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Palcoscenico

Turandot: l’incompiuta di Puccini, completata da Brockhaus

Turandot di PucciniSe esisto e posso vivere, un poco lo devo a Puccini. Nel settembre del 1943 mio nonno venne catturato dalle truppe tedesche e trasferito in un campo di prigionia nei pressi di Berlino. Lontano dalla sua patria, così bella e ferita, costretto in una cella di due metri per quattro con altri sette prigionieri, mio nonno ebbe salva la vita una notte in cui uno dei suoi carcerieri lo sentì cantare “Nessun dorma”: celeberrima aria della Turandot di Puccini. ”Il tedesco amava la musica” e chi ama la musica non può essere completamente insensibile al dolore umano. Il “Nessun dorma” di mio nonno era merce di scambio con gli avanzi di mollica dei soldati nazisti, che lui compattava e suddivideva in otto parti uguali. Quei pezzi di pane hanno tenuto in vita lui e due dei suoi compagni, fino al giorno della liberazione.

Ricordo perfettamente quel pomeriggio in cui mi raccontò questa storia; avevo non più di sette anni. Al tempo non esistevano il computer, il downloading e youtube e la musica classica viaggiava in musicassette e 33giri. Il pomeriggio seguente, uscito da scuola, alla biblioteca comunale cercai disperatamente quella “canzone”. Dopo ore di ricerca, bloccato dall’orgoglio che m’impediva di chiedere aiuto, la trovai, scoprendo che si trattava di un’opera lirica intitolata Turandot, e che la canzone, in realtà, era un’aria. Mio nonno aveva detto la verità!

Passai una sera insonne a immaginare quella principessa nella sua fredda stanza, a guardare le stelle tremare d’amore e di speranza. Immaginavo il mistero che quell’uomo sconosciuto non voleva raccontare a nessuno. Quel “No, no, sulla tua bocca lo dirò…” diventava ingenuamente “Nonno, sulla tua bocca lo dirò… ” e capivo perché i nazisti non avrebbero mai potuto uccidere il mio nonno, se cantava quell’aria sublime. Alla fine l’Italia si è rialzata, i tedeschi hanno perso, e io sono nato, in Alto Adige, a Merano, un poco italiano e un poco tedesco.

Rappresentazione della Turandot di PucciniSolo parecchi anni dopo il cerchio si è chiuso, quando mio nonno se n’era già andato da tempo, e io frequentavo la biblioteca perché mi piaceva una ragazza del liceo. Ritrovai quella cassetta della Turandot e mi accorsi che era una registrazione fatta a San Francisco il 4 novembre 1977: Luciano Pavarotti debuttava nel ruolo di Calaf e Montserrat Caballe in quello di Turandot.

La Turandot è forse l’opera più misteriosa e affascinante della produzione italiana dell’Otto-novecento. È un ineguagliato esempio di capolavoro globale, dove struttura musicale e scenica sono al completo servizio della trama e dell’apparato simbolico ad essa sotteso. Puccini sprigiona tutto il suo talento in tre intensissimi atti ambientati in una Cina volutamente indefinita, quasi onirica. Il compositore di Torre del Lago era un toscano che per forza vedeva la Cina attraverso il filtro della sua biografia, della sua cultura e delle sue radici. Per questo la Turandot è un’opera che si presta a spostamenti temporali e non può essere aderente a nessuna realtà specifica.

Il primo atto si apre con l’annuncio della decapitazione del principe di Persia, colpevole di non avere risolto gli enigmi proposti da Turandot. La soluzione degli enigmi è condizione necessaria per poter avere la mano della principessa. Sulla scena irrompe Calaf — figlio di Timur, re tartaro spodestato —, assieme alla schiava Liù. Impressionato dalla regale bellezza di Turandot, Calaf decide di tentare la risoluzione dei tre enigmi. Liberatosi di Ping, Pong e Pang, tre ministri del regno che tentano di dissuaderlo, Calaf suona il gong invocando il nome di Turandot.

Nel secondo atto tutto è pronto per il rito dei tre enigmi. L’imperatore Altoum cerca di scoraggiare Calaf, che non ha alcuna intenzione di ritirarsi dalla sfida. Entra la perfida principessa Turandot e giustifica il rito dei tre enigmi irrisolvibili con la sua volontà di non lasciarsi possedere da nessun uomo, per via di un torto ricevuto. Calaf risolve gli enigmi e Turandot supplica il padre di non concederla allo straniero. Il padre non indietreggia e Turandot si promette al vincitore, riluttante e piena d’odio. Per questo Calaf propone a Turandot la libertà, se questa sarà in grado di scoprire il suo nome.

Il terzo atto inizia con un accenno del “Nessun dorma ”. È notte e nessuno deve riposare, la principessa ha ordinato di scoprire il nome del principe straniero. Ping, Pong e Pang offrono a Calaf qualsiasi cosa per conoscere il suo nome. Viene poi portata di fronte a Turandot la schiava di Calaf, Liù che subisce ogni genere di torturata senza mai rivelare il nome dello straniero, del quale è segretamente innamorata. Suicidandosi Liù confessa a una stupita Turandot il suo amore per Calaf. Turandot e Calaf rimangono da soli e alle suppliche di lei, Calaf le rivela il suo nome, risparmiandola dalla umiliazione pubblica. A questo punto lei se ne innamora e il giorno dopo, lasciandosi cadere tra le braccia di Calaf, annuncia al popolo di conoscere il nome dello straniero: “Amore”.

Rappresentazione della Turandot di Puccini

L’opera è ricordata come l’”incompiuta” a causa della prematura morte di Puccini, avvenuta prima del suo compimento. Origina da una riduzione di Johann Christoph Friedrich von Schiller di una fiaba scritta daCarlo Gozzi, fondatore dell’Accademia dei Granelleschi e inventore della fiaba teatrale. L’ambientazione orientale si deve interamente al Puccini, il quale, com’è noto, era già stato affascinato dall’oriente in precedenza. Il compositore lucchese impiegò infatti almeno dieci melodie giapponesi in Butterfly, ricreandole all’interno del proprio stile, allo scopo di rendere evidente il contrasto fra Ovest e Est su cui ruota l’asse drammatico dell’opera. In Turandot, invece, utilizzò sette temi originali cinesi, badando soprattutto alla coerenza dell’impianto fiabesco.

Il dramma vive quindi nello stile musicale orientale, ed ogni personaggio è materializzazione di quel mondo sonoro. Il percorso creativo che portò Puccini alla realizzazione della Turandot s’interruppe improvvisamente in concomitanza con la morte di Liù, nel terzo atto. A quel punto Puccini interruppe il suo flusso creativo, lasciando ai posteri alcuni bozzetti per un eventuale atto finale, che il maestro non fu mai in grado di scrivere. Fu Arturo Toscanini che convinse l’editore Ricordi ad affidare il finale al giovane compositore Franco Alfano, il quale si trovò con l’impossibile compito di dare un degno seguito all’aria “Nessun dorma”. Il finale di Alfano è quello rappresentato in tutti i teatri del mondo, anche se la frattura tra il terzo atto di Alfano e il lavoro di Puccini è chiara ed evidente. Con Alfano, Turandot diventa molto più ballabile e allegra, a svantaggio del momento drammatico culminato con il suicidio per amore di Liù. Per questo motivo, delle opere pucciniane, Turandot è quella che nel corso degli ultimi cinquant’anni si è meglio prestata ad interpretazioni e soluzioni di regia più o meno innovative ed eccentriche, alla ricerca di una più soddisfacente conclusione.

Tra le tante Turandot, quella di Henning Brockhaus (Teatro Comunale di Bolzano, 18-19 dicembre) è sicuramente tra le più convincenti. La direzione di Brockhaus rinuncia al kolossal esotico per concentrarsi sul dramma psicologico vissuto da Turandot e Liù. La tesi di Brockhaus è che Puccini non sia stato in grado di concludere Turandot perché sconvolto dalla morte della sua serva Doria Manfredi, con la quale, secondo il regista di Plettenberg, il maestro intratteneva una relazione sentimentale.

Rappresentazione della Turandot di Puccini

Brockhaus compone la rottura tra Puccini e Alfano iniziando l‘opera con un prologo privo d’orchestra, ambientato in una generica piazza italiana degli anni Venti, dove una moltitudine di persone s’incontra: una coppia borghese rappresenta Puccini e sua moglie; un medico, un avvocato e il sindaco, ovvero Ping, Pong e Pang, sono gli amici di Puccini a Torre del lago; Doria, la serva di casa Puccini è Liù e il barista della piazza è Timur. Due acrobati e un clown — figura introdotta dal regista tedesco — convincono i presenti a diventare parte di uno spettacolo viaggiante, attraverso la distribuzione di maschere da teatro comico che pian piano trasformano i passanti in viandanti cinesi e spostano la scenografia da Torre del lago a Pechino, la città proibita.

Turandot avanza quindi davanti a un carro cinese, ovvero un teatro nel teatro. Secondo la regia di Brockhaus, il coro è sempre presente come pubblico e rimane coinvolto nell’azione come il pubblico brechtiano. Se con Turandot Puccini abbandona il realismo e il verismo, Brockhaus compie una specie di flashback, per dar conto dell’ambiente sociale e familiare nel quale questo dramma lirico è nato. La trasformazione dei personaggi serve a Brockhaus per comunicare allo spettatore che con Turandot il maestro lucchese volesse mettere in scena il proprio vissuto personale. Infatti, sembra che Turandot origini in parte da un fatto realmente accaduto a casa Puccini: Doria Manfredi si era tolta la vita perché accusata da Elvira, moglie del compositore, di esserne stata l’amante. Per questo motivo Puccini accorda a Liù uno spazio enorme, sia nel primo sia nel terzo atto. Liù/Doria è una piccola donna destinata a perdere contro la perfida Turandot, pur non avendo alcuno dei problemi psicologici che invece affliggono la principessa. Dopo l’aria “Tu, che di gel sei cinta”, Liù si toglie la vita e, facendo breccia nello stupore ammirato di Turandot, riesce a trasmetterle la profonda umanità di questo piccolo ma immenso personaggio. Puccini ha musicato in tal modo il contatto fra due donne. Liù è la parte mancante della personalità dell’altra. La sua morte segna l’abbandono da parte di Turandot di vecchie maniere, delle quali il gioco dei tre enigmi sono un’esemplificazione. Brockhaus dipinge quindi la sua Turandot nella convinzione che questa fosse l’opera autobiografica di Puccini.

Rappresentazione della Turandot di Puccini

Il soggetto esotico — ovvero l’ambientazione in Cina — era invece perfetto per sperimentare un messaggio musicale inedito. Turandot non è una donna sottomissibile, ma è orgogliosa e rammaricata per avere perso il suo ruolo di prestigio nella società (nella regia di Brockhaus appare per la prima volta come un’ombra cinese); è un ruolo da soprano con tessitura acuta, mantenuto per tutta l’opera. Come afferma una delle più grandi Turandot della storia, Montserrat Caballe, quando si canta Turandot bisogna fare attenzione a non urlarla. Attraverso una tessitura tra le più complesse scritte per soprano, Puccini dipinge una donna crudele e allo stesso tempo bambina innocente. Nella regia di Brockhaus, per evidenziare l’interruzione del contributo di Puccini, alla morte di Liù il gioco esotico finisce e il palcoscenico ritorna nella sua ambientazione iniziale italiana. I personaggi in scena si tolgono le maschere in segno di profondo rispetto, presi dal lutto. Incomincia la musica di Alfano, Turandot diventa Elvira, Calaf diventa Puccini e il duetto tra i due è un lied matrimoniale. La storia viene esposta e, come detto, nel finale Alfano ammette di non essere stato in grado di completare Turandot, facendo riecheggiare il celeberrimo“Nessun dorma”.

Merita un cenno il cast bolzanino della Turandot, ormai collaudato in tutt’Italia. Giovanna Casolla, dotata di una voce chiara e limpida, non sempre impeccabile nel registro acuto ed efficace dal punto di vista interpretativo, si è alternata nel ruolo di Turandot con una mediocre e spesso urlante Lisa Livngston. Francesco Hong, uno dei più convincenti Calaf, ha lasciato il posto in replica a Kamen Chanev, che non possiede la presenza scenica del primo. Senza lode e senza infamia, Chiara Angella e Rachele Stanisci si sono alternate nel ruolo di Liù. Affiatata e divertente la prova di Walter Franceschini, Nicola Pamio e Cristiano Olivieri nel ruolo di Ping, Pong e Pang. Elia Todisco e Marco De Carolis hanno interpretato in modo soddisfacente Timur e Altoum. Di spessore la prova di Jean Méning, nel ruolo del clown inserito da Brockhaus, capace di legare in modo magistrale la trasformazione scenica introdotta dal regista tedesco. Del tutto deludente, a tratti imbarazzante, il coro del Teatro sociale di Rovigo, fuori tempo e incapace di dare conto di un’ambientazione orientale. Oliver von Dohnànyi ha diretto in modo acerbo e senza brio la Filarmonica Veneta “G.F. Malipiero”, spesso tenuta troppo alta per un teatro dotato di eccellente acustica, ma poco adatto a rappresentazioni operistiche.

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