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Scrittura

Joumana Haddad

Tradimenti, appartenenze, maschere

La poetessa e giornalista libanese Joumana HaddadFucine Mute ha incontrato Joumana Haddad in occasione del suo spettacolo sul palco del Teatro Comunale di Monfalcone per Absolute Poetry.

Beatrice Biggio (BB): Joumana, intanto ti chiediamo se preferisci essere chiamata poetessa o poeta…

Joumana Haddad (JH): Direi decisamente poeta.

BB: Abbiamo visto ieri il tuo spettacolo e siamo rimasti colpiti dall’intensità dell’espressione del femminile nella tua poesia. Da dove nasce la necessità di raccontare in modo così incisivo la forza femminile.

JH: Intanto io non parlerei dell’espressione della femminilità quanto dell’espressione di me stessa. Non credo che si debbano necessariamente rintracciare ideologie, o cause dietro certa scrittura. Io vedo la mia poesia come un’espressione di me stessa, espressione che vorrei profonda, vera, autentica e anche nuova. Penso, infatti, che questa ricerca, che è la scrittura, sia una ricerca di me stessa e del mondo, attraverso quello che io sono, ed è una ricerca senza fine, perché ogni volta che trovo qualcosa in me, questo qualcosa cambia, lo perdo di nuovo, e devo ricominciare a cercare.

Ecco perché non si può definire questa scrittura poetica come l’espressione della mia femminilità o della femminilità in generale, e c’è anche da dire che io mi considero femmina e maschio allo stesso tempo. Non mi sono mai considerata solo come una donna, e sono convinta che siamo tutti così, un misto di uomo e donna; a volte un lato è più sviluppato dell’altro, ma questo non significa che l’altro non esista, così come accade per la luce e il buio.

BB: Questo è quindi anche il significato della tua Lilith, una donna che si è ribellata alla fissità del suo ruolo di femmina ed ha riproposto con più forza il suo essere doppio donna-uomo, con un potere che in realtà ha due facce…

JH: Sono le contraddizioni dell’essere umano, siamo tutti un po’ di tutto. Per questo le definizioni mi impauriscono, non mi piacciono le definizioni troppo nette: donna, libanese, araba, orientale, italiana… Non riesco ad accettare queste definizioni con tranquillità, perché c’è sempre un punto interrogativo: chi sono io? Sono davvero solo una donna libanese, araba, una scrittrice, un poeta? No, non credo. Queste zone di buio, di ombra sono la nostra vera realtà. Dovremmo davvero apprendere a vederle, a cercarle, a scoprirle. Solo così abbiamo la possibilità di vivere una vita non direi migliore, ma sicuramente più vera.

BB: Possiamo dire che non sei “soltanto” poeta, ma “fai poesia”, quindi Joumana Haddad fra le altre cose vive anche la poesia, la usa per esprimere se stessa.

Joumina HaddadJH: È uno degli strumenti, quello per me fondamentale.

BB: Però ne hai anche un altro: fai la traduttrice, parli innumerevoli lingue, hai tradotto tantissime cose. Mi interessava questo punto della tua personalità: come traduttrice, come vivi (per esempio la musicalità della lingua araba in cui tu scrivi la tua poesia è difficilmente trasferibile ad un’altra lingua) questo “tradimento” che si imputa alla traduzione? Ti sembra terribile o è un aspetto secondario?

JH: No, a me piacciono i tradimenti: direi che li ammiro… (ride, ndr). Provo una grande ammirazione per i tradimenti e per la traduzione: vado pazza per le lingue e vivo la traduzione come un atto d’amore che sto facendo con un’altra lingua per avere un nuovo bambino, che non assomiglia necessariamente al bambino che c’era nella lingua d’origine. Trovo che sia un bambino che ha tutte le opportunità di esistere, di vivere e di continuare a vivere attraverso il tempo. Questo è il tema del dottorato che sto preparando alla Sorbonne: la traduzione della letteratura e, soprattutto, della poesia. Quando si parla di traduzione poetica hai di fronte tutto un altro mondo; non stai nemmeno facendo una traduzione, stai ricreando un testo, stai cercando di “domarlo” e di dargli una vita nuova. È questo che tento di fare quando traduco.

BB: Ti capita di scrivere in lingue diverse dall’arabo?

JH: Io ho cominciato a scrivere in francese, il mio primo libro era in francese, poi sono tornata verso l’arabo perché mi ha dato opportunità di trasgressione che non c’erano nel francese. Nel francese praticamente non c’erano più tabù: quasi tutto era già stato fatto, pur essendoci sempre delle novità. Nell’arabo c’era questa possibilità di graffiare la lingua, di violentarla, di farle male e di farla trasgredire: per questo ho scelto l’arabo. A volte, comunque, ci sono delle poesie che decidono di nascere in altre lingue; così ho scritto delle poesie in spagnolo, altre in italiano, a volte in inglese…

Non mi capita spesso, ma noto che quando scrivo in un’altra lingua scrivo altre cose con un altro tono. Questa è una ragione in più per la golosità che ho verso le lingue e verso la vita, perché quando impari un’altra lingua scopri anche una nuova te stessa, un essere che neanche sospettavi fosse in te. È una finestra verso qualcosa di nuovo, d’interessante e di eccitante.

BB: Tra queste mille sfaccettature della tua personalità che cerchi di esprimere nel modo più completo possibile, ce n’è una che sono le tue origini: per caso — a questo punto dico ‘per caso’ — sei nata in Libano. Che significato ha per te essere nata là, appartenere a quella terra e aver vissuto, da molto piccola, la guerra in Libano, che rimane un’esperienza piuttosto forte…

JH: Prima di tutto lasciami dire che non si può parlare di “appartenenza” parlando di me. Anche se sono nata in Libano e mi piace il mio paese non sono una persona patriottica; la mia carta geografica, il mio paese, sono tanti luoghi sparsi in tutto il mondo: dove sono stata, dove ho delle persone care o degli amici. Un paese non è solo una geografia terrestre, è soprattutto una geografia umana, ed è questo che ti fa amare o meno un luogo. Penso che questo sia l’uomo moderno: un uomo “dappertutto” che scopre di avere radici nelle nuvole piuttosto che nella Terra.

In Libano, dove sono nata e cresciuta, la guerra è cominciata che avevo appena quattro anni e, pur non essendo mai davvero terminata, è finita “ufficialmente” quando avevo vent’anni. Cioè ha preso una parte della mia gioventù, della mia adolescenza: ero un ostaggio di questa guerra anche se non mi piace parlarne. Mi chiedono spesso perché non scrivo della guerra e io rispondo: “non cercate il coltello; cercate le cicatrici”.

La poetessa e giornalista libanese Joumana Haddad

Volete che io parli della guerra? Non cercate di farmi parlare della guerra ma cercate quello che la guerra ha fatto a quest’anima che sono io. In mezzo a tutta quest’oscurità, in mezzo a tutta questa paura, in mezzo a tutta la vulnerabilità che ha creato in me, so di avere, da donna forte, la responsabilità di vedere in questo una fonte di ricchezza, di energia e di voglia di andare avanti e superare ogni tipo di ostacolo. Questo mi ha aiutato molto nella mia vita: non voglio vedere in questo dramma solo una causa di pianto o di un qualche tipo di romanticismo (inteso in senso emotivo, nda).

BB: Parliamo anche della tua esperienza di giornalista: sei la responsabile delle pagine culturali di An-Nahar, uno dei maggiori quotidiani libanesi — forse il più importante per quel che riguarda la cultura; raccontaci un po’ come continui quest’esperienza e chi vai a cercare perché compaia sulle tue pagine.

JH: Io ho avuto fortuna a lavorare per questo grande giornale perché per questa testata la libertà è la cosa più importante e, per me, la libertà è quasi tutto: lo vedrei come il titolo della mia vita. Sono contenta di fare questo lavoro e ne sono fiera. Anche se il Libano ha un lato molto occidentale, aperto e moderno, la società non è esattamente di quel tipo in cui puoi facilmente vedere una donna giovane avere questo tipo di responsabilità. È un giornale con ottant’anni di storia e non è affatto scontato.

Ho lavorato molto da questo punto di vista: per me il lavoro di giornalista era soprattutto andare contro degli altri. Ho fatto interviste lunghissime con scrittori di tutto il mondo e questo per me era la concretizzazione della mia idea di giornalismo: scoprire altre cose, altre lingue, altre persone, altre scritture, altre letterature, altre arti…. Scoprire le diversità che esistono in questo universo. Ogni volta che sono andata all’incontro con uno scrittore — ho intervistato Umberto Eco, Jose Saramago, Peter Handke e Paul Auster — ogni volta quest’incontro mi ha dato “meraviglia”, sia dal punto di vista letterario che da quello umano.

Avevo paura, avvicinandomi all’incontro, di restare delusa, come a volte capita quando incontri persone che ammiri da lontano. Non volevo perdere l’ammirazione che avevo per uno scrittore piuttosto che per una poetessa; volevo proteggere la “meraviglia” che si era creata nella mia testa e nella mia anima leggendolo. Sapevo di essere quel tipo di persona che non può distinguere tra l’essere umano e lo scrittore; so che molti dicono che dobbiamo separare le due cose ma io non sono in grado di farlo. La cosa bella è che finora non sono stata delusa. Tutte queste belle persone che ho incontrato erano all’altezza delle aspettative che mi ero creata leggendoli. Per me il giornalismo, quindi, si potrebbe definire una continuazione non dico della mia poesia quanto piuttosto della mia prospettiva poetica del mondo.

La poetessa e giornalista libanese Joumana HaddadBB: Parliamo dello spettacolo che abbiamo visto ieri sera; a un certo punto ci siamo proprio resi conto di quello di cui parlavi poco fa: le maschere. In una delle poesie che hai letto il concetto della maschera è molto forte: dici “la mia forza è una maschera” e “anche la mia debolezza è una maschera”. Al contempo sul palco c’erano due maschere: c’eri tu e c’era Luisa Vermiglio, che eri sempre “tu” ma non nel tuo modo di apparire al mondo ma in un modo diverso, che nessuno conosce. Questo gioco, che a noi è apparso davvero riuscito, voleva davvero realizzarsi in questo modo? Qual è la forza di queste parole riguardo all’avere una maschera? So che hai usato questo modo anche per descrivere il tuo paese: hai detto “abbiamo tutti una maschera anche qui”, “facciamo tutti finta di lottare, di pensare e di vedere e qualche volta lo facciamo davvero”.

JH: Non direi solo una maschera. Se ci fossero state altre persone (sul palco, nda) con Luisa io sarei stata anche loro. Se ci guardiamo dentro siamo popolati da molta gente, cresciamo con l’idea di avere il mondo intorno a noi ma il mondo è dentro di noi. Per questo quando scrivo mi piace guardarmi dentro, non in senso egocentrico — anche se sono un’egoista e mi piace ammetterlo —, o in senso narcisistico, pur amando me stessa, ma inteso come tentativo di vedere tutte le sfumature, tutti gli strati di cui siamo fatti.

Queste sono le maschere: questi strati escono fuori; a volte tu vedi di me un lato che lui (indica l’operatore, ndr) potrebbe non vedere, oppure lui vede di me qualcosa che tu potresti non vedere. Siamo sempre così con tutti e in quasi tutte le tappe delle nostre vite. Io sento di essere veramente me stessa, sento di essere nuda solo con i miei bambini. Quando sono con loro mi piace la sensazione perché sono tutta verità, e verità senza nessuno sforzo, con spontaneità e facilità; questo non vuol dire che questa verità sia l’unica. Le maschere sono belle, sono un modo di dire che siamo tante cose, che siamo molto, che siamo interessanti. Certo è molto importante avere dei momenti in cui siamo quella piccola cella “vera”, in cui siamo noi stessi, ma è anche bello rispettare le nostre maschere, prendersene cura ed anche cambiarle, ogni tanto, perché la vita è un gioco.

BB: C’è un verso che mi ha colpito particolarmente: tu dialoghi con un eventuale amante, amico o chissà cosa e dici “tu sei al culmine dell’intelligenza e io sono al culmine del banchetto” e descrivi questo banchetto; “io ti ho già divorato tutto mentre tu stai ancora pensando a flirtare”. Se penso al “gioco d’amore”, spesso questo è davvero quello che succede. Che valenza dai a quello che hai scritto in modo così chiaro e lampante?

JH: È una poesia di otto righe soltanto ma viene da un momento di luminosità e di coscienza di me stessa e di quella relazione che ho spesso con gli altri, soprattutto con gli uomini. Anche se mi dispiace parlare di uomini e donne e di questi cliché, spesso è l’educazione — anche qui in Italia è così —, l’uomo pensa di stare prendendo qualcosa ma di fatto è lui che è preso. È stato scelto, mangiato, consumato e finito e lui sta ancora facendo dei piani per stabilire un contatto; è anche l’affermazione della forza dell’immaginazione. Tu hai divorato, nella tua testa, e questo credo sia il 90% del divorare. Poi il 10% è fisico, ma tu hai già divorato e fatto quello che volevi: hai preso. Chi ti sta di fronte sta pensando, con la sua intelligenza, a come sedurti e tu gli dici “ciao, è finita, già fatto” (ride, ndr).

La poetessa e giornalista libanese Joumana Haddad

BB: Un’ultima piccola cosa: dove vai dopo Monfalcone?

JH: Adesso vado a Parigi due giorni per il mio dottorato e la mia prossima lettura sarà ancora in Italia. Questo è stato un anno strano per il mio rapporto con l’Italia: finora ero venuta solo una volta a leggere qui, nel 2003 a Romapoesia, poi sono venuta parecchie volte perché il paese mi piace, con amici e con compagni, ma quest’anno ho ricevuto otto inviti per leggere poesie in Italia. Ho già fatto Ferrara, Treviso, adesso Monfalcone, in luglio sarò a Roma, in agosto a Castrocaro, settembre a Mantova, ottobre a Torino poi di nuovo Roma. È stata una bellissima cosa perché così avrò la possibilità di venire qui più spesso. Mi piace molto viaggiare e penso che ogni viaggio possa riservarmi qualcosa, ci sono sempre delle belle sorprese.

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