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Scrittura

Un giornalismo etico

Ryszard KapuscinskiRyszard Kapuscinski, il più grande reporter di guerra del giornalismo moderno, un uomo che ha documentato qualcosa come 27 conflitti in tutte le latitudini del pianeta, sosteneva che per fare questo mestiere sono necessari una sorta d’allergia al cinismo e la capacità di spogliarsi di qualsivoglia ideologia personale, se si vuole leggere con la miglior acutezza possibile sia le vicende umane delle genti, sia la situazione socio-politica dello scenario, spesso drammatico, in cui vivono.

In Italia, purtroppo, questo mestiere che presuppone una certa indipendenza d’azione, una ferrea preparazione, la voglia di far fatica e la curiosità implicita in ogni viaggiatore, è quasi in via d’estinzione. Durante i primi mesi del 2008, però, sono usciti nelle librerie tre volumi da segnalare, non solo per lo stile raffinato che marca i contenuti, ma pure per un comune denominatore: l’aderenza alla complessità dell’informazione nel momento in cui rivolge l’attenzione a realtà del cosiddetto terzo mondo, divenuto sempre più enorme bacino di mano d’opera a basso costo, di preziose materie prime, e che riceve in cambio, dal cosiddetto occidente civilizzato, il saccheggio e la negazione di qualsiasi diritto umano.

Sono lavori che, sotto forma di racconti dalla struttura letteraria di livello, propongono analisi serie e competenti, fanno scuola di giornalismo e lo rilanciano, grazie alla sensibilità dimostrata dai loro autori, capaci di risollevare il morale a coloro che considerano l’etica uno dei principi basilari dell’interazione tra i popoli, rinvigorendo, al tempo stesso, differenti punti di vista sulle questioni della vita che riguardano tutti.

Copertina del libro Fantasmi Tiziano Terzani Dispacci dalla CambogiaIniziamo con Fantasmi — Dispacci dalla Cambogia, di Tiziano Terzani. (Longanesi, 367 pag.)Potrebbe sembrare un’abile operazione commerciale, ma la prefazione di Angela Terzani Staude, moglie del mai poco compianto giornalista toscano, dipana qualsiasi dubbio a riguardo. Sono trentaquattro pagine di rara tenerezza e lucido ricordo che rendono di Terzani sia la figura del giornalista che amava il suo lavoro a tal punto da accettarne, non senza sofferenza, quei risvolti che gli sgretolarono, poco a poco, credi e convinzioni ideologiche (Buonanotte signor Lenin); sia quella di un uomo che metteva dinnanzi a tutto una sacrosanta attrazione per la verità.

Angela Staude, rivela così, da una parte, l’anelito che spingeva suo marito sempre in prima linea, e per contro, un’intenzione rimuginata sin dai primi anni ottanta: di fronte a interessi economici globali e globalizzati, propensi a infilargli la museruola, Terzani era convinto che il giornalismo, di lì a poco, avrebbe perso rispetto e non sarebbe servito più a nulla.

È inutile continuare a farsi illusioni su quello che dovrebbe essere, perché purtroppo la Storia non è così. Non avviene quello che è giusto che avvenga, non avviene quello che è morale che avvenga. Avviene quello che le forze sul terreno di battaglia, le forze geopolitiche portano a realizzarsi. Da lì, l’intenzione di dedicarsi al racconto di viaggio che lo porterà non solo a scrivere le pagine italiane più belle del genere (Un indovino mi disse), ma a trasformarsi, nei suoi ultimi lavori, in guru animistico e messaggero di pace (Lettere contro la guerra e Un altro giro di Giostra).

L’apertura di Angela Staude, oltre ad offrire al lettore tracce di un Tiziano marito e padre, sviscera in particolar modo l’amore di Terzani per la Cambogia, adorata per la bellezza ancestrale nonostante gli orrori ai quali veniva condannata. Un primo amore che deborderà, poi, nel fascino provato per l’intero Oriente (In Asia).

Tiziano TerzaniLo scritto di Angela Terzani Staude, fa da preambolo ad articoli mai raccolti prima in un libro. Fantasmi è una testimonianza documentaria preziosa, vera e propria lezione di giornalismo: tratta tutti i dispacci che, nell’arco di venticinque anni, Terzani inviò dalla Cambogia, teatro della più lunga guerra indocinese, alle redazioni per le quali collaborava come inviato indipendente: Der Spiegel, L’Espresso, La Repubblica, Corriere della Sera.

Tagli concisi rendono evidenti la professionalità di un giornalista, l’attrazione naturale per l’informazione, le sue fotografie… ma non solo. Tra le notizie, via via s’incarnano le sfumature della sua personalità: la speranza in una rivoluzione comunista che potesse dare al mondo un segnale diverso; la voglia di documentare l’evento di una vittoria che gli fece rischiare la fucilazione per mano di bambini soldato, khmer rossi; l’empatia verso il più debole, quando si caricò sulle spalle le cambogiane ferite bisognose di soccorso; la sentita aberrazione nei confronti dei giochi sporchi della politica; l’indignazione per l’ingiustizia che vide non solo impunti, ma perfino protetti, i protagonisti di un genocidio — guidato da Pol Pot — tra i più efferati della storia; la schiettezza che lo portava a dire quel che pensava in faccia ai potenti, atto per il quale venne dagli stessi stimato ed apprezzato.

I Fantasmi che danno titolo al libro, sono le anime di quell’umanità cambogiana, che vistasi negata la giustizia, oltre alla vita, vagano senza pace in certe latitudini invisibili, quelle che Terzani ha cercato di capire perfino negli ultimi attimi della sua esistenza, nell’intento di dare un senso all’uomo, prima ancora che alle sue vicende, con dolcezza ed ironia.

Copertina di Verde e Zafferano di Carmen LasorellaDa un giornalismo di repertorio a quello odierno, ma sempre su registri di alta qualità, il passo è breve, considerando il nuovo lavoro di Carmen Lasorella, Verde e Zafferano — a voce alta per la Birmania (Bompiani, 243 pag.), come ben inquadra nella sua postfazione l’onorevole Emma Bonino: queste pagine sono lettura dei fatti birmani, riflessioni sul mestiere di un inviato e racconto dettagliato del suo incontro con Aung San Suu Kyi. È proprio dall’intervista clandestina che Lasorella riuscì a rivolgere, nel 1998, al premio Nobel per la pace Suu Kyi — figlia dell’architetto dell’indipendenza birmana, vincitrice di regolari elezioni nel suo paese nel 1990, e da allora ostaggio di uno dei regimi più lunghi e orwelliani mai esistiti in Estremo Oriente — che l’autorevole giornalista parte non solo per confezionare un libro intervista, ma per creare un ponte atemporale sulle vicende birmane, e tra la Birmania e l’Occidente.

A differenza del lavoro di Terzani, Carmen Lasorella, se si esclude l’intervista con la Suu Kyi e qualche sporadico incontro a Rangoon occorso in quell’occasione, non opera direttamente sullo scenario della vicenda. Anzi, si potrebbe quasi affermare che l’idea del libro le venga stimolata, ben dieci anni dopo l’intervista, proprio da un prolungato atto di protesta dei monaci birmani che, superata la censura del regime militare, dilaga grazie alle notizie in rete e ai video amatoriali caricati su You Tube.

Il titolo del libro, Verde e Zafferano, diviene l’essenza di questo contrasto d’immagini; da una parte, l’asprezza della repressione militare, verde come i soldati che la rappresentano, dall’altra, il color zafferano delle tonache dei monaci, che le si oppongono sfilando pacificamente. Si capovolgono così le valenze dei due colori: nella realtà birmana il verde si fa disperazione ottusa, lo zafferano finisce per simboleggiare la speranza riposta nei valori democratici di una tradizione.

Nel momento in cui scrive, Carmen Lasorella sta vivendo una fase particolare della sua vita professionale. Senza un incarico, nonostante il valore indubbio del suo talento, sembra subire ciò che Tiziano Terzani aveva predetto anni prima, incarnando un oracolo vaticinante: l’omologazione dell’informazione, la perdita di rispetto per coloro che la notizia vorrebbero elargirla con indipendenza d’azione, punto di vista e visione d’insieme che rendano giustizia al vero. Un paradosso: per serietà e preparazione, Lasorella si ritrova ad essere una giornalista scomoda, a causa di chissà quali regole dettate da un potere che non può condividere. Eppure, per curiosità e attaccamento al suo lavoro di inviata con una certa esperienza giornalistica, inizia a raccogliere le informazioni in rete, ad indagare, a contattare persone, a studiare la storia della Birmania avvalorandosi di bibliografie straniere, in modo da capire perché un paese ricco di tradizioni, ricchissimo di petrolio e gas naturale, venga blindato rispetto al mondo esterno da una dittatura terribile, che non risparmia vessazioni e torture al suo popolo, buddista, sereno e pacifista.

Carmen Lasorella intervistata da Paolo Ghiotto Marin per Fucine Mute

Carmen sembra trasformare la frustrazione che vive in forza propulsiva, avvertendo in questo una certa similitudine, fatte le debite proporzioni, tra il suo destino di giornalista e quello della statista Aung San Suu Kyi. Lo stile del libro è rapido, colto ed ebbro di immagini, che rivelano una sensibilità tutta femminile, tanto per i particolari delle notizie, quanto per le inutili sofferenze subite dalla società birmana. Nella stesura, alterna fonti della sua ricerca ad agenzie di stampa pescate su internet, ricordi del suo viaggio minimo a varie fasi dell’intervista a Suu Kyi, in un tutto atemporale, ma quel che più conta, creando un quadro completo e organico della storia della Birmania che si fa su da solo, sotto gli occhi del lettore, poco a poco.

Verde e Zafferano è un libro che aiuta a capire non solo la lotta silenziosa di un popolo bisognoso di voce e portavoci, ma pure gli eterni meccanismi degli interessi economici globalizzati che si avvalgono di una certa politica per alimentare patrimoni e violenze mostruosi, magari appiattendo e omologando a senso unico quell’informazione che, invece, dovrebbe smascherare relazioni sotterranee e stimolare l’opinione pubblica, rendendola sempre più cosciente rispetto ai problemi del mondo.

In questo senso, visto che i fatti ci riguardano tutti, Lasorella ha traslato un’inchiesta di servizio televisiva in un libro inchiesta di servizio, mantenendo viva un’innata predisposizione per l’informazione. Il libro corre d’un fiato lungo la spina dorsale dell’incontro tra Lasorella e la Suu Kyi, scandendone tempi, pause e ritmi; l’incontro tra due donne forti che finiscono per divenire araldi, ognuno a suo modo, di un lavoro e di una femminilità profondamente etici e valorosi, e forse proprio per questo, alla fine del libro, le due protagoniste finiscono per assomigliarsi, per riconoscersi etiche, piacersi e rispecchiarsi l’una nell’altra, al di là di qualsiasi retorica, in un’amicizia che si percepisce pur non essendo stata minimamente accennata.

Carmen Lasorella intervistata da Paolo Ghiotto Marin per Fucine MuteChi invece, proprio per presa diretta sul campo, trasla una densa esperienza di viaggio e d’inchiesta nel suo lungo racconto Bilal, il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi (Rizzoli, 492 pag.) è Fabrizio Gatti. Si tratta di un lavoro sontuoso che questo giovane e valido rappresentante del giornalismo italiano sviluppa con un cipiglio e una caparbietà davvero fuori dal comune. Gatti, capace d’impegnarsi a fondo su argomenti d’incomoda attualità che gli stessi media tendono a trascurare, se non rimbalzando notizie ad effetto, sembra aver orchestrato l’operazione esorcizzando l’omologazione e la standardizzazione dell’informazione, mettendosi in gioco in prima persona grazie alla volontà e alla curiosità di chi vuole andare a vedere.

L’obiettivo del viaggio, prima ancora del libro, è quello di capire quali siano i complessi meccanismi, umani, economico — sociali e politici, che regolano il flusso migratorio di milioni di persone dal nord Africa verso l’Europa, alla ricerca di miglior fortuna. Il libro, quindi, segue la rotta, e del suo autore, e di coloro che la migrazione la compiono privi di un’assicurazione sulla vita: prima in terre sahariane come Senegal, Mali, Niger, Libia e Tunisia. Nel nord d’Italia, poi, Gatti indaga tra l’invisibilità dei clandestini impiegati in nero dall’edilizia italiana, e il raso terra delle donne che alimentano il volano della prostituzione.

Fabrizio, però, sembra non accontentarsi, tanto è motivata la voglia di capire. Fingendosi un curdo iraniano, si lancia nel mare che lambisce Lampedusa, riuscendo ad infiltrarsi nel centro di prima accoglienza dell’isola, zona off limits per qualsiasi giornalista. Ottenuto il foglio di via, riesce a farsi assumere tra i raccoglitori di pomodori nelle campagne pugliesi. Esperienze, spesso al limite, che gli permettono di rivoltare, come un calzino sporco, situazioni di casa nostra che nessuno racconta, inimmaginabili quanto un pugno allo stomaco.

Ma il cerchio di questo lungo reportage non potrebbe concludersi senza condividere il destino di coloro che dal nostro paese vengono espulsi in Libia. Dalla Libia, infatti, si unisce a chi, dopo aver visto dileguarsi come un miraggio il sogno di una vita più dignitosa, è costretto a ripetere a ritroso, nel deserto, l’incredibile viaggio compiuto all’inizio. Partiti da Agadez, in Niger, ad Agadez, tentano di ritornare, dopo anni di vicissitudini.

Immagini scattate da Fabrizio Gatti durante un reportage

Il libro parte come un normale racconto di viaggio, per poi toccare — dal vivo — le vicende degli ultimi della terra e per capirne motivazioni e speranze. Gatti si affida proprio agli ultimi, a chi, tra difficoltà ed orrori indicibili, si è arenato in qualche punto indefinibile del percorso; tra chi si sente morto nel corpo anche se la mente insiste ad inseguire il sogno di un punto di arrivo. È lì che trasuda e vien fuori l’umanità e la tenerezza dell’uomo, ancor prima che del giornalista. È lì che Fabrizio diviene Bilal, e tra i due si diluiscono le differenze. S’intessono amicizie imbastite sulla condivisione di viaggi allucinati, dove si ha tutto da perdere, dove si subisce di tutto con la sola speranza a sorreggere nervi e futuro.

Tra le profonde analisi dei soliti giochi di potere e pennellate raffinate di puro espressionismo, il racconto di Gatti si fa quasi da parte per lasciar voce e spazio ai veri protagonisti, gli eroi di un viaggio che nessuno mai osannerà. È un libro intenso, il cui ritmo a volte confonde, non si sa se sia Bilal o Fabrizio a guidarci dove nessuno ci avrebbe mai accompagnato.

È un libro affascinante e nello stesso tempo difficile da tirare avanti nella lettura, soprattutto quando l’autore ci mette di fronte a tutta la retorica della quale la nostra società, civilizzata per modo dire, è talmente imbottita da farne sterile sfoggio. Gatti ci rende partecipi di un’inchiesta di grande valore giornalistico grazie a un racconto che non disdegna ritmi, paesaggi, e alcune figure vibranti, tipiche del romanzo. I suoi eroi si possono incontrare quotidianamente lungo le vie delle nostre città. Una cosa è certa: dopo aver letto questo libro, diverrà arduo guardarli con la medesima noncuranza di prima.

Bilal, è un racconto che affida alle parole la chiave per ribadire e considerare sacri i valori del diritto, dei quali qualsiasi essere umano è portatore sano, chiunque esso sia. Un lavoro affrontato da Gatti con grande umiltà e disponibilità alla conoscenza, pur nella consapevolezza di quanto le parole possano non bastare per garantire la democrazia dei diritti uguali per tutti. Per il libro, ma soprattutto per la dedizione e per il tempo impiegato a vivere, studiare e approfondire i molteplici aspetti che lo hanno anticipato, Fabrizio Gatti ha ricevuto il Premio Terzani 2008.

Durante la cerimonia di premiazione, una commossa Angela Staude Terzani, ha espresso tutta la sua felicità per il voto unanime della giuria, che ha premiato l’estrema aderenza al valore umano, sottolineando la capacità di Gatti di saper vedere le cose con la curiosità e l’innocenza di un bambino, caratteristica che, per un reporter, può contare anche di più dello stesso saper scrivere.

Fabrizio Gatti

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