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Scrittura

L’Apocalisse rimandata di Dario Fo

Ovvero benvenuta catastrofe!

Copertina de L'apocalisse rimandata
Titolo: L’apocalisse rimandata
Autore: Dario Fo
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Guanda, Milano
Collana: Narratori della Fenice
Pagine: 201
Prezzo: 15,00 Euro
ISBN: 9788860886729

Mi rendo conto solo ora che trascinato da una specie di catarsi immaginifica mi sono lasciato trasportare dentro una simulazione di follia.
Ma tutto quello che vi ho proposto non è solo paradosso proiettato da una surreale visione d’incubo: mettetevi a vostra volta in testa — e perdonate se lo andiamo ripetendo a tormentone — che da questo appuntamento tragico con l’imminente blackout dell’energia non possiamo assolutamente sfuggire.
Non si tratta di bufale metafisiche, ma di previsioni scientifiche inderogabili: il petrolio sta per scomparire! L’estrazione del principale propellente fossile è alla fine!

Dario Fo, L’apocalisse rimandata

Che dietro l’apparente giovialità grottesca da giullare di strada, l’opera di Dario Fo radichi in sé un profondo ed eterogeneo senso della cultura e della conoscenza umana, con i quali filtra le vicende quotidiane della società, tanto da rivelarne un “non sense” ancor più grottesco della sua stessa messa in scena teatrale, trova conferma nel nuovo libro del premio Nobel: L’apocalisse rimandata — ovvero Benvenuta catastrofe! (Guanda). Il punto focale da cui Fo irradia la sua pungente ironia si concentra, stavolta, sull’ambientalismo, un tema che riguarda, o che dovrebbe riguardare, quel bel numero di persone che condividono l’ospitalità del nostro pianeta. Emblematica la citazione di Gandhi — a sessant’anni dalla sua morte — trasformata in ouverture: La Terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni.

Dario FoFo è, ed è sempre stato, un abilissimo illusionista del reale: uno che traveste una verificata verità — spesso amara — con un pret-a-portér di battute esilaranti. Anche nella sua apocalisse, quindi, ci si può limitare a divertirsi di fronte agli sbeffeggiamenti d.o.c che l’autore rivolge ai soliti noti tanto amati dai comici nostrani: presidenti del consiglio contrapposti tra il bionico e la mortadella, ministri dell’ingiustizia, conduttori televisivi dalle taglie forti, imprenditori di successo piuttosto che rappresentanti integerrimi della chiesa cattolico-romana; oppure si può andare oltre e cogliere il messaggio più profondo che lo scrittore rivolge al suo lettore, e di riflesso ad ogni singolo cittadino italiano: com’è che dietro a menti attive ed effervescenti spunta una massa di inetti beoti, compresi, com’è ovvio, quelli che stanno ai posti di potere?

Ecco allora due chiavi di lettura del libro. La prima e solita, quella di spostare la responsabilità e la causa dei nostri mali sugli altri, specie se potenti, così da esimere le nostre piccole esistenze da qualsiasi senso del civile decoro, trovando anche il tempo di riderci su. L’altra e ben più impegnativa, sentirsi parte in causa di una società che fa poco per cambiare le cose: quegli abiti stretti che alla bisogna tramutiamo in comodi alibi, tanto da renderci esentati ed esenti da qualsivoglia apocalisse. Fo, prendendo spunto dagli studi di Hubbert, uno scienziato americano che nel 1956 dava per certo un calo della produzione di petrolio già a partire dai primi anni Settanta, immagina che il punto zero si concretizzi proprio nei giorni nostri: l’Apocalisse dell’era Duemila.

Le città si bloccano assieme agli ingranaggi dei tempi moderni, che si credevano, fino a un attimo prima, perpetui, divini e irrinunciabili. Il denaro diventa carta straccia; chi ne ha accumulato a dismisura e non sa più far null’altro che denaro, si suicida impazzito. L’ingegno del singolo riprende quota, al di là delle conoscenze e delle raccomandazioni. Quel che conta, ora, è l’elasticità di adeguarsi allo scambio economico, avere un valore concreto da offrire, relazionarsi con l’altro. In uno scenario del genere, Milano diventa scenografia di questa nuova opera buffa di Dario Fo. Tra studenti sui trampoli e sagge prostitute che trasformano i centri commerciali, ormai abbandonati, in case d’appuntamento dove il frenetico moto degli amplessi si trasforma in preziosa energia pulita. I navigli soffocati dall’asfalto vengono nuovamente scoperchiati e attraversati da barche a vela di tutti i tipi. I tetti pullulano di pannelli solari, impianti fotovoltaici, e chi ancora si muove con qualche residuo di motore a scoppio, viene preso a sassate.

Alternando i bozzetti dello stesso Fo — vere e proprie icone scenografiche del racconto — a citazioni che permettono di meditare sulle parole di Copernico, Da Vinci e De Sade, o sui vangeli apocrifi piuttosto che sulle favole di Esopo, la storia bizzarra di questa apocalisse dell’età moderna coglie di sorpresa il lettore quanto i protagonisti della stessa vicenda. Com’è che dopo l’apocalisse si è finiti per vivere meglio? Niente più malandrini né venditori di fumo; di politici nemmeno l’ombra. E in seconda battuta: come si è arrivati a questo punto senza averne preso coscienza o consapevolezza? Ed è proprio in risposta a tali quesiti che la satira di un premio Nobel, piuttosto che persone specifiche, bacchetta il senso comune del non pensare alle cose.

Ecco allora che il suo innato senso ironico, tradotto nella voce popolare dei suoi personaggi, ci sfotte per quell’esserci fidati — per anni — di un’informazione e di una politica poco credibile, distante anni luce dai valori sacrosanti dell’etica. Nonostante le città si svuotino in un contro-esodo verso le campagne, dove è divenuto più naturale e normale vivere, chi resta tenta di capire se la comunità abbia bisogno di leggi o se proprio queste siano state la primordiale fonte dei guai. E qui, a mio avviso, Fo inaugura la porzione più interessante e intelligente del libro. Da uomo costantemente attento ai fatti contemporanei che lo circondano, fa analizzare la veridicità dei primi dieci articoli della costituzione italiana ai protagonisti del libro, intenti a cercare dei correttivi plausibili. Ne salta fuori, così, un nuovo art.1: L’Italia deve diventare una Repubblica veramente democratica, fondata sul lavoro di tutti, e non sullo sfruttamento del lavoro altrui. Mentre l’art.2 suona talmente retorico che i nuovi cittadini vorrebbero cancellarlo. Le esperienze delle file agli sportelli, della mala sanità, del declino di qualsiasi servizio, dove l’individuo ormai non è più che un numero, in effetti fa balzare anche agli occhi di chi legge la stonatura falsa che trasmette: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione.

Improvvisamente diventa facile riconoscersi, e i personaggi appaiono talmente seri da poter essere scambiati con uno qualsiasi dei lettori di questa strana avventura. Per mano veniamo guidati alla lapalissiana scoperta che una regola o una legge non vanno assolutamente bene quando portano profitto ai pochi per il discapito dei molti. L’Apocalisse benvenuta, diventa così un sano pretesto che permette di prendere coscienza su cosa sia possibile ancora fare per evitarla davvero, senza suggerir correttivi o soluzioni salomoniche: l’opera in fin dei conti — democratica — di un satiro che da rivoluzionario si è trasformato in ecologista.

Dario Fo

Il finale rispetta le chiusure teatrali ad effetto tipiche di Fo. È qui che l’autore utilizza l’Apocalisse, anche atmosferica, per stravolgere e mettere sottosopra quei punti di vista che gli inesauribili dibattiti televisivi sulla sicurezza consideravano, fino a poco tempo prima, con sguardo unilaterale, ottuso e scontato. La chiusura del libro si fa gioco e cosa seria, in linea con i canoni più raffinati della satira. Fo rivisita in modo nuovo, più umano e, se vogliamo, “fatto in casa”, le sinergie che regolano la vita tra i popoli e i loro continenti; ed è qui che la società italiana ha la possibilità di specchiarsi e vedere quanto sono cattivi i sui rapporti con il territorio e l’ambiente, caratterizzati da scelte superficiali, che considerano in minima parte sia i delicati equilibri geografici, sia le forze latenti e poderose di una natura che, se manifestate, non concedono l’opportunità di un ripensamento. Un libro, insomma, che, con rionia, dà la possibilità di riflettere sull’ingiustificata inconsapevolezza del senso comune, per non finire, un giorno, uccellati da un’apocalisse, probabile, ma ancora rimandata.

Dario Fo nasce nel 1929 a Sangiano (Varese) dove viene presto a contatto con il teatro popolare e la tradizione orale. Il nonno era un conosciuto fabulatore, suo padre un ferroviere, sua madre una contadina.
Frequenta l’accademia di Brera a Milano e studia Architettura al Politecnico, che abbandona a pochi esami dalla laurea.
In questi anni da studente dipinge, frequenta pittori e scrittori, inizia a inventare storie e a recitarle: storie provocatorie, contro la banalità e il conformismo. Nello stesso periodo, inizia inoltre a scrivere e recitare per la radio monologhi grotteschi, successivamente rappresentati al Teatro Odeon di Milano, nel 1952. Ma il successo di Dario Fo ha inizio nel 1953 quando, al Piccolo Teatro di Milano, con Franco Parenti, scrive, dirige e interpreta Il dito nell’occhio, prima rivista satirica del dopoguerra.
Nel 1954 sposa l’attrice Franca Rame e nel 1959 la coppia costituisce una propria compagnia, con Franca Rame come primadonna e Fo come autore dei testi, regista, mimo e attore. Il successo internazionale arriva nel 1960 con Gli arcangeli non giocano a flipper.
Nel 1968 la coppia fonda, con l’appoggio della sinistra (ARCI/PCI), la cooperativa teatrale “Nuova scena”, presto sciolta a causa di conflitti ideologici. Nel 1970 Fo rompe con il partito comunista e fonda assieme alla Rame il teatro collettivo La Comune che, dopo aver occupato la Palazzina Liberty a Milano, diventa un teatro stabile, inaugurato nel 1974 con il successo Non si paga! Non si paga!
A causa del suo anticonformismo, coraggio civile, impegno politico e sociale, Fo è stato trascinato in numerosi processi e controversie con lo Stato Italiano, la polizia, la censura, la televisione (basti ricordare il programma-scandalo “Canzonissima”) e il Vaticano.
Nel 1980, gli è stato rifiutato l’ingresso negli Stati Uniti a causa della sua appartenenza a Soccorso Rosso, un’ organizzazione di sostegno ai detenuti.
Insieme a Franca Rame, Fo ha scritto una serie di monologhi (tra gli altri Tutta casa, letto e chiesa ) ispirati alla lotta delle donne italiane per il diritto al divorzio e all’aborto legale.
Nel 1981 Fo riceve il premio Sonning. Grande favore di pubblico e di parte della critica ha riceve Isabella tre caravelle e un cacciaballe – scritto nel 1963 e rielaborato nel 1992 in occasione delle Colombiadi – che racconta la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, sullo sfondo della pulizia etnica contro gli arabi e gli ebrei di Spagna.
Altro successo è Clacson, trombette e pernacchi, una commedia del 1981 sul terrorismo; la trasmissione “Teatro musica”, ripropone alcuni momenti esilaranti in cui Fo recita un personaggio evidentemente ispirato all’avvocato Gianni Agnelli.
Il linguaggio originale, che sovverte i rapporti della retorica narrativa “ufficiale”, l’ispirazione al grottesco, con rivisitazioni della storia e intromissioni nella leggenda popolare, sono gli elementi caratterizzanti la maggior parte delle opere di Dario Fo, le cui radici affondano nella frequentazione giovanile della scuola della narrativa non ufficiale, ovvero quella degli artigiani e dei pescatori del lago, che raccontavano favole paradossali e grottesche, proprie della tradizione orale dei fabulatori.
In Mistero buffo, lo spettacolo che ha reso famoso Fo nel mondo, con le sue oltre cinquemila repliche, l’attore ricostruisce la lingua dei giullari medioevali: il grammelot, l’arte di parlare senza parole. Nello stesso linguaggio l’attore risponde ad una intervista in occasione della consegna del Premio Nobel per la Letteratura conferitogli nel 1997 a Stoccolma. La sua produzione drammatica comprende circa 70 opere.


Bibliografia:
Manuale minimo dell’attore, Einaudi 1987 (seconda edizione 1997)
L’amore e lo sghignazzo, Guanda, 2007
Il mondo secondo Fo. Conversazione con Giuseppina Manin, Guanda, 2007
La scienza e cultura degli insulti e delle parolacce, Guanda, 2008
L’Apocalisse rimandata ovvero Benvenuta catastrofe!, Guanda, 2008

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