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Scrittura

I sotterranei di Jack Kerouac

Sesso, musica e mondi sommersi

Copertina de I sotterranei
Titolo: I sotterranei
Autore: Jack Kerouac
Traduzione: Anonimo
Titolo originale: The subterraneans
Anno di pubblicazione: 2003
Prima ed. italiana: 1960
Editore: Feltrinelli Editore, Milano
Collana: Universale Economica
Pagine: 168
Prezzo: 7,00 Euro
ISBN: 9788807805110

“Vedevo quel vicolo per la prima volta, ma lo vedevo con Mardou e il bucato steso nel cortile che in realtà è la lurida corte di un casermone di 20 famiglie, con le finestre dei cessi, delle cucine, la biancheria appesa e nel pomeriggio la grande sinfonia delle madri, figli, padri che finneganneggiano e urlano dalle scale, lezzo, gatti che miagolano, messicani, il coro di tutte le radio il bolero di tutti i messicani o il tenore italiano del magnaspaghetti o, altissima, una sinfonia di Vivaldi in intellettualistica esecuzione al clavicembalo blon blan spenta di colpo tremenda musica che mi sentii tutta estate abbracciato al mio amore. E in quel momento ci entravo per la prima volta: salimmo per la stretta scala muffosa da catapecchia e trovammo la porta di casa di lei…”

Foto KerouacSembra oramai difficile parlare di Kerouac senza essere ripetitivi dopo che su di lui sono stati scritti articoli, libri e tesi di laurea. Il suo modo di scrivere diretto, quel flusso ininterrotto e spontaneo che si genera nelle pagine dei suoi romanzi, e crea un vero e proprio fiume di parole in piena che avvolge ed accompagna il lettore. Le sue opere hanno affascinato, e ancora affascinano, dal suo esordio con La città e la metropoli nel 1950 ad oggi, milioni di lettori in tutto il mondo. Ma è soprattutto nel 1957, in seguito alla pubblicazione di Sulla strada che Kerouac diviene testimone indiscusso della cultura beat [1], una sorta di nuovo antieroe americano, vagabondo, disadattato e metropolitano; il libro, reso grandioso da uno stile che ricalca i grandi romanzi americani, ricchi di descrizioni e con scenari desolati a fare da sfondo, è da considerarsi senz’ombra di dubbio quello che meglio rappresenta spirito ed essenza della beat generation, soprattutto grazie a quel senso del movimento, sia materiale che metafisico, che ne attraversa le pagine.

Per comprendere appieno l’imponente opera dello scrittore, però, anziché soffermarci al suo capolavoro, On the road, è utile analizzare anche i romanzi minori , primo fra tutti I sotterranei. The subterraneans, pubblicato nel 1958 a New York (l’edizione italiana analizzata nel presente testo è I sotterranei, Universale Economica Feltrinelli, ventiquattresima edizione, giugno 2001) è il romanzo che più di tutti racconta l’ambiente delle caves di San Francisco, popolate da giovani ribelli di cui Kerouac fa parte: in questo breve romanzo sono descritte soprattutto le vite dei suoi amici più intimi, dei loro amori, delle loro paure. In Italia, inizialmente processato per oscenità dopo la sua apparizione nella collana Comete di Feltrinelli, viene in seguito assolto con una sentenza che riconosce “la bellezza lirica di alcune sue immagini, la forza ed il ritmo del racconto, la ricerca accurata di richiami ed espressioni come elementi che consentono di pervenire alla conclusione che il romanzo è opera non pornografica e non oscena; è invece opera d’arte”. Oggi il volume vanta oramai più di venti ristampe.

La storia, ambientata appunto a San Francisco, racconta il rapporto d’amore e disperazione tra lo scrittore Leo Percepied e Mardou Fox, una giovane nera tossicodipendente. Il libro, fortemente autobiografico, si rifà all’intensa e sofferta relazione che nella realtà Kerouac visse a New York nel 1953 con Alene Lee. Il desiderio di indipendenza e libertà del protagonista viene anteposto al sentimento, se di sentimento possiamo parlare, che lo lega alla sua amante. La loro storia si risolve nel finale senza traumi, semplicemente, così com’era iniziata, e si rivela l’ennesimo fallimento nella vita dello scrittore.

Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato che non è più padrone di sé e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia — questo tanto per cominciare dal principio con ordine ed enucleare la verità, perché è proprio questo che voglio fare — Cominciò una calda notte d’estate, sì, con lei seduta su un parafango…

Già dall’inizio del romanzo è da evidenziare come la narrazione in prima persona, tipica di Kerouac, risulti talvolta difficoltosa: le parti disorganiche e slegate tra loro si fondono, sotto l’effetto visionario dello scrittore, come tasselli che danno vita ad un mosaico. Parola dopo parola, pagina dopo pagina prendono corpo i personaggi ed i luoghi così minuziosamente raccontati dal “Gran Ricordatore”, nome con il quale è stato ribattezzato Kerouac proprio per la sua straordinaria capacità di ricordare fin nel minimo dettaglio, grazie all’uso dei suoi inseparabili taccuini, storie e vicissitudini dei protagonisti della beat generation. E noi non possiamo che ammirare estasiati la migliore immagine della sua opera, quella d’insieme, quella reale, spontanea e priva di qualsiasi regola.

Disegno di Kerouac

I sotterranei può anche essere considerato a buona ragione il capolavoro indiscusso della prosodia bop [2], in cui il flusso dei pensieri narrati dallo scrittore Leo/Kerouac si fanno largo e si sganciano dalla ragione, lasciandoci a visioni di una Frisco notturna pullulante di hippies dediti ad alcol, droga e sesso libero. Henry Miller, nella prefazione al libro edito da Feltrinelli ha scritto: “Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità. Appassionato cultore della lingua, Kerouac sa come usarla. Da virtuoso nato qual è, egli si compiace di sfidare le leggi e le convenzioni dell’espressione letteraria ricorrendo ad una comunicazione rattratta, scabra, liberissima tra scrittore e lettore…”; e questa lingua è fatta di vocaboli scarni, violenti, netti, volti alla provocazione, che hanno una potenza enorme e vanno a colpire in profondità la mente del lettore.

Per il romanzo Kerouac si rifà alla scrittura surrealista — Yeats in testa — e alle teorie freudiane, condite con i ritmi jazz e bop neri, e la filosofia del buddismo Zen, scrivendo, per sua stessa confessione, sotto l’effetto della benzedrina, febbrilmente, nell’arco di tre giorni e tre notti. Notiamo come frasi e discorsi non sono separati da punteggiatura ma da trattini che dividono in battute, quasi il tutto fosse un componimento musicale.

Il modello potrebbe essere il jazz di Charlie Parker — nella Dottrina e tecnica della prosa moderna e dei Fondamenti della prosa spontanea [3] egli scrive: “Rimuovi le inibizioni letterarie, grammaticali e sintattiche”, richiamandosi esplicitamente all’avanguardia futurista teorizzata dal Manifesto tecnico della letteratura futurista di Marinetti, che proclamava, tra l’altro, l’abolizione della punteggiatura, dell’uso indiscriminato dell’aggettivo e dell’avverbio. Questa assenza ha il pregio di metterci di fronte ai pensieri, quelli più intimi e privati, del narratore, che si racconta e ci racconta, oltre che la sua storia d’amore, le sue sensazioni più profonde.

La scrittura dà così vita ad una successione continua di immagini che sembrano frutto di improvvisazioni (“…così dovetti esser io a tenderle la mano e dirle: “Mi chiamo Leo Percepied” e stringer la sua — il destino è di correre sempre dietro a quelle che non ti vogliono — e lei in quel momento voleva Adam Moorad, era stata appena respinta, freddamente e sotterraneamente, da Julien — le interessavano gli esili, ascetici intellettuali strani di San Francisco e di Berkeley… ”), crea una sorta di vortice linguistico che lancia il lettore in un’altra dimensione, e lo lascia indifferente alle ripetizioni, agli errori logici presenti nel testo. Liberare il testo da ogni forma sintattica e grammaticale risulta essere una sorta di passaggio obbligato per liberare il corpo e la mente da un sistema chiuso e repressivo, proprio quello che la cultura beat contesta.

Ma ora lasciatemi dire di Mardou propriamente (difficile farvi una confessione vera e mostrarvi quel che succede quando uno è così egomaniaco: non c’è altro da fare che metter giù periodoni lunghi coi particolari di sé e coi particolari delle anime grandi sugli altri che stan seduti o se ne vanno in giro)…

Protagonisti principali del romanzo, dicevamo, sono Leo e Mardou: la loro storia inizia da un incontro casuale con i sotterranei ed è da subito molto carnale ed intensa, anche se il protagonista appare diviso e combattuto tra l’amore per lei e il desiderio di libertà che rappresentano i suoi incontri con i sotterranei:

“… Mardou m’ha detto una volta «Avrei preferito che fosse felice lui, piuttosto che le infelici poesie che ci ha lasciato», ed io la penso allo stesso modo perché io sono Baudelaire, ed amo la mia amante negra e chino sul suo ventre ascolto l’interiore brontolio. Ma avrei dovuto imparare allora da quel suo primiero proclama di indipendenza a credere nella sincerità della sua avversione per ogni forma di legame, invece di buttarmi su di lei, come se, e forse era vero, cercassi ad ogni costo di ferirmi e lacerarmi…

Proprio la sua indecisione, quel continuo alternarsi tra il sentimento che prova ed il desiderio di indipendenza, porta allo sgretolarsi progressivo del loro rapporto; un rapporto che alla fine risulta quasi e solamente vivo nei loro incontri sessuali, al termine dei quali Leo non vede l’ora di sgattaiolare fuori dal letto, furtivamente e con un po’ di rimorso, per andare a sbronzarsi e fare baldoria con i suoi compagni di bevute. Ma il libro è anche e soprattutto un viaggio tra le vie di San Francisco ai tempi della beat generation, che descrivono gli incontri tra Kerouac ed i suoi compagni Allen Ginsberg (Adam Moorad), Gregory Corso (Yuri Gligoric), Lawrence Ferlinghetti (Larry O’Hara) e William Burroughs (Frank Carmody), tratteggiati così nelle prime righe del romanzo:

Julien Alexander è l’Angelo dei sotterranei, i sotterranei è una definizione inventata da Adam Moored poeta e amico mio diceva «sono hip ma non esibizionisti, intelligenti ma senza pedanteria, intellettuali fin nelle dita dei piedi e sanno tutto-tutto su Pound eppure non la mettono dura e non si parlano addosso in continuazione, sono tranquilli e silenziosi e come tanti Cristi.» E Julien è proprio un Cristo… ”.

Foto di Kerouac

E proprio dalle frequentazioni di Kerouac nascono i suoi libri, tutti di natura prettamente autobiografica, nei quali egli si limita a descrivere episodi della sua vita vissuta, con la sola accortezza di modificare i nomi di protagonisti e luoghi nei quali i fatti si svolgono. Il tutto, naturalmente, con l’ausilio della droga che, per il padre della beat generation, funge da carburante e gli permette di dare vita e forma ai frammenti di ricordi che popolano la sua mente, di distaccarsi completamente dal mondo reale, e di scrivere e scrivere come nessuno aveva scritto sino ad allora…

Note:


[1] Il termine beat viene coniato da Jack Kerouac nel 1947, ma l’atto di nascita ufficiale è il 1952, anno di pubblicazione di Go di John Clellon Holmes, che viene considerato il primo racconto beat, e dell’articolo This is the Beat Generation («New York Times Magazine», novembre 1952), che segna l’avvio dell’esistenza pubblica del beat. Beat è un termine che assume molteplici significati già in inglese, ed in italiano è tradotto e spiegato in varie accezioni. Beat come beatitudine (Beatitude), la salvezza ascetica ed estatica dello spiritualismo Zen, ma anche il misticismo indotto dalle droghe più svariate, dall’alcol, dall’incontro carnale e frenetico, dal parlare incessantemente, sviscerando tutto ciò che la mente racchiude. Beat come battuto, sconfitto. La sconfitta inevitabile che viene dalla società, dalle sue costrizioni, dagli schemi imposti ed inattaccabili. Beat come richiamo alla vita libera e alla consapevolezza dell’istante. Beat come ribellione. Beat come battito. Beat come ritmo. Quello della musica jazz, che si ascolta in quegli anni, quello del be bop, quello della cadenza dei versi nelle poesie. Beat è la scoperta di sé stessi, della vita sulla strada, del sesso liberato dai pregiudizi, della droga, dei valori umani, della coscienza collettiva. Beat non è politica però, nonostante molti movimenti abbiano origine da questa fonte. Beat non è religione, nonostante sia forte la componente religiosa in questo gruppo. Beat è libertà di essere sconfitti, ma molto più probabilmente beat è uno dei tanti termini che solo “hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto…” possono capire, perché non ha un vero significato semantico, ma più un significato mistico, insito nell’anima battuta, beata, ritmata, ribelle di quella generazione.
[2] Dal greco prosoidia (pros “verso” e oide “canto”). La prosodia è quella parte della linguistica che studia il ritmo, l’intonazione e l’accento nel linguaggio parlato. Rappresenta, nella poesia greca e latina, l’insieme delle norme concernenti la quantità delle sillabe; nella poesia italiana, le regole che governano la corretta accentazione dei versi.
[3] Costituito da trenta punti essenziali, indispensabili, secondo Kerouac per “scrivere beat”, traggono ispirazione, oltre che dal Manifesto futurista di Martinetti, dalla scrittura di Breton e Joyce, e dalla musica di Charlie “Bird” Parker.


Jean-Louis Lebris de Kerouac, conosciuto come Jack Kerouac, nato da una famiglia di emigranti franco-canadesi a Lowell il 12 marzo 1922, è uno dei più grandi scrittori americani, tra i maggiori interpreti della beat generation (termine, tra l’altro, da lui coniato); trascorsa un’infanzia serena – nonostante la morte del fratello maggiore, avvenuta nel 1926, lo avesse colpito molto – e ricevuta una buona istruzione, si diploma alla scuola superiore Lowell High School nel 1939 e nei tre anni successivi frequenta la Horace Mann Preparatory School di New York e la Columbia University.
Arruolatosi nella marina nel 1942, ritorna presto a New York, iniziando a frequentare gli ambienti del Greenwich Village (popolato da artisti e bohemien) dove si avvicina al mondo degli hipsters incontrando Lucine Carr, William Burroughs e Allen Ginsberg. Tra il 1947 e il 1950 compie il suo primo viaggio attraverso gli Stati Uniti in compagnia di Neal Cassady, iniziando a scrivere Sulla strada ed esordendo contemporaneamente con La città e la metropoli (pubblicato nel 1950, fu un immediato successo, anche se pochi credevano nella sua permanenza nella sfera della letteratura statunitense). Nel 1951, dopo aver letto Junkie di Burroughs e Go di Holmes, completa, in sole tre settimane, Sulla strada (che fu però pubblicato solo nel 1957 dalla Viking Press di New York) e scrive Visioni di Cody, Dottor Sax e La terra della ferrovia. Dal 1954 inizia ad interessarsi di buddismo e filosofia Zen, lavora a numerosi romanzi (tra i quali I sotterranei, I vagabondi del Dharma e Angeli di desolazione) e raccolte di poesie (Mexico City Blues e Tristessa) fortemente autobiografiche.
Muore giovane, a soli 47 anni, il 21 ottobre 1969 a St. Petersburg (Florida), per un’emorragia interna causata da cirrosi epatica dovuta all’abuso d’alcool.


Bibliografia:


La città e la metropoli (The Town and the City), 1950
Sulla strada (On the road), 1957
Visioni di Cody (Visions of Cody), 1972; Pic, 1971
Il dottor Sax (Doctor Sax), 1959
I sotterranei (The Subterraneans), 1958
Maggie Cassidy, 1959
Tristessa, 1960
Visioni di Gerard (Visions of Gerard), 1963
Angeli di desolazione (Desolation Angels), 1965
I vagabondi del Dharma (The Dharma Bums), 1958
Mexico City Blues, 1959
Viaggiatore solitario (Lonesome traveler), 1960
Big Sur, 1962

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