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Musica

Mucchio selvaggio e mucchiofili (I)

Stampa alternativa e comunità

Copertina de Il Mucchio SelvaggioNella società contemporanea gli individui tendono spesso a sentirsi soli e soprattutto isolati, pur al suo interno. La paura del diverso da noi si sta diffondendo sempre più e difficilmente le persone riescono ad entrare in contatto tra loro, pur vivendo in città molto popolate. I valori della società dominante portano avanti l’individuo ma, puntando su di lui, lo annullano: non conta quali siano davvero le sue caratteristiche e le sue qualità, quanto piuttosto la sua voglia di apparire. Sotto questo strato di superficialità ci sono degli individui che se ne sentono estranei e che hanno bisogno di condividere il loro punto di vista e le loro passioni con altri simili a loro.

C’è chi vorrebbe avere un’informazione più realistica o che, almeno, affronti senza problemi tutti gli argomenti che necessitano di essere affrontati senza limitarsi a quelli che tratta la stampa ufficiale. La stampa alternativa cerca di supplire, affrontando temi spesso bistrattati dagli altri organi di stampa. Ma al suo interno rientrano molti tipi di pubblicazioni, destinate quasi sempre ad un pubblico di nicchia. Tra queste, ci sono anche alcune pubblicazioni musicali, come Il Mucchio Selvaggio, che si pongono al limite dell’editoria italiana.

Questa rivista si occupa non solo di musica, ma anche di argomenti di attualità o di politica, trattandoli dal suo punto di vista e secondo il suo insieme di norme e di valori. Questo lavoro cerca di capire in che modo una rivista come quella presa in esame possa diventare, per un gruppo di individui una figura tutelare attorno alla quale riunirsi come una comunità; che tipo di comunità questo gruppo di individui vengano a diventare e quali caratteristiche una rivista deve avere affinché possa far sì che intorno a lei si crei questa speciale aggregazione di individui.

Cosa rende “speciali” i suoi lettori e cosa fa sì che possano riconoscersi come simili, e vedere attraverso quali mezzi di comunicazione questi individui possano comunicare e come. Si cercherà di spiegare cosa si intende prima di tutto per comunità, cosa questo termine ha significato all’interno della sociologia e come si è evoluto nel tempo. Si passerà poi ad analizzare le caratteristiche della stampa alternativa, cosa rende una rivista alternativa e cosa rende la rivista presa in esame alternativa, facendone anche un piccolo excursus storico.

Copertina della rivista MucchioInfine si arriverà a spiegare che tipo di comunità è quella che si riunisce intorno a Il Mucchio Selvaggio, quali sono le sue caratteristiche, e si analizzeranno i due luoghi di incontro che questi lettori hanno e che sono stati forniti loro dallo stesso giornale, ovverosia la rubrica della posta e il forum collegato al sito Internet della rivista. La comunità in questione verrà analizzata considerando sia il punto di vista di chi la rivista la fa, sia di coloro che ne fruiscono, utilizzando delle interviste svolte sia con alcuni membri della redazione sia con i lettori, cercando di capire come coloro che fanno parte della comunità in questione la considerino e che opinione ne abbiano.

Comunità, definizione e sviluppo del concetto

Per comprendere appieno un discorso che vuole esporre come un gruppo di individui possa costituirsi come comunità attorno ad una rivista, che diventa punto di riferimento ed elemento di riconoscimento per il gruppo stesso preso in considerazione, non si può prescindere dal comprendere cosa si intende con il termine comunità e cosa questo termine abbia rappresentato nella sociologia, nella quale è considerato un concetto fondamentale.

Impossibile, quindi, non partire dalle diverse definizioni di comunità che nel corso degli ultimi secoli hanno attraversato i lavori di eminenti sociologi, che ne hanno fatto uno degli elementi fondamentali per spiegare la società e i rapporti tra gli individui, fin da quando essa è stata teorizzata, e cercare di capire come questo concetto si sia evoluto nell’arco della storia, passando da una definizione che presupponeva necessariamente una vicinanza spaziale tra gli individui presi in considerazione (vicinanza spaziale ritenuta necessaria per la costituzione di una comunità quasi fino alla fine del secolo scorso), ad una definizione che trascende i limiti spaziali e nata anche per spiegare le numerose comunità createsi grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie e di internet, caratterizzate da individui che vivono in ogni angolo del pianeta, ma che si sentono accomunati da qualcosa e comunicano tramite la rete.

Il concetto di comunità può essere quindi considerato uno dei più controversi concetti che siano mai stati oggetto di studio da parte della sociologia, che ha cercato di darne una definizione il più esauriente possibile, anche se la cosa si è rivelata non facile, in quanto il concetto in sé presenta molte difficoltà, derivanti prima di tutto da ciò che si vuole intendere quando si parla di comunità. Nel tempo, infatti, ha assunto moltissimi significati, tanto che “nella sola letteratura anglosassone, Hillery (1955) ha evidenziato ben novantaquattro definizioni diverse”[1] derivate prima di tutto dalla difficoltà di scindere le due principali accezioni del concetto di comunità, ovvero quella socio-culturale e quella spaziale, che pur diverse non si escludono l’una con l’altra, essendo il luogo comune una delle caratteristiche che da sempre è stata alla base del concetto stesso.

Foto di una comunità di paese

I sociologi sono, quindi, in un qualche modo partiti da questa macro-divisione in comunità e comunità locale, dando alla comunità locale l’accezione di una comunità caratterizzata principalmente dall’unione di individui che vivono nella stessa area territoriale e sono uniti tra di loro proprio dal fatto di condividere l’ambiente in cui vivono e di conseguenza la propria vita.

“La sociologia marxista ha recepito il concetto di comunità come unione di individui che vivono in una stessa area territoriale oppure svolgono un’attività comune, o condividono interessi, scopi, opinioni, norme, essendo coscienti della loro interdipendenza e del fatto di appartenere a un’entità collettiva”[2], definizione questa che cerca in qualche modo di riunire tutto quanto il termine comunità abbia sempre indicato negli studi dei sociologi fin da quando ha cominciato ad assumere un’importanza rilevante in sociologia, divenendo uno dei principali concetti di questa scienza sociale.

Tra le numerose definizioni che gli studiosi hanno dato al concetto di comunità nell’arco della storia si può dire che ce ne sono state alcune che hanno avuto più “successo” di altre, tanto da poter dividere il concetto in alcune macro-definizioni sviluppate da eminenti personalità della sociologia. Attraverso tutte queste definizioni si è passati a quello che oggi è diventato il concetto, un concetto molto più ampio e articolato di come era stato concepito all’inizio e che considera molti aspetti all’inizio esclusi dalle definizioni proposte. Un concetto che però si basa su queste definizioni e che non può fare a meno di esse.

Comunità: definizioni classiche

Immagine di ComteLo studio della comunità come concetto sociologico nasce all’inizio del diciannovesimo secolo e fin da subito acquista un’enorme importanza per le teorie di coloro che lo espongono e lo considerano una base. Uno dei primi studiosi a definire e dare dignità al concetto è stato Auguste Comte nel suo Système de politique positive [3], in cui dà alla comunità un’importanza determinante, ponendola alla base del suo sistema sociologico. “L’interesse sociologico di Comte per la comunità nasceva dalle stesse circostanze che produssero il conservatorismo, cioè dal crollo e dalla disorganizzazione delle tradizionali forme di associazione”[4].

Il ripristino della comunità è per Comte qualcosa di fondamentale affinché la società possa continuare ad esistere e svilupparsi, ed è prima di tutto una esigenza morale per gli individui (da qui la definizione di “comunità morale”). La società stessa viene ad essere definita da Comte come una comunità, ma non una comunità qualsiasi, anzi essa viene considerata a tutti gli effetti come la “comunità con la lettera maiuscola […] La società è riducibile solo ad elementi che partecipano di un’essenza simile a quella della società intera, cioè a gruppi sociali e comunità, il più importante dei quali è, naturalmente, la famiglia”[5]. Colui che, però, introdusse nel diciannovesimo secolo lo studio empirico e specifico della comunità fu Frédéric Le Play con le sue ricerche sui vari tipi di parentela e di comunità esistenti.

L’approccio di Le Play fu, quindi, propriamente ed esclusivamente empirico e si concretizzò nell’opera Les Ouvriers Européens, che può essere considerata come “il miglior esempio nel diciannovesimo secolo di uno studio empirico sulla comunità tradizionale, la quale viene analizzata nella sua struttura, rapporti con l’ambiente, componenti interne, elementi disgregatori derivanti dalle forze economiche e politiche della storia moderna”[6].

Copertina de Il Mucchio SelvaggioSuccessivamente fu Tonnies a sviluppare e molto lo studio della comunità, imprimendo al concetto una importante accezione, contrapponendolo a quello di società nel suo “Comunità e Società”[7], scritto verso la fine del diciannovesimo secolo. La comunità, così come la intendeva Tonnies, aveva la sua base e il suo prototipo fondamentale nella famiglia: “I tre pilastri della Gemeinschaft — sangue o parentela, luogo di nascita o rapporto di vicinato e affetti o rapporto di amicizia — sono tutti compresi nella famiglia, ma l’elemento costitutivo è il primo”[8]. L’idea della famiglia è, dunque, alla base di qualunque comunità venga presa in analisi, sia essa basata sull’amicizia, sulla comunità di spirito e di intelletto o su lavori e credenze comuni agli individui che ne fanno parte.

Tonnies contrappone a questo concetto di comunità quello di società che vede come un’associazione che si discosta completamente dalla parentela o dall’amicizia essendo solo “un aggregato di esseri umani che somiglia superficialmente alla Gemeinschaft” [9]. La tipologia sviluppata da Tonnies ha avuto un’influenza profonda sulla definizione di comunità proposta in seguito da Max Weber, ovvero la cosiddetta “comunità delle emozioni”[10].

Weber afferma che “si tratta di una ‘categoria’, e cioè di un qualcosa che non è mai esistito in quanto tale, ma che può servire da rivelatore di situazioni presenti. La principali caratteristiche attribuite alla comunità delle emozioni sono l’aspetto effimero, la ‘composizione mutevole’, l’iscrizione locale, l’‘assenza di organizzazione’ e la struttura quotidiana”[11]. Riprendendo una famosa similitudine fatta da Weber stesso, si può paragonare la comunità ad una mantellina: “chi indossa la mantellina può trovarla carina, comoda e confortevole, può finanche non riuscire a farne più a meno e rifiutarsi di cambiarla con qualsiasi cosa al mondo, ma ciò che la rende così attraente e mai irritante o oppressiva è la certezza di potersela sfilare di dosso come e quando si vuole”[12].

La comunità così definita è quindi qualcosa di cui l’individuo sceglie di fare parte e in cui si sente al sicuro, ma che è libero di lasciare in qualunque momento, un qualcosa in cui l’individuo sceglie di stare per vivere meglio, ma che proprio in virtù del fatto che è una scelta, può in qualsiasi momento essere cambiata. Questa scelta, però, viene fatta dall’individuo non nel senso che egli decide volontariamente di far parte di una determinata comunità, quanto piuttosto è una scelta dovuta al suo sentire di condividere qualcosa con gli altri membri che fanno parte della comunità stessa, e questo qualcosa è, secondo Weber, un qualcosa che è emozionalmente comune a tutti.

La comunità diventa, invece, in Emile Durkheim una struttura analitica che ha la priorità rispetto a tutti gli altri concetti sociologici e da essa derivano gli elementi essenziali della ragione[13]. L’individuo non può essere considerato al di là del suo essere parte di una società, che viene ad essere definita come la comunità con la lettera maiuscola. Nella sua esposizione del concetto, tema fondamentale in tutte le sue opere e da lui considerato come la base della sua sociologia, si “tende a spiegare alcuni dei più profondi elementi dell’individualità […] in termini di ciò che è esterno all’individuo stesso, cioè la comunità e la tradizione morale”[14].

L’individuo non perde completamente la sua individualità, cosa di cui Durkheim fu accusato da molti dei suoi detrattori, ma trascende se stesso in quanto appartenente la comunità e può essere compreso appieno dallo studioso principalmente in quanto elemento peculiare di essa: “una personalità normale è il riflesso di una normale integrazione con la comunità”[15].

Immagine di TonniesLa comunità, quindi, è per tutti questi studiosi fondamentale per comprendere la società e i rapporti che gli individui hanno con i loro simili e con il mondo che li circonda, ma in tutte queste definizioni è sottointeso il fatto che la comunità abbia in comune il luogo di appartenenza degli individui. Queste definizioni sono fondamentali per comprendere appieno il concetto, ma gli studiosi del ventesimo secolo ampliarono questa veduta cercando di capire come si possa creare una comunità di individui che non condividono gli spazi fisici, analizzando la comunità sotto altri punti di vista.

Evoluzione del concetto di comunità e nuove definizioni

Fino agli anni ’80 del ventesimo secolo tutte le definizioni del concetto di comunità presuppongono anche una condivisione degli spazi in cui si vive, un luogo comune di appartenenza degli individui della comunità. Ma legare il concetto di comunità con lo spazio in cui si vive presuppone un analizzare il concetto stesso solo ed esclusivamente in modo funzionale, eliminando dalla trattazione altre sue accezioni che trascendono invece questa vicinanza spaziale fra gli individui. Iniziando, invece, ad analizzare la comunità non solo dando di essa un’interpretazione funzionalista, ma introducendo nel suo studio l’interazionismo simbolico, fu possibile dissociare la comunità dal luogo di appartenenza.

“Come ogni costrutto sociale anche la comunità ha una sua dimensione simbolica: le caratteristiche materiali, geografiche ed ambientali sicuramente le danno forma, ma sono gli esseri umani, i suoi membri, ad infondere ad essa un significato, un senso, facendola diventare un simbolo”[16]. Divenne a questo punto di primaria importanza notare come “la necessità di una co-presenza fisica dei soggetti interagenti appaia assai limitata”[17].

Anthony Cohen fu uno dei primi a definire la comunità principalmente come un insieme di norme e valori che permettono ai membri di essa di riconoscersi e ottenere un’identità proprio nell’appartenenza alla comunità stessa[18]. Per Cohen sono i membri stessi a definire la comunità e darle un’identità, non solo la parte materiale e fisica (sicuramente importante ma non essenziale). Il concetto di comunità si è quindi evoluto nel tempo, ampliandosi notevolmente e diventando uno dei capisaldi della sociologia.

Nella società attuale si può affermare che “a rigore qualsiasi collettività — una nazione, una classe sociale, un’associazione, un gruppo di religiosi, un istituto universitario, l’equipaggio di una nave — è atto, in certi momenti, a configurarsi come una comunità. Più che una collettività concreta, la comunità è dunque uno stato particolare che ogni collettività può temporaneamente assumere”[19].

Comunità indica, quindi, sempre di più la volontà di un gruppo di persone di unirsi condividendo scopi e interessi, un “particolare legame tra individui determinato dal comune riferimento ad uno scopo esterno”[20], unirsi per fronteggiare l’individualità derivante dall’evoluzione della società che spinge sempre di più a isolarsi anche all’interno delle grandi città popolatissime, “la Modernità, moltiplicando la possibilità delle relazioni sociali, le aveva in parte svuotate di ogni contenuto reale. In particolare questa fu una caratteristica delle metropoli moderne, avviando un processo che, com’è noto, non poco ebbe a che vedere con la tanto chiacchierata solitudine gregaria.

La post-modernità, invece, favorì nelle megalopoli contemporanee sia il ripiegamento nel gruppo, sia un approfondirsi delle relazioni all’interno dei gruppi stessi”[21]. La comunità viene ad essere l’unico modo per sentirsi al sicuro anche se questa comunità non condivide lo stesso spazio, “per comunità intendo qualcosa che va molto al di là della semplice comunità locale. La parola, come la troviamo spesso nel pensiero del diciannovesimo e ventesimo secolo, include tutte le forme di rapporti caratterizzanti un alto grado di intimità personale, profondità emotiva, coesione e continuità nel tempo […] la comunità è una fusione di sentimento e pensiero, di tradizione e impegno, di partecipazione e volontà”[22].

Comunità è, quindi, un qualcosa che trascende la semplice vicinanza spaziale degli individui, è un qualcosa a cui gli individui si sentono legati e in cui tendono ad associarsi per combattere un individualismo sempre crescente nella società di massa in cui viviamo. Un modo che gli individui hanno per sentirsi simili agli altri e allo stesso tempo diversi dalla massa. “In modo un po’ stocastico, essi [i modi di vita contemporanei] sono tributari delle circostanze, delle esperienze e delle situazioni più diverse, che inducono raggruppamenti tra affini”[23].

In un mondo in cui l’individuo sembra dominare la scena, la comunità acquista un’importanza cruciale per l’individuo stesso, che nonostante si trovi in ambienti sempre più popolati e viva in quartieri o città caratterizzati dalla presenza di un gran numero di persone diverse tra di loro, si sente isolato dagli altri e vive in un costante stato di paura dell’altro e del diverso da sé.

Foto di Times Square con persone nude distese al suolo“Per noi in particolare, che viviamo in un’epoca priva di valori, un’epoca fatta di competitività sfrenata — dove tutti sembrano intenti a curare i propri affari e pochissimi sono quelli disposti ad aiutarci, dove la risposta alle nostre invocazioni d’aiuto è un invito ad arrangiarci, dove solo le banche, desiderose unicamente di ipotecare le nostre proprietà, sorridono e sono pronte a dire si e anche questo solo nelle pubblicità e non nelle filiali — la parola ‘comunità’ ha un suono dolcissimo; evoca tutto ciò di cui sentiamo il bisogno e che ci manca per sentirci fiduciosi, tranquilli e sicuri di noi”[24].

La parola comunità, e quello che rappresenta, è per gli individui della società di massa una sorta di via di fuga dall’individualismo dominante in cui ci si sente prigionieri e di cui si preferisce fare a meno, non importa se questa comunità non è più come una volta concepita come un gruppo di persone che vivono vicine in uno stesso territorio, l’importante in quest’epoca di solitudine è sentirsi simili agli altri anche se ci si trova ad enorme distanza e sentirsi accomunati da qualcosa.

Foto del centro di Tokyo

“La causalità e l’utilitarismo non possono da soli spiegare la propensione ad associarsi. Malgrado gli egoismi e gli interessi particolari, c’è un cemento che assicura la perduranza. Forse occorre cercarne la fonte nel sentimento condiviso”[25] che permette agli uomini di sentirsi parte di un qualcosa, un qualcosa che va al di là della propria vita, del proprio lavoro e del luogo in cui si vive.

La forma comunitaria che gli studiosi ritenevano essere ormai superata è invece più viva che mai, non importa se sia solo una definizione o se sia mai esistita davvero una comunità in quanto tale, quel che conta è che l’idea stessa di comunità esiste ed è esistita e permette agli individui di realizzare se stessi nell’unione con gli altri, nell’unione con coloro che si ritengono simili anche se spesso questa unione e questa somiglianza non è così marcata o visibile, piuttosto è qualcosa che sta alla base della comunità e che permette agli individui di riconoscersi come simili: “proprio perché è così palese e ‘naturale’, la reciproca comprensione che crea la ‘comunità’ (o ‘il cerchio caldo’) non viene mai notata (non facciamo certo caso all’aria che respiriamo, se non a quella stantia e maleodorante di una stanza chiusa che a volte ci capita di inalare); è, come afferma Tonnies, qualcosa di ‘tacito’ (o di ‘intuitivo’ per usare l’espressione di Rosenberg)”[26].

Nel suo associarsi agli altri l’individuo cerca una finalità anche se non è questo che sta alla base della comunità che si viene a creare, l’importante non è lo scopo per cui ci si associa ma l’associarsi e “l’energia impiegata per la costituzione del gruppo in quanto tale ”[27]. La parola comunità ha quindi acquisito un significato che va al di là del tempo e dello spazio, indica un insieme di individui che si riconoscono come simili e non conta se questi individui si conoscono materialmente o meno.

In un mondo in cui la tecnologia ha preso il sopravvento e comunicare con tutti gli angoli delle terra è ormai diventato cosa comune e molto rapida, grazie a internet e allo sviluppo che la telefonia ha avuto, ci si può riconoscere anche a milioni di chilometri di distanza. “Grazie anche all’uso della tecnologia, come ad esempio nei gruppi favoriti dall’uso dei computer, un certo numero di persone si (ri)trova nel quadro effimero di questa o quella specifica occasione, che può suscitare reazioni continue o no”[28].

Sempre più spesso si sente parlare di “comunità virtuali” in riferimento a gruppi di persone che comunicano tra di loro e intessono rapporti quasi esclusivamente attraverso l’utilizzo del computer, intendendo per comunità virtuale “nuclei sociali che nascono della Rete quando alcune persone partecipano costantemente a dibattiti pubblici e intessono relazioni interpersonali nel cyberspazio”[29]. Gli individui che si associano in questo modo tendono a ricreare, pur in modo virtuale e ad enorme distanza gli uni dagli altri, un ambiente che li accomuni, e pur in modo virtuale condividono uno spazio comune. Questi individui “usano la mancanza di contesto e di separazione geografica per creare comunità alternative, con versioni scritte di molti degli strumenti essenziali usati dalle comunità reali per promuovere la solidarietà”[30].

In una comunità virtuale ci si comporta esattamente come ci si è sempre comportati nelle comunità reali, con la sola differenza che gli individui sono in contatto tramite la rete telematica e spesso sono ad enorme distanza gli uni dagli altri. “Gli utenti delle comunità virtuali si scambiano sullo schermo parole gentili, discutono, danno vita a dibattiti intellettuali, effettuano transazioni, si scambiano conoscenze, si danno reciprocamente un sostegno emotivo, fanno progetti, cercano soluzioni brillanti, fanno pettegolezzi, si vendicano, si innamorano, trovano e perdono amici, giocano, flirtano, discutono di arte e fanno moltissime chiacchiere”[31], ovvero condividono con gli altri membri della comunità la propria vita e le proprie esperienze, sentendosi parte della comunità stessa a cui si rapportano, sentendosi simili agli altri individui che fanno parte di essa e accogliendo sempre nuovi “adepti” nel momento in cui entrano a far parte della comunità.

Foto di sinapsi

Cercando di capire quali elementi accomunano le comunità tradizionali e quelle virtuali, Marc Smith (laureatosi in sociologia alla University of California di Los Angeles) si è soffermato sul concetto di “beni collettivi”, analizzando i quali è possibile capire quali elementi tengono uniti in una comunità individui prima isolati. Riferendosi ad una comunità virtuale, Smith propone come cemento sociale di essa tre beni sociali collettivi “il capitale sociale della rete, il capitale di conoscenza e la comunione sociale. Il capitale sociale di rete consiste per esempio nell’essere accolti dalla comunità che si sceglie anche se è situata in un luogo sconosciuto […].

Il capitale di conoscenze è quello che consente di usare la comunità virtuale come una sorta di consorzio di cervelli con esperienze e competenze molto eterogenee. E la comunicazione sociale è […] sostenerli [coloro che fanno parte della comunità] con le […] parole”[32]. Le distanze sono, quindi, state azzerate e non ha più senso parlare di comunità riferendosi esclusivamente alla definizione di comunità locale, fatta eccezione per quelle comunità locali che ancora resistono portando avanti le proprie tradizioni, ma sono sempre più rade e difficili da trovare.

Le comunità moderne: nuovi aspetti e vecchie caratteristiche

L’evoluzione del concetto di comunità ha portato alla definizione di nuove comunità, che hanno sia le caratteristiche storiche del concetto sia i nuovi aspetti che sono stati teorizzati di essa. Questo è dovuto dal fatto che nella società attuale le vecchie definizioni non possono quasi più essere applicate completamente, ma allo stesso tempo non possono non essere considerate. La comunità nella società di massa in cui viviamo ha bisogno di nuove caratteristiche per poter sopravvivere.

Fondamentale per l’individuo della società di massa è non chiudersi a riccio nel suo territorio e nel suo luogo di appartenenza, ma aprirsi agli altri e permettere che gli altri apportino il loro contributo alla sua vita così come lui stesso può farlo con gli altri. La storia insegna che le civiltà chiusesi in se stesse sono morte, mentre coloro che si sono aperti alla novità sono sopravvissuti evolvendosi. Così una comunità non può essere completamente chiusa in se stessa, ma sempre aperta ad accogliere nuovi elementi che possano arricchirla, fermo restando che questi elementi debbano avere dei punti in comune con gli altri elementi della comunità stessa, che “si propone come unione del qui e dell’altrove”[33].

Un’unica cosa non è mai potuta mancare legata al concetto di comunità, e ne è sempre stata parte fondamentale, ed è il fatto che in ogni epoca, affinché un gruppo potesse definirsi comunità, era sì necessario che gli individui si riconoscessero come simili, ma anche avere una sorta di figura a cui fare riferimento, figura evolutasi nel tempo ma sempre presente. Se un tempo le comunità religiose si riunivano attorno ad una figura sacra, e ritenevano fondamentale tale figura affinché la loro comunità potesse esistere (e sopravvivere), e quella figura era ciò per cui la comunità si univa e sotto la cui ala si sentiva protetta, ora il ruolo che un tempo poteva avere una figura sacra può ricoprirlo chiunque venga considerato meritevole per la comunità, e non necessariamente questa figura deve essere ricoperta da un altro individuo, ma può essere qualunque cosa sotto cui gli individui si sentono accomunati e verso il quale tutti gli elementi della comunità provano rispetto.

Copertina de Il Mucchio Selvaggio“Siccome è necessario riunirsi attorno ad una figura tutelare, il santo patrono che si venera o si celebra sarà sostituito dal guru, dalla celebrità locale, dalla squadra di calcio o dalla setta di modeste dimensioni”[34], qualunque cosa può essere figura tutelare sotto cui unirsi. Per cui di comunità se ne possono avere molte, e sempre di più gli individui tendono appunto ad associarsi in comunità per non sentirsi soli e, cosa da ribadire, sentirsi al sicuro in un mondo atomizzato che punta sull’individuo, il quale però da solo non può sopportare il peso di tutte le responsabilità che la crescente individualizzazione aveva e ha tutt’ora caricato sulle sue spalle.

La moderna società e la globalizzazione hanno permesso a ciò che forse non è mai esistito realmente, ma solo come definizione, di raggiungere uno stato di necessità per l’individuo. “Ma se la globalizzazione produce sradicamento, incertezza e insicurezza e senso della precarietà, le idee di comunità proposte sono delle ‘grucce’ per sorreggere il cittadino globale”[35].

La comunità diventa quindi la soluzione per l’individuo a questa globalizzazione che annulla l’individuo stesso pur puntando su di esso. Più il mondo diventa globalizzato e più si formano piccoli gruppi, associazioni, forum telematici e quant’altro permetta agli individui di riconoscersi come simili e di unirsi per sfuggire appunto a questo processo che tende ad uniformare gli esseri umani e a renderli una massa informe senza personalità. “Il termine globalizzazione è troppo facile e semplificante. Esprime solo una parte della realtà del nostro tempo, perché ignora che parallelamente si stiano creando, un po’ ovunque, tanti microgruppi. Ci sono, è vero, tendenze uniformanti, ma non sono incompatibili con un ritorno alla comunità”[36].

La comunità permette agli individui di sentirsi speciali nel loro identificarsi con altri individui che sentono simili, sentirsi speciali nell’essere diversi dalla massa ormai globalizzata e allo stesso tempo non sentirsi isolati, ma parte di un qualcosa che trascende l’appartenere alla massa stessa. Proprio questo tipo di comunità, ovvero una comunità che va oltre gli spazi fisici, una comunità che riunisce gli individui per quello che sono e perché si sentono simili tra di loro, viene ad essere la comunità di individui che si associano attorno alla rivista musicale (ma non solo) presa in esame, Il Mucchio Selvaggio, che accomuna gli individui nella loro grande passione per determinati tipi di musica e di altre forme artistiche e culturali “alternative”, e per un approccio diverso rispetto alle altre riviste più ufficiali e meno di nicchia, a tutti gli argomenti trattati.

Copertina della rivista Il mucchioMa non tutte le riviste hanno la possibilità di essere il fulcro attorno al quale un gruppo di individui riesce a riconoscersi e sentirsi appartenente ad una comunità. Nel caso preso in esame è necessario capire come e perché possa accadere che i lettori di questa rivista si sentano simili e si accomunino, e quali caratteristiche questa rivista abbia affinché permetta che questo accada, volendo o non volendo. Per questo motivo è necessario passare prima di tutto ad analizzare che tipo di rivista è Il Mucchio Selvaggio e in cosa possa differenziarsi dalle altre, numerose, riviste esistenti oggi nell’editoria italiana, musicale e non, cosa la distingue dalle altre e cosa permette ai suoi lettori di sentirsi diversi dagli altri e in un certo senso “speciali”.

Necessario, quindi, per proseguire questo studio, passare ad analizzare la rivista presa in esame e capire cosa la caratterizza, che tipo di rivista è, in che modo possa considerarsi diversa dalle altre presenti in Italia e in che modo i suoi lettori possano riunirsi attorno ad essa in una comunità pur essendo molto lontani tra di loro e non conoscendosi, ma sentendosi comunque parte di un qualcosa che va al di là di loro stessi, qualcosa più grande di loro ma al tempo stesso parte di loro.

Segue su Stampa alternativa. Il Mucchio Selvaggio (II)

Note:
[1] M. Castrignano, Voce “comunità”, in P. Guidicini, M. La Rosa, G. Scidà, Enciclopedia tematica aperta “sociologia”, Jaca Book, Milano, 1997
[2] L. Gallino. Comunità e Comunità locale in L. Gallino, Dizionario di Sociologia, Utet, Torino, 1978, p. 145
[3] A. Comte,Système de politique positive, Édition de la Société positiviste, Parigi, 1912
[4] R.A. Nisbet, La Tradizione Sociologica, Nuova Italia, Firenze, 1977, p.80
[5] R.A. Nisbet, ivi, p. 83
[6] R.A. Nisbet, op.cit,. p. 87
[7] CFR F. Tonnies, Comunità e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1979
[8] R.A. Nisbet, ivi, p. 104
[9] R.A. Nisbet, ivi, p. 105
[10] CFR M. Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961
[11] M. Maffesoli, Il tempo delle tribù – il declino dell’individualismo nelle società di massa, Armando, Roma 1988, p. 23
[12] Z. Bauman, Voglia di Comunità, GLF Editori La Terza, Bari 2003, p. 115
[13] CFR R.A. Nisbet, op.cit,
[14] R.A. Nisbet, ivi, p.115
[15] R.A. Nisbet, ivi, p.133
[16] Il concetto di “comunità” in sociologia: da comunità come luogo a comunità come simbolo disponibile on line
[17] G. Riva e C. Galimberti, (a cura di) La comunicazione virtuale, Guerini e Associati, Milano, 2007, p. 16
[18] CFR A. P. Cohen, The symbolic construction of community, Ellis Horword Limited, New York, 1985[19]L. Gallino, op.cit. p.143
[20] Schleiermacher cit. in M. Castrignano, op. Cit.
[21] M. Maffesoli, op.cit, pp. 125-126
[22] R. A. Nisbet, op. cit, pp. 67-68
[23] M. Maffesoli, op. cit, p. 121
[24] Z. Bauman, op. cit, pp. 4-5
[25] M. Maffesoli, ivi, p. 62
[26] Z. Bauman op.cit, pp.11-12
[27] M. Maffesoli, op.cit, p.135
[28] M. Maffesoli, ivi, p. 39
[29] H. Rheingold, Comunità virtuali, Sperling and Kupfer, Milano, 1994, p. 333
[30] H. Rheingold, ivi, p. 210
[31] H. Rheingold, op. cit, p. 4
[32] H. Rheingold, , ivi, p. 14
[33] H. Rheingold, op. cit., p.152
[34] M. Maffesoli, op.cit, p.63
[35] B. Vecchi, Nella morsa della comunità, disponibile on line
[36] G. Mola, Michel Maffesoli: Le tribù della rete, disponibile on line.

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