anni di lavoro con la tecnologia sempre vicino a me. C’è anche un significato molto importante: c’è una generazione di venti anni più giovane di me che è nata in un mondo tecnologico, e per loro la tecnologia è la stessa cosa che è per me; io ero un analfabeta tecnologico e penso che ancora oggi tante persone che ricoprono incarichi di responsabilità o che prendono decisioni importanti hanno quest’incapacità di rapportarsi: nel loro approccio alla tecnologia c’è sempre un po’ di paura, di timore. Accade lo stesso anche con la scienza: persone che spesso hanno una vastissima cultura umanistica e letteraria non hanno nessuna idea scientifica.

Non credo che oggi si possa vivere senza questa parte di conoscenza: oggi il mondo è un’altra cosa, è tecnoscentifico. Certo è anche umanista, ma bisogna trovare un equilibrio. Da un certo punto di vista, il mio è un lavoro pionieristico: io sono convinto che gli strumenti che utilizzo, e quelli che presto saranno sul mercato, sono strumenti molto forti dal punto di vista espressivo, molto potenti, e si inseriranno, anzi, si stanno già inserendo, in molte forme di espressione.

Diciamo che in questi primi 10-15 anni di lavoro, la tecnologia ha avuto un fascino soprattutto per l’ubiquità. Il telefonino e internet sono proprio l’immagine della costruzione di questo mondo che prima non esisteva. Il telefono smette di essere uno spazio e diventa una persona, internet crea una rete mondiale: crea una nuova, grande membrana. Noi però restiamo esseri biologici, la nostra membrana è hic et nunc. Io lavoro su questo punto, e la tecnologia è una forza incredibile in questo ambito perché in questa situazione le cose che utilizziamo vengono piano piano trasformate dal nostro utilizzo fino a creare una nuova situazione e una nuova realtà.

È qui che si piazza il mio lavoro, perché è qui che ci può essere dello sviluppo. Faccio un esempio: c’è internet normale, internet2, l’alta velocità su fibra ottica che per ora si sta utilizzando tra università e in campo scientifico, ma si sta anche parlando, adesso, di un internet0, che è una rete di oggetti. Diverse università stanno lavorando per collegare gli oggetti attraverso piccoli processori e sensori che attraverso un’antenna creano una rete tra oggetti interconnessi. Nessuno sa a cosa potrà mai servire, ma è più o meno quello che sto facendo io con gli oggetti che sono intorno a me: i vestiti, il computer, i sensori a terra sono degli oggetti quotidiani che assumono un nuovo ruolo perché essendo sensibili possono essere immessi in una nuova rete. È qualcosa che si sta sviluppando, ma penso che in futuro se ne parlerà abbastanza perché riguarda il quotidiano, la vita normale.

PGM: Ti faccio una domanda legata a questo aspetto pionieristico; tu sei un artista in viaggio: il tuo sviluppo è frutto di una programmazione o va di pari passo con la scoperta scientifica? Potrebbe un giorno lasciarla stare e dedicarsi a qualcos’altro?

MA: Sono in un punto in cui sento di dover lavorare con equilibrio. Non sono un artista giovane: sono un artista maturo (ride, ndr). Dico questo perché penso che quando un artista è giovane ha la libertà e l’obbligo di essere come una spugna e provare tutto quello che gli sta intorno; quando uno ha un percorso dietro di sé, una carriera, deve bilanciare la possibilità di incorporare cose nuove ed allo stesso tempo essere coerente con quella che è la sua storia. Perché quando uno finisce un lavoro restano sempre dei dubbi su quello che poteva essere fatto in un altro modo, o quello che non riesce come uno vuole o che avrebbe potuto essere. Questo è il motivo per cui cercare di incorporare sempre cose nuove o di incorporare nuovi linguaggi, non solo dal punto di vista tecnologico — ci sono così tante novità che io non le assimilo certo tutte, ho un percorso di lavoro in cui sto piano piano incorporando delle cose che mi interessano; altre non mi interessano molto allora le lascio da parte — questa curiosità, questa assimilazione non viene solo dal punto di vista tecno-scientifico ma può venire da altre parti: dalla letteratura, dalla filosofia che sono spunti molto importanti che si inseriscono nel mio lavoro, magari non necessariamente per la scoperta di una nuova possibilità tecnologica. Sono idee, situazioni o posizioni che come artista possono significare molto.

Marcel lì Antunez durante la rappresentazione del suo spettacolo Protomembrana

PGM: Siccome la tua è un’arte d’interazione, come pensi che il pubblico senta i tuoi spettacoli? Cosa senti delle sensazioni del pubblico?

MA: Preferisco non pensarci (ride, nda). Non ho mai lavorato in questo senso perché diventa pericoloso: se uno immagina la sua importanza presso il pubblico, come può influenzarlo o l’immagine che sta dando, fa una cosa, secondo me, tangenziale per un artista. È importante perché siamo in un mondo mercantile dove l’immagine e la pubblicità sono ciò che alla fine conferma la professionalità dell’artista ma, d’altro canto, io penso che sia più importante per l’artista essere collegato al proprio pensiero. In soldoni: faccio il lavoro per me e poi c’è una conseguenza pubblica, e questo credo sia la cosa più importante.

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