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Arte

Human Conditions

Istanbul, Istanbul Modern

Alla ricerca della Turchia contemporanea tre fotografi immortalano i volti dei suoi abitanti, per non far scivolare via la complessità di un presente che pone tanti interrogativi all’arte, ed infinite possibilità di interpretazione.
Human Conditions, (Insan Halleri in turco), espressione dal retaggio dichiaratamente universale e vagamente esistenzialista (ricordando uno dei più noti libri dello scrittore francese Malraux), è il titolo dell’esposizione dedicata ad una Turchia volutamente iper-contemporanea, in mostra all’Istanbul Modern fino al 25 gennaio.

Istanbul Modern Art Museum, Istanbul, Turchia

Il monumentale complesso industriale, che dal 2007 è fulcro ad Istanbul dell’arte contemporanea, è collocato in una posizione davvero intrigante: dalle finestre del bianco prefabbricato si può ammirare il Bosforo, ghiacciato mare spartiacque tra Europa ed Asia. Una scelta non casuale: la posizione fisica dell’Istanbul Modern, con le fondamenta ben salde in Europa e lo sguardo ed il cuore rivolto ad Est, rispecchia anche uno stato concettuale, un collocamento tra Oriente ed Occidente che condiziona e stimola tutte le produzioni artistiche di questa nuova Repubblica.

Non per niente l’inaugurazione del museo fu realizzata nel 2007, anno in cui fu presentato a Bruxelles il rapporto della Commissione Europea sull’apertura dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea. Lo stato turco vuole entrare a far parte della Comunità ed ha per questo urgente necessità di mostrare alla sorella Europa la veloce modernizzazione dei suoi apparati: l’arte è di certo il primo passo, il più lampante (e forse il più facile) per mostrare il progresso di una nazione. Che le vicende politiche influenzino e determino i processi artistici non è necessariamente fattore di discredito e “volgarizzazione” dell’arte stessa, quanto piuttosto un’affermazione del suo valore e della sua capacità di reinventarsi quale fresca ed innovativa forma di espressione (di un popolo o di un governo? La domanda resta aperta).

L’unica certezza è che ad uno stato di cose tanto complesso — Oriente ed Occidente si sono fusi e confusi fino a divenire indistinguibili, si sono accavallati secoli di cristianesimo e dominazione romana, sultani ed integralismo islamico, colpi di stato e governi garantiti dall’esercito (situazione tutt’ora vigente), fino alla virata degli ultimi 10 anni circa, in cui l’integralismo è tornato alla ribalta ed i veli ricominciano a coprire i capi delle donne — l’arte non può certo restare indifferente.

Essa si fa necessariamente vivace e sovversiva, capace di discorsi, di un’energia espressiva e di un calore che realtà più “pacificamente” composte hanno invece dimenticato, sfiorando la gratuità e la superficialità nella trasgressione e banalizzando tematiche non più sentite come vicine e coinvolgenti. È solo in questa duplice ottica quindi che Human Conditions riesce a parlarci di due diverse prospettive. Da una parte il titolo fa dichiarato appello ad una condizione globale e generale degli esseri umani, che sono un ponte sospeso tra due ignoti, quello del mondo prima della nascita (il passato, le tradizioni, la famiglia in cui ci troviamo a crescere e che condiziona le nostre capacità di ascolto e condivisione) e quello della morte cui andiamo inevitabilmente incontro e che si riflette in ogni nostro atto.

Istanbul Modern Art — Human conditions-Ergün Turan e Ylmaz DernekDall’altra parte, la mostra è irriducibilmente turca: nel caso della carrellata in bianco e nero di Yılmaz Dernek e Ergün Turan, è Istanbul a diventare fulcro del discorso fotografico, benché essa scompaia dietro al pannello nero utilizzato come sfondo per le foto. La pronunciata mancanza dello sfondo ci fa infatti intuire che è proprio della città che inevitabilmente parlano i passanti, fermati per strada per essere immortalati in uno scatto. La mostra Passing information to the future è infatti il risultato di quattro anni di ricerca per le vie di Istambul. Periodo in cui i fotografi si sono dati da fare per cercare volti significativi, appartenenti a tutti i quartieri ed ai diversi strati sociali di una metropoli — 15 milioni di abitanti ed una estensione spaziale così esorbitante e caotica da far rabbrividire qualsiasi urbanista — che si sta velocemente trasformando. Un giorno, l’imprevedibile futuro manterrà un ricordo della Istanbul dei primi anni del nuovo millennio fedele… ai suoi cittadini. Nelle rughe dei loro volti, negli abbigliamenti variegati, stretti e scollati oppure lunghi e monocolori, è possibile leggere il momento magico che sta attraversando questa civiltà.

Di fronte si schierano le altrettanto energiche foto di To play Possum (significa “giocare a fare i morti”, nda) mostra di Sıtkı Kösemen, che ha chiesto a chi incontrava di piombare a terra interpretando la propria morte. Un gioco a cui i soggetti sembrano aver partecipato con curiosità ed interesse; malgrado il richiamo all’universalità degli istinti e delle paure di ogni essere umano, non manca anche un velato appello alle continue morti dovute alle guerre inter-religiose, e alla loro amplificazione all’interno dei discorsi mediatici.

“Le due mostre si differenziano solo per la differenza di stile tra gli artisti” sostiene Engin Özendes, curatore della mostra. Benché da una parte ritroviamo foto in bianco e nero di persone vive immortalate nel contesto realistico della posa fotografica e, dall’altra, foto iperrealiste ed ipercolorate di gente che finge la propria morte, paradossalmente le figure vive di Istanbul sembrano molto più lontane e “morte” di quelle che fingono di esserlo nelle foto di Kösemen. Mentre in quelle si parla di un attimo infinito che sembra già essere passato (anche dal titolo: Passing information to the future) i personaggi di Kösemen possiedono tutta la vitalità vibrante del contemporaneo. Sono muratori, innamorati e casalinghe strappati per un solo attimo alla loro quotidianità alla quale sembrano voler tornare con veemenza. Le figure di Dernek e Turan paiono invece fantasmi che strisciano sui muri della loro città quasi per caso, come l’avessero già abbandonata, sono già ricordo del presente.

Istanbul Modern Art -Human conditions-Sitki KösemenSembra di entrare in quel “sotterraneo di manichini” di cui parla Orhan Pamuk ne Il libro nero, dedicato ad Istanbul. Il protagonista ad un certo punto si imbatte in un artigiano turco che ha passato una vita a creare manichini di uomini della sua nazione, colti nello loro pose più tradizionali e folcloristiche, prima che il “male dell’Occidente” arrivasse a contaminare le origini e le tradizioni popolari. Ma si tratta qui un sotterraneo rovesciato, perché in queste foto i soggetti si lasciano invece dolcemente cullare e trascinare dal flusso del contemporaneo, senza opporre alcuna resistenza e senza alcun criterio di giudizio nei confronti del loro tempo.

Sul pavimento frasi incise come “La mia morte appartiene a me o a chi mi sopravvive?” facilitano una continuità ed un dialogo tra le due mostre.
Lo spazio dedicato alle esposizioni contemporanee si compone di altre due mostre, entrambe in chiusura l’11 gennaio, e sempre fortemente incentrate sul dialogo Oriente-Occidente.

In The city rises, i video di due artisti turchi, Ali Kazma e Fikret Atay, e del polacco Zbig Rybczynski si confrontano sul concetto di urbanità contemporanea, ispirandosi a Boccioni ma prendendo le distanze da quello che era l’approccio esaltazionista del futurismo, cercando invece di concentrarsi sulla contemporanea urban life, i suoi ritmi e le sue “magie” nascoste in abilità artigianali, industrie internazionali (Ali Kazma 2008, House hold goods factory), proteste studentesche (Fikret Atay 2008, Spring Fever) e scene di vita quotidiana ritmata a suon di “zuppe” (Zbig Rybczynski 1972, Corba).

Alla mostraHeld Together with Water è dedicato un altro spazio rilevante, e le opere si concentrano sul complesso tema dell’avvento di nuove forme artistiche in concomitanza con forti rivendicazioni sociali e politiche, fenomeno che inizia ad assumere rilevante importanza negli anni ’70. La mostra, divisa in due macro-segmenti: Performance e Spaces/Places, vanta artisti del calibro di Cindy Sherman, Francesca Woodman, Valie Export, Sarah Lucas, Birgit Jürgenssen (tutte legate alle rivendicazione dell’identità femminile negli anni ‘70) fino ai più recenti lavori di Markus Schinwald, Loan Ngujen e Jeff Wall, per non parlare delle rappresentazioni spaziali di Ernesto Neto, Gordon Matta-Clark e Fred Sandback.

Esposta è anche la collezione Verbund, nota compagnia di elettricità austriaca che per la prima volta realizza una esposizione pubblica della sua collezione fuori dal territorio nazionale; la mostra è stata per questo anche fortemente criticata, poiché la Verbund sembra avere notevoli interessi economici in Turchia (il consorzio tra il gruppo energetico austriaco e la turca Sabanci Holding ha rilevato, lo scorso 22 luglio, per 2,3 miliardi di dollari, la società Baskent che fornisce energia elettrica a circa tre milioni di persone che vivono nella regione attorno ad Ankara. Si tratta della più grande acquisizione nella storia del gruppo austriaco, che spera ora di rilevare il 10% del settore dell’elettricità turca). Si è parlato di un omaggio dovuto più ad interessi commerciali ed economici che al ruolo delle performances nell’arte degli anni ’70 in poi.

Istanbul Modern Art -Human conditions-veduta della mostra 2008

Di certo, restando in campo più neutrale, se ne può parlare come di un (ben riuscito) modello d’investimento del settore privato dell’arte.
La posizione dell’arte turca oggi, che così tanto interesse risveglia in tutto il mondo, può apparire a tratti confusa, a volte contraddittoria; a riprova del fatto che fa parte di una società viva, cangiante, nella quale può ancora assumere un ruolo di primaria importanza.

Dal 10 settembre 2008 al 25 gennaio 2009
Yılmaz Dernek, Ergün Turan, Sıtkı Kösemen – Human Conditions
Istanbul Modern
a cura di Engin Özendes
Meclis-i Mebusan Cad. Liman İşletmeleri Sahası Antrepo No: 4, 34433
Karaköy – İSTANBUL
Orario: mart-sab ore 10.00–18.00; giov ore 10.00-20.00; chiuso il lunedì
Ingresso: 7 YLT (3euro circa), ridotto 3 YLT (1,50 euro circa)
Info: Tel: +90 212 334 73 00, Fax: +90 212 243 43 19


E-Mail : [email protected]
www.istambulmodern.org

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