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Cinema

L’urgenza di raccontare

Forse per l’urgenza di raccontare un presente in fermento e un passato ancora non del tutto risolto, o per la vitalità di alcune cinematografie ancora emergenti, l’Europa Centro-orientale si conferma un’interessante fucina di documentari.

Lavoro in concorso alla sezione documentari del Trieste Film Festival 2009

Il Trieste Film Festival ha presentato quest’anno quindici opere tutte in anteprima nazionale (purtroppo non a caso, perché il documentario in Italia fatica sempre di più a trovare canali distributivi), piccole chicche selezionate da Fabrizio Grosoli che ripercorrono la Storia o che, tramite vicende private, riescono a farsi portavoce di stralci di vita collettiva. Come il vincitore della sezione, The revolution that wasn’t (La rivoluzione che non c’è stata) della russa Aljona Polunina, che segue i travagli personali e politici di un padre e di un figlio oppositori di Putin e membri del fuorilegge Partito Nazionale Bolscevico, a un anno dalle elezioni presidenziali del 2008. Dal film emerge una Russia inedita, spaccata fra tensioni neo-capitaliste e resistenza dei valori di quella che fu l’Unione Sovietica, un Paese in cui la politica è ancora capace di sciogliersi e confondersi con la vita quotidiana.

Più autoreferenziale, ma allo stesso tempo anche manifesto di un’intera generazione, è il documentario dell’austriaco Marko Doringer Meine halbes leben (A metà della mia vita). Il regista dirige in soggettiva, grazie a una speciale telecamera fissata sulla testa, un geniale autoritratto che tira le somme dei suoi primi trent’anni, con interviste ai suoi genitori e alle ex fidanzate, ma anche dei primi trent’anni degli amici, per capire dove stanno andando i suoi coetanei, quali sogni si sono avverati e quali infranti. Un ritratto altrettanto intimo, anche se stavolta composto con un punto di vista esterno, è quello di Slepe Lasky (Amori ciechi) dello slovacco Jaraj Lehotsky, delicata testimonianza della vita quotidiana di alcuni coppie di non vedenti. Il regista si limita ad osservare, senza richiedere interviste frontali o fornire commenti, l’esistenza dei protagonisti e i piccoli scarti rispetto ai gesti dei vedenti: l’ora si legge tastando le lancette dell’orologio da polso, la tv non si guarda ma si ascolta, si lavora a maglia solo con l’abilità di movimenti consolidati. Molto più “freddo”, ma stilisticamente intrigante, è invece lo scrupoloso lavoro d’archivio di Sergej Loznica che, in Predstavlenje (Parata), ha riunito e rimontato alcuni filmati di propaganda dell’epoca sovietica, in particolare degli anni ’50 e ’60.

Lavoro in concorso alla sezione documentari del Trieste Film Festival 2009

Interessante il lavoro del bulgaro Valentin Valcev, Sresca pri aifelovata kula-Ci vediamo alla Torre Eiffel. In una sorta di meta-documentario, il regista rievoca il lavoro di ricerca compiuto dal celebre documentarista Joris Ivens e dalla compagna Marion Michelle (che vediamo nella sua casa parigina, in una delle sue ultime apparizioni) per la realizzazione di The First Years, film che testimoniavano la costruzione del Socialismo nell’Europa dell’Est. Bam-Raudtee ei-Kuhugi (Bam-Una ferrovia verso il nulla) di Jouni Hiltunen racconta invece, con interviste e filmati d’epoca, la monumentale costruzione della linea ferroviaria voluta da Breznev per collegare il lago Baikal alla Siberia meridionale, per un totale di 4300 chilometri e dieci anni di lavoro. La BAM fu forse l’ultima grande opera dell’epoca socialista e l’ultima illusione per i giovani che vi lavorarono: come afferma la cuoca che seguì i pionieri della ferrovia, quegli anni di lavoro ostico nel gelo non si sopportavano per i soldi, ma per una specie di ideale romantico su una nuova vita in Siberia.

La metamorfosi di speranze e prospettive è una sottotraccia ricorrente nei documentari provenienti dall’Europa orientale, e spesso addirittura una questione generazionale che trascende la divisione Est-Ovest. Lo si vede anche in La guerra delle onde della milanese Claudia Cipriani, che racconta le trasmissioni dalla sede praghese di “Radio oggi in Italia” dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. La protagonista Stella, negli anni Sessanta, forte di una passione civile che era anche spinta esistenziale, fu mandata dal PCI proprio a Praga e divenne la speaker di una radio storica, in costante polemica con la RAI, capace di dar voce non solo al partito comunista ma a tutta la sinistra italiana. Anche il tema della memoria rimane un punto fermo della produzione documentaristica dell’Europa centro-orientale. Sottolinea Fabrizio Grosoli: «C’è ancora una questione di memoria da chiarire o risolvere su quel passato. Questo vale sia per chi propone un processo di revisione storica a tutti gli effetti, sia per i film che sposano un tono più ironico e distaccato». Fra le storie private che diventano emblema di una realtà più allargata ci sono lo splendido documentario svizzero La madre di Antoine Cattin e Pavel Kostomarov, su una coraggiosa donna russa che cresce da sola 9 figli per sfuggire a un marito violento, e Mostar United dell’italiana Claudia Tosi, che segue l’allenatore della storica scuola di calcio di Mostar nella sua lotta quotidiana per trasmettere ai bambini un po’ del sentimento unitario che caratterizzava la città prima della guerra civile.

Lavoro in concorso alla sezione documentari del Trieste Film Festival 2009

La pressante globalizzazione subita da parte dei paesi dell’Est, dove si sperimentano nuove forme di sfruttamento, è invece rappresentata con ironia in Kavijar Koneksn (La connection del caviale) di Dragan Nikolic, che segue la dura quotidianità di due fratelli serbi pescatori di storioni sul Danubio, alloggiati in una stamberga e fans di Chi vuol essere milionario?, e da Carmen Meets Borat di Mercedes Stalenhoef, che racconta del paesino rumeno, spacciato per kazako nel famoso film Borat, deciso a richiedere un risarcimento milionario alla Twentieth Century Fox.

Fuori concorso il festival ha presentato Rata neće biti! (La guerra non ci sarà!), l’ultimo lavoro di Daniele Gaglianone, già autore del documentario sulla Resistenza I nostri anni e del film Nemmeno il destino. Nel film Gaglianone riunisce dieci ritratti di persone e luoghi che compongono un quadro vivido della Bosnia-Erzegovina, ancora lacerata e dolorante per le ferite della guerra. Partendo dal centro di Sarajevo, esplorandone le periferie, passando per Srebrenica, arrivando fino alla Commissione Internazionale delle Persone Scomparse che ancora cerca di associare i resti umani a un nome, il regista raccoglie ricordi e rancori di un ragazzo della minoranza serba, un bosniaco musulmano, un serbo nazionalista della repubblica Srpska e molti altri.

Lavoro in concorso alla sezione documentari del Trieste Film Festival 2009

Nell’edizione 2009 il festival ha inaugurato anche una nuova sezione di documentari fuori concorso che mostrano il legame della musica punk, metal ed elettronica con i cambiamenti storici dei paesi dell’Europa centro-orientale. Fra i titoli, Castle Party di Arthur Schmidt, su uno dei maggiori raduni di musica gothic in Polonia, Glasba je casovna umetnost, lp film Pankrti-dolgcajt di Igor Zupe sui Pankrti, la più celebre band punk slovena, Here We Are! di Nico Raschick, sulla scena hip hop nella DDR, negli anni ’80 viva e scatenata nonostante le resistenze del governo comunista. «Questa rassegna mostra come questi movimenti musicali, che in occidente avevano grande visibilità, nell’est a volte erano addirittura vietati per la loro carica “eversiva”», afferma la curatrice della sezione Giovanna Tinunin. «Nei paesi dell’area sovietica gli stimoli musicali del punk, del metal e dell’elettronica hanno prodotto stili, tendenze e band che, però, non sono mai riusciti a rimbalzare di nuovo sulla scena occidentale. Pochi sanno, per esempio, che nel cuore della Germania rurale ha sede una delle maggiori etichette musicali di metal».

Alpe Adria Cinema ha festeggiato quest’anno i vent’anni di vita di Trieste Film Festival proponendo, dal 15 al 22 gennaio 2009 – tra Cinema Excelsior, Cinema Ariston e Teatro Miela – un’edizione particolarmente ricca di ospiti, incontri, convegni, mostre e, naturalmente, tanto cinema. La direzione artistica, come di consueto, era affidata ad Annamaria Percavassi.

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