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Scrittura

Marc Kelly Smith

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Marc Kelly SmithBeatrice Biggio (BB): Abbiamo il piacere di poter intervistare Mark Kelly Smith, detto anche Slampapi, cioè padre dello slam, che possiamo definire una figura mitica dell’arte dello spoken word, nonché creatore di una forma totalmente rivoluzionaria di performance poetica. Il Poetry Slam ha ormai vent’anni di tradizione alle spalle; Marc, com’è nata l’idea di introdurre la competizione nell’arte del reading poetico?

Marc Kelly Smith (MKS): È una buona domanda… Il Poetry Slam è iniziato ancor prima che esistesse uno spettacolo denominato Slam, e siamo stati io e le persone che mi hanno seguito in quest’idea a cominciare ad esibirci. A quei tempi nessuno faceva performance di poesia, non ci si provava nemmeno, non c’erano poeti che mettessero passione o arte in quello che facevano. Noi abbiamo cominciato a farlo in un locale che si chiamava Get me high dove si suonava jazz, tutti i lunedì sera, con uno spettacolo che ha avuto parecchio successo. Ho fondato un gruppo, il Poetry Ensemble, facevamo uno spettacolo tutti insieme, una cosa molto simile a quello che fate qui all’Absolute Poetry, con musica, costume, voci combinate, qualcosa di molto interattivo. È piaciuto molto e volevamo mettere in piedi un second show, così siamo andati a parlare con il proprietario del Green Mill Taver, un altro jazz club. Gli abbiamo chiesto se fosse possibile avere la domenica sera per il nostro spettacolo, lui ha detto di sì, e lo abbiamo chiamato Uptown Poetry Slam.

Nelle prime settimane, ci siamo trovati a non avere materiale sufficiente per riempire l’ultima mezzora dello spettacolo, e così, all’impronta, una sera abbiamo inserito una competizione. C’erano state altre competizioni prima di allora, a Chicago, gare di poesia; noi abbiamo provato quella sera ed ha funzionato, così abbiamo continuato ogni domenica a concludere lo show con la competizione. All’inizio i premi erano dei dolci o cose del genere, poi si è cominciato a mettere in palio dieci dollari, ed è ancora così difatti, il premio è rimasto di dieci dollari, sapete “al vincitore vanno dieci dollari! Wow!”. Insomma, il senso non è mai stato quello di fare una vera competizione, è così che è cominciato. Poi, quando gli spettacoli d’intrattenimento poetico hanno cominciato a prendere piede in tutto il Paese, la competizione è rimasta. Per i media è grasso che cola, sai: “Ohhh, una gara di poesia!!”. Difficile, per loro, rendere conto del resto, degli aspetti artistici, della performance, dell’interazione con il pubblico. La competizione, però, quella riescono a capirla… Ed è così che la cosa ha cominciato a diffondersi.

Marc Kelly Smith

BB: La competizione è un pretesto per suscitare l’interesse delle persone, ma so che tu hai detto spesso che non si tratta necessariamente di una cosa buona. È vero, come la pensi al riguardo?

MKS: È assolutamente vero! Quando uno show si trasforma soltanto in una competizione, succede sempre la stessa cosa: i poeti cominciano a prendersi troppo sul serio, si crea un’atmosfera pesante e il pubblico si deprime, e quindi diventa di nuovo un reading dove sono i poeti a leggere ad altri poeti. La cosa migliore degli show al Green Mill e di tutti gli altri slam che hanno utilizzato l’idea originaria è che abbiamo un pubblico vero. Per circa 22 anni sono riuscito a portare dalle 200 alle 300 persone nel locale ogni domenica sera, più di 50.000 persone hanno visto il mio show in tutta Chicago, e la stessa cosa succede agli spettacoli di Timo Brunke a Stoccarda, di Rayl Patzak e Ko Bylanzky al Subztance di Monaco di Baviera, di Chris Mooney Singh a Singapore, ovvero a tutti gli show che partono dall’idea di combinare la poesia con tutte le altre arti performative; poi c’è in tutti anche la competizione, che però è solo un’altra componente dello spettacolo, questi sono gli show che hanno più successo nel mondo.

BB: Nello slam c’è anche un altro aspetto interessante, che è la rottura della tradizione, quella del poeta che legge davanti a un pubblico che ha il dovere di ascoltarlo. Tu hai buttato giù il poeta da quel piedistallo e l’hai gettato nell’arena fra il pubblico, ed hai dichiarato molte volte che è proprio il poeta ad avere la responsabilità di farsi ascoltare dal pubblico, il che sembra proprio essere l’opposto di ciò che propone la tradizione della poesia…

MKS: Giusto, non sono ancora riuscito a parlare di questo in Italia, ma ci sarebbe così tanto da dire… È un concetto così importante e a volte è difficile da afferrare, ma si tratta proprio di un altro dei principi che ho cercato di portare avanti con il mio lavoro, quello di sconvolgere le cose, principio che, messo in atto, ha funzionato. Quando ho cominciato, si andava a un reading di poesia, e le cose andavano così: “Io sono un professorone che sa tutto della poesia e se non capisci quello che dico, c’è qualcosa che non va in te!”. Oppure: “Io sono un mistico, sono il Poeta Mistico, sono ad un altro livello e a meno che tu non ti metta nella posizione del loto e cominci a fare Ohmmm non sarai mai in grado di capire”. E quando dicevano le loro poesie non cercavano affatto di comunicare. Ma è proprio di comunicazione che si tratta, quando qualcuno apre la bocca su un palco, è un tentativo di comunicazione.

All’inizio, al Get Me High, noi abbiamo imparato a comunicare, ci siamo dati l’obbligo di comunicare. Se il pubblico si addormentava, era colpa nostra, non loro. C’è un poeta americano, Wendell Berry, a cui probabilmente lo slam non piacerebbe, o magari anche sì, non so, che ha detto però una cosa molto saggia. Ha detto: La poesia non esiste per la glorificazione del poeta, ma per la celebrazione della comunità attorno al poeta. In Paesi come il Pakistan, l’Afghanistan, il Sudamerica, Paesi che chiamiamo il terzo mondo, non si è mai persa la tradizione del poeta come artista al servizio della comunità. Quando ho cominciato a conoscere il mondo intorno a me, mi ha sorpreso scoprire che in Pakistan, per esempio, c’è ancora un villaggio dove certe notti tutti si siedono intorno al fuoco in cerchio e leggono le loro poesie, o le poesie classiche, per tenerle vive. È un rito della comunità. Sei la prima giornalista che mi ha mai fatto questa domanda, sai?

Marc Kelly Smith

BB: Be’,è piuttosto strano, perché è così evidente, sembra essere quello che fa dello slam qualcosa di completamente diverso da altri tipi di performance… A proposito di differenze e del linguaggio poetico, l’idea di mescolare diversi media sembra esistere in letteratura da molto prima che a qualcuno venisse in mente di provarci su un palco. Penso per esempio a Burroughs e alla sua tecnica del cut-up che poi è stata ripresa da tanti in musica…
Credi che esista una qualche continuità fra tutte le forme d’arte, una tradizione, in qualche modo, che apra la strada ai prossimi artisti con una mente aperta, che vorranno mettere insieme, mischiare, piuttosto che limitarsi ad una sola arte, una tradizione che i poeti stanno seguendo pur non essendone completamente consapevoli? E, a proposito di Burroughs, che ha introdotto a un certo punto il paradosso secondo il quale bisognerebbe cancellare le parole, perché il linguaggio è un virus che contamina la vera essenza dell’uomo, pensi che questo possa riguardare la poesia, o che il virus sia diffuso dai poeti per condividere esperienze ed emozioni proprio per riaffermare la vera natura umana?

MKS: Ragazzi, questo è argomento per i nostri tempi! Guarda, io non sono un intellettuale, credo che ragazzini di dodici anni sappiano molte più cose di me, ma posso sicuramente risponderti per quel che riguarda il mio mondo, il mio lavoro… Quello che è accaduto nell’ambito dello slam, sia negli Stati Uniti che in tutto il mondo, è che ci sono dei poeti che sono diventati incredibilmente esperti nel comunicare. Molti di loro prendono le loro idee dai media, idee che sanno bene avranno grande successo presso il pubblico, idee che non provengono né dalla loro esperienza, né dalle loro convinzioni, ma che loro riescono a comunicare così bene da riuscire ad affascinare il pubblico, proprio come i fanno i nostri politici.

Per tutti è comprensibile che questo accada in politica, abbiamo imparato ad essere scettici riguardo a quei politici che agiscono in questo modo, ma quando sono degli artisti a farlo, credo sia una delle cose più scandalose che possano accadere. E lo credo perché l’arte è sacra, e perché penso che se non hai esperienza di quello che dici e non ci credi davvero, allora stai facendo della brutta arte, è una cosa pericolosa, ed è questo, per me, il virus. In questo caso sono d’accordo con Burroughs… Poi, sul fatto che il mondo sarebbe migliore senza il linguaggio, be’, credo che forse solo il Buddha direbbe che il mondo sarebbe migliore se non stessimo in silenzio.

Ma con il linguaggio qualcosa d’altro accade, e lo dico da performer: naturalmente può andar bene quando faccio bene un pezzo, la gente apprezza la tecnica e quello che faccio, ma il momento più importante, per me, come performer, è quando riesco a dire qualcosa di così sincero e vulnerabile da scatenare qualcosa di speciale fra me e il pubblico. Questo momento esiste, i performer lo conoscono bene, noi lo chiamiamo il momento feeder, cioè quando accade e si sente un vero scambio fra l’artista e chi ascolta e vede. È un momento in cui i cuori e le teste si fondono, e si tratta davvero quasi di un moto cosmico. Forse gli scienziati sapranno spiegarci un giorno come funziona, ma accade davvero qualcosa che trascende qualsiasi propaganda. Qualsiasi tipo di propaganda viene vanificata quando succede, perché io credo che sì, le parole siano un virus, ma quando qualcuno parla alle persone in modo così puro e vero, riesce a sconfiggere qualsiasi virus. O almeno lo spero.

Marc Kelly Smith

BB: Be’, io faccio parte del pubblico e posso dire che è proprio vero… Quando succede si sa che quella persona, e non solo in quanto poeta, sta dicendo qualcosa di assolutamente vero e sincero, attraverso il tramite della poesia …

MKS: E, naturalmente, questi momenti accadono spesso nella nostra vita di tutti i giorni, quando qualcuno è assolutamente sincero con noi, e noi ricordiamo quei momenti per tutta la vita. Ma l’artista, o perlomeno il performer di poesia, ecco, noi lo facciamo con arte, attraverso l’arte, cioè troviamo una verità universale e la duplichiamo in mezzo ad un pubblico, dal vivo. Anche se non si tratta propriamente di duplicarla, dato che il pubblico ogni sera è diverso…

BB: Hai lavorato in passato anche come muratore. Questa tua esperienza ci suggerisce un collegamento con il tema del Festival di quest’anno, il lavoro, con i suoi corollari: la disoccupazione, le difficoltà dei giovani precari, schiavi di una flessibilità del mercato del lavoro che si rivela essere instabilità… E lo status di artigiani che accomuna i poeti riuniti all’Absolute Poetry e i lavoratori dei cantieri di Monfalcone. Secondo la tua esperienza, pensi che gli artisti, i performer di spoken word e poesia, i musicisti, siano da considerarsi artigiani piuttosto che…

MKS: … privilegiati infusi d’arte e custodi della letteratura? Certamente, è esattamente questo che rende i performer del Poetry Slam diversi da… non so, Ginsberg, per esempio, le cui performance erano… sai… adesso fumo un po’ d’erba e declamo… I performer di poesia sono artigiani, assolutamente. Continuano ad imparare, giorno dopo giorno, tutto quello che possono sull’arte della performance. Per loro non è sufficiente avere una voce naturalmente melodiosa o avere una naturale attitudine a parlare alla gente… Quest’arte si impara, diamine! Io ad esempio sono molto timido, non ho mai fatto nessuna scuola, ho imparato sul campo, provando le mie performance davanti al pubblico, e so che si tratta di artigianato, ho imparato ed ora so quando dire una cosa con voce profonda o più lieve.

La stessa cosa direbbe uno scrittore ad un giovane che vuol scrivere ed è alle prime armi, se vuoi, puoi aspettare l’ispirazione, fai pure, ma io sono Stephen King e ti posso dire che scrivo ogni giorno, sono David Sedaris e mi esercito tutti i giorni sulla pagina, capisci? È quello che faccio anch’io, scrivo tutti i giorni e fino a poco tempo fa provavo le mie performance ogni giorno, poi sono diventato vecchio e pigro… Sì, è proprio artigianato, è come quando i musicisti provano le scale e pian piano imparano di più. Continui a lavorare da artigiano e, ad un certo punto, a volte, hai la fortuna di trovare esattamente quella cosa che deve essere detta. E quando la trovi, sai di avere qualcosa che vale da offrire al tuo pubblico e alla tua comunità.

BB: Credi che un poeta, un performer di poesia, sia avvantaggiato dalla conoscenza anche dei limiti posti dalla tradizione, sia che stia utilizzando molti input diversi o che si presenti nudo, armato soltanto di parole, di fronte al suo pubblico? In altre parole, pensi che l’aver appreso ed elaborato gli elementi della tradizione poetica (ritmo, rima, accento, struttura, verso) ereditati da chi lo ha preceduto lo renda più consapevole e più libero di servirsi di strumenti innovativi?

MKS: Vedi, l’unicità dello slam sta nel fatto che si tratta di un’arena sia professionale che amatoriale. E spero che rimanga sempre così. Quindi, in ogni spettacolo ci saranno poeti che hanno appena cominciato a scrivere e che si presentano su un palco per la prima volta perché vogliono esprimersi. Per loro rappresenta il luogo da dove cominciare, il punto di partenza. E si trovano a dividere il palco con qualcuno che magari è appena tornato da Broadway, che è appena sceso da un palco di Broadway. Questo è un altro elemento unico, caratteristico dello slam, quello di accogliere allo stesso modo, con la stessa atmosfera, gente che sta muovendo i primi passi e persone che hanno già avuto molto successo. Questo accade solo nello slam, credo. Perciò, certo, lasciamo che chiunque salga sul palco ed esprima se stesso.

Forse non sanno ancora niente… Ma di sicuro sapranno qualcosa in più quando scenderanno dal palco dopo essersi esibiti, sapranno se hanno qualcosa oppure no, questo è certo. E se quel qualcosa ce l’hanno, allora, certamente, sarà tempo di cominciare a leggere, a studiare approfonditamente, a imparare tutta la tecnica che c’è. Un artista vuole poter scegliere fra tutte le possibilità che esistono, non sei obbligato a usarle tutte quante, ma devi avere nella tua cassetta di attrezzi tutte le scelte possibili, sia per quel che riguarda la scrittura che la performance. Quando I professoroni dicono: “Ah, è il poetry slam, non vale niente”, io dico sempre che credo che la performance di poesia sia una forma d’arte superiore.

E lo dico perché noi poeti performer abbiamo a disposizione tutte le scelte possibili, quando scriviamo un testo, nella comunicazione, possiamo creare un testo usando una certa forma di comunicazione e poi abbiamo anche tutte le scelte sul come comunicarlo in performance. Se mettiamo insieme queste cose otteniamo una forma d’arte superiore, se non altro perché ci sono così tante possibilità espressive. Un esempio classico è quello che faccio sempre ai miei studenti, ai quali faccio prendere un testo semplice come “Ti amo”, tutti sanno che vuol dire, sono due semplici parole, ma io li faccio lavorare su come possono essere espresse quelle stesse due parole, su quante possibilità espressive ci sono, usando la voce, il tono, la mimica.

Se alle stesse due parole applichiamo diverse arti, la comunicazione diventa più ricca. E non sta alla persona che legge quelle due parole fare questa scelta, è una scelta sulla comunicazione che spetta all’artista che le propone. A volte l’ignoranza degli accademici e degli studiosi è davvero frustrante. A me sembra così chiaro e logico tutto questo, ed io, ripeto, non sono un intellettuale. Questa forma d’arte proviene dalla tradizione orale, e quando è stata bloccata sulla pagina gli spettatori sono cominciati a diminuire. Adesso che si è tornati a dirla, farla sentire, il pubblico sta aumentando sempre di più. Mi sembra che abbia un senso.

BB: Mi incuriosisce il ruolo dell’EmCee (Master of Ceremonies, maestro di cerimonie). Può cambiare le sorti di uno slam, e se sì, in che modo?

MKS: Questa è una cosa interessante, in Italia, mi hanno chiesto dell’EmCee in ogni intervista, e mi chiedo…

BB: Forse è colpa di Lello (Voce, direttore artistico del Festival, ndr)!

Marc Kelly SmithMKS: Forse sì… Non lo so. L’EmCee è… Bisogna capire che la competizione è uno stratagemma teatrale. In ogni competizione che si rispetti, c’è un arbitro. L’EmCee non è soltanto l’ospite che tiene in piedi lo show, è anche l’arbitro, ecco. Ragazzi, mi piacerebbe davvero sapere cosa sta succedendo qui in Italia… Ma ti dirò qual è la mia esperienza e come la vedo io. Ogni show è diverso, e chi conduce lo show lo fa a modo suo, diversamente da altri. Il mio approccio è quello di essere sempre… vedi, io sono fortunato, ho un dono che è quello di sentire davvero cosa sta provando il pubblico.

Per esempio, stasera, quando salirò su questo palco, so benissimo che non sarò in grado di creare un’immediata connessione così bene come lo faccio di solito, a causa della lingua, so che mi sentirò così e dovrò farmi forza per non sentire la voce che mi dice: “Marc, non ce la fai, non ce la fai!”. Questo perché lo sento, sento quando non c’è connessione con il pubblico. Quindi quando faccio gli onori di casa nello slam, cerco sempre di concentrarmi sulle sensazioni che sento arrivare dal pubblico, e poi esprimo a voce alta quelle stesse sensazioni. Diciamo per esempio che ci sia un poeta che sta annoiando tutti a morte. Naturalmente il pubblico lo farà continuare, gli farà finire il suo pezzo, ma se nessuno dice a voce alta la verità, la cosa diventa disonesta.

Così, negli anni, io sono sempre stato colui che, in modo leggermente sarcastico, dice quello che il pubblico non se la sente di dire, basta soltanto una piccola frase, niente di più. E allora il pubblico tira un sospiro di sollievo, pensa: “Ecco, non siamo pazzi, quel tipo era davvero noioso!”. Gli slam dove questo non viene fatto non funzionano. Un buon slam ha una caratteristica, che non riguarda soltanto la competizione, ma tutto lo spettacolo, ed è un pubblico sincero, che sia in grado di dare al poeta sul palco una restituzione sincera di quello che arriva loro. Quando questa caratteristica non si realizza, è come se fossimo di fronte a una famiglia disfunzionale, sai, una di quelle famiglie dove qualcuno maltratta qualcun altro e nessuno dice niente. Ma questo accade già nella vita vera, perché riprodurlo anche nello spettacolo? Questo è un altro dei principi dello slam, molto importante, che ci sia un feedback sincere da parte del pubblico.

BB: Un’ultima, veloce domanda.Puoi descriverci con quattro brevi pennellate quello che hai visto finora qui all’Absolute Poetry? Che ne pensi, e che atmosfera hai trovato al Festival?

MKS: Be’, per me è meraviglioso. Quello che ho trovato in molti posti dove sono stato finora, fuori dagli Stati Uniti, è che quasi dappertutto la musica e la poesia vengono messe insieme, tutti sembrano avere le loro band poetiche. Ma quello che mi ha più colpito dell’Absolute Poetry è che questa sperimentazione sulle combinazioni di diversi media e arti performative mi ricorda tantissimo la Chicago della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90, quando la gente scommetteva su cose nuove e provava nuove combinazioni. Questo per me è fantastico, la combinazione delle voci per esempio, e sai una cosa? In America si è smesso di farlo. Ci sono delle piccole nicchie, ma la cosa non si è diffusa, in parte a causa di alcuni circoli che hanno puntato sulle competizioni serie.

Ecco perché applaudo la scelta dell’Absolute Poetry e di Lello Voce, quella di mettere l’accento sulla combinazione delle arti e anche, allo stesso tempo, accogliere i poeti più tradizionali, così da creare un vero crossover. C’è un festival in Australia, sulla Sunshine Coast, che fa la stessa cosa, riunisce tutte queste persone che sperimentano con coraggio sulla combinazione di parole ed altri stili di performance. Questo mi ha colpito anche qui. È stato incredibile, ti dico, quando la band di Lello (L’ensemble di Paolo Fresu, Antonello Salis, Ilaria Drago e Lello Voce in Non sempre ricordano, concerto per Patrizia Vicinelli) era lì sul palco a suonare, volevo saltare su quel palco anch’io e cominciare con loro una jam session… Ho pensato mamma mia, facciamolo, capisci? E ti assicuro che sono abbastanza abituato a queste cose, ne ho viste di tutti i tipi per venticinque anni, quindi se riesci ad infiammare me, per quanto io non mi ritenga un metro di paragone, ma, accidenti, è stato fantastico!

Un altro aspetto che mi ha colpito è stato che, be’, riempire il teatro un mercoledì sera è incredibile, c’erano duecento persone! Credimi, moltissimi prestigiosi festival di poesia forse fanno il pienone di venerdì o di sabato, ma di mercoledì è certo che non ci va nessuno. Questa è una cosa fantastica, come anche il fatto che si tenga in un posto dove forse non succedono poi tante cose, tanti avvenimenti culturali, dove vivono persone comuni. Io sono una persona comune, il mio pubblico è fatto di persone comuni, ai miei show vengono i senza tetto e gli scienziati, gli idraulici e i poliziotti, tutti quanti, questo è quello che mi piace. Quello che ho sempre voluto è raggiungere un pubblico così vario, non m’interessa il pubblico di artisti, voglio persone comuni, normali. Questo è quello che accade anche qui, mi è sembrato.

BB: È stato un vero piacere, grazie mille, Marc.

MKS: Anche per me, questa intervista mi è piaciuta davvero, grazie a voi di Fucine.

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