// stai leggendo...

Percorsi

Itaca con vista su L’Avana

Segue da Ultima scala Avana

Ultima cartolina

YorubaUna volta messo piede nella casa Itaca di Trieste mi è chiaro che non farò più ritorno a L’Avana. Certezza radicata su punti fondi e indecifrabili, ma da quando si è rintanata una simile sensazione nella mia inesplorabile incoscienza? Dopo ciò che Giselle mi ha rivelato sul “secondo piano” della Casa Alta d’Elvira, o per via di un voto rotto facendo l’amore, proprio con la mulatta, sull’ultima scala Avana di quella Venezia sgretolata in barocchi che è la Capital de Cuba? Non potrebbe essere conseguenza, invece, del disincanto rivelatore il fatale disallineamento etico tra vita e letteratura, che pensavo aderenti su un unico asintoto, almeno sull’isola che non c’è? A viaggio finito è normale tirar conti, figuriamoci se potrei esimermi dopo un simile trittico. Io che a causa d’una semplice, quanto grossolana, filosofia di viaggio, mai avrei ammesso di puntare rotte già tracciate sulla medesima meta. Tanto assurdo, quindi, ammettere che L’Avana è la città che conosco di più e capisco meno? Controsenso, esperienza, fatalità, tempo sprecato il mio?

Ho lasciato L’Avana facendo finta di niente, con Elvira a far finta di niente, con me, di quella sua vita così simile a una valigia dal doppio fondo. Per la prima volta ho compiuto il tragitto Habana Vieja — aeroporto Josè Martì da solo, occultando a tutti quella che sarebbe stata l’ultima volta. Hasta luego hermanito! A la proxima vez, mi sono sentito dire mentre accartocciavo in tasca le liste della spesa che Elvira e Dayana mi avevano consegnato. Spese da fare nel mondo di fuori per poi tornare dentro con la roba. Elvira: 5 libretti per appunti di carta riciclata; 2 cartucce di tinta per stampante “Canon Bjc240; Libri: Ungaretti, Eco, Baricco, Pasolini. Musica: Bocelli, Pat Metheny, italiana in genere, ma “Volare” soprattutto; un vestito azzurro, ma dalla cintola in giù, giallo dorato; biancheria intima (molta e non usata); un campione di Parfum Estèe Lauder; una candela alta un metro.

Dayana: 2 stivaletti neri con tacco alto n°38; vestito nero o colorato di seta lavata con spallini (uno, l’altro o tutti e due); Cd Rom sulla magia; tanta Nutella; un’amaca; biro e quaderni; pantaloni Champion; un tartufo (anche piccolo); olio di oliva (minimo una bottiglia); caffè e macchina da caffè napoletana; un copri divano rosso; cuscini; una lampada a luce diffusa. Lungo il tragitto non ho rivolto nemmeno una parola al solito taxista ben propenso a sparar chiacchiere. Ho contrastato a monosillabi il suo reiterato tentativo d’attaccar discorso: Primera vez en Cuba? No. Tienes novia? No. Esposa? Tanpoco. Te ha gustado Cuba? No sé, me parè solamente en La Habana. Y La Habana entonces? Habana Vieja sì.

Ferma il taxi di fronte al piazzale aeroportuale: Ti capisco sai, è dura lasciare Habana Vieja. Ma non essere triste: ritornerai. — “Ma che cazzo vuoi capire” — penso mentre rovescio sul sedile posteriore tutti i dollari che il mio portafoglio può contenere, per poi scendere con gli occhi lucidi dall’auto sgangherata. Non certo per la divisa americana versata lì d’istinto, forse — invece — per le liste della spesa abbandonate dentro un taxi intrappolato a vita nella sua vividissima Capital.

L’erede sentimentale

Pur conscio che il viaggio, ben al di là d’ogni volubile vacanza, ti modifica il metabolismo, scopro sorpreso quanto L’Avana, se ripetuta, si faccia letteralmente carne. Hai voglia a convincerti che hai chiuso con Cuba, se ad ogni insignificante occasione il pensiero, una volta a casa, si libra in perpetrati voli pindarici. Il chitarrista rasta di Piñar del Rio tirato su al casello autostradale di Villesse ne è un limpido esempio: anche se il numero di telefono fisso che mi lascia (chissà che un giorno possano tornarti utili i numeri d’un chitarrista cubano appiedato) lo infilo nel casino trovato sotto al cruscotto, che pare creato apposta per perdere le cose, perché una volta mollato tra le nebbie di Udine Sud il chitarrista non riesco a togliermelo dalla cabeza? Com’ è finito nel profondo Nord-Est? Chissà come se la cava? Prova nostalgia per l’isola? Cosa l’ha spinto a convivere, per banalissimo caso, con nebbie e gelate?

cubana

Le prime notizie che da L’Avana ricevo dopo mesi, superando l’inspiegabile black out che le mie mail subiscono, cavalcano la calligrafia scorbutica di Giselle sguinzagliata su una decina di pagine strappate da un quaderno ingiallito: è una via di mezzo tra una lettera d’amore e una confessione carica di sensi di colpa. La mulatta, ex centometrista, chiede scusa per aver rivelato ad Elvira tutto ciò che sul conto della poetessa aveva svelato a me. Leggo confidenze che pur imitando il tono dell’amore, con assoluta noncuranza, caracollano capriole sui reiterati tradimenti dell’amicizia. Come liberarsi da Cuba Libre se Franco, l’amico che mi ha permesso il primo contatto con Elvira, al ritorno da una vacanza a L’Avana mi riporta novità inaspettate sulla Casa Alta?

Elvira è come se fosse andata via di testa: in Habana 326 non vuole più nessuno. Nemmeno io ho potuto avvicinarla. Ora vive lì con un moroso mulatto e assieme si occupano di cinema; sono assistenti di produzione d’una regista cecoslovacca che sta girando a L’Avana da mesi. Nemmeno Dayana ci abita più, si è trasferita a casa del suo ragazzo. Giselle, dici? Credo che sia sempre alla ricerca di un fidanzato straniero con il quale levare le tende. Damian, invece, è il primo che ci ha tentato, in Messico, pur pentendosi. Dopo solo tre mesi “di vacanza” ha capito che la miseria dalle parti di Tijuana e Sonora è meno sopportabile e dignitosa che a Cuba, ammesso e non concesso che la miseria, in qualsiasi parte della terra, possa definirsi dignitosa.

Neanche se qualche genio della santeria ci avesse messo lo zampino, pochi giorni dopo ricevo una mail di Damian che cerca di giustificare la sua inspiegabile desaparicìon durante i miei ultimi giorni di stanza a L’Avana. Poche righe dai significati obliqui: Hermano, non ho mai amato compagnie numerose, e con te là in mezzo, ci avrei giurato che prima o poi sarebbe scoppiato un casino. L’unica cosa davvero sincera che voglio manifestarti, è il dispiacere di non essere riuscito ad accomiatarmi da te come meritavi. Spero di rimediare un giorno in qualche angolo di mondo.

Mesi e mesi a riflettere se sia giusto abbandonare amici alla deriva, senza badare alla scusa più facile: c’è un oceano in mezzo e, in fin dei conti, ognuno ha la sua vita da menare. Gli Orishas più bizzarri, quelle entità che non hai mai visto nelle calli di Habana Vieja, però, non mollano altrettanto facilmente, creando situazioni che solo apparentemente sembrano casuali: è così che un’impiegata di banca, iscritta alla facoltà di lettere nella sezione d’iberistica di Trieste, mi viene a cercare sapendo che ho del materiale che riguarda il lavoro di una poetessa cubana.

YorubaMi pesca una sera in piscina; sorride dagli spalti mentre riaffioro concludendo l’allenamento di apnea. A cena le parlo di Galenas, del lavoro di traduzione e controcanto che ho a casa, sia italiano che in castellano. Dopo averlo visionato mi ribecca in piscina: non sta nella pelle, si sbraccia. Nel giro serrato delle cene che seguono si dimostra entusiasta: perfetto per produrre una tesi che non riguardi scrittori giurassici, bensì dedita alla visione dell’odierna Capital vissuta da punti di vista diametralmente opposti; da parte di chi lì è radicata e di chi l’ha sviscerata viaggiando. Un punto d’incontro, insomma, una via di mezzo, e già le sembra di adorare Elvira. Chiede di lei numeri di telefono e mail. Tutto si sgretola nel nulla, proprio come accade quotidianamente a La Habana Vieja, nel momento in cui il suo docente è costretto a trattare la poetica d’una benemerita sconosciuta. Non ne vale la pena, rimarca: lui che da buon argentino radicato a Tergeste dovrebbe pur conoscere qualcosa d’isole, latitudini e sradicamenti.

Itaca con vista su L’Avana

Simile a un curandero che tenti una pozione magica utile all’auto-guarigione, scopro tra le infinite misture possibili quella che coniuga due atti sicuramente liberatori, ma che i più imputano ai folli: parlar da solo e declamare di fronte a un pubblico, cioè, scrivere libri. Non resta altro da fare se si vive in una città che non ascolta. Una città che culla miraggi intellettuali e cultura per eredità diretta di due geni incompresi vissuti qui: Svevo e Joyce. I due scrittori, grazie alle loro opere, contagiarono con le proprie ampiezze analitiche e qualità cosmopolite una città che ha pensato spesso, e insiste spesso a pensare, che sia vero il contrario: Svevo più di Joyce, impiegato costretto a pagarsi i libri pubblicati, incarnò la figura del figlio più incompreso d’una città-madre attenta ai traffici di Mercurio piuttosto che alle vette di Minerva, per poi tentare il baratto contrario una volta esauriti i primi.

Proprio quando decido, per saldar pegno, di scriverci su e riordinare così quel magma sinfonico a quattro mani, mi giunge notizia che alle Galenas d’Elvira è stato assegnato il premio internazionale di poesia Nosside-Caribe. Toma el cachito de goma, profesor! Come dire che l’impiegata studentessa, grazie al puro istinto, ha visto più in là dell’accademico professore. Verba volant, scripta manent naturalmente. Lo stesso professore, tradotti in castellano alcuni versi dal dialetto triestino di Virgilio Giotti, li ha spacciati a Buenos Aires come farina del suo sacco. Del plagio nessuno sa e gli importa nulla, con un oceano nel mezzo, mentre io mi sento liberato da un pegno non mio. Eppure, gli Orishas di Habana Vieja non mollano ancora, tesando un cordone ombelicale invisibile. I film di produzione cubana che approdano ogni anno al festival del cinema latinoamericano di Trieste sono sempre di produzione governativa e poco rispecchiano la realtà della vita e delle vitalità che si muovono sull’isola attuale: molta propaganda politica mimetizzata tra sceneggiature spesso poco dense, con le verità fonde lasciate a latitare.

Manolin, il medico della salsa, l’habanero che nei suoi testi ha rimostrato la sua fedeltà e il suo amore per L’Avana, dove ha vissuto sopra le righe d’una lussuosa casa, scorazzando lungo il Malecon al volante d’una sfavillante Cadillac, durante un concerto a Miami ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti, tagliando, così, il cordone ombelicale che lo legava ai suoi Orishas. L’ultimo scrittore cubano a vincere il premio Cervantes, sorta di nobel per la letteratura in lingua ispanica che i reali di Madrid annualmente assegnano, è stato Guillermo Cabrera Infante, morto dopo lungo esilio a Londra. Chi parla e racconta, quindi, dei cubani che vivono fuori Cuba, tacciati spesso come traditori della patria? Nessuna traccia in giro di questo invisibile universo.

Yoruba

Di fronte all’invisibilità, cerco, allora, nella mia città, associazioni culturali che, in un modo o nell’altro, curino contatti con la cubanità, scoprendo l’esistenza d’uno spartiacque terribile: se da una parte esistono entità legate a doppia mandata alla diplomazia politica di Habana, dove si organizzano corsi di salsa e al massimo s’insegna il castellano, dall’altra vi sono quelle che dietro al paravento di un’intellettualità che assegna premi scontatissimi ai nomi più illustri della scrittura cittadina, (scontati perché sin troppo individuabili) da vere e proprie agenzie di viaggio offrono vacanze non proprio edificanti a chi soffre certuni appetiti. Quando le prime rispondono all’invito di qualsiasi manifestazione letteraria seriamente dedicata a Cuba, ospitano solo poeti e scrittori provenienti da oltreoceano, puntualmente accompagnati da osservatori che si preoccupano, previo controllo delle liste d’invito, d’evitare ogni contatto tra i cubani d.o.c. e i connazionali fuoriusciti, eventualmente presenti.

Le seconde, invece, non si preoccupano nemmeno di organizzarli certi eventi. Morale? L’incontro tra i cubani di fuori e quelli di dentro risulta impossibile, non solo a causa dell’imprinting politico dettato dal regime centrale, ma pure perché nel mondo di fuori, talmente contagiato dal bipolarismo, ognuno tira acqua al suo mulino invece di costruire per il concreto e la felicità dei cubani. Che meraviglia sarebbe un festival in grado di riunire le voci plurali di questo magnifico popolo. Di colpo si annullerebbero gli individuali interessi che sempre prevalgono. Solo ad alcuni “difettosi” non accade, e come un cubano fuoriuscito dall’isola mi sento — e sono — solo.

Storie cubane girano il mondo

Nell’aprile del 2002, grazie all’invito giunto da München, per mano di alcuni amici conosciuti a L’Avana, Elvira decide di non rientrare in patria alla scadenza dei tre mesi di visto. Sopravvive in Baviera con borse di studio letterarie e convive con il suo mulatto la passione per i cortometraggi. Abbandona la Casa Alta che la figlia Dayana, a quindici anni, custodisce da sola. La poetessa, affiorando all’improvviso grazie a una serie di mail, mi dà notizie degli altri: Xavier, di cui conservo sullo scrittoio una stupenda foto scattata in Plaza de la revolucion alla bandiera del Che, è cittadino americano. Una giovane newyorkese innamoratasi di quel volto alla Delon, l’ha imbarcato in un aereo e via. Bandera vive a Londra, si divide tra scuole di ballo e palchetti. Giselle, la mulatta centometrista, è fuggita da L’Avana grazie a un impiego ottenuto su una nave da crociera spagnola. Sbarcata a Barcellona si è congiunta con il suo moroso straniero e si sono trasferiti a Capo Verde. Gustavo, il re delle vernici, è morto la notte di San Lorenzo dello scorso anno.

Malecon

Anche Berta, la rivoluzionaria in pensione, non c’è più: troppi casini e disillusioni da reggere per un’anima così buona. Jovanni, l’ingegnere informatico che collegava il computer alla presa telefonica di Berta, permettendo connessioni pirata con il resto del mondo, lavora come programmatore in una multinazionale che ha sede a Madrid. L’ipersensibilità che ormai ha intaccato il mio animo mi fa scoprire e conoscere cubani in ogni luogo. Ylenia, che lavora alla Illy di Trieste, con uno di loro è addirittura sposata a distanza. Lui è uno scienziato che continua a vivere a L’Avana. Si vedono a Natale, Pasqua e quando David, grazie a periodi di studio o approfondimento, è ospitato a Miramare dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati che ha sede lì. Con le varie associazioni di cultura cubana non vogliono avere nulla a che fare. Anche Johannes si arrangia da solo: professore di inglese, a Udine, si occupa di traduzioni e, la sera, organizza corsi interattivi in lingua castellana e inglese. Ha due figlie qui e un altro a Santiago de Cuba.

È lo stesso Johannes a presentarmi Eramis Marin Aguílla: diplomato pianista al conservatorio di L’Avana è anche compositore. Lo ascolto una sera nella casa dove vive con la moglie friulana che aspetta una bimba. Con le dita su una pianola, nemmeno professionale, incanta. Ha fondato un gruppo jazz d’elementi italo-cubani raffazzonati in giro per il triveneto con il quale suona ai matrimoni. Lavora part-time come magazziniere, ma spera in un impiego a tempo indeterminato presso le Latterie Friulane di Campoformido dove confezionerebbe mozzarelle da mattina a sera giocandosi, così, l’uso delle dita. Con la moglie, Cristina, si conobbero a Varadero dove Eramis faceva il pianista di piano bar e poteva contare su un’intera orchestra di virtuosi.

Con il tempo i ricordi si stemperano, gli entusiasmi e le delusioni perdono intensità, eppure quando mi trovo a riflettere sui cubani che ho conosciuto, avverto in loro una determinazione e una forza d’animo straordinaria che permette loro d’avvicinarsi, più di altri, alla vita che desiderano. È un insegnamento indiretto offerto a chiunque, quel loro credere, perseguire ed inseguire all’infinito i sogni senza perderli di vista. E quando quel che cercano non lo trovano nell’isola in cui sono nati, molti vanno a vedere se esiste in giro per il mondo, rovesciando la propria vita come un calzino, senza troppi patemi, pessimismi o vittimismi: quella loro vida natural sempre colma, però, di una silenziosa nostalgia per la loro terra, mai manifestata fino in fondo è la radice della loro proverbiale vitalità. Quando Elvira, in una sua mail, mi confessa di non riuscire a scrivere più come faceva a L’Avana, scatta in me qualcosa di strano.

Viale XX settembre a Trieste

Una specie di riflesso: anch’io mi mantengo facendo l’impiegato, pur reputando che la scrittura e il mondo dei libri siano attività che elevano l’uomo su scale senza fine. Anch’io mi danno l’anima nel pensarmi imbrigliato in sistemi lavorativi biechi e cinici quando, invece, avrei meglio da fare. Vivo una dicotomia tutta sveviana, rimbalzando tra la consapevolezza che di versi non si può vivere, e la sicurezza che sia proprio la scrittura a salvarmi la vita. Le ore al lavoro sono base del pane quotidiano, mi permettono di girare il mondo e di conoscerlo, ma quelle rubate alla notte negli studi o cercando di aderire a un senso che sfugge, è estasi pura, al di là del livello raggiunto o raggiungibile: è Ulisse che viaggia, Orfeo che tenta una nota, Prometeo che illumina, Visnù che custodisce… il resto pare tempo buttato, sprecato in questa vita che fila via alternando lampi e tempi scuri.

Scopro così, che tutte le persone del mondo vivono una loro cubanità, possono subirla o trarne vantaggio per libero arbitrio, e allora quei versi d’Elvira tradotti e accompagnati dai miei controcanti superano la cubanità universale per divenire — soltanto — l’ossatura dell’anima umana e delle sue sfumature, al di là di qualsiasi latitudine, dove, la politica, così bassa, non c’entra proprio nulla. Cantano l’anima inspiegabile, le contratture, i fastidi, ma anche i voli perpetui. Lei non riesce più a scrivere, io non ho ancora incominciato, e forse, senza avvertirlo pienamente, godo della protezione tutelare di qualche invisibile Orishas Yoruba rimasto tra le pietre barocche di L’Avana. Così accade che Virginia Vidal, una scrittrice divenuta mia amica a Santiago del Cile, coglie qualcosa in quel magma, e mi obbliga a lavorarci assieme, per un mese intero. Un’altra esperienza, altre emozioni che sembrano finire lì. Quando mi chiede che titolo si potrebbe dare a quella cosa strana, rispondo di botto quasi fossi ispirato da chissà quale spirito: Pretesto forgiato Avana.

Poi il manoscritto torna con altri amici cileni in Friuli Venezia Giulia, dove li ospitiamo assieme al loro spettacolo etnico Mapuche. Lo consegnano alla poetessa ed amica Ludovica Cantarutti che a sua volta lo propone al suo editore. Quando Paolo Ruffili delle Edizioni del Leone mi propone il contratto per Pretesto, gli propongo di devolvere i miei diritti al fine di finanziare la pubblicazione di testi latinoamericani inediti, magari in una collana di Sant’Antonio. Con quella cosa, nata come è nata, non voglio guadagnarci un euro. Questione di sacralità e di riconoscenza nei confronti di quell’isola. Non tutto fila liscio, ovviamente. Elvira, che non ho più rivisto da quando ho lasciato L’Avana, messa al corrente via mail, in un primo momento pretende i suoi diritti d’autrice, mentre Virginia Vidal, comunista ortodossa, quando scopre che Elvira ha lasciato Cuba, abiura il libro, il suo stesso contributo, rinnegando completamente l’opera. Ma ormai gli Orishas sono in moto e divengono inarrestabili.

Viale XX settembre a Trieste

Nel maggio del 2006 Pretesto Forgiato Avana vede la luce in Italia. Le mie più intime soddisfazioni sono quella di poterlo presentare accompagnato dal pianoforte di Eramis Marin Aguìlla, e la recensione che Marina Giovannelli crea dopo averlo letto: La dimensione del viaggio, nell’ottica della relazione tra chi va e chi resta, secondo Ernst Bloch (Tracce) ha a che fare con la morte. “Piccola dipartita”, la definisce, figurando l’incommensurabilità della condizione dei due protagonisti della relazione nel confronto fra un uovo e una freccia, uovo chi vede l’altro andarsene e freccia il viaggiatore. Egli osserva “la manifesta incapacità di tutti, anche i più affiatati e intimamente ricchi, di intrattenersi — alla partenza — parlando dalla carrozza con qualcuno sulla banchina.”. Nel libro di Paolo Ghiotto Marin “Pretesto forgiato Avana” si ripropone tutta la complessità che unisce e divide gli interpreti di questo dramma, ulteriormente intricata dal fatto che essi sono un uomo e una donna, e contemporaneamente una poeta e uno scrittore ed anche l’emblema di due mondi per molti aspetti inconciliabili.

Elvira Rodriguez Puerto vive nel 1996 a L’Avana, in una casa aperta agli amici e al pensiero. Qui la conosce Paolo nel primo dei suoi viaggi avidi di conoscenza ed è subito fraterna amicizia, dialogo, rivelazione, scambio, e poi inevitabile distacco. Contrariamente a quanto accade ai più, la storia non termina a questo punto, poiché dopo un certo tempo Elvira invia all’amico lontano “Las Galenas”, poesie da tradurre, ma soprattutto da decifrare nella loro criptica densità (da attribuire a una parola non del tutto libera o ad una scelta stilistica? O forse ad entrambe le cose in fondo strettamente correlate?). “Galenas” sono pietre, dure e pesanti, all’apparenza compatte, al cui interno però possono formarsi zone di debolezza che determinano la frantumazione della materia solida. Pietre metaforiche da manipolare con cautela, da esplorare accortamente per non distruggerle, pietre da auscultare per coglierne il nucleo segreto.

Nel tradurre lo scrittore interpreta e nell’interpretare gli si rivela a poco a poco quel cuore trepido dell’amicizia e dell’Avana che forse non aveva inteso al primo incontro, forse aveva creduto di conoscere senza capire, forse non era ancora pronto ad accogliere dentro di sé. “Galenas” parlano di nostalgia (o disincanto?), di desiderio e solitudine, di festa e fragilità, di abbandono, di perdita, di poesia e di sublimazione della realtà nella parola. Lo fanno con immagini straniate e toni a volte risentiti, a volte ironici, altre volte stupiti o estatici per riflesso, certamente con una visionarietà sontuosa e alta che non può non toccare.

Dopo l’interpretazione arriva il “controcanto”, risposta del poeta alla poeta amica, in cui avviene il superamento della distanza spaziale in favore di una vicinanza dell’anima, ma avviene veramente? Forse quello che conta è la volontà di azzerarla, quella distanza, e di costituire una zona dove gli incontri siano ancora possibili. Ma credo che il pregio maggiore di questo lavoro, che non è definibile se non per esclusione: non narrazione, non propriamente poema, non dramma, in qualche modo partecipe di tutto ciò, sia nel suo aver saputo mettere sulla carta la condizione umana, propria ai protagonisti del testo ma senza dubbio peculiare a ciascuno.

Cuba

Si tratta dell’aver trovato forma poetica per quella “ferita”, per dirlo con Bataille, che ogni soggetto porta dentro di sé dalla nascita, e che consiste nel suo essere “esposto all’altro”, nel suo essere rivolto, aperto alle visitazioni o incursioni di chi incontra e ama, con quel che ne consegue. Siamo abituati a pensarci in termini di turisti, noi abitanti del mondo ricco e compiaciuto, e Paolo Ghiotto non può essere confuso con questa categoria, appartenendo piuttosto al genere dei viandanti innamorati, come dimostra il suo “delirio sentimentale”, ma pensiamo ad una riva dalla quale si può soltanto vedere gli altri partire giorno dopo giorno per non tornare, proviamo ad immaginare, con Elvira, un “vento” che trascina via chi si è rinnovato con la nostra forza, chi è cresciuto con la nostra energia, la nostra gioia o vitale di-sperazione, e dovremo arrenderci all’evidenza di una “ferita” al tempo stessa più profonda e più estesa in chi resta rispetto a chi va, anche se la poesia si illude di lenire il dolore. (Il Viandante innamorato 17.01.07)

Il 31 ottobre 2006 Pretesto Forgiato Avana, edito da RIL editoriales in Cile ed Argentina, viene inserito nel programma del festival internacional del libro di Santiago del Chile. Alla fine della festa alcuni amici mi chiedono: Ci accompagni in un viaggio a Cuba? Lo leggo come un giro invisibile del destino, corsi e ricorsi ritornati per concludere qualcosa d’incompiuto o non compreso a fondo, l’opportunità — stavolta — di disincagliarmi finalmente da Habana Vieja e vedere l’isola, o forse soltanto un richiamo Yoruba mormorato dalle radici della sua terra più profonda e onirica.

Segue con Avana 2006

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Alex Alice: Per fare un libro di carta bisogna...

Joker e la follia: Un film per...

John Bolton: Le tecniche della fantasia

Composizione, analisi musicale e tecnologia nella scuola...

Otto donne e un mistero a teatro

Otto donne e un mistero a teatro

Paperi amari

Paperi amari

Bill Willingham: Le Favole a fumetti di Bill Willingham

Trieste Science+Fiction Festival 2019

A modo mio mi prendo cura di te

A modo mio mi prendo cura di...

Mio padre era un uomo sulla terra...

Festival internazionale del cinema e delle arti...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Casomai un’immagine

mar-05 th-24 28_pm thole-06 bav-02 petkovsek_24 bon_11 bis_II_03 acau-gal-16 38 cas-07 sade1 salvo 03 holy_wood_24 p4 Otrok06 mis3big-1 pm-18 murphy-15 galleria07 08 17 32 36 tsu-gal-big-08 vivi-07 01 Song Dong jingler strip2