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Palcoscenico

Maria Carmela Milano

Santasangre, rinascita elettronica del teatro

Seigradi, concerto per voce e musiche sintetiche

Una peculiarità dell’odierno scenario artistico è senza ombra di dubbio l’intermedialità. Nell’ultimo ventennio, abbiamo assistito a continue esperienze di “ibridazione” che hanno contaminato un po’ tutte le modalità espressive tradizionali, scardinando le classificazioni formali in ambito artistico. Un fenomeno questo, che è andato accentuandosi con l’introduzione delle tecnologie multimediali ed elettroniche.

Santasangre in scena

All’interno di questo orizzonte, spicca il nome dei Santasangre, gruppo teatrale di Roma che, dal 2001, ha intrapreso un percorso di sperimentazione attraverso una serie di spettacoli volti al coinvolgimento sensoriale dello spettatore. L’intera produzione del gruppo può essere ricondotta ad un’indagine specifica sulle peculiarità del corpo, un corpo ridefinito all’interno di uno scenario mediatico invasivo e iper-tecnologizzato. La compagnia capitolina è la risultante della fusione di diverse sensibilità e esperienze artistiche, dalle performance live alla videoarte, dalla body-art alla musica elettronica. Inizialmente il progetto non prevedeva neppure la nomenclatura di “gruppo teatrale”, e le prime rappresentazioni e spettacoli del collettivo si sono svolti in ambienti underground lontani dalla logica teatrale, come per esempio gli spazi allestiti in occasione di rave party.

I Santasangre si approcciano oggi alla specificità del teatro attraverso l’ibridazione con diversi mezzi di rappresentazione, influenzati dall’estetica postmoderna del videoclip e affascinati da immaginari futuristici legati alla realtà virtuale e alla tecnologia digitale. Già in passato, alcuni importanti autori teatrali (come Carlo Quartucci o Marcel.lì Antùnez) optarono per l’adozione di mezzi elettronici e sperimentali; quello che però avviene nella ricerca del gruppo romano è che la tecnologia elettronica si integra col concetto che vuole essere espresso, e non resta un elemento d’allestimento esterno a ciò che viene messo in scena.

Sonorità a bassissima frequenza, illuminazioni a intermittenza, ologrammi, proiezioni video non sono solo una stravaganza che punta allo stupore eccitato del pubblico, bensì un modo di riflettere, di mettere in mostra una certa esperienza del corpo umano, del soggetto in perpetua costruzione e scoperta di se stesso. In questo viaggio, i Santasangre coinvolgono il pubblico senza trascinarlo sullo spazio della scena e introdurlo nello spettacolo (come da decenni fa il Living Theatre), viene confermata la linea di demarcazione tra performance e fruitore ma chi guarda è coinvolto attraverso esperienze sensoriali particolari.

Nel loro ultimo strabiliante spettacolo, andato in scena al Teatro Palladium di Roma in una sequela di repliche e controrepliche per soddisfare il numerosissimo pubblico, i Santasangre hanno dato prova, ancora una volta, della loro maturità artistica, delle loro innegabili capacità e talento. In Seigradi — concerto per voce e musiche sintetiche, si è introdotti in un vortice di suggestioni visive e auditive, ci si sente trasportati in un’esperienza che permette l’abbandono della condizione di passività. L’opera è l’ultima tappa della trilogia degli Studi per un teatro Apocalittico, dopo 84/06 e Spettacolo Sintetico per la stabilità sociale .

Santasangre in scena

Il teatro torna ad essere il luogo esemplare e specifico della manifestazione autentica dello spazio; non si tratta di assistere a una divertente commedia, o all’ennesima messa in scena di un testo classico. Si tratta realmente di sentire i propri sensi coinvolti in un luogo dove qualcosa di inaudito sta per accadere; al contrario del cinema, assistiamo ad un qualcosa che accade “hic et nunc”, lì in quel momento, specificità esclusiva del teatro, e questo ci mette in connessione con quanto accade perché assistiamo ad esso in continuità spazio-temporale.

Ciò che accade sta accadendo realmente sotto i nostri occhi, e tutta l’opera potrebbe risultare esclusivamente una messa in scena di se stessa, delle potenzialità della tecnologia elettronica e delle modalità di relazione tra uno spazio ed un corpo che lo abita, senza andare a cercare soluzioni metaforiche di qualche tipo. Dicevamo, l’opera si svolge “hic et nunc”, ma noi non l’attraversiamo direttamente come possiamo fare con una video-installazione: il teatro presuppone anche la distanza spettatoriale, il nostro mero assistere per quanto coinvolti. Potremmo parlare di “aura” nel senso che ne da Walter Benjamin: “Apparizione unica di una distanza, per quanto possa essere vicina ”[1].

I “sei gradi” a cui allude il titolo dello spettacolo sono i sei gradi di surriscaldamento della superficie terrestre, il principio di quella che probabilmente sarà la fine del nostro pianeta e la maggiore responsabile dell’Apocalisse ventura. Per questo, la prima lettura che lo spettacolo può assumere è di ordine ecologista e “filogenetico”, ovvero rivolta all’intera specie umana e alle tappe che hanno scandito la sua residenza sul pianeta, dal brodo primordiale alla fine dovuta alla desertificazione di cui sarà il maggior responsabile.

Nello spazio tridimensionale della scena, il corpo dell’attrice/performer Roberta Zanardo, viene avvolto, violentato, accarezzato, sedotto e poi distrutto e disintegrato da ologrammi digitali; il viaggio che compie il corpo in questione può essere compreso come metafora della liquidità teorizzata in sociologia da Bauman, che per parlare della società contemporanea riconduce il discorso ad una visione dell’individuo come disperso nello scioglimento di qualsivoglia limite, liquefatto anch’esso nel mondo come le istituzioni e i valori che tenta disperatamente di ristabilire. E quella liquidità, tanto ambita e glorificata da molti, si capovolge nella distruzione dell’Io, diviene fuoco annientatore, che lascia l’individuo privo di vita e abbandonato su una arida distesa di terra deserta.

Santasangre in scena

Ma lo spettacolo si presta anche a una interpretazione “ontogenetica”: il percorso che dall’embrione passa per la spensieratezza dell’infanzia, alla scoperta della vita e all’acquisizione della propria coscienza, fino a giungere alla maturità e alla degradazione del corpo, fino all’ultima tappa del viaggio esistenziale di ciascuno di noi, la morte. E dopo: il nulla, solo una “superficie cretta” (come la definirebbe Burri). Al contrario della visione mistica di Bill Viola, infatti, i Santasangre non propongono alcuna convinzione sulla ciclicità della vita, nessuna appagante fiducia in un passaggio dalla morte alla vita, e ancora alla morte e così all’infinito. Solo l’attraversamento di diversi stati vitali, destinati però loro malgrado alla dipartita.

Possiamo anche concentrarci sulla presenza dei quattro elementi, che si susseguono simbolicamente sul palco; ma la lettura più stimolante è quella relativa allo spettacolo del “corpo”, quello dell’attrice, che lotta coi fantasmi, risultandone però ferita, assorbita, influenzata. Una parabola straordinaria su come il corpo umano, teoricamente quanto di più materiale possa esserci (concepito per secoli in opposizione con l’anima, come hanno sempre voluto le posizioni platonico-cristiane, poi la fisiologia e la psicologia sperimentale fino al Novecento), è attraversata continuamente da dinamiche spirituali, informi, compiendo gesti, mutando posizione, evolvendosi o anche disgregandosi per il loro influsso. La voce sintetizza bene le presunte polarità del corpo e dell’anima, manifestandone le reciprocità essenziali: la voce è fatta della stessa immaterialità delle apparizioni, eppure è un’emanazione del corpo, una produzione dell’architettura anatomica.

L’attraversamento dell’acqua concepito come fonte ed elemento vitale, porta tragicamente alla sua opposizione dialettica, al fuoco come morte. L’unica sintesi possibile dinanzi alla contrapposizione dei due principi antitetici non è, come già abbiamo avuto modo di dire, la nuova vita, bensì la dipartita del corpo che manifesta così la limitatezza e fragilità della sua natura, noi che avevamo ritenuto, nel corso dello spettacolo, che fosse miracolosamente approdato ad uno stato di onnipotenza e di affermazione assoluta. Nel corpo, potenza e caduta, energia e limite, vita e morte fanno tutt’uno.

Abbiamo fatto alcune domande a Maria Carmela Milano e a Roberta Zanardo, due dei membri del gruppo teatrale dei Santasangre.

Santasangre in scena

Alessandro Alfieri (AA): Sono ormai 8 anni che il progetto Santasangre ha preso vita, e grandi passi sono stati fatti considerando il vostro lodevole curriculum; quand’è che vi siete accorti di aver varcato il confine della produzione underground e di essere approdati nel circuito “nobile” del teatro italiano? Ma soprattutto: ve ne siete accorti?

Maria Carmela Milano (MCM): Non so indicare una data precisa per questo spostamento d’asse dalla produzione underground al teatro ufficiale, ma so di certo che ce ne siamo accorti. Sono cambiate diverse cose da quando abbiamo iniziato a lavorare, siamo partiti da situazioni totalmente off e siamo arrivati agli spazi ufficiali non rinnegando assolutamente la nostra provenienza; abbiamo sempre cercato di proiettarci in quei circuiti che spesso anche oggi sembrano inaccessibili alle compagnie della nostra generazione, e noi un po’ alla volta ci stiamo riuscendo e ne siamo veramente felici! Questo vuol dire che tutto il lavoro che quotidianamente facciamo ci viene riconosciuto.

AA: Qual è il tipo di pubblico che viene ai vostri spettacoli? Immagino che vi sarete fatti uno “zoccolo duro” di stimatori. Avete mai avuto l’impressione che molti di loro apprezzino la vostra opera, diciamo così, per la “stravaganza visiva” e l’eccitante coreografia multimediale, piuttosto che per la complessa riflessione teorica che ci sta dietro, più comprensibile, magari, ad una ristretta cerchia di conoscitori del teatro classico e contemporaneo?

Santasangre in scena

MCM: Devo dire che il pubblico che frequenta i nostri spettacoli è abbastanza vario, ci sono molti nostri coetanei, ma anche un pubblico adulto. Ci sono persone abituate a vedere un certo tipo di lavoro, altre semplicemente incuriosite. Mi sembra di aver avuto un riscontro spesso positivo con tutti, e non credo che questo sia dovuto solo al fatto che i nostri lavori siano “particolari”; piuttosto credo che, attraverso il linguaggio che usiamo, siamo riusciti a raccontare storie semplici ed emozioni forti, abbiamo cercato di arrivare al cuore, all’anima e alla testa di chi ci guarda.

AA: Leggo nella vostra biografia che Santasangre, originariamente, non era pensato come progetto teatrale; sentivate il teatro come qualcosa di diverso rispetto ai vostri obiettivi? O era un’ambizione al momento inaccessibile, che preferivate tenere da parte?

MCM: I nostri primi lavori erano pensati tutti come piccole performance o installazioni e spesso le portavamo in giro per locali o spazi occupati perché quelli, al momento, ci erano più vicini ed accessibili. L’idea di poter costruire un lavoro che avesse una struttura più complessa ci aveva sempre stimolato, ma le possibilità economiche e la praticabilità di alcuni spazi era quasi impossibile. Avevamo già compreso allora che il teatro era il luogo adatto ai nostri lavori, abbiamo sempre creduto al teatro come al luogo, allo spazio in cui poter mettere insieme tutta la serie di linguaggi che meglio conoscevamo, quelli che oggi utilizziamo. Non so se questo si avvicina all’idea che la gente ha del teatro, sicuramente è il nostro modo di farlo.

AA: (rivolgendosi a Roberta Zanardo, attrice del gruppo, ndr) Il tuo tipo di interpretazione è incredibilmente ardua; da spettatore è percepibile la tensione muscolare e il fremere del corpo. In Sei gradi questo è rafforzato anche dal particolare uso che viene fatto della voce. Come ti prepari per uno spettacolo? Affronti un training fisico e mentale diverso da quello di un attore “classico”?

RZ: Il mio training prevede delle sequenze fisiche che si sono andate formando parallelamente alla costruzione dello spettacolo. Per quanto mi riguarda, questo stretto legame con lo spettacolo, questa parentela diciamo, attribuisce al training una maggiore specificità che mi permette di riaccendere nel corpo, in modo naturale, un’attenzione particolare che riconosco essere propria di Seigradi. Chi dirige il corpo nell’esecuzione del training è il respiro che, oltre a rendere il corpo docile al lavoro, mi permette di iniziare a registrare una diversa scansione temporale, a registrare cioè quello che diventerà, da lì a breve, il tempo della scena, per me molto simile al tempo del silenzio.

Santasangre in scenaAA: Visto che potremmo ricondurre la vostra attività a un’indagine sul funzionamento del corpo, sui suoi segreti e sull’energia sprigionata partendo dai propri limiti, e dato che il corpo, in scena, è il tuo, ritieni che la tua esperienza coi Santasangre abbia avuto anche un particolare significato esistenziale, relativo alla scoperta che hai fatto di te stessa? Hai cambiato il modo di percepire e vivere il tuo corpo?

RZ: Il mio lavoro sul corpo è un tentativo di “restituzione del corpo al corpo”, senza il filtro della parola e di una forma precostituita. Non è nulla di più che un esercizio di fedeltà al grado zero del proprio essere. Credo che in tutto questo non ci sia nulla di metafisico ma molto più semplicemente qualcosa che ha a che fare con l’intimità.

AA: Ho notato che più volte, in passato, vi siete relazionati ad alcuni testi classici della letteratura occidentale; allora, a ben vedere, la vostra non è un’invettiva contro il testo narrativo! Quando capita, come vi relazionate a un testo e come decidete di “portarlo in scena”? Tornerete in futuro a fare riferimento ai testi piuttosto che optare per l’assoluta autonomia espressiva?

MCM: Abbiamo utilizzato dei testi classici quando ne abbiamo sentito la necessità, quando abbiamo riconosciuto, in alcune pagine prese come spunto narrativo, che si parlava del presente; pagine che abbiamo sentite vicine, soprattutto a quello che volevamo raccontare, vedi in 84/06 e in Spettacolo Sintetico per la stabilità sociale (la prima ispirata a 1984 di George Orwell, la seconda a Il mondo nuovo di Aldous Huxley, nda). In Spettacolo Sintetico i testi che abbiamo utilizzato sono assolutamente attuali, ci sembrava fossero appropriati a descrivere il modo in cui guardavamo al mondo esterno. Non siamo contro l’uso del testo narrativo; anche quando non utilizziamo direttamente un testo per un lavoro, comunque sotto c’è un tessuto molto fitto di letture e di riferimenti letterari, e non solo.

AA: Ma quanto diavolo vi costa mettere su uno spettacolo? O in realtà è tutto più economico e semplice di quanto appaia? Non siete terrorizzati che la tecnologia faccia “cilecca” durante lo spettacolo, come spesso capita con gli elettrodomestici di casa?

MCM: Ci costa parecchio, soprattutto l’ultimo lavoro, ma anche gli altri sono stati parecchio dispendiosi, e spesso la paranoia che qualcosa possa non funzionare ci prende.

AA: Pensate sia possibile che qualche altro gruppo metta in scena le vostre opere? O le vostre opere fanno a tal punto tutt’uno con il gruppo da essere poco “trasferibili” ad altri?

MCM: Non so se succederà, ma non credo… I nostri lavori ci rappresentano, fanno parte del nostro percorso intellettivo ed emozionale e per questo siamo assolutamente legati alle nostre creazioni: sono il frutto di suggestioni e sentimenti che appartengono ad ogni singolo componente del gruppo.

Santasangre in scena

AA: Per concludere: dopo il Palladium, cosa avete in programma e dove potremmo vedervi?

MCM: Dopo il Palladium siamo diretti a Milano con 84/06, il primo dei tre spettacoli della trilogia Studi per un teatro Apocalittico, poi alla Tosse di Genova con Seigradi — concerto per voce e musiche sintetiche. E poi vedremo…

Note:
[1] Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000

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