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Omnia

Quando la polemica fa più notizia della qualità

Trattare della verità è sempre un compito delicato. Senza scomodare eccessivamente la storia della filosofia, potremmo concentrarci a riflettere su una domanda parecchio in voga in questi nostri tempi complicati, ossia “Chi è che dice la verità?”.
Per sua stessa natura, la verità si ridefinisce incessantemente, ed a ridefinirla ci pensano la storia e la società con i mezzi che, di volta in volta, hanno a disposizione. Non stiamo qui a sostenere una tesi di relativismo nichilistico, negando alla verità qualsiasi principio di sussistenza; esiste, ma la sua essenza non è nulla di trascendentale e di assoluto, bensì qualcosa di “sociale”, promosso (più o meno consapevolmente) da un preciso “gruppo” di persone per fondare uno spazio di condivisione, che potremmo ribattezzare “nazione” o “popolo”.

Verità nascoste

La domanda “Chi dice la verità?”, oggi, si presenta come subdolo tentativo di controllare il passato, riscrivere la storia, distruggere quel sistema di valori condiviso così difficilmente agognato e perseguito, per rivalutare nel pantheon della memoria collettiva figure che siamo stati in grado di ripudiare per ciò che hanno rappresentato; viceversa, i grandi protagonisti della nostra storia e della nostra cultura subiscono una flessione, come se si volesse convincere la massa che per anni è stata soggiogata da una grande serie di menzogne. E così, come sta accadendo nel nostro triste paese, si disgrega un popolo, ci si mette gli uni contro gli altri, alimentando addirittura il fantasma di una futura guerra civile. Molti giornalisti, intellettuali, registi, inseguono, in special modo in questi anni, la “logica dello scandalo” ambendo alla provocazione; una logica che cela in sé una lugubre manovra di intenzionalità economica (se non politica nei peggiori dei casi). La stessa logica dei paparazzi, ma ipocritamente rivestita da una tunica di presunta dignità scientifica, culturale e artistica.

I deputati rinnegano e ripudiano Garibaldi, i ministri cercano giustificazioni acrobatiche per il fascismo, svilendo la Resistenza con la pretesa di rivelarne il lato oscuro. Mettere in discussione le convinzioni stereotipate e radicate nella società può essere un bene, uno stimolo al confronto, alla messa in discussione ed all’analisi critica. In quest’epoca di tesi date per assodate, di tabù assoluti che non ammettono repliche, è necessario qualcosa che porti il caos nell’ordine, che destabilizzi l’ordine costituito e che conceda il sorgere di una nuova coscienza.

Ma queste prerogative dovrebbero essere concretizzate in manifestazioni che non tendono ad istituire altrettante prese di posizione, quasi a voler sostituire una verità assoluta con un’altra. La funzione dello shock, ad esempio, è vitale all’arte, così come al cinema; ma l’autentico shock non implica una comprensione logica ed appagante, si tratta piuttosto di un salto nel buio, nell’interrogativo, alimentando il pensiero che intende risvegliarsi da un’assuefazione forzata.

Roma Film Festavial 2008

Oggi si ambisce ad un altro tipo di shock, quello utile ad imporre una nuova visione degli eventi. I nuovi titolari della verità, qui da noi, manifestano la presunzione di stabilire il vero senza possibilità di replica, e acquisiscono questo potere perché appaiono come “rivoluzionari” nel loro atto di sovvertire l’ordinamento morale, sociale, storico e politico del nostro paese. Fanno la figura degli “avvocati del diavolo”, risultano simpatici per il loro essere così “politicamente scorretti”, rivendicano la loro indipendenza e si fanno scudo con lo slogan della “libertà di pensiero”.

Se torniamo al problema relativo alla verità come fondamento pragmatico del vivere comune e sociale, istituzione di una moralità condivisa, possiamo ben comprendere come la tendenza odierna sia volta alla spaccatura di questa dimensione, all’annullamento della verità intesa in questo senso. Il tutto, troppo spesso, per una mera voglia di provocare, dicendo “ciò che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire”. Il guadagno è di ordine economico, dato il fascino intrigante e perverso delle tesi sostenute in numerosi libri, film e articoli di giornale, ma il rischio è grave, ed è quello di annullare di un passato al quale le nostre convinzioni, le nostre emozioni, la nostra educazione e moralità hanno fatto riferimento per decenni.

Uno shock moralmente piuttosto discutibile fu quello suscitato da un film di qualche anno fa, La caduta, che pretendeva di interpretare Adolf Hitler nella sua intima dimensione domestica ed “umana”. Non serviva il lavoro di Hirschbiegel per farci sapere anche il fondatore del nazismo era un uomo, ma il film fa discutere perché tocca l’idea che la nostra civiltà si è fatta del Male, e della sua incarnazione, storicamente fondata su ciò che il dittatore tedesco incorpora in sé. Hitler rappresenta un’entità archetipica, basata sull’idea di Male che noi occidentali ci siamo fatti all’indomani della seconda guerra mondiale. È questa una verità pragmatica, verità di cui la società ha bisogno, adottata per la costruzione di uno spazio di pace e di condivisione; violare questa zona di comunicazione civile, significa generare tensioni sociali, precipitare nel tutti contro tutti.

Al Pacino al Roma Film Festavial 2008

Il giornalismo contemporaneo – sia quello partitico che quello cosiddetto indipendente, entrambi deboli davanti alla tentazione della “logica dello scandalo” – punta ormai quasi esclusivamente al gossip, alla “notizia” piuttosto che all’analisi critica degli eventi. I contenuti effettivi, da una proposta di legge all’uscita di un nuovo libro, da un fatto di cronaca alla presentazione di un nuovo film, sono totalmente sommersi dalle notizie “miccia”, da provocazioni spesso puerili e inconsistenti che hanno il solo scopo di suscitare delle reazioni con le quali riempire le pagine del quotidiano il giorno seguente. Tutto si riduce ad uno scambio di battute che può andare dal pettegolezzo più becero (“Si, ho lasciato mia moglie per la Tatangelo”), alla messa in discussione dei valori fondanti della nostra civiltà. Il secondo aspetto è il più pericoloso: significa che la logica del pettegolezzo e dello scandalo, varcando i confini della cronaca rosa e dei tabloid, è giunta ad intaccare la scienza storiografica, la sociologia, la riflessione antropologica o la religione. Le cosiddette discipline nobili sembrano insomma ormai coinvolte all’interno del meccanismo economicamente strategico della polemica.

Esempio recente, che sta sotto agli occhi di tutti ma che purtroppo pochi sembrano capaci di vedere, è stata la Festa internazionale del Cinema di Roma, inaugurata il 23 ottobre e conclusasi proprio oggi. Giunto alla terza edizione, il Film Fest è diventato un appuntamento di grande prestigio, tanto per i critici cinematografici, quanto per i cittadini di Roma – o meglio per quel pugno di fortunati che sono riusciti ad avvicinarvisi (l’evento ha segnato per le date principali un sold out categorico, interpretabile come testimonianza di un trionfo, ma anche come cattiva gestione dei tickets di ingresso).

Ci si aspetterebbe quindi di sentir parlare di bei film presentati, eppure il Festival di Roma è stato proposto ai telegiornali come un ribollire di “notiziucole di bassa lega”, invece che come un’effettiva vetrina di bel cinema. Oddio, non che il buon cinema fosse assente, tutt’altro: attendiamo ansiosi le uscite nelle sale di Galantuomini di Edoardo Winspeare e Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari, due film che hanno riscosso parecchio successo, e che suggellano la carriera di due tra gli autori più interessanti dell’odierno Rinascimento del cinema italiano. Eppure, intorno a questi titoli, almeno personalmente, ho sentito solo un frastornante chiacchiericcio: nessun giudizio critico serio, bensì domande del tipo “Ma è poi vero che in Salento anche c’è la mafia?”, o servizi giornalistici che si sono concentrati sul fatto che il film di Vicari fosse stato vietato ai minori di anni 14. Che altro si è sentito di questa Festa? Su cosa la televisione ha rivolto il suo interesse?

Allora, con ordine: 1) La Bellucci (alla Festa per presentare L’uomo che ama) sostiene che il fatto che solo gli uomini soffrano a causa delle belle donne sia un falso mito; 2) La regista iraniana Nair, autrice assieme a Gus Van Sant e Jane Campion, tra gli altri, di una serie di cortometraggi intitolato 8, è stata aspramente criticata per il femminismo libertario predicato nella sua opera, ritenuto offensivo per l’Islam; 3) Gli studenti manifestanti tentano di forzare il cordone di sicurezza delle forze dell’ordine per irrompere all’interno dell’Auditorium, rimediandoci un mucchio di manganellate; 4) tornando alla questione del “vietato ai…”, il film di Matteo Rovere Un gioco da ragazze provoca altro scalpore e “fa discutere”, venendo proibito addirittura ai minori di anni 18; 5) “fa discutere”, e parecchio, anche il film di Soavi, Il sangue dei vinti che, sulla scia dei libri di Pansa, prosegue la crociata tanto di moda contro la lotta partigiana e la Resistenza; 6) Toni Servillo che elogia Carlo Verdone, che a sua volta ringrazia commosso; 7) Colin Farrell che dice un sacco di parolacce e parla di politica.

Monica Bellucci al Roma Film Festavial 2008

Insomma, dichiarazioni e film “che fanno discutere”, che poi non sono altro che prodotti strategicamente pensati per “stupire” o per i contenuti forti ed eccessivi, o per le verità delle quali si ha la presunzione di essere unici tutori e sostenitori. Tanta voglia di immagine, tanta voglia di gossip, tanta voglia di cercare la notizia da TG, ma nessuna analisi critica dei film, nessun giudizio serio. Si è forse parlato dell’ultimo film di Krzysztof Zanussi, With a warm heart? O di Le barrage contre le Pacificque, di Rithy Panh, tratto da un romanzo di Margarite Duras? Avete avuto notizie sui film dedicati a due geni dell’arte musicale contemporanea come Bob Marley e De Andrè? Ci si è interessati della presenza solenne di Al Pacino, come ovvio che fosse, ma la partecipazione di Cronenberg ha avuto la risonanza che avrebbe meritato?

Quest’anno “L’occhio sul mondo”, fase della Festa dedicata interamente alle scene cinematografiche lontane dai nostri confini nazionali, si è focalizzato sul Brasile (annoveriamo il documentario Coração vagabundo di Fernando Grostein Andrade, dedicato a Caetano Veloso, altro prestigioso ospite del Festival), ma anche di questa rassegna dedicata al Brasile dei miracoli di Lula poco si è detto.
Chi aveva voglia di occuparsi seriamente delle proposte di qualità che il Festival offriva, si è rivolto (neanche a dirlo) a quell’ultimo baluardo della comunicazione che tenta disperatamente di opporsi alla deriva culturale che stiamo subendo tacitamente, ovvero il Web, la Rete, quel “mostro” non ammaestrabile, per sua natura democratico (in quanto contiene in sé sia il lascito della spazzatura televisiva e giornalistica, ma anche la sua opposizione dialettica, ovvero l’interesse per i prodotti artisticamente di rilievo e per l’approfondimento culturale). Ad esempio, lodevole è stata l’iniziativa di Close-up col suo “video-diario” dedicato alle varie giornate dell’evento. E anche noi, nel nostro piccolo, un contributo tenteremo come sempre di darlo.

Roma Film Festavial 2008

Certo, in conclusione, non possiamo sostenere che il tenore complessivo della Festa Internazionale fosse elevatissimo (la gestione Rondi ha riservato maggiore attenzione alla produzione italiana, non sempre all’altezza dell’evento, ed oltre a ciò, come è stato nelle due precedenti occasioni, tantissime opere prime e autori pressoché sconosciuti), ma senza ombra di dubbio migliore di quanto sia apparso; bastava cercare meglio e dedicarsi al buono piuttosto che alla notizia. Almeno chi si occupa di cultura dovrebbe resistere dall’oltraggio di venire risucchiato nella “logica dello scandalo”, ma d’altronde il termine “Resistenza” è cosi fuori moda… chissà, un giorno potrebbe addirittura divenire sinonimo di Male.

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