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Percorsi

Anima Avana Duemila

Segue da Appuntamento al Bar de Martes

Inaugurazione del nuovo millennio a L’Avana

Gli aeroporti sono in genere crogioli di razze e speranze. Quello di Londra, punto d’incontro e d’incroci dove la gente confida, di se stessa, poche briciole o brani interi della propria esistenza, lo è forse più degli altri. Presso la sala d’imbarco de La Cubana de Aviacion, l’ascolto del brusio di sottofondo fa riaffiorare, sopra la soglia della mia curiosità, tre personaggi ben propensi a raccontarsi.

Foto scattate all'Avana da Paolo Ghiotto Marin

Moraida è una mulatta di Miramare innamorata del proprio cappello e del moroso italiano che la vuole sposare. Luca, invece, è un macellaio che parte ogni anno da Padova per fotografare tutte le macellerie che incontra nei suoi vagabondaggi. Viaggia assieme a una ragazza del lago Balaton, Vittoria, che dichiara poco convinta di frequentare un corso fotografico all’università di Budapest. — Condivi anche tu la passione per le foto nelle macellerie? Veramente, io preferisco i macellai! I due stanno andando in Costarica, via L’Avana. Luca mi svela tutta una serie di peripezie inimmaginabili: In realtà avevamo prenotato il volo — via Miami — e saremmo dovuti partire già dieci giorni fa, ma quando ci siamo presentati al check-in, a Vittoria hanno chiesto il visto per il transito in territorio americano. Vittoria ha il passaporto di un paese comunista appartenente all’ex blocco di Varsavia. Niente da fare! Niente visto, niente viaggio! Solo agli inglesi è permesso di circolare “impunemente” a sinistra? Abbiamo dovuto — bagagli alla mano — rimanere in stand by e studiarci un percorso alternativo, via Cuba. Uno stallo non previsto di dieci giorni a Londra, insomma!

La presenza di Moraida attira a raccolta un capannello di cubani chiassosi. Tra loro c’è Rafael. Vive nella capitale britannica da cinque anni e ha ottenuto la residenza nella cosmopolita città delle opportunità e del futuro. Ho imparato l’inglese, il cinese e un po’ di giapponese. Lavoro nell’edilizia come palchettista. Con la cittadinanza inglese posso ottenere visti d’entrata in tutti i paesi del mondo, anche negli Stati Uniti, se mi andasse d’affrontare la lunga trafila burocratica. La cosa, scontata per molti, lo riempie d’orgoglio. Essere liberi di viaggiare quando lo si desidera è un bene supremo per qualsiasi uomo, anche se impossibilitato al transito per Miami.

Rafael veste come un hip pop man: jeans a cavallo basso, Nike nere e giubbotto militare simile a uno di quei Jacket, zeppi di taschini, utili per andare a pescare. Il colore dei capelli ricorda quello dell’ambra siberiana giallo scura. Li porta corti e striati da impercettibili righe nere che corrono dalla nuca alla fronte, tanto da sembrare il manto d’una iena. Però la pelle affumicata, lo sguardo infinito del mulatto e l’accento di Habana Vieja non te li leva nessuno, nemmeno se dovessi andare a vivere in Florida, gli sorride Moraida. Rafael sta tornando a casa per le vacanze: A Cuba, ormai, mi trattano come uno straniero mal sopportato. Con molti poliziotti ci conosciamo da quando eravamo bambini — eppure è pazzesco — se m’incontrano in centro a L’Avana, mi salutano sbattendomi contro il blindato, le mani alzate e le gambe ben divaricate… perquisizioni e controllo passaporto che non hanno alcun senso! Sono gli stessi ragazzi con i quali da piccolo giocavo a baseball nelle vie del quartiere! Che senso ha tutto questo? — si chiede incredulo, fissando il pavimento dell’aeroporto tirato a lucido e cercando d’intuire per quale strana alchimia l’invidia, riflesso ottuso dell’animo umano, riesca a tramutarsi in peccato capitale.

Foto scattate all'Avana da Paolo Ghiotto Marin

Oltrepassare la dogana, l’ultima diga che separa Cuba da ciò che per qualsiasi cubano costituisce, in senso inverso, il primo e difficilmente valicabile lembo d’estero, per me significa lasciarmi alle spalle piste d’asfalto battute dal diluvio, e varcare la porta di ferro che occulta lo sgabuzzino dell’addetto alla sicurezza. Il mio terzo viaggio a L’Avana è molto particolare: un tempo di quaresima che ingloba in sé la feria mundial del libro de Habana, dedicata, nel primo anno del nuovo millennio, all’Italia. Gli scrittori italiani invitati avranno un compito preciso: individuare su quale comune denominatore patrio le diverse latitudini letterarie tentano di connettersi. Suona quanto un rebus d’Asimov! La prima volta, il controllo dei documenti lo affronti con una certa circospezione; quel non vedere oltre il vetro il poliziotto che ti chiederà chi sei, perché sei li, e dove risiederai. Non si capisce se sia un trucco studiato per metterti in soggezione o soltanto l’effetto dei vetri fumé. Attendi il ronzio dell’apertura automatica, passi oltre e chiudi la porta. Dietro al vetro, stavolta, trovo una giovane donna che invece di farmi le rituali domande da ufficio immigrazione mi chiede sottovoce, dissimulando l’imbarazzo, se ho un po’ di cioccolata.

Quando esco ha smesso di piovere in un posto che non è ancora città, ma nemmeno terra contadina. L’aeroporto Josè Martì è ben fuori L’Avana, in un confine sdoganato tra la capitale e la campagna; non si ritrova né in questa né in quella. Sai che sei a Cuba soltanto perché la botta d’umidità che scuote le fronde dei palmeti t’investe con un pastellato cliché. Entro nel taxi giallo che infila circonvallazioni e quartieri periferici che non riconosceresti nemmeno dopo averli percorsi per la milionesima volta; riconosco, invece, l’indaco diluito nel mattino tra i palazzi diroccati, o il “medico della salsa” che accenna tocchi di son trapassando la radiolina dell’uomo al volante, un barone rosso del Vedado ribattezzato così per via del pel di carota e delle funamboliche chicanes tirate agli incroci. Un mese di vita da passare a L’Avana è un’affilata lama a doppio taglio, penso mentre il taxista punta Habana Vieja come un pilota automatico.

È parentesi ampia che può permettere approfondimenti, di conoscere e conoscersi meglio, strascicandosi dietro immancabili entusiasmi e delusioni. Che tutto questo, poi, coincida con un avvenimento letterario che tenterà d’imbastire un ponte tra l’Italia e l’isola grande, suona imponente quanto un Big-Bang. Mi attende un mese di vita e letteratura: l’istinto già presagisce l’assurdo cocktail di verità svelate e doppi giochi che un tal beverone può comportare. Di colpo un senso di disagio, come se tutti gli Orishas del centro affilassero le armi e mi sussurrassero all’orecchio d’essere prossimo a varcare la soglie oscure d’un bordello labirintico: l’anima Avana e chi ci vive dentro. Stavolta mi spetta, per scelta, non solo un romantico volo pindarico, ma quaranta giorni di stanziale quaresima. Magari fosse possibile sapere in anticipo qual è il bivio giusto che separa l’inferno dal paradiso umano. È così che decido di non approdare immediatamente nella “casa alta” di Elvira, ma di ripartire dal Parque Central, come la prima volta, quando zaino in spalla fuggii dall’hotel Sevilla.

Cartoline intime da un Moleskine di viaggio

Quando stacco gli occhi dal taccuino degli appunti per posarli distrattamente sulla fila composta da chi attende il cammello, mi rendo immediatamente conto che il grigiore è sparito dai loro sguardi: quello passa e addirittura nessuno lo bada, un miracolo! Una luce diversa attraversa le espressioni della folla, quei tanti tali, uniti assieme da lineamenti qualunque. La metà dei seduti sull’orizzonte dei muretti salta in piedi di colpo, cerca di seguire con il braccio sollevato qualcosa che procede lentamente al centro della strada: è una Cadillac rossa e viene avanti a passo d’uomo. Lì sopra la gente riconosce Isabel Santo, una delle giovani attrici cubane più amate. Sfila a mezzo busto, ricordando l’immagine di qualche santa protettrice, magari Changò, bella come un sole che se ne infischi della luce elettrica, nonostante il culo della decappottabile sia armata da una macchina da presa enorme, scortata da due riflettori che divaricano migliaia di watt in barba alla crisi energetica, e che fanno il paio con i due matti ritti sul parafango ad armeggiare e a urlare cose incomprensibili. Stanno girando.

Foto scattate all'Avana da Paolo Ghiotto Marin

Dietro la Cadillac segue una processione d’addetti ai lavori, di curiosi, di ammiratori. Il corteo della cometa caraibica tira via per le vie del centro accendendo per un attimo lo scoramento dei grigi. Dopo il passaggio, sarà più lieve rimettersi in fila, risedere sui muretti a periplo del Campidoglio, ora come non mai un bianco capodoglio arenato? Rimanere lì, come ogni porco giorno, nell’attesa di quella Uaua che vi traghetterà dal simbolo del potere cubano fin dentro l’ombra delle vostre abitazioni e ambizioni diroccate: nude proprietà dove non esiste privacy o proprietà privata che ci tenga a salvarvi la vita, come io cerco, senza un senso preciso, di salvare le impronte della vostra realtà virtuale dentro gli appunti d’un Moleskine nero! Ma chi è che salva chi? E poi cos’è tutto questo? Vita o letteratura? Sarà poi tutto vero? Davvero non solo un riflesso d’impossibile?

Il pomeriggio non promette pace tra cielo e terra. La luce stenta a penetrare la folta coltre di nubi che ovatta L’Avana. Anche i nipoti di Caluca, che vivono con lei nell’appartamento accanto a quello di Elvira, sembrano svogliati. Se ne stanno distesi nel grande terrazzo che dà sul patio interno. Distesi sui loro ventri non sembrano in vena di chiasso e di giochi. Ogni tanto la loro attenzione segue il percorso di un grillo che, nel suo andamento lento, spera soltanto il rapido sopraggiungere della notte. Quando rientro, trovo la mia sorellina seduta con le gambe raccolte sulla bellissima sedia a dondolo. Il viso imbronciato si sposa a meraviglia con la vestaglia nera che la copre. Pare assente, forse assorta nei disordinati versi che ha scritto e che ora legge cercando una cronologica, il senso di una sequenza, quasi a voler indovinare come s’ingroviglierà il filo della propria esistenza.

ElviraNelle poesie di Elvira esiste tutto di lei, il senso e il non senso dell’essere donna, anche gli umori incomprensibili. Ciò che è e ciò che non è, ciò che non diverrà mai, se non in sogno. Legge, ma è distante dal sogno, ora. I versi risuonano come un niente schierato di fronte all’esistenza. Attraverso i versi capta se stessa, quasi un nulla che assista l’infallibile scorrere della vita. Guarda il mio volto orientale che rientra chiudendo la porta della Casa Alta dietro le spalle. Scopro che non legge di lei, ma La Fuga di Angel Escobar, l’amico poeta morto suicida mai dimenticato:

Me ne sto in cucina, dimenticando,
flemmatico, i miei campi mietuti a riposo, le stoppie.
Guardare il vero eroe del nostro tempo
la televisione, e mi vedo, violento
aprire la porta della via e matto
uscire correndo, così, disperato
fino
a stare nella cucina, dimenticando
flemmatico, i miei campi mietuti a riposo, le stoppie.

Mi racconta di lei, del suo mal stare al mondo: Michael è sfinito e anch’io lo sono, finiamo dentro la solita dimensione senza tempo. Stiamo insieme da tre anni. Dalla Baviera mi ha sempre aiutato, pensavamo di mettere su internet un catalogo di case Particular con tanto di fotografie da proporre alla clientela tedesca ed europea, ma la burocrazia è lenta e, nonostante la linea telefonica, l’accesso a internet non arriva. Sono dieci anni che non lavoro e resisto di poesia, tu lo sai bene! Fino ad oggi ho potuto tener duro grazie all’aiuto degli amici e a quello di papà Gustavo, solo che adesso la vernice sta per terminare, e Michael arriva a Cuba pretendendo che io gli mantenga tre mesi di vacanza come lui fa con me quando mi ospita in Germania. Ho un bisogno impellente d’inventarmi un lavoro e questo dell’agenzia mi pareva una gran bella idea; la macchina fotografica me l’hai regalata tu, ma il collegamento a internet deve regalarmelo Fidel, e quello, non è un tipo dalla manica larga. A Michael non piace Cuba, non ci sopporta, siamo distanti anni luce per mentalità. È arrivato qui con una sinusite pazzesca, si è fatto tre giorni di areosol con l’unguento tigre e poi se ne andato in “vacanza” sull’isla della Juventud… con tutto quello che devo preparare io per la fiera del libro! E poi non li sopporto più nemmeno io i cubani, sempre invidiosi, sempre a tirar su casini, pettegolezzi. Almeno diventassi tu il mio fidanzato!

Sfilo cento dollari e glieli infilo tra le tette: questo è il compenso per le prime notti. Mi ribatte che se è riuscita a guadagnar tanto senza esser riuscita a far niente, non riesce a immaginare quanto le darò quando le prestazioni saranno di ben altro tipo. Di fronte all’ironia che le salva la vita, le alzo e le rivolgo, affettuosamente, un dito medio.

Foto scattate all'Avana da Paolo Ghiotto MarinUn anno nuovo porta, di solito, ventate d’entusiasmo per il solo fatto d’essere nuovo: figuriamoci un nuovo millennio! La gente è fatta così sin dai tempi delle riflessioni filosofiche di Leopardi. In Europa si è assistito a un’eccitazione generalizzata senza precedenti, quasi si fosse trattato di festeggiare la fine di un conflitto planetario, o l’essersi messa alle spalle “La” profezia di Nostradamus, calendario gregoriano permettendo. In Habana 326, invece, non tira proprio una gran bell’aria. Mi sento un po’ l’uomo della pioggia giunto nella Colchide caraibica con il sacco dei regali d’un ritardatario babbo natale. Come al solito il quartiere di L’Avana Vieja è tagliato fuori dal black — out; impossibile non far caso che, dopo quattro anni, la vita tira via dritta senza molte novità per i ragazzi della Casa Alta.

Dayana quasi non squittisce più per la cioccolata che le porto; d’altro canto, quando lo faceva, la natura non le aveva ancora sagomato le curve che si ritrova, e non era certo costretta ad affrontare le tempeste ormonali che la investono, oggi, spalancandole le porte del secondo millennio, minimo comune denominatore per l’umanità intera. A lume di candela, Elvira mi presenta un suo amico, uno scrittore del tutto particolare: Raul Aguiar (Bersi la Morte, edito in Italia e L’Anfora del Diavolo, edito in Messico). Entrambi i testi sono stati pubblicati senza che nessuno mi abbia avvertito di nulla. Alcun compenso ricevuto per i diritti d’autore, nessuna lettera di esito, nemmeno le copie dei libri in regalo. Nessuno, qui, difende i miei diritti, io non posso uscire da Cuba per rivendicarli, e quindi mi ritrovo gabbato e castigato soltanto per aver affidato i manoscritti a persone che mi hanno promesso mari e monti con gran educazione e raffinatezza.

A volte certi brani letterari occultano verità che si rivelano solo molto tempo dopo. Ricordo che in una galleria d’arte, in Plaza de Armas, durante il mio primo viaggio, avevo appuntato nel Moleskine un verso particolarmente poetico: La creazione agli dei, a molti la forza, ad altri il potere… ad alcuni la bellezza, ma a noi, a noi soltanto la contemplazione. Che razza di retrogusto amaro mi veniva su adesso, con lo sguardo poggiato sul viso triste e silenzioso di Raul.

Vi sono luoghi dove certi uomini vivono nell’ombra senza che si possa immaginare di loro né la presenza, né la consistenza dei pensieri. Si prenda, ad esempio, un locale pregno di fumi azzurri che svolazzano dalle punte d’un Montecristo o di un Explendidos accesi dai soliti turisti di turno. Attorno, la gioventù fa da spettatrice cercando gli occhi dei fumatori di sigari; pronti all’agguato per un cubalibre. Dietro al bancone camerieri veloci, dal sorriso stampato, volteggiano bottiglie seguendo il ritmo tipico della salsa. Eppure c’è dell’altro! Certo che c’è. Mettiamoci pure il nero di rito con gli occhiali a specchio e i bianchi pantaloni attillati che fa il giro dei locali per riscuotere ciò che gli deve il sottobosco d’esseri alle sue dipendenze: solito giro di coca, maria e puttane. Certo, quasi scontato a L’Avana. Eppure c’è dell’altro, certo che c’è. Dietro al bancone del bar, trincea che delimita il mondo del passatempo da quello del lavoro, esiste un buco piastrellato alla bene e meglio dove suda uno sguattero. A L’Avana, dietro il bancone de “La Ruina”, di fronte al Parque Central, proprio sotto i portici dell’Agromonte, esiste un buco dove un ragazzo lava bicchieri sporchi scaricati lì dai banconieri.

Foto scattate all'Avana da Paolo Ghiotto Marin

Continuamente. Al di qua di quella soglia che nessuno degli avventori nota, sorrisi stampati. Al di là, gli stessi sorrisi mutano in musi duri. Zig-zag e tic-tac d’un pendolo regolatore della schizofrenia umorale e dei bicchieri sporchi. Purtroppo per quel ragazzo è l’ultimo giorno di lavoro, anche se è capace di lavare centinaia di bicchieri in un quarto d’ora: Ma perché va sempre a finire così? La settimana scorsa ero riuscito a trovare impiego in un cantiere, e poi? Basta un black — out di alcuni giorni e tutto se ne và in malora: niente energia elettrica significa cantiere fermo che significa fine del lavoro che significa niente paga! Tutto nel giro di un’ora, e poi vengono a dirti che noi mulatti non abbiamo voglia di lavorare; che presa per il culo la vita!

Bandera è l’uomo ombra della Casa Alta di Elvira, colui che compare e scompare all’improvviso senza lasciare traccia di sé. Un mulatto di ventiquattro anni perennemente alla ricerca di un lavoro che gli risolva la vita. In casa di Elvira sbriga commissioni, pulisce il pesce — quando c’è — e s’inventa prelibatezze tirando fuori i sapori dal nulla: un cuoco prestigiatore. È il braccio destro di Elvira, il suo luogotenente. È lui che le allunga qualche dollaro quando la poetessa, imprigionata da un’avida ispirazione che la incarcera nel grande salone scompigliato da fogli di carta svolazzanti, scarabocchiati, dimenticati e ritrovati più in là, si scorda perfino di mangiare.

Ma ciò che lega Bandera alla memoria di tutti, è il ballo! Dayana si affida alla salsa solo con lui. Bandera le stempera le scontrosità, e così lei finisce per danzare volentieri senza annoiarsi, senza pensare ad altro. Assieme a quell’angelo mulatto ride, si lascia andare scordando l’alterigia serietà e vaccinandosi per un minuto dai colpi di pazzia che sua madre, presa dalla poesia, le propina a pranzo, cena, e colazione, ogni santo giorno. Bandera, poi, tira su dei veri e propri spettacoli quando fa coppia con la “tremenda Giselle”, la mulatta dell’accademia di salsa di cui tutti sono innamorati, lui compreso.

Bandera è uno che il ballo non sa soltanto muoverlo, ma pure spiegarlo, farne filosofia: Devi vivere intensamente la musica con tutte le parti del corpo, non basta ascoltarla a memoria e tradurre il tutto sulle piante dei piedi. Tutto il corpo vi partecipa, compresa la sua aurea eterea.
Lo stesso brano non è mai uguale, dipende da dove e con chi lo ascolti, come risuona e rimbomba. Il ballo si vive nel tempo scandito dai timbri, ma pure ascoltando le vibrazioni che le note smuovono da qualche parte… tu non sai dove, se dentro o fuori, ma che importa? La musica si aggira in certi antri o dimensioni inesplorate? E allora noi le andiamo dietro senza alcuna tregua. È quella rincorsa che diventa il nostro movimento fluido, unico e irripetibile, né troppo pensato, né esagerato. Il ballo è tutto fuorché metterti in mostra o pensare che stai ballando.

Foto scattate all'Avana da Paolo Ghiotto Marin

Ad un certo punto si rende conto che ogni secondo della sua vita passato li dentro è soltanto un bicchiere sciacquato in un acquaio sempre più torbido. Un secondo al bicchiere e un bicchiere al secondo, un ritmo privo di fantasia con i banconieri scemi a scavalcare una rigida linea immaginaria da controfigure del varietà per stranieri: sorrisi prestampati di là, musi duri di qua. È il suo ultimo giorno di lavoro a “La Ruina”. Non è musica per Bandera quella! Si toglie la traversa abbandonando l’esercito di bicchieri. A ciascuno il proprio destino, in candela ragazzi! Esce da dietro il bancone con un movimento d’anche da far spavento. E questo da dove salta fuori? — Dall’ombra gente e sapete che vi dico? Io me ne torno al sole. Bandera manda tutti in mona e se ne esce ballando, seguendo chissà quali vibrazioni. Fuori c’è il sole e chissà cos’altro. Si mette a ballare sulle strisce pedonali in bianco e nero d’una delle vie più centrali di L’Avana, quella che dal Prado porta dritta dritta di fronte al Capitolio. Si ferma un attimo a fissare le carrozzerie lucenti delle più belle macchine d’epoca ancora in circolazione. Chissà quali vibrazioni ha captato. Muove i tre soliti passi di salsa e ondeggia. Davvero niente ci vuole per alzare dalla strada un coro di fischi ed applausi? Bhè, non così poco; è sufficiente la presenza d’un Bandera a L’Avana.

Il comitato di difesa della rivoluzione è un’istituzione che venne organizzata all’indomani della vittoria dei barbudos per garantire pace, tranquillità e controllo capillare, ad ogni quadra, ad ogni singola calle della città. Il pericolo, allora, fu quello del possibile proliferare di un dissenso politico contrario ai principi rivoluzionari, accompagnato da attentati e bombe. Oggi, la regge un capo-calle che da noi potrebbe tradursi nel capo-casa di un istituto popolare. El Jefe de calle ha il compito di riscuotere tre pesos cubani all’anno da ogni singolo cittadino d’età superiore ai quindici anni, organizzare dibattiti politici di quartiere simili a catechesi, le feste del 1° maggio o altre manifestazioni. Con il denaro raccolto risolve minimi problemi sociali, disoccupazione, aiuti a portatori di handicap, screzi condominiali. Esiste anche un vicecapo di vigilanza, responsabile dell’ordine sociale, molto attento a sopprimere quelle piaghe che potrebbero fiaccarlo, come giri di droga, prostituzione e connivenza con gli stranieri. Il terzo tassello di questo orwelliano triunvirato di calle è il responsabile ideologico: è lui che dovrebbe preparare i testi educativi per gli incontri settimanali con i giovani, in realtà sostituiti nell’ultimo decennio dai campus educativi per la gioventù, che si riuniscono nelle zone delle campagne centrali e che si limitano, spesso e volentieri, a gran mietiture di canna da zucchero. Ora et labora.

Foto scattate all'Avana da Paolo Ghiotto Marin

Mentre sono ancora silenziosamente occhi negli occhi con Raul Aguiar per cercare di sostenere una sorta di solidarietà inutile quanto improbabile, in calle Habana 326 scoppia un pandemonio: grida, gente che corre e si rincorre in un screpito e spreco totale degli hija de puta. Mi affaccio al balcone, e la via sembra un pollaio assediato dalle faine. Due donne si azzuffano e scalmanano, c’è chi tenta di separarle, altri corrono a chiamar chissà chi. Mi colpisce un uomo che se ne sta seduto tranquillamente a osservare lo spettacolo con un pancione aerostatico, mentre le due dame si graffiano come gatte. È Napoleon, il jefe de calle Habana. Osserva tutto come un felino sornione neanche il fatto lo riguardasse. In questi giorni hanno rinnovato l’esecutivo del comitato e Marisa, una delle due baruffanti chiozzotte, si sta ribellando di fronte all’ennesima mancata assegnazione d’una linea telefonica che attende invano da dieci anni. Altri sono stati scelti al suo posto.

Il potente Areopago di calle individua l’assegnazione di un telefono, tra i tanti che ne fanno richiesta, secondo canoni ferrei e ultra verificati: a) l’eventuale notevole distanza del posto di lavoro da casa. b) eventuali famigliari residenti all’estero. c) eventuali e imprescindibili stati d’infermità. d) eventuali ruoli di assoluta rilevanza sociale e) varie ed eventuali. Ad Elvira il telefono è stato assegnato il mese scorso su segnalazione del comitato culturale cubano, con la seguente motivazione: figura di massima importanza per la divulgazione della cultura cubana in Cuba stessa e all’estero… è molto probabile che gli hija de Puta, sprecati la sotto, siano tutti per lei.

Segue con Tropico sottosopra

Foto di Paolo Ghiotto Marin ©

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