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Percorsi

Cronache transiberiane (I)

Mosca

Raggiungere Mosca con il proposito di allargare i propri orizzonti e lasciarla nazional militaristi come non lo si era mai stati.

Cremlino a Mosca

La capitale russa è comodamente raggiungibile da Trieste, nostro punto di partenza, in 3 ore con un volo diretto che da Ljubljana arriva all’aeroporto Sheremeteyevo. Ancora una volta, come in occasione di viaggi precedenti (Praga, Istanbul), il piccolo aeroporto di Ljubljana, nascosto tra boschi e montagne, si è rivelato conveniente punto di partenza grazie ai suoi voli diretti verso i paesi dell’est. Anche se, in questa occasione, a dirla tutta, siamo partiti in ritardo e siamo atterrati a Mosca un’ora dopo l’orario previsto.

Già durante il volo si è verificata una situazione che mi ha fatto ricordare quanto poco conosca la lingua inglese nonostante anni e anni di studi e mi ha fatto temere difficoltà di comunicazione per il resto del viaggio. Mentre compilavamo una dichiarazione obbligatoria da consegnare alle autorità russe una volta arrivati, ci siamo imbattuti nella richiesta del visa number, cioè — ho tradotto io — del numero di carta di credito. Informazione che, per questioni di sicurezza, non mi è sembrato il caso di rilasciare. Fortunatamente il nostro vicino di posto ci ha mostrato il suo visto russo sul passaporto chiedendoci quale fosse il numero identificativo da riportare nel questionario e allora mi sono illuminata! D’altra parte, se ci avessero chiesto il credit card number non avrebbero chiesto il visa number, cioè il numero di un solo tipo di carta di credito (comunque la più comunemente accettata in Russia, Mongolia e Cina — informazione di cui ero al corrente e che rendeva più plausibile il mio ingenuo ragionamento…). Così tra le risate del vicino venuto a conoscenza del malinteso e la preoccupazione di Andrea (che conosce solo il francese) di dover affrontare un viaggio in compagnia mia, sua traduttrice ufficiale per l’occasione, ho completato correttamente la dichiarazione con le lacrime agli occhi per l’umiliazione.

Chi poteva attenderci all’aeroporto di Mosca se non Irina? La russa Irina di caratteristico del suo paese ha indubbiamente il nome ma non l’aspetto. Infatti, la maggior parte delle ragazze russe è dotata di notevole bellezza. Qualità che Andrea ha notato con piacere e ha continuato a ricordare nel corso del viaggio. Io, intanto, mi cerco la fede al dito e sospiro pensando che — nonostante non sia bionda, alta, magra ma con giuste misure e non sappia parlare l’inglese dopo 20 anni di studi — Andrea mi ha comunque sposata.

Appena usciti dall’aeroporto, tuttavia, non facciamo conoscenza con alcuna bellezza russa ma con quella che sarà fedele compagna di tutto il viaggio: la polvere. L’abbiamo incontrata la prima volta prodotta dai numerosi cantieri aperti, alzata dal vento, attaccata a scarpe, pantaloni e valigie mentre trotterelliamo verso l’automobile di Irina che, come la maggior parte dei moscoviti, non parla inglese e, come la maggior parte dei russi, non ci sorride mai.

Veduta di Mosca

Irina ci accompagna alla nostra casa. Un condominio piuttosto malandato, circondato da altri condomini uguali e da un cortile polveroso. Ecco quale sarà il nostro alloggio a Mosca. Ma, nonostante l’aspetto misero, che serratura tecnologica! Una tastiera numerica e una chiave magnetica al posto del classico citofono con i cognomi! Ne siamo stupiti. Rimaniamo ancora più stupiti quando scopriamo che per entrare nell’appartamento dove alloggeremo ci sono addirittura due porte blindate. Siamo anche un po’ preoccupati: da cosa difendono tanti e tali sistemi di sicurezza? Anche perché l’appartamento di Galina Ivanovna, simpatica babuska che ci vive con il marito e tre nipoti, non sembra offrire nulla di appetibile ad alcun ladro. Il dubbio, fortunatamente, rimarrà insoluto nonostante in ogni città russa ritroveremo lo stesso sistema di chiusura e protezione.

Galina non parla inglese e neanche i suoi nipoti. Sa dire solo breakfast, che è poi quello che ci interessa. Io le scrivo con il dito sul muro l’ora alla quale ci va bene fare colazione e la ringrazio. Io, infatti, in russo so dire solo grazie cioè cpacиɓa (spasiba). Durante la nostra permanenza a Mosca vediamo Galina dieci minuti alla mattina a colazione e cinque la sera quando torniamo per metterci d’accordo sugli orari. Ma nonostante la scarsa comunicazione, ci affezioniamo molto a lei e alla sua casa dove, alla fine di un’intensa giornata in giro per Mosca, torniamo molto volentieri. Io nella mia sottile brandina e Andrea nel suo corto divano letto ci sentiamo veramente un po’ a casa. Credo che anche Galina si sia affezionata a noi perché prima della nostra partenza ci regala un poggia mestolo di ceramica bianca e blu tipicamente russa. Io, di fronte a tale dono, mi commuovo ma sapendo dire poco altro oltre a grazie ripeto una decina di volte cpacиɓa con intonazioni diverse cercando di esprimerle la mia gratitudine e la contentezza di aver passato bellissimi giorni presso di lei e di dirle che non la dimenticheremo ma le spediremo sicuramente copia della foto fatta insieme. Avrà capito tutto?

Veduta di Mosca

La sera stessa dell’arrivo facciamo la nostra prima uscita da soli nella capitale. L’impatto è un po’ traumatico: quando entriamo in metropolitana ci accorgiamo che non esistono scritte in alfabeto latino. Siamo circondati dal cirillico. Ci facciamo forza e cerchiamo di capire dove vogliamo andare. Ce la facciamo e raggiungiamo il centro: siamo a ridosso del Cremlino e stiamo imparando a leggere la scrittura russa! Durante i giorni di permanenza a Mosca ci muoviamo quasi senza difficoltà: essere costretti a imparare un’altra scrittura acuisce le nostre capacità e facilmente interpretiamo le indicazioni stradali.

Prima della partenza avevamo sentito allarmanti racconti sulla capitale russa dove, stando a quanto ci era stato riferito da persone che ci erano andate o che ne conoscevano altre che ci avevano soggiornato, è assolutamente impensabile girare da soli: dietro ogni angolo si nasconde un ladro, un truffatore, un malintenzionato pronto ad accanirsi sui poveri turisti. E la metropolitana? Decisamente al di fuori della portata di uno straniero: troppo rischiosa! Per queste ragioni io, che certo non vanto tra le mie doti il coraggio, ho mosso i miei primi passi a Mosca al colmo della paura. Anche Andrea era in apprensione, come mi ha confessato dopo esserci lasciati Mosca alle spalle, ma mascherava meglio i suoi timori.

Fortunatamente è stata la città stessa a rassicurarci: né di giorno, né di sera, né per strada, né in metropolitana ci siamo mai imbattuti in alcun inconveniente. E a vegliare sulla nostra incolumità c’è un esercito di poliziotti sparsi per tutto il centro. Il numero di esponenti delle forze dell’ordine che a piedi, in automobile, con armi o manganelli, si aggira per le strade è decisamente alto. All’aeroporto Irina ci aveva messo in guardia dalla polizia che ha la pessima abitudine di importunare i turisti per estorcere loro qualcosa. Perciò, all’inizio, io avevo piuttosto paura anche di loro e, quando li incontravo, abbassavo gli occhi pavida e mi facevo invisibile, tutt’uno con il marciapiede. Con il passare dei giorni la loro presenza costante è invece diventata una sicurezza. Anche i moscoviti sembrano consapevoli delle divise che si mescolano a loro: come una scolaresca al cospetto del direttore della scuola non osa comportarsi male, così in tutti gli assembramenti, le persone si comportano compostamente senza ostentare atteggiamenti esuberanti. E questo nonostante l’elevata quantità di alcool che scorre per le strade!

Così, in piena tranquillità, abbiamo potuto godere delle attrattive che offre Mosca. Siamo rimasti affascinati dall’imponenza del Cremlino e dalla solennità della Piazza Rossa. Abbiamo ossequiato Lenin davanti al suo mausoleo dove riposa mummificato. Abbiamo fotografato San Basilio da ogni posizione: che chiesa fiabesca con quelle cupole colorate che ricordano la casa di marzapane della favola di Hansel e Gretel! Siamo andati a scoprire, nascoste dai palazzi neoclassici, tutte le dorate chiese ortodosse. E ce ne sono proprio tante. Abbiamo spesso alzato lo sguardo a cercare la sommità dei palazzi dell’epoca stalinista che ricordano Gotham City. Una pennichella al Gorky Park sulle note di una canzone di Pupo, che in Russia scatena faville insieme a Iva Zanicchi, e presto a visitare la Galleria di arte moderna di Tretjakovdove. Il bookshop, però, chiude mezz’ora prima del museo; così, quel giorno, Andrea non ha potuto comprare il catalogo della mostra e per la prima volta l’ho sentito parlare male dei russi.

Centro commerciale a Mosca

Siamo entrati nei principali centri commerciali: il Petrovskij Passaž e i grandi magazzini Gum, che con la loro facciata occupano un intero lato della Piazza Rossa. Negozi belli e lussuosi ma vuoti. A dimostrare che l’opulenza e la ricchezza è di quei pochi che girano in Ferrari, che mangiano nei ristoranti da 500 dollari a pasto mentre gli autisti li aspettano fuori. La maggior parte dei moscoviti si ritrova piuttosto in Piazza del Maneggio all’Ohotnyi Rjad: sette piani sotterranei di negozi decisamente più abbordabili, come è dimostrato dal numero più elevato di clienti. La qualità dello shopping è un esatto metro di misura della sperequazione (mancanza di equa distribuzione, ndr) di Mosca.
Siamo saliti sulla Collina dei Passeri dove da una parte si affaccia l’intera città e dall’altra si staglia l’imponente edificio dell’Università: tanto grande che non riesci ad abbracciarlo con uno sguardo (e con la macchina fotografica). E ci siamo imbattuti in una gara di ciclismo sorvegliata — guarda un po’ che strano! — da un notevole numero di militari.

Qualche sera, dopo aver cenato in un fast food russo con tortino di funghi e pollo, minestra o insalata di rape, ci siamo seduti sulle panchine del Parco di Alessandro, come la maggior parte dei moscoviti usa fare, a bere qualche bibita dalla bottiglia e a guardarci intorno mentre una moltitudine di persone passeggia, chiacchiera, fa nuove amicizie. L’aperitivo, in Russia, non si prende nei locali ma così, per strada e nei parchi: neanche esistono i bar ma ci sono tanti chioschi lungo i marciapiedi e fuori dalle fermate della metropolitana che, tra l’altro, dopo una certa ora non possono neppure vendere alcool.
La polizia, intanto, vigila anche sulle serate moscovite.

Festa del Primo maggio a Mosca

A Mosca trascorriamo anche il Primo maggio, festa decisamente poco pubblicizzata. Tutta la città ornata da bandiere colorate, falci, martelli e immagini eroiche di soldati, si sta preparando ad una ricorrenza ben più sentita: la Festa della Vittoria, che si celebra il 9 Maggio per ricordare la vittoria della Russia sulla Germania nella seconda guerra mondiale. Ma nonostante la Festa dei Lavoratori non sia più l’evento principale dell’anno, è comunque emozionante parteciparvi: mi intenerisce il vecchietto nostalgico che vende bandierine rosse fatte in casa a 20 rubli, mi ha fa sorridere la signora che indossa una tuta da ginnastica rossa con il disegno della falce e del martello che si ripete sulle bande laterali, mi commuovono l’inno nazionale e i discorsi dei capi di partito di cui comprendevamo soltanto la parola tovarisc. E a vegliare sui manifestanti e a impedire loro (e a noi turisti) di riempire la Piazza Rossa sono dispiegati centinaia e centinaia di poliziotti.

Sembra impossibile che possa capitare qualcosa di brutto in una città così ben sorvegliata. O forse ci sono cause reali che inducono a utilizzare tanti agenti. Ma ad un turista, che può conoscere la città solo superficialmente, non è dato sapere cosa nascondano il massiccio ricorso alle forze dell’ordine e l’utilizzo di quei sofisticati sistemi di sicurezza che chiudono le case. Il turista ha la fortuna di conoscere soprattutto gli aspetti positivi di questi accorgimenti e di sentirsi, come noi, sicuro e tranquillo nel visitare questa metropoli.

L’ultimo giorno di permanenza Mosca andiamo a visitare Kolomenskoe, la residenza estiva degli zar, poco fuori dal centro ma comodamente raggiungibile in venti minuti di metropolitana. Nonostante le fioraie che sostano lì vicino non sappiano darci alcuna indicazione, anche in quest’occasione riusciamo a cavarcela perfettamente e a raggiungere questo meraviglioso parco che costeggia la Moscova. La nostra ultima immagine di Mosca consiste in verdi colline e in un fiume azzurro che scorre pigro mentre in lontananza svetta i palazzi del centro, ma i rumori della sua intensa vita non giungono fino al grande suggestivo giardino del Kolomenskoe.

Giardino Kolomenskoe a Mosca

Prosegue con Cronache transiberiane (II)

Il 26 aprile 2008 Andrea e Giulia si sono sposati. Il 28 aprile 2008 sono partiti per il loro viaggio di nozze: un viaggio di 7000 chilometri che da Mosca li avrebbe portati a Pechino lungo le storiche linee ferroviarie transiberiana e transmongolica.

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