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Scrittura

Utz: il collezionismo e il regime (II)

Le tematiche di Bruce Chatwin

Prosegue da Utz: il collezionismo e il regime (I).

Utz
Nel 1967 Chatwin si trovava in Cecoslovacchia per degli scavi archeologici (all’epoca frequentava la facoltà di archeologia a Edimburgo); a Praga conobbe un collezionista di porcellane di Meissen che aveva “ridotto il suo orizzonte a quello dei suoi migliori amici, che erano tutti delle figurine di porcellana alte quindici centimetri”[1].

immagine della copertina di Utz

L’incontro continuò per molto tempo a sollecitare la fantasia dello scrittore. Ne nacque, vent’anni dopo, il suo ultimo romanzo, Utz, scritto tra il 1987 e il 1988 quando l’autore era ormai vicinissimo alla morte e si era appena liberato dalla propria personale ossessione, il nomadismo, pubblicando The Songlines.

Il romanzo rappresenta dunque la tappa finale della produzione di Chatwin e, per molti aspetti, la sua opera più matura. Al di là dell’iniziale sorpresa che provoca nel lettore la sua ambientazione, europea e claustrofobica, Utz si pone infatti in sostanziale continuità con le altre opere per quanto riguarda le tematiche analizzate nel capitolo precedente, portando al massimo compimento la ricerca sugli esuli e sugli oggetti.

La storia

Il romanzo prende avvio dalla descrizione dei funerali, nella chiesa praghese di San Sigismondo, del protagonista, Utz, un collezionista di porcellane ebreo, forse un barone. Ad accompagnare la salma sono presenti soltanto la governante, Marta, e il miglior amico del protagonista, il dottor Orlìk, “un illustre scienziato del nostro Museo Nazionale […] un esperto di mammut ma s’intende anche di mosche”[2]. Il funerale, l’ennesimo rito della produzione letteraria di Chatwin, è patetico e solitario come il protagonista stesso, e si conclude con una colazione consumata da Marta e Orlìk, dominata dalla presenza di un orso bruno impagliato, all’interno del ristorante. Il secondo capitolo vede irrompere il protagonista e un altro personaggio, uno scrittore alter-ego di Chatwin presente come in ogni altro romanzo dell’autore, che narra i suoi incontri e colloqui con Utz, avvenuti molti anni prima (nel 1967), in prima persona. Attraverso questi colloqui e le lunghe sequenze narrative che ricostruiscono il passato di Utz e quello di Marta, il lettore viene condotto a conoscere la storia del protagonista, della sua collezione e dei motivi, personali e culturali, che hanno spinto Utz a costituirla.

Nell’ultima parte del romanzo la narrazione torna al presente ed è occupata dall’indagine dello scrittore sugli ultimi anni di Utz e sulla fine della sua collezione, la quale era destinata ad un museo statale, ma non è più stata ritrovata. Si scopre così che Utz aveva sposato Marta nel 1952 e che i due, insieme, hanno distrutto la collezione.

Struttura e tecniche narrative

Foto raffigurante ChatwinLa struttura di questo breve romanzo, è quella, già collaudata in altre opere, come On The Black Hill e The Viceroy of Ouidah, che prevede la suddivisione della narrazione in brevi sezioni ( per la prima volta non numerate): “La narrazione — scrive Antonella Riem Natale — è strutturata in scene, in sequenze di immagini cinematografiche”[3]. L’osservazione è riferita a The Viceroy of Ouidah, tuttavia è possibile estendere il concetto anche a Utz: anche qui ci troviamo di fronte a un montaggio di scene in cui la componente visiva ha un ruolo fondamentale. Queste sezioni sono accomunate dalla continuità di tempo e di luogo, interrotta talvolta dalle vertiginose incursioni dei due interlocutori (Bruce e Utz) nella storia e nel mito (e nel labile confine che li separa).

Utz, in un certo senso, è un giallo, un’indagine compiuta dal narratore per scoprire quale si stato il destino del protagonista e della sua collezione. Per questo motivo Chatwin struttura il libro secondo uno schema, già sperimentato con The Viceroy of Ouidah e On The Black Hill, che prevede l’alternanza presente — passato — presente: il romanzo comincia con la descrizione del patetico funerale di Utz per tornare immediatamente al passato, il 1967, anno dell’incontro del narratore con il collezionista di porcellane. La narrazione si conclude nuovamente al presente, con le indagini dell’autore su Utz. Questo schema consente a Chatwin di istituire un paragone tra ieri e oggi, strutturando il romanzo come un’indagine in cui ci si rivolge al passato per ricostruire la situazione presente (la verità su Utz).

L’indagine si frantuma subito in un caleidoscopio di possibilità in cui ogni cosa sembra potersi trasformare, un attimo dopo, nel suo contrario. Il lettore è confuso dalle contraddizioni incarnate da Utz ma è soprattutto l’ambiguo status del narratore a disorientarlo. È infatti il narratore stesso ad esprimere dubbi sui fatti che riferisce come nel celebre caso dei baffi: “Aveva i baffi Utz? Non ricordo. Comunque, baffi o non baffi, il suo aspetto sarebbe rimasto altrettanto banale”[4].

Questa modalità narrativa potrebbe far pensare ad una volontà dell’autore di rendersi partecipe dei dubbi ermeneutici del lettore, facendo così convergere il piano della lettura con quello della scrittura; questa identificazione è però subito negata e “Chatwin nega la sua onniscienza ma al tempo stesso la utilizza”[5], infatti subito dopo il narratore specifica: “Supponiamo, dunque, di aggiungere un paio di baffi: un paio di baffi precisi, ispidi, che si adattino ai gesti precisi, da soldatino di latta, che erano l’unica prova delle sue ascendenze teutoniche”[6].

Poche righe più sotto, questa già incerta attribuzione, viene negata: “A pensarci bene sarà meglio togliere i baffi. L’aggiunta di un paio di baffi potrebbe avere il sopravvento sulla faccia al punto che resterebbero in mente solo gli occhiali e i baffi […]”[7]. Appena verso la fine del libro, il narratore riesce a dirimere la questione: “Ma ora posso affermare categoricamente che Utz aveva i baffi. Senza i baffi avrebbe potuto restare nella mia immaginazione come uno dei tanti collezionisti di abitudini meticolose e tendenze effeminate che intrattenevano con le donne rapporti ambigui”[8]. L’incertezza si ripete anche per le abitudini sessuali di Utz (amante imbranato o raffinato tombeur de femme?) e attraversa tutto il libro.

È evidente che più che a cercare di far convergere il punto di vista del narratore con quello del lettore, Chatwin è interessato al problema opposto: porre l’accento sui meccanismi della narrazione, rendendone evidente l’aspetto arbitrario e sottolineando una volta per tutte il valore fictional della propria scrittura. Il problema è quindi, ancora una volta, il rapporto tra verità e finzione. “Nel 1967, un anno dopo le dimissioni da Sotheby’s, aveva chiesto a Kate Foster del reparto porcellane, chi gli consigliasse di andare a trovare a Praga. Lei suggerì il nome di Rudolph Just, uomo d’affari e appassionato collezionista di vetri, argenti e porcellane di Meissen”[9].

“Il dottor Just morì a metà degli anni Settanta, ma il destino della sua collezione è rimasto un mistero. […] Quando c’era arrivato il personale del museo, l’appartamento di Just era vuoto”[10]. La collezione fu ritrovata quando Chatwin era già morto, ma quello che conta qui è che questa storia lo accompagnò per anni e fu di nuovo la realtà ad ispirare i suoi scritti. Chatwin, attraverso il gioco dei baffi, con una consapevolezza mai raggiunta nei romanzi precedenti, mette in guardia il lettore di fronte al proprio ruolo di scrittore che, pur prendendo spunto dalla realtà, costruisce una storia per tentativi e stratificazioni successive.

Copertina del libro Utz in edizione ingleseLo stesso discorso può essere fatto per l’oscillazione del narratore che dovrebbe essere omodiegetico (il giornalista e scrittore che incontra Utz e riferisce al lettore i loro dialoghi ) ma che spesso si eclissa dalla narrazione, condotta da una voce oggettiva e fuori campo che ripercorre le tappe più importanti della vita diUtz e Marta o descrive il funerale del collezionista. Qui il narratore, fatta eccezione per qualche trascurabile intromissione del personaggio-narratore, è assimilabile ad un narratore eterodiegetico con focalizzazione interna che assume il punto di vista di Utz o di Marta riferendoci persino i loro sentimenti verso un papero o un buongustaio incontrato in Francia molti anni prima.

Si può quasi dire, dunque, che Utz sia un romanzo a cornice che parla di uno scrittore che vuole scrivere un romanzo su un collezionista di porcellane: Chatwin racconta se stesso e il proprio metodo di scrittura, basato sulla ricerca di spunti nella realtà che poi vengono riplasmati dalla sua penna per poter dire, ancora una volta, qualcosa più della realtà. In sostanza, in Utz, Chatwin riesce a far convivere due piani separati che si incastrano in maniera impercettibile, senza interrompere il flusso della narrazione.

Troviamo infatti il personaggio-narratore intento alla raccolta di documentazione, che incontra e intervista l’oggetto del suo interesse -Utz- e poi, con un passaggio quasi insensibile, passiamo dal momento della documentazione al romanzo -nel romanzo- vero e proprio. Come nel caso dei baffi il lettore viene invitato ad assistere al lavoro di Chatwin, e viene avvertito del fatto che sta leggendo un’opera di fiction. Chatwin, com’è noto, ammirava enormemente l’opera di Flaubert e perseguiva la spersonalizzazione del narratore. Il personaggio dello scrittore che intervista Utz, infatti, è neutro, privo di connotazioni fisiche e di reazioni emotive nei confronti di ciò che vede. Diversamente da altri libri, qui non conosciamo neppure il suo nome.

Foto raffigurante Hemingway

L’altro grande modello letterario era, per Chatwin, Hemingway, di cui apprezzava la capacità di far scaturire il senso di ciò che scriveva da un dialogo o da un contrasto di immagini, piuttosto che da un commento. Inoltre, Chatwin ammirava dello scrittore americano la sua prosa asciutta, fatta di periodi brevi e di dialoghi essenziali. Questa aspirazione trova forse i suoi massimi risultati in Utz, scritto “nella prosa più asciutta e levigata di Chatwin”[11].

Collezionismo

Utz è dominato dalla figura del protagonista e dalla sua ossessione per le porcellane. Con questo personaggio Chatwin porta al massimo grado la sua ricerca sugli oggetti. Nel rapporto che Utz instaura con la propria collezione, l’autore riesce a condensare le diverse declinazioni della relazione tra uomo e oggetto che aveva sviluppato nei libri precedenti, e che era rimasta sotto traccia rispetto ad altri temi. Le due direttrici in cui questo rapporto si viene a configurare sono: quelle del desiderio di possesso e quelle degli oggetti-simulacro. In entrambi i casi, il possesso sfocia nella schiavitù dell’uomo nei confronti dell’oggetto, e in nessun altro romanzo come in Utz Chatwin insiste su questo aspetto del problema.

Il desiderio di possesso, che abbandonerà Utz solo al momento di disfarsi della sua collezione, è la scintilla iniziale che fa scoccare l’amore del protagonista per le sue porcellane. Il primo incontro con una statuina di Meissen avviene nell’infanzia: “Fu a České Krìžove che quel bambino precoce, stando in punta di piedi davanti a una vetrina di porcellane antiche, rimase ammaliato da una statuetta di Arlecchino modellata dal più grande modellatore di Meissen, J.J.Kaendler”[12].

La statuina viene inizialmente negata al bambino ma: “Quattro anni dopo, per consolarlo della morte di suo padre, l’Arlecchino arrivò a Dresda in un’apposita scatola di cuoio, in tempo per un lugubre pranzo di Natale. […] Aveva scoperto la sua vocazione: avrebbe dedicato tutta la vita a collezionare — a “salvare”, come diceva poi — le porcellane della fabbrica di Meissen”[13].

Il dolore per la morte del padre riceve dunque consolazione da un arlecchino di porcellana. Una parte dell’attaccamento morboso che Utz manifesterà nei confronti della sua collezione sarà dunque dovuto alla memoria dell’infanzia e del padre trasferita nella statuetta. Le motivazioni psicologiche non si esauriscono qui, la passione di Utz per le statuette assume anche connotazioni sessuali: ”Cos’è questa mania di Kaspar per la porcellana? chiese la madre di Utz al medico di famiglia. Una perversione come un’altra rispose lui”[14].

L’ossessione di Utz ha dunque una componente feticistica, che trova conferma nella veste da camera trapuntata color pesca che viene ritrovata dallo scrittore-narratore nel bagno di Utz. Se la vestaglia sia una spia dell’omosessualità di Utz o delle sue notti d’amore con le cantanti liriche, è una questione sulla quale il narratore fa fatica a decidersi, resta però il fatto che anche in questo caso la sua sessualità è legata alla presenza di un oggetto fisico. D’altra parte, anche quando i suoi primi goffi tentativi di approccio col sesso femminile vengono respinti, Utz trova rifugio nelle sue porcellane.

Collezione di porcellane

Questa componente psicopatologica del collezionismo, “la malattia della porcellana [15], è confermata dal narratore che dichiara di aver voluto inserire il proprio articolo sulla passione di Rodolfo II per le collezioni di oggetti esotici “in uno studio più ampio sulla psicologia — o psicopatologia — dello scrittore coatto”[16]. Utz, tuttavia, non riversa nelle porcellane soltanto il proprio disagio psicologico e la memoria dell’infanzia. Un altro tipo di memoria è quella della cultura ebraica, a cui il protagonista appartiene, che sembra voler difendere insieme alla propria collezione.

È il caso del mito di Yossel il Golem, essere plasmato dal rabbino Loew, capo degli ebrei di Praga, col fango della Moldava. Con questo atto il rabbino sfidò il volere divino: “Una creatura plasmata dall’uomo era una bestemmia. Un Golem, con la sua sola presenza, rappresentava un monito contro l’idolatria — e sollecitava attivamente la propria distruzione”[17].

“Lo stesso Padre Adamo era stato “golem”, un inerte massa di argilla […]. Quindi, come vede, disse Utz, non solo Adamo fu il primo essere umano, ma fu anche la prima scultura di ceramica”[18].
Più che all’ebraismo, dunque, Utz vuole richiamarsi alla cultura esoterica di origine ebraica, nutrita, tra l’altro, di alchimia: “La ricerca dell’oro e la ricerca della porcellana erano due aspetti di un’identica indagine, quella vòlta a scoprire la sostanza dell’immortalità[19].

Utz costruisce intorno alla propria collezione un’autentica metafisica, un universo di idee da affiancare al microcosmo delle porcellane, un vero e proprio mondo popolato dai personaggi della commedia dell’arte. Le statuine, per Utz, sono infatti esseri reali, vivi, che popolano un mondo di fantasia fuori dal tempo che per il protagonista è molto più reale del mondo reale. In questo mondo, regna sovrana la figura di Arlecchino: “[…] il superimprovvisatore, lo zanni, l’imbroglione, il maestro del voltafaccia…”[20]. Il trasformismo di Arlecchino è lo stesso dimostrato da Utz nei confronti dello stato e della sua sessualità: Utz è Arlecchino.

Come ha notato Antonella Riem Natale, esiste una corrispondenza tra l’ambiguità politica e sessuale di Utz e le oscillazioni del narratore, entrambe sono il frutto di una realtà priva di centro, in cui non si possono offrire certezze definitive ma solo ipotesi e dubbi[21]. Si è già detto, nel capitolo precedente, che gli oggetti esercitano il proprio potere grazie alla loro capacità di significare. In questo caso la collezione di Utz sembra veicolare l’intero universo personale del protagonista: la memoria dell’infanzia, la storia e la tradizione ebraica e mitteleuropea e un microcosmo fantastico (ma reale) popolato dai personaggi della commedia dell’arte.

Ma anche la collezione richiede il suo prezzo al collezionista e Utz, per le sue porcellane, è costretto a rinunciare alla propria possibilità di fuga, inchiodato per sempre alla solitudine e alla povertà di orizzonti del piccolo appartamento di via Siroka. Ogni anno il collezionista si reca a Vichy, con la scusa di cure termali, per fuggire alla propria collezione, a Marta e al regime: “Verso la fine di aprile, il suo rancore nei confronti del regime raggiungeva l’ebollizione […]. Ad aprile, inoltre, soffriva di claustrofobia per aver trascorso i mesi invernali con l’adorante Marta: per non parlare della noia vicino al parossismo, di vivere tutti quei mesi con delle porcellane inanimate[22].

Siamo di fronte alla classica contrapposizione tra immobilità e movimento che attraversa tutta l’opera di Chatwin. Il trasferimento primaverile a Vichy appare come una vera e propria migrazione annuale, in cui Utz, oltre a rigenerare lo spirito, combina qualche affare per il regime. Tuttavia Marta, Praga, e soprattutto le statuette reclamano la presenza del protagonista: è lo stesso Utz ad ammettere: “[…] con un sorriso ironico, che il suo grave caso di Porzellankranheit gli impediva di andarsene una volta per tutte. La collezione lo teneva prigioniero “e, naturalmente, mi ha rovinato la vita”[23].

Chatwin descrive ancora una volta le forze che incatenano l’uomo impedendogli di assecondare la propria inquietudine. In Utz, ancora più che altrove, queste forze prendono la forma di oggetti che, ben lungi dall’essere posseduti realmente, tengono sotto scacco il loro presunto possessore.

Copertina del libro Auto da féLa figura di Utz ricorda quella di un altro celebre collezionista della letteratura, l’illustre sinologo Peter Kien di Die Blendung (Auto da fé), di Elias Canetti. Anche qui abbiamo di fronte un intellettuale che vive arroccato nel suo appartamento con la sua collezione (per Utz di statuette, per Kien di libri) e che conduce un’esperienza separata dal resto del mondo fino al matrimonio con la propria cameriera (che però, purtroppo per Kien, ha tutt’altro esito): “Lungi dall’avvertire la singolarità o quanto meno la tragicità della propria situazione, Kien ha raggiunto un suo equilibrio, ha costruito intorno a sé una grande muraglia che lo dovrebbe tenere al riparo dalle illusorie tentazioni del mondo esterno con il quale non si è mai confrontato […]”[24].

Non è certo da escludere, dunque, che Chatwin si sia ispirato allo scrittore ebreo, che certamente conosceva. Le conclusioni dei due libri che partono da una materia tutto sommato simile sono antitetiche. In entrambi i casi infatti il romanzo si conclude con la distruzione della rispettiva collezione, ma mentre con questo atto Utz può concludere la propria vita aprendosi a un rapporto più autentico con l’altro (Marta), Kien perisce nel rogo dei suoi libri negando definitivamente la possibilità di un integrazione dell’intellettuale in una società volgare e disgregata.

Utz esule della storia

Utz appartiene a quella categoria di personaggi, definiti esuli nelle pagine precedenti, che comprende i Gallesi di In Patagonia, gli eredi di dom Francisco, i gemelli Jones, gli aborigeni australiani ed altri, accomunati dallo stesso rifiuto per la storia. Come i suoi predecessori letterari, Utz tenta di vivere in una dimensione temporale separata rispetto a quella della contemporaneità in cui vive, il tempo del protagonista è ancora una volta quello della memoria, della cultura ebraica e mitteleuropea e dell’infanzia. Ed è anche la dimensione atemporale della commedia dell’arte, mondo della fantasia il cui canovaccio si riproduce sempre uguale e diverso da se stesso.

Foto di un libro sfogliato

Tuttavia, mentre nei romanzi precedenti la storia si manteneva sullo sfondo, irrompendo qualche volta nelle vite degli esuli che trovavano sempre il modo di sfuggirvi, in Utz è una presenza ineludibile, con cui bisogna scontrarsi continuamente. Il paragone più utile è probabilmente quello con i gemelli Jones che, evitato il servizio militare e le insidie del sesso femminile, possono rifugiarsi nella loro fattoria, nel tempo ciclico delle stagioni e in quello della memoria dei genitori. Questa possibilità di fuga appare in Utz molto più difficile da attuare e il suo scendere a patti con la storia occupa l’intero corso della sua vita e appare come una lotta costante per difendere la propria identità.

Del tutto nuova, d’altronde, compare anche la consapevolezza che questo nuovo tipo di esule sembra avere della realtà che lo circonda. La prova è l’astuzia con cui Utz si muove tra l’occupazione tedesca e la dittatura comunista, ma anche la sua capacità di autorappresentare la propria situazione nel particolare momento storico in cui vive, rifiutando per se stesso il ruolo di dissidente politico all’estero. Questa consapevolezza deriva in buona parte dal fatto che Utz è il primo esule di Chatwin ad essere anche un intellettuale, seppure molto sui generis. Sembrerebbe che, con questo libro, Chatwin avesse maturato la consapevolezza che l’atto di estraniarsi dalla storia non è così semplice -seppur foriero di problemi- come aveva dimostrato in precedenza, e che la storia ha una capacità coercitiva e un’invadenza molto maggiori.

Il conflitto con la storia inizia fin dai tempi dell’occupazione nazista che tenta di annientare il popolo ebraico. Utz, a modo suo, tenta di contrastare questa violenza: “Aveva fornito uno stillicidio di informazioni sulla collocazione di certe opere […]. Così facendo era riuscito a proteggere e addirittura a nascondere alcuni amici ebrei […]. Dopotutto, che valore avevano un Tiziano o un Tiepolo se si poteva salvare una vita umana?”[25].

Utz è un collaborazionista “buono”, il suo rapporto con la realtà si delinea come un continuo scendere a patti, per riuscire a sottrarre qualcosa alla violenza della storia. All’occupazione nazista subentra il regime comunista ma il succo del discorso non cambia: ”E come c’è riuscito? A far che? A tenersi le porcellane. Sono arrivati ad un accordo”[26].

Pur di continuare a vivere nel proprio universo di ceramica, Utz scende a patti col diavolo, il regime comunista, promettendo di donare le proprie statuine al museo nazionale una volta morto. La sua vita di compromesso è tutt’altro che pacifica, vissuta tra le visite dei conservatori del museo e con l’ombra degli sgherri dei servizi segreti e delle microspie sempre presenti. Utz, tuttavia, non torna sempre in Cecoslovacchia solo perché richiamato dalla propria collezione, la sua è anche una decisione intellettuale: ”Non si sarebbe unito al flusso degli esuli. Non sarebbe rimasto a recriminare in una stanzetta d’affitto. Sapeva bene che la retorica anticomunista era insopportabile quanto quella di colore opposto. No, non avrebbe abbandonato il suo paese — non per loro!”[27].

Il problema non è tanto la Cecoslovacchia o il regime comunista, il vero problema è la violenza della storia, che anche quando non si manifesta nelle guerre e negli stermini, prende la forma dell’omologazione degli individui da parte di forze che li sovrastano: “Lo rattristò, nel passare la frontiera cecoslovacca, vedere i reticolati di filo spinato e le garitte delle sentinelle, ma notò con un certo sollievo che non c’erano più cartelloni pubblicitari”[28].

Foto della Rivoluzione di Primavera

Di fronte allo spauracchio dell’omologazione, Utz si rifugia in un mondo di oggetti inanimati che riempie di significati. Questi significati sono l’identità del protagonista: il suo passato, le sue inclinazioni sessuali e i suoi problemi psichici, il suo essere un intellettuale ebreo e mitteleuropeo, il suo immaginario personale. L’ossessione di Utz ha sicuramente qualcosa di patologico ma è anche la difesa di quanto di più autenticamente umano egli possiede. Per questo la collezione è percepita dal protagonista come il mondo reale mentre la realtà contemporanea è solo un fastidio da evitare.

C’è quindi qualcosa di stoico nella resistenza di Utz al potere coercitivo dello stato, di cui siamo avvisati fin dalle prime pagine, con l’incontro tra lo scrittore-narratore e lo storico suo amico, il quale osserva: “[…] i veri eroi di quella situazione impossibile erano quelli che non aprivano mai bocca contro il Partito o lo Stato, e tuttavia parevano albergare nelle loro teste la summa della civiltà occidentale”[29].

Il concetto è ribadito anche più avanti, in una frase che sembra prefigurare la rivoluzione di velluto: ”[…] Alla fine è probabile che l’apparato della repressione svanisca non a causa di una guerra o di una rivoluzione, ma di un soffio, o della voce delle foglie cadenti…”[30].

Verso la fine del loro incontro, in un’atmosfera magica e onirica, immersi nella luce di un lume: “Utz prese dagli scaffali, a uno a uno, i personaggi della commedia dell’arte e li depose nello specchio di luce, dove sembravano pattinare sul cristallo, ruotando sulle basi di schiuma dorata, come se dovessero continuare per sempre a ridere, piroettare, improvvisare. […] E io capii, mentre Utz faceva ruotare la statuetta alla luce della candela, che lo avevo giudicato male; che anche lui stava danzando; che per lui il vero mondo era il mondo di quelle figurine, e che, paragonate a loro, la Gestapo, la polizia segreta e furfanti vari non erano che creature di latta. Gli eventi di questo fosco secolo — i bombardamenti, i Blitzkrieg, i colpi di Stato, le purghe — erano, per quel che lo riguardava, altrettanti “rumori di fondo”[31].

Praga

Anche l’ambientazione praghese contribuisce in maniera decisiva a creare il senso in Utz, la sua presenza coinvolge infatti ogni aspetto del libro a tal punto che sarebbe impossibile ambientare la storia altrove. Praga è, innanzitutto, una città dell’est governato dalla dittatura comunista. Nello stesso tempo però è: “[…] ancora la più misteriosa delle città europee, dove il soprannaturale era sempre possibile”[32]. Il luogo naturale quindi, dove sviluppare le teorie di Utz sull’alchimia e il Golem, la sua metafisica della porcellana.

Ma Praga è anche la città che conserva le tracce architettoniche della cultura ebraica: “Le sinagoghe, il cimitero e il municipio della città vecchia erano praticamente gli unici monumenti sopravvissuti. Questi, mi disse Utz, lungi dall’essere distrutti dai nazisti, erano stati risparmiati per costruire il futuro Museo degli Ebrei, dove i turisti ariani a venire avrebbero potuto esaminare i cimeli di un popolo scomparso, come gli aztechi e gli ottentotti”[33].

Foto della città di Praga

Praga è una città misteriosa ed elegante, che con la sua atmosfera e la sua storia sembra fornire la scenografia ideale a Utz, che si muove per le sue vie come se ne fosse il custode: “Utz e io passammo il resto del pomeriggio a passeggiare […], fermandoci di tanto in tanto ad ammirare la severa facciata della casa di un mercante, o qualche palazzo barocco o rococò: il Vrtba, il Pàlffy, il Lobkovic; lui ne recitava i nomi come se coloro che li avevano fatti costruire fossero suoi intimi amici”[34].

Tutta la città, con i suoi edifici antichi e la sua atmosfera arcana, sembra imporsi come una muta presenza che ricorda ai cechi la loro storia e cultura, mentre lo stato, l’orso imbalsamato del ristorante del funerale, cerca di imporre loro la sua verità attraverso la repressione.

Per questo motivo, Utz sembra muoversi in maniera del tutto naturale per le vie di Praga. Tuttavia, l’anima della città, fatta di memoria del passato, eleganza e mistero è anche la storia dell’ossessione di Utz, della sua vittoria temporanea come collezionista, e della sua sconfitta come essere umano. Per questo dopo aver condotto lo scrittore ad ammirare la “sua” città, Utz dirà, scoprendo i denti: “Odio questa città”[35].

Orlìk e Marta

Oltre a Utz e allo scrittore, Orlìk e Marta sono gli unici due personaggi di una certa importanza nel romanzo. Orlìk, che come si è detto è un paleontologo interessato soprattutto ai mammut e alla Musca domestica, ha l’abitudine di pranzare ogni giovedì nello stesso ristorante con Utz sin dal 1946. I due, si intrattengono sempre l’un l’altro con le stesse abitudini e gli stessi scherzi.

Foto di ChatwinIl segreto della loro affinità, nonostante l’apparente differenza di interessi, è nel loro essere, in fondo, spiritualmente simili. Anche Orlìk, come Utz, appartiene infatti alla categoria degli esuli, anche Orlìk, cioè, consacra la propria esistenza a delle ossessioni personali che lo fanno vivere in una dimensione temporale differente rispetto a quella storica. Le ossessioni dell’amico di Utz sono quelle, già nominate, del mammut -ancora una volta uno sguardo rivolto al passato- e della mosca: “Confessò di essere incantato dalla vitalità della mosca. Era molto in voga tra i suoi colleghi entomologi, soprattutto se membri del Partito, plaudire al comportamento degli insetti sociali: formiche, api, vespe e altre varietà di imenotteri che si organizzano in comunità irreggimentate. “Ma la mosca” disse Orlìk è anarchica ”[36].

Orlìk appare come una specie di alter ego comico di Utz, tirchio e dalla buffa parlata, che oltre ad alleggerire il peso della narrazione aiuta a specificare alcuni aspetti del carattere del protagonista stesso. Marta è la fedele domestica di Utz e, come si scopre nel finale, anche sua moglie. Utz le affida il compito di governante quando era una contadinella che badava a un gruppo di oche e la cui unica compagnia era un papero bianco: “I bambini dell’Europa contadina credevano che le storie che sentivano, di lupi mannari, stelle che erano anatre in volo o paperi che si trasformavano in splendidi principi, fossero vere”[37].

Normale, dunque, che quando Utz raccolse Marta da una strada, completamente fradicia e inseguita dai suoi compaesani che pensavano fosse scema, questa abbia scambiato il collezionista per il proprio principe. Si può notare qui che anche Marta, come Utz, Orlìk e tanti altri personaggi dei romanzi di Bruce Chatwin, abbia la tendenza a rifugiarsi in un mondo di fantasia, popolato in questo caso da personaggi della fiabe come il papero-principe.

Dal momento del suo salvataggio in poi, Marta riserverà al suo padrone la dedizione e la fedeltà più assolute, tanto che Utz alle volte dovrà impedirle di baciargli la mano. Da quel momento, Marta sarà la sola persona di cui Utz si potrà fidare ciecamente, soltanto a lei Utz affiderà la chiave della cantina dove, per tutta la guerra, resteranno nascoste le porcellane.

Foto di una via di PragaDopo la guerra, Utz tiene Marta a servizio nel suo piccolo appartamento praghese, dove lei si aggira con le sue calze bucate sulle ginocchia. Marta e Utz si sposano, con rito civile, nel 1952, dopo un’ingiunzione di sfratto recapitata a Utz, perché occupa un appartamento troppo grande per uno scapolo. Durante il matrimonio, “[…] Marta era molto schiva, e molto turbata dalle bandiere rosse nel municipio della Città Vecchia. “Il colore del sangue” disse rabbrividendo, mentre uscivano alla luce del sole”[38].

Marta, con la fedeltà ai suoi semplici principi “[…] è l’epitome del fatto che le tecniche di indottrinamento politico falliscono”[39]. Nulla però sembra cambiare nel loro rapporto dopo il matrimonio e Marta “non soltanto aveva accettato ogni condizione ma si era, nello stesso tempo, negata ad una qualsiasi speranza. Sperare l’avrebbe condotta alla follia […]”[40]. La sua vita continua a scorrere tra il rimpianto per il desiderio di maternità frustrato, l’amorevole servizio nei confronti di Utz e l’umiliazione di dover lasciare la casa quando questi si appresta a ricevere una delle sue cantanti liriche.

Qualcosa, invece, pare cambiare in Utz, da sempre desideroso di aprirsi alla semplicità dei rapporti umani e incapace, per inettitudine, di coltivarli. Fin dalle prime pagine il narratore ci illumina su questo aspetto della personalità di Utz: “Dopotutto, che senso avevano un Tiziano o un Tiepolo se si poteva salvare una vita umana?”[41]. Ma non è l’unico esempio, e a tal proposito è ancora più eloquente il racconto del primo soggiorno di Utz a Vichy, in cui il protagonista sperava di incontrare un’anima solitaria quanto la sua, ma non trova altro che rifiuti e fallimenti.

Si trova così solo, a pranzare in un ristorante rinomato e, mentre non riesce a trovare sollievo nel cibo -“il lusso è voluttuoso soltanto nelle avversità”[42]-, osserva “[…] i gitanti sull’altra sponda. Una giovane madre si precipitava a salvare il suo bambino, che era arrivato gattoni fino al bordo dell’acqua. Gli sarebbe piaciuto essere come loro: dividere le loro rustiche ciambelle fatte in casa, che senz’altro sapevano di qualcosa!”[43].

È durante questo viaggio a Vichy che Utz matura la decisione di restare per sempre a Praga, eppure in quel viaggio, “[…] non aveva rivolto neanche un pensiero alle porcellane: non riusciva a pensare che a Marta, sola nell’appartamento”[44]. Utz è malato di inettitudine, trincerato nel fortino della propria collezione ma incapace di aprirsi alla semplicità dei sentimenti che in fondo desidera.

La vittoria definitiva di Marta avviene quando Utz, ormai vecchio, riceve un rifiuto dall’ennesima cantante lirica, “si guardò nello specchio di una vetrina e, in un momento di estremo disincanto, fu costretto a rivedere la propria immagine di eterno amante. Quello che successe tra lui e Marta si può solo immaginare, ma da quel giorno lei lasciò il materassino e si trasferì nel letto”[45]. Utz e Marta si sposano per la seconda volta nella chiesa di San Nicola durante la primavera di Praga, partecipi forse dell’atmosfera di liberazione che si respirava nella capitale. Marta soddisfa così il suo desiderio di legittimazione e si libera dal peccato di condividere lo stesso letto con un uomo con il quale non era sposata agli occhi di Dio. La vittoria definitiva di Marta però, dopo quella sulle cantanti liriche, è quella che si compie nel finale, con la distruzione delle statuette, le sue nemiche più insidiose.

La fine della collezione

La parte finale dell’indagine del narratore su Utz è occupata dalla ricerca della collezione: negli ultimi anni della sua vita il protagonista aveva ottenuto di non essere più visitato dai conservatori del museo che venivano a controllare l’integrità della collezione. In cambio aveva dovuto promettere che, una volta morto, avrebbe lasciato la propria collezione al museo. Ma quando, due giorni dopo il funerale, i funzionari del museo si recarono a casa di Utz, la trovarono desolatamente vuota. Le porcellane erano sparite. L’indagine del narratore si svolge così interrogando i conoscenti di Utz. Da Orlìk scopre del matrimonio di Utz e Marta e alla domanda: “Che fine hanno fatto le porcellane?”, Orlìk risponde: “Rotto e buttato”[46].

Dalle successive indagini si riesce a scoprire poco altro, la ricostruzione della verità è così affidata alle supposizioni del narratore: “Utz e Marta avevano esportato illegalmente la collezione? No. Lo avevano fatto i funzionari del museo? No: il dottor Frankfurter lo avrebbe saputo. Utz aveva distrutto le sue porcellane per ripicca? Non ne ero sicuro. Lui detestava i musei, ma non era un uomo vendicativo. Però era un burlone! L’idea che quei fragili oggetti rococò finissero nella spazzatura del Ventesimo Secolo poteva allettare il suo senso del ridicolo. Che fosse un caso di iconoclastia? Esiste, accanto alla propensione ad idolatrare le immagini […] una contropropensione a farle a pezzi? Che le immagini pretendano la propria distruzione?”[47].

Statuine di porcellana

La risposta, forse, è un’altra: “Credo che in quegli ultimi mesi, dando uno sguardo retrospettivo alla sua vita, Utz rimpiangesse di aver sempre fatto la parte del furbastro. […] Aveva cercato di preservare in microcosmo l’eleganza della vita di corte europea, ma il prezzo da pagare era troppo alto: lui detestava la piaggeria e i compromessi, e alla fine le porcellane lo avevano disgustato. Marta non aveva mai ceduto. Non era mai venuta meno ai suoi principi nemmeno una volta. […] La mia versione riveduta della storia è che, la sera del loro matrimonio in chiesa, lei sia emersa dalla stanza da bagno con la vestaglia di seta rosa e, slacciandosi la cintura, l’abbia lasciata cadere sul pavimento per abbracciarlo come una vera moglie. E che, da quel momento in poi, abbiano trascorso i loro giorni in appassionata adorazione l’uno dell’altra, non permettendo a nessun altro di dividerli. Le porcellane erano pezzi di vecchio vasellame di cui dovevano disfarsi al più presto: tutto qui”[48].

Il “tutto qui” finale rappresenta il nocciolo del problema: possibile che per Utz sia così semplice liberarsi della sua collezione? Possibile fidarsi di un narratore come questo che, dopo aver seminato il dubbio per tutto il libro, e persino sui baffi del protagonista, conclude il discorso con “tutto qui”?

Riesaminando il testo ci sono spie di una risposta parzialmente diversa, che non contraddice ma integra quella del narratore. Nei dialoghi di Utz e dello scrittore sul mito del Golem e la porcellana, si pone un problema: ”Quindi come vede,” disse Utz “non solo Adamo fu il primo essere umano, ma fu anche la prima scultura di ceramica”. “Vuol farmi intendere che le sue porcellane sono vive?”. “Sì e no” rispose. “Sono vive e sono morte. Ma se fossero davvero vive dovrebbero anche morire. Non è così?”[49].

Statuine di porcellana

La questione si ripropone più avanti: ”Le sue porcellane reclamano la propria morte?”. Si accarezzò il mento. “Non lo so. È una domanda problematica”[50]. Si direbbe, quindi, che nel distruggere le statuette Utz abbia donato definitivamente loro la vita, come il rabbino Loew fece col suo Golem. Per tradire la sua collezione, Utz ha dovuto esserle fedele fino in fondo, concedendole il suo ultimo omaggio e salvandola per sempre dalla morte del museo. Solo dopo questa geniale soluzione Utz, finalmente libero, ha potuto vivere l’ultima parte della sua vita in estatica adorazione di Marta.

Conclusioni

In Utz, Bruce Chatwin sembra voler dialogare con una parte della tradizione letteraria europea di lingua tedesca di inizio Novecento. Non sono solo l’ambientazione mitteleuropea e la raffinata eleganza che avvolge ogni aspetto del libro, dalle atmosfere cittadine alle minuziose descrizioni di oggetti preziosi, a suggerire questo accostamento. Utz stesso, infatti, appare come il depositario di un mondo minacciato e in declino: quello del mondo ebraico, dell’esoterismo e della nobiltà europea, di cui il protagonista pare ergersi ad ultimo baluardo.

Copertina del libro La cripta dei cappucciniSi potrebbe proporre un parallelo, per fare un esempio, con un libro come La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, pubblicato nel 1938, che condivide alcuni di questi temi con Utz. Ma, se nel libro di Roth il mondo della nobiltà ebraica pare destinato ad un’ineluttabile fine, in Utz “ la vecchia Europa sopravvive”[51]. Minacciata da ogni parte dalle tendenze omologatici della modernità, la “vecchia” cultura europea oppone la propria inerte e dignitosa resistenza, alla lunga, addirittura più forte degli stessi regimi. Il simbolo di questa condizione è la città di Praga: con il suo muto linguaggio, costituito dalle tracce della storia, la città pare offrire un messaggio a chi è in grado e desidera capirlo, non certo ad un regime che ascolta tutto ma non sente niente.

Questa ripresa di temi e forme della tradizione letteraria precedente, insieme alla riflessione metanarrativa e alle tematiche della perdita di centro, permette di collocare il romanzo nell’ambito della letteratura postmoderna.La definizione della condizione postmoderna come perdita di centro, il venir meno di un riferimento stabile dentro la cultura e la società occidentale[52], può apparire in contrasto con quanto affermato poco fa riguardo alla sopravvivenza della “vecchia Europa”. Nel romanzo di Chatwin, tuttavia, il recupero della memoria del passato sembra affidato all’iniziativa di singoli personaggi, come Utz, che proprio in virtù del loro rifiuto della modernità si trovano costretti a vivere esistenze separate, negando così la possibilità di sintesi collettive.

Certamente non mancano, in questo romanzo, i punti deboli; come notò Adam Mars Jones: “Se la sua scrittura ha una debolezza, questa è che il dettaglio può sembrare, in qualche modo, una sorta di autopromozione, portando l’attenzione del lettore non già sulle cose descritte ma sull’occhio di chi le guarda. […] Le sue frasi possono sembrare scaffali che reggono oggetti di rara bellezza, frammenti di storia e cultura che si sono sviluppati al di là di semplici note illustrative, ma che sembrano in qualche modo inerti come ingredienti della narrativa”[53].

In seguito, l’attenzione del critico si sposta dal piano stilistico a quello della narrazione, mettendo in evidenza che il finale, in cui Utz rinuncia alla collezione per aprirsi all’amore per Marta: “sembra sentimentale, dopo le meditazioni ben più problematiche del libro sulla consolazione offerta dalla perfezione degli oggetti”[54].

Anche se queste osservazioni sembrano decisamente condivisibili, è difficile negare che la prosa asciutta di Chatwin raggiunga in questo romanzo il suo punto di Orme sulla sabbiamaggior equilibrio. Chatwin è ricordato universalmente per le sue analisi sul nomadismo, teorie estremamente affascinanti e strampalate che non incontrarono alcun riscontro nel mondo scientifico. Tuttavia, come scrisse Salman Rushdie: “La sua tesi è folle ma in qualche strana maniera non importa, perché ha una sua verità poetica, una convalida mistica”[55].
Forse il maggior merito di queste teorie è il fatto che Chatwin, inseguendo i nomadi, incontrò gli esuli, probabilmente la sua creazione letteraria più riuscita. Il personaggio di Utz rappresenta probabilmente la più complessa rappresentazione di questi personaggi e del rapporto tra uomini e oggetti.

Note: 
[1] Cit. in Nicholas Murray. op. cit. pag. 123.
[2] Bruce Chatwin, Utz. op. cit. pag. 28.
[3] Antonella Riem Natale. op. cit. pag. 33.
[4] Bruce Chatwin, Utz, op. cit. pag. 26.
[5] Antonella Riem Natale. op. cit. pag. 120.
[6] Bruce Chatwin, Utz. op. cit. pag. 26.
[7] Ibid. pag. 27.
[8] Ibid. pag. 114.
[9] Nicholas Shakespeare. op. cit. pag. 698.
[10] Ibid. pag. 705.
[11] John Lanchaster cit. in Nicholas Murray op. cit. Pagg. 133-134.
[12] Bruce Chatwin, Utz. op. cit. pag. 19.
[13] Ibid.
[14] Ibid. pag.20.
[15] Ibid. pag. 45.
[16] Ibid. pag. 14.
[17] Ibid. pag. 42.
[18] Ibid. pag. 39.
[19] Ibid. pag. 93.
[20] Ibid. pag. 97.
[21] Si veda: Antonella Riem Natale. op. cit. pagg. 124-125.
[22] Bruce Chatwin, Utz. op. cit. pag. 76.
[23] Ibid. pagg. 77-78.
[24] Matteo Galli, Invito alla Lettura di Canetti, Mursia, Milano, 1986.
[25] Bruce Chatwin, Utz. op. cit. pag. 24.
[26] Ibid. pag. 25.
[27] Ibid. pag. 75.
[28] Ibid. pag. 76.
[29] Ibid. pag. 16.
[30] Ibid. pag.102.
[31] Ibid. pag. 97.
[32] Ibid. pag. 15.
[33] Ibid. pag. 38.
[34] Ibid. pagg. 34-35.
[35] Ibid. pag. 98.
[36] Ibid. pag. 33.
[37] Ibid. pag. 55.
[38] Ibid. pag. 113.
[39] Bruce Chatwin cit. in: Nicholas Shakespeare, op. cit. pag. 702.
[40] Antonella Riem Natale. op. cit. pag. 139.
[41] Bruce Chatwin, Utz. op. cit. pag. 24.
[42] Ibid. pag. 69.
[43] Ibid.
[44] Ibid. pag. 71.
[45] Ibid. pag. 118.
[46] Ibid. pagg. 110-111.
[47] Ibid. pag. 127.
[48] Ibid. pag. 128.
[49] Ibid. pag. 39.
[50] Ibid. pag. 42.
[51] Bruce Chatwin cit. in: Nicholas Shakespeare. op. cit. Pag. 702.
[52] A tal proposito si veda: Roberto Bertinetti, Londra. Viaggio in una metropoli che non si ferma mai, Einaudi, Torino, 2007; Vidiadhar S. Naipaul, Leggere e Scrivere, Adelphi, Milano, 2002.
[53] Adam Mars-Jones, recensione a Utz, Times Litterary Supplement, 23 settembre 1988. cit. in Nicholas Murray. op. cit.pag.135.
[54] Ibid.
[55] Salman Rushdie citato in Nicholas Shakespeare. op. cit. pag. 639.


Progetto di tesi:


Il presente articolo pubblicato su FM 116 è tratto dalla tesi di laurea Utz: il collezionismo e il regime. Il lavoro fatto prende in esame l’ultimo romanzo di Bruce Chatwin tentando un’interpretazione che ne metta in luce il rapporto di continuità con le precedenti opere dello scrittore inglese. Dall’analisi di questo breve romanzo si cerca così di ricavare un quadro un po’più complesso sull’opera di un autore costretto in maniera troppo rigida entro i confini della narrativa di viaggio. La tesi tenta così di mettere in luce altre tematiche e punti di interesse nella narrativa di Chatwin come la perdita di identità dell’uomo contemporaneo ed il suo tentativo di sottrarsi agli eventi storici, il rapporto morboso dell’individuo con gli oggetti, la memoria, il passato, il rapporto tra la finzione narrativa e la realtà; tutti temi che si ritrovano in qualche modo intrecciati in quello che è forse il romanzo più intenso e riuscito del narratore inglese.


Bruce Chatwin nasce a Sheffield nel 1940 da una famiglia borghese. Inizia a lavorare giovanissimo per la casa d’aste Sotheby’s e ne diviene, a soli 24 anni, direttore; qui conosce Elizabeth Chanler che diventa sua moglie suscitando lo stupore degli amici più intimi di Chatwin che erano a conoscenza della sua omosessualità. A 26 anni, il futuro scrittore, abbandona una brillantissima carriera per dedicarsi agli studi di archeologia (mai terminati) a Edimburgo e per iniziare le sue celebri peregrinazioni in giro per il mondo inseguendo la propria personale ossessione per il nomadismo. Nel 1973, Chatwin viene assunto come redattore dal Sunday Times Magazine dove si occupa soprattutto di arte; l’esperienza si rivelerà cruciale perché consentirà allo scrittore di conciliare le proprie passioni per l’arte, la scrittura e i viaggi e aiuterà l’autore a maturare il proprio stile a un tempo asciutto e ricco di immagini. Abbandonato anche questo lavoro, Chatwin diviene, a tempo pieno, uno scrittore con la pubblicazione del suo primo romanzo, In Patagonia (1977), a cui seguiranno Il Viceré di Ouidah (1980), Sulla collina nera (1982), Ritorno in Patagonia (1986, con Paul Theroux), Le vie dei canti (1987), Utz (1988) e Che ci faccio qui? (1989). Tutti i romanzi, situati su un sottile confine che separa la finzione dalla vita reale dell’autore, riflettono l’incessante vagabondare di Chatwin in ogni parte del mondo e vanno a comporre una originalissima indagine sulla natura dell’inquietudine umana. Personaggio a sua volta estremamente inquieto, Chatwin alterna per tutta la vita l’essenzialità e la frugalità della vita da nomade allo sfarzo di una vita all’insegna dell’eleganza e del successo che fa dello scrittore il prototipo del dandy moderno, contribuendo in maniera decisiva al suo successo. Chatwin muore di Aids, a Nizza, nel 1989 dopo aver cercato di tenere nascosta fino all’ultimo la propria malattia. Dopo la sua morte verranno pubblicate raccolte di scritti e fotografie di Chatwin non curate direttamente dall’autore: L’occhio assoluto (1993), Anatomia dell’irrequietezza (1997) e Sentieri tortuosi (1998).

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