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Scrittura

Lorenza Foschini

Il cappotto di Proust

Copertina del nuovo libro di Lorenza Foschini intitolato Il cappotto di ProustLorenza Foschini, giornalista e conduttrice di alcuni acclamanti programmi televisivi (Misteri, Il filo di Arianna), ha presentato il suo nuovo libro, Il cappotto di Proust, al Festival della Letteratura di Mantova.
Anche questa è in realtà la storia di un “ricerca”, anzi una doppia ricerca, guidata dalla passione per una letteratura che scavalca i decenni e vive degli incontri casuali che origina. E che troverà pace e congiungimento solo al ritrovamento dell’oggetto agognato.

La prima ricerca è dunque quella di una giornalista italiana che, su indicazioni di Piero Tosi, costumista di Visconti, parte per Parigi, decisa ad indagare e fare luce sulla vita di uno scrittore che con le sue parole ha cambiato il volto del ‘900. La seconda riguarda, invece, Jacques Guérin, personaggio influente della Parigi anni ’20, colto, amante della letteratura, che si impegnò a salvare i lavori di Proust e non solo. Si prese cura anche dei suoi oggetti, della mobilia, i vestiti, nutrendo una vera e propria ossessione nei confronti della vita di Proust: si intrufolava nelle compagnie dei suoi amici e parenti, cercava di raccoglierne ogni sorta di gingilli raschiando in vecchie cappelliere e scatoloni accastati, partecipava a feste e funerali di sconosciuti pur di arrivare sempre e comunque a lui.E scopriva particolari sempre più avvincenti della vita dello scrittore, dai tradimenti del padre fino alla rabbia incondizionata della cognata Marthe e all’ombrosità del fratello dottore.

Un quadretto che, ricostruito ad hoc dalla Foschini, ci getta nella Parigi borghese di allora: sentiamo l’odore delle vecchie biblioteche di Rue della Paix, la pesantezza dell’inchiostro che cola sui manoscritti, il fascino delle case riccamente ammobiliate in legno massiccio e delle auto d’epoca. Il fermento culturale di quegli anni dà un sapore particolare alle pagine, le curiose scappatelle amorose e il perbenismo imperante le rendono ancora più affascinanti e deliziose.

È la storia di una passione irrevocabile, che colpisce quasi tutti gli amanti di un artista: si pensa, possedendo i suoi oggetti, quasi di possederne un pezzo. Lo spirito dello scrittore in qualche modo sembra rivivere negli oggetti che lo hanno circondato. Perché, come ci ricorda Proust, in alcune particolari cose resta intrappolato lo spirito di chi le ha avute accanto. Riappropriandocene, possiamo sentirlo passare anche su di noi, come un cappotto caldo che ci avvolge e ci appesantisce le spalle di un sapere quasi mistico, incomprensibile, ma del quale possiamo sentire appieno la forza.

Lorenza Foschini autrice del libro intitolato Il cappotto di Proust

È una soglia interessante da esplorare quella tra lettore ed autore. Delicata. Il collezionismo ci dà l’illusione di esercitare una sorta di possessione. Collezionare significa salvare dal tempo, ci rende importanti così come importante è l’oggetto che divinizziamo poiché appartenuto a chi stimiamo. Come osservava anche Chatwin, si ricerca inconsciamente di catturare una sorta di aurea che rivive negli oggetti.

Il tavolo di Proust, ad esempio, che possiamo vedere in esposizione nella sua stanza al Museo Carnevalet di Parigi, fu lo stesso tavolo su cui mille volte lo scrittore soffermò la sua attenzione mentre dal suo letto componeva la Recherche. Infinite volte cercò sicurezza nella forma squadrata delle sue gambe, mentre il cappotto gli avvolgeva i piedi per proteggerlo dal freddo parigino. Il cappotto però in mostra non c’è più, ed è proprio questo libro a rivelarne la rocambolesca storia.

GT: L’interesse morboso per gli scrittori e gli artisti che hanno cambiato la nostra vita ha qualcosa di totalmente irrazionale, maniacale; attraverso le reliquie ci sembra di possedere una parte di loro, è come se sentissimo il loro spirito rinnovarsi in praesentia degli oggetti. Ma è anche paradossalmente un po’ come riportarli alla vita di tutti i giorni, osservandone gli oggetti quotidiani, le beghe di famiglia che non possono non essere simili alle nostre o a quelle del vicino di casa. Si cerca il lato umano di ciò che si idolatra.
Perché secondo lei? Quanto c’è di rischioso in questo gioco, quanto si rischia di uscire dalle intenzioni del testo e di fraintenderlo per soddisfare le proprie curiosità?

LF: In un saggio pubblicato dopo la sua morte, Proust polemizza contro Saint-Beuve che riteneva si dovesse studiare la vita dei poeti e degli artisti in generale per capirne meglio l’opera. Per Proust, al contrario, non è il vero io quello che scrive. E, nell’ultimo volume della Recherche, afferma che la vera vita è la letteratura. Perché allora io che amo Proust ho indagato sulla sua famiglia?

Non certo per conoscere i suoi segreti privati, ma per raccontare la storia di un grande collezionista, Jacques Guérin, che ha salvato dalle fiamme carte e manoscritti importanti dell’opera del grande scrittore francese. Guérin capisce che la furia distruttrice di Marthe nei riguardi di ogni carta e oggetto appartenuti a Marcel è motivata dall’orrore di questa donna borghese per per la “diversità” del cognato e per l’omosessualità in generale. Anche il più piccolo e insignificante oggetto appartenuto a Proust viene salvato da Jacques per evitare quella damnatio memoriae a cui lo scrittore sembra essere stato condannato dalla sua famiglia.

Lorenza Foschini autrice del libro intitolato Il cappotto di Proust nel corso dell'incontro al Festival della Letteratura di Mantova

Del resto non era proprio Proust a raccontare ne La strada di Swann che il narratore trova del tutto: “ragionevole la credenza celtica secondo la quale le anime di coloro che abbiamo perduto sono imprigionate in qualche essere inferiore, un animale, un vegetale, un oggetto inanimato, perdute davvero per noi fino al giorno, che per molti non arriva mai, nel quale ci troviamo a passare accanto all’albero o a entrare in possesso dell’oggetto che ne costituisce la prigione. Esse allora sussultano, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute l’incantesimo si spezza. Liberate da noi, hanno vinto la morte e tornano a vivere con noi”. Non è quello che ha fatto Guérin?

GT: Cosa significò per lei la Recherche nel momento in cui la scoprì? Pensa che un libro possa parlare ad ognuno di noi in maniera diversa, magari a seconda del momento e della nostra predisposizione a comprenderlo?

LF: Ho scoperto Proust a 18 anni e da quel momento è come se avessi afferrato una chiave che mi consente di aprire delle porte sulla comprensione del mondo.
Considero Proust uno dei più grandi scrittori, al pari di Dante. Penso che, in ogni momento, ogni persona può trovarvi qualcosa che sembri diretto personalmente a lei e, come accade nel caso appunto di Dante, penso che la musicalità della sua scrittura possa ammaliare anche aldilà del suo contenuto.

GT: Proust fu il primo feticista di se stesso. Era alla ricerca di sé e della sua vita, esattamente come tutti i suoi collezionisti. Ma la scrittura autobiografica è molto spesso più ricostruzione che ritrovo di una identità. Anche lei si è cimentata in opere letterarie? Quanto può essere utile il processo di scrittura, anche come cura terapeutica, per la costruzione della propria identità?

LF: Non penso che Proust fosse un feticista di se stesso. Poust parla della memoria che deve essere “involontaria”. Nata all’improvviso può resuscitare il passato superando lo spazio e il tempo.
Ho scritto poco e certo non romanzi, ma penso che la scrittura possa tirare fuori dai recessi più segreti della nostra coscienza parti nascoste del nostro io. Per questo è un lavoro complesso e a volte doloroso.

GT: Anche lei colleziona? Se sì, cosa? Quali sono gli oggetti-feticcio da cui non si separerebbe mai?

LF: Non sono una collezionista, non amo gli oggetti feticcio. Amo le cose che sono state amate da chi ho amato. Penso che nascondano una scintilla del loro amore.

GT: Dalle pagine del suo libro trapela un amore che non si limita soltanto a Proust. È l’atmosfera della Parigi anni ’20 quella che rinasce, intatta, tra le pagine. La passione per un fermento culturale irripetibile, per un dandismo unico che accosta e fa fermentare ricchezza e cultura. Ci fa pensare che l’identità di un artista può affascinare anche perché portavoce di un determinato clima, perché simbolo di un ambiente irripetibile e mitico. E che la ricerca di elementi extra-testuali possa essere in realtà sintomo di interesse per un intero mondo, una intera stagione artistica che ci affascina e di cui siamo segretamente innamorati. Conferma? Nel suo caso esiste un legame particolare con la città che indirettamente descrive?

Parigi su tela

LF: Amo Parigi. La amo sin da quando ero bambina così come la lingua francese. Amo la letteratura di questo paese. Sthendal, Balzac, Flaubert mi hanno fatto sognare. Ma anche il grande memorialista Saint-Simon con i suoi dettagliati e affascinanti resconti sula vita alla corte di Luigi XIV mi ha fatto capire l’importanza dei rituali, dei dettagli, dei particolari anche minimi. La lettura di Saint-Simon è indispensabile per chi voglia veramente capire Proust.

GT: Per Giorgio Agamben il contemporaneo è colui che sa mettere in relazione il suo tempo con alti tempi. Perché Proust nel 2008? Cosa continua ad essere contemporaneo in Proust? Pensa che un ragazzo diciottenne di adesso possa trovare conforto nella lettura di una simile opera, o nella scrittura?

LF: Proust per me è tra gli “immortali”. Può parlare quindi a ogni uomo di qualsiasi paese e di ogni età. Descrive così bene i meccanismi che regolano i rapporti sociali che questi sistemi sono rintracciabili non solo nell’aristocrazia e nella borghesia di inizio ‘900, ma in qualsiasi epoca, quindi anche oggi e nel futuro.

GT: Qual è il ruolo della scrittura nella specifico della contemporaneità? È ancor possibile parlare di letteratura nell’epoca virtuale dei messaggi da telefonino e delle mail? E quanto in tale panorama ha influito la televisione, di cui lei conosce così bene le dinamiche?

LF: Abbiamo già detto che scrivere aiuta a guardare dentro noi stessi e quindi è sempre importante, per chi ne senta la necessità, farlo. La televisione, e ora internet, sono uno sguardo sul mondo. Uno sguardo che, per chi lo voglia, può essere arricchito e sorretto dalla lettura. La lettura come la scrittura non moriranno mai; indipendentemente dall’epoca di riferimento, sono delle esigenze dello spirito.

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