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Percorsi

Avana 2006

Prosegue da Itaca con vista su L’Avana

Motivi di un ritorno. Un nuovo inizio

Avana 2006L’approccio al controllo doganale dello scalo Josè Martì è ancor più traumatico provenendo da Tucuman — Panamà — scalo intermedio forzato se si raggiunge la capital de Cuba da Santiago del Cile: si passa, così, dal paese dei balocchi e punto franco del consumismo più sfrenato al contraccolpo netto di La Habana che rappresenta, invece, l’unico punto ancora affrancato del comunismo, così almeno recitano l’immaginario collettivo e i gran visir delle strumentalizzazioni politiche mondiali. Bel testa coda! Mi ero ripromesso di non ritornare più in questo paese alla deriva e invece l’affetto per una sorella cilena mi riporta in questa strana città, madre e matrigna dei miei vagabondaggi latinoamericani. Lo spunto mi è sembrato irrinunciabile, anche perché partito da una donna cilena curiosa di vedere e sapere davvero. È sempre esistita, dagli anni Sessanta in poi, ed esiste tutt’oggi, anche se su livelli che intersecano idealismo e romanticismo piuttosto che visioni critiche e conoscenze obiettive, una grande affinità tra Cile e Cuba.

Cuba per il cileno medio, intellettuale e pensante, rappresenta il luogo dove prolifica la combustione di quella rivoluzione socialista e popolare che in casa propria fu soffocata nel sangue con un’inetta e illegittima dittatura. Un ideale politico che, pur avendo preso corpo sull’isola caraibica, si è rivelato nei decenni successivi un altrettanto spregevole regime. Bizzarro no? Eppure quanto è rispettabile e comprensibile il sentimento che i cileni provano per Cuba! Con quale cuore scardinarlo dal patrimonio idealistico degli amici cileni, minimizzandolo, riducendolo a banalità, se risulta ricettacolo di quei sogni perduti che sono stati macellati, tra lo stadio nazionale di calcio e Villa Grimaldi, dalle brutalità di Pinochet & Company? Senza considerare, poi, che la causa delle storiche disgrazie in Cile coincide con quella cubana: Stati Uniti d’America. Neolatini opposti a quei neoanglosassoni che hanno sostituito, nell’epoca della civiltà e del modernismo, gli antichi conquistadores di Castilla ed Aragona. Stessi gli attori che marchiarono negli anni Sessanta e Settanta i destini di Cile e Cuba: CIA, Nixon, Kissinger — come dire — corona di Spagna, Cortés o Pizarro subito dopo il 1492.

Ecco perché, per i cileni, l’isola di Castro rappresenta un mito potente ed esoterico, quasi un dogma religioso carico di quei valori che, da loro, sono stati soffocati con la violenza più efferata. Mito e dogma divino, quindi indiscutibile, esente da qualsiasi e possibile critica. Guai a toccare con i comunisti cileni di ieri, sopravvissuti oggi, il carisma e la santità politica dell’eterno Castro: uomo ed erede del sogno di Allende, soppresso in patria, ma concretizzato sull’isola dei Caraibi. Una proiezione psichica atemporale che sublima la geografia sudamericana. La realizzazione di quel socialismo democratico che il partito popular cantava con Neruda, nell’immaginario dell’intellighenzia socialista cilena, è stata costruita soltanto dal comandante in Jefe sull’Isla Grande.

Quel che i più non sanno è che non si tratta d’una sinfonia, ma di una tonada popular dell’asino che si credeva re. Ecco perché ho accettato d’accompagnare Evelin Sandoval Ponce, i suoi tre figli e il fratello Nestor, a Cuba. Per vederla finalmente, ma anche per vedere come la vedono e la vedranno loro, per metterli e mettermi alla prova una volta di più, per vedere come se la caveranno in quel crogiolo di controsensi che pensano sia il paradiso terrestre, o la riserva di caccia di quegli indiani socialisti che vengono stigmatizzati oggi, da un consumismo galoppante, i fuorilegge anacronistici più temibili al mondo.

Ecco perché viaggio in incognito approfittando del paravento cileno. Ho lasciato che se la sbrigassero loro nell’organizzazione del viaggio da Santiago del Cile. Io, d’altro canto, come un ragazzo della via Gluk, non so nemmeno chi troverò a L’Avana dei tanti amici persi di vista cinque anni fa. La vulcanica Virginia Vidal, amica comune cilena e comunista ortodossa, tramite i figli che ricevettero asilo politico a Cuba nei tempi oscuri di Pinochet, ha contattato vecchi compañeros di L’Avana che ora ci attendono offrendo appoggio logistico al nostro viaggio. Non prevedono, ovviamente, la mia presenza e le mie esperienze in Capital. Con Nestor anticipiamo d’un giorno il volo su Cuba. Sonderemo le cose, Evelin e i suoi eredi ci raggiungeranno domani.

L’Avana 2006

Di primo acchito il fastidio mi formicola le meningi. Il sistema informatico del controllo passaporti va in tilt per un’ora e mezza. Assisto per intero all’ansia e alle preoccupazioni dei cubani schierati sull’ipotetica linea di confine nell’attesa di rientrare in madre patria per le vacanze. Non posso fare a meno d’avvertire, per mio conto, la medesima contrattura di sentimenti opposti che provano gli auto-esiliati: l’amore nutrito per la terra natia e l’odio per la ferrea nomenclatura che la serra con pugno potente. Di rivoluzionario, dall’ultima volta, c’è solo la nuova divisa ufficiale.

Nel 2000 cambiavi i tuoi soldi in dollari, e così i biglietti verdi tanto odiati dagli ex barbudos costituivano le monete ufficiali con le quali gli stranieri girovagavano Cuba. Oggi si sono inventati un pesos cubano convertibile internazionale parificato all’euro (C.U.C), ma se arrivi con i dollari ti applicano una tassa disincentivante che può soffiarti via fino al 40% del valore effettivo. L’intero apparato di “agenti turistici” messo in moto da Virginia a Santiago del Cile si rivela immediatamente un’associazione governativa spilla denari per turisti ignari. Ci propongono una casa situata a una quadra dal Malecon e dall’hotel Cohiba, ma a ben otto chilometri da Habana Vieja. Il comitato d’accoglienza è troppo nutrito, sei persone che guardano me e Nestor come se fossimo polli da spennare. Riconosco quello sguardo famelico, ma decido di fare lo gnorri.

Per le tre settimane a nostra disposizione, ci propongono una sorta di triangolo turistico delle Bermuda: L’Avana, Trinidad e Santa Clara, il mare di Varadero per poi rientrare nuovamente a L’Avana. Il tutto affittandoci un camper, carburante escluso. E come lo trovi, ma soprattutto, quanto lo paghi il carburante a Cuba? Il costo è esorbitante e l’approccio al viaggio, per nulla rasoterra, completamente turistico. Sarebbe come viaggiare in una supposta blindata e asettica. Sbollisco la rabbia percorrendo con Nestor tutto il Malecon. Due ore di camminata. Alternativa? Un taxi che i gentili padroni di casa ci avrebbero messo a disposizione per un prezzo decuplicato rispetto a quelli che conosco. Eccomi servito: turista in una città che mi ha visto attraversarla in lungo e in largo da cubano purosangue.

Il profumo del lungomare per fortuna non è cambiato. Certo, vi sono nuovi centri artigianali che vendono souvenir, ma lo stesso paesaggio diroccato, la stessa meravigliosa gente di strada è sempre qui.

Avana 2006

L’unico segno sostanziale di modernità e progresso sono i due enormi tabelloni disposti davanti all’ambasciata americana: design modernissimo, colori sgargianti per denunciare la politica terroristica di Washington e la violazione dei diritti umani perpetrati a Guantanamo. Mi dicono che sono state le prime installazioni messe a nuovo dopo l’invasione dell’uragano Kathrine, ultimo dei cinque che negli ultimi due anni hanno travolto in pieno le lande cubane.

In crisi di astinenza d’Habana Vieja, ho bisogno d’un revival in via Gluk. La storia degli uomini scorre veloce mentre le immagini di questa fata morgana restano immobili nel tempo. Mi sembra di far ritorno nei luoghi dell’estasi e del delitto: il museo de la revolucion e del dirimpettaio Nacional de bellas artes. Nel primo non ci ho mai messo piede, il secondo mi ha sempre e puntualmente restituito il respiro. Da una sorta d’indagine all’Hotel Sevilla, metto assieme le tracce della nuova esistenza di Luis, uno dei pochi sopravvissuti all’ondata d’esilio che ha colto i vecchi amici: ha lasciato sia il lavoro all’hotel che la casa tra Empedrado e Tirandillo. Dopo ore d’attesa mi dicono di ritornare il giorno successivo: “Qualcuno riuscirà a recuperarle il numero di cellulare di Luis”.

Poi calle Habana, il microcosmo della casa alta d’Elvira senza Elvira e priva dell’anatomia culturale e umana che frequentavo: l’emozione di vedere Dayana cresciuta, sola in casa, donna fatta con le stesse tette della madre, ma molto più bella. Eccitatissima, non riesce a credere che io le sia apparso a sorpresa sulla porta di casa. Sapere da lei che Damian vive ancora in Habana Cientro e che bazzica sempre in Plaza de Armas mi rincuora. Mi presenta il guajiro Sergio, di Pinar del Rio, il giovane fidanzato che, in piena linea cubana, venendo ad aprire mi ha scambiato per il solito libidinoso venuto a cercare carne giovane a L’Avana. Si cresce e si invecchia, ma i leit motiv restano gli stessi, purtroppo.

Ritrovare Caluca e l’abbraccio affettuoso di saggia matusa. Dopo sei anni riconoscere sua nipote Wendy soltanto dagli occhi: allora amavo tenerla in braccio e sbaciucchiarla ancora piccolissima, ma quanto è cresciuta! Habana Vieja e i suoi odori stantii agli angoli, varcare gli incroci del suo dedalo di calli che rammento neanche ci fossi passato ieri sera. Orientarmi con l’udito: il classico trio che “toca la salsa”, un giovane che da uno stereo per strada spara su decibel esagerati un rap di nuova generazione. Reggaeton, lo chiamano, e si dice che qui ormai non si ascolti altro dopo la fuga di Manolin, il medico della salsa. Da quando ha deciso di non rientrare a Cuba, dopo un concerto in Florida, i suoi pezzi non li senti più. É come se non fosse mai esistito! I miei cari barocchi diroccati illuminati alle finestre come templi o cattedrali di affetto profondo. Scoprire in Obispo la recente costruzione di un edificio enorme; un monolite di cemento che stona completamente rispetto all’architettura originaria.

Avana 2006

L’incanto di Plaza de Armas e quella della cattedrale dove avvertivo la presenza degli Orishas, ora affievoliti semplicemente perché sono io che sono cambiato, in qualche modo modificato, non più lo stesso di prima. Devo allora risalire Obispo come un salmone che ripercorra il tempo d’altri sentimenti e altre visioni già vissute tra gli spalti e le platee di questo teatro del tempo perduto che è Habana Vieja. E cercano d’infilarmi nel Vedado a ben otto chilometri da casa? Ma neanche per idea!

Romanticherie personali a parte, pare che l’atmosfera in Capital si possa tagliare a fette: tutto è rincarato, dai trasporti alle verdure al mercato, dai gelati ai libri e agli spettacoli del Tropicana che oggi non scavi a meno di 65 euro. Riesco a pescare il telefono di Luis e a incontrarlo. Vive in una splendida casa sul Malecon che affitta ai turisti a poche centinaia di metri dal Paseo del Prado, quello della salsera che nacque centometrista. Pieno centro e ancora Habana Vieja. Oggi è possibile farlo, la casa è registrata nell’albo delle abitazioni private affittabili – afferma Luis.Lì torno a respirare, con vista mare, l’architettura antica, le porte e le finestre enormi che si spalancano — davanti — sul salso e le mareggiate — dietro — nei polveroni del quartiere arato a macerie.

Mi presenta il suo ragazzo: un culturista poco più che ventenne laureatosi campione cubano nel 2002, categoria juniores, e che quest’anno tenterà il titolo assoluto. Ci stiamo preparando — sorride felice Luis — di fatto sono anche il suo trainer personale. Sorrido anch’io, totalmente impreparato all’evidenza: il caro Luis velava da anni una tendenza omosessuale ben evidente a tutti, e della quale solo io non avevo capito nulla! Che razza di ironia ti riserva la vita a L’Avana. Luis mi conferma che in città si vivono tempi terribili, cosa che si intuisce, tra l’altro, da tutte le inferriate intermedie a serrature e lucchetti che bisogna superare, lungo le scale, per raggiungere la sua piccola reggia barocca.

La gente è messa ormai sotto il tallone d’acciaio dei prezzi. Un esempio? Un aguacate, un solo avocado costa 25 pesos quando lo stipendio medio mensile di un cubano arriva a 400. Ti sembra possibile? La gente ha perso non soltanto il buon senso, ma perfino la pietà. Si inizia a considerare normale l’assalto e l’aggressione dello straniero. L’omicidio, poi, che nella mentalità della gente di qui era difficilmente contemplato, oggi è all’ordine del giorno.

Ascoltando le parole di Luis non posso esimermi dal riflettere come la testa e la coda di un paese si influenzino a vicenda, alla luce dell’inasprimento delle pene per infrazioni di carattere politico con conseguente rispolvero della pena di morte da parte del governo di Castro. Sto pensando seriamente di portare i miei figli a vivere negli Stati Uniti. Qui lo sviluppo economico e le opportunità di una professione per i giovani sono inesistenti. Non c’è Master o laurea che possa garantir loro un futuro di buona qualità. Il mio sogno? Poter vedere, un giorno, Venezia”.

Dayana si associa e si unisce al coro: “Non esiste vita possibile per un cubano su quest’isola. Proprio per questo coloro che ne hanno la possibilità se ne vanno. Guarda gli amici che hai conosciuto la prima volta: Xavier a New York fa il fotografo, sua sorella in Italia ha aperto un ristorante cubano. Elvira a Monaco di Baviera scrive e produce cortometraggi, Jovanni vive in Spagna dove è diventato manager di un’importante azienda. Qui che faceva? Dalla presa telefonica di Berta, una volta alla settimana, spalancava per gli amici connessioni internet sul mondo. Niente di più!

Bandera a Londra si è sposato con una inglese; ha un figlio ed ha risolto parecchi problemi, soprattutto quelli iniziali legati al mancato permesso di soggiorno. Livot vive in Austria, proprio lei, la patriottica più sfegatata, colei che più degli altri ha resistito nella sua amata Habana Cientro. Giselle si è sposata con il fratello del marito di sua sorella, entrambi tedeschi. Ha avuto una figlia e vivono in Martinica, dove lui ha messo su un’azienda di chissà che! Sebastian il pittore se ne è andato da poco in Spagna, l’unico che incrocio, di quando in quando, è Damian”.

Avana 2006Mi sembra d’ascoltare un bollettino di guerra infinita, eppure sono contento di riconoscerne i nomi: tutta gente sicuramente più felice — ora — rispetto a quando viveva solo in apparenza a L’Avana. Lo stesso sopravvivere apatico che mi sembra di cogliere, di quando in quando, nello sguardo bello di Dayana. Resta il mio egoismo e l’attaccamento a quelle atmosfere che non esistono più in Habana 326: dopo sei anni la Casa Alta di Elvira si è svuotata dei suoi giovani atomi, inaridita di quell’allegria e di quei controsensi stridenti che amalgamavano una vita naturale sorprendente, fuori dalle righe, da inventare ogni giorno con fantasia e follia. E questo indubbiamente mi manca. Semplice nostalgia d’argonauta incallito nella memoria.

Resta Dayana, forse, sorridente e luminosa come sempre. Guardiano di un fanale in calle Avana destinato irrimediabilmente ad affievolirsi. Habana Vieja riesce ancora a commuovermi con i suoi rimasugli di maga Circe. In certi momenti sospetto che ancora una volta riuscirà a stregarmi con i suoi profili e i suoi canti. Ma se stessi, invece, cullando soltanto un’illusione?

Vigilia del viaggio per Cuba

4 di dicembre, giorno di Santa Barbara. Per la tradizione cattolica protettrice del mare, ma “Changò” per il sincretico universo degli Orishas. Decido di mandare in mona gli organizzatori del turismo ufficiale pescato dai nostalgici socialisti di Santiago del Cile. Mi affiderò a Luis, ultima radice del mio humus cubano. Trentacinque euro per una camera doppia nel Vedado? Io qui sul Malecon, a un tiro di schioppo dalla Cabaña, non te le avrei fatte pagare più di diciotto, e non perché sei un amico! Sacramento. Ecco quel che succede a mettere da parte l’esperienza per rispettare un arido idealismo ideologico.

Con Luis prendo in mano la situazione e pianifico un tour dell’isola, quello che gli amici di Habana 326 mi hanno sempre impedito di fare per anni, ancorandomi inconsapevolmente e amorevolmente come un Ulisse alla sua Capital. Parlare con Luis di Trinidad e le sue spiagge, di Santa Clara e il mausoleo del Che, di Santi Espiritu, Santiago de Cuba, Baracoa — così simile alla fine del mondo — e di Pinar del Rio è quasi un antidoto, una traiettoria ipotetica da tracciare con curiosità e rinnovato entusiasmo. L’evento che mi permetta di rompere un incantesimo: l’abbraccio geloso e possessivo di Habana Vieja.

Caluca mi trova ingrassato e lo sono. Assieme a Nestor, incantato dalla dimestichezza che dimostro con la città, passeggiamo di notte in un vagabondaggio crepuscolare nei templi sacri di L’Avana. Una processione liturgica, ripetitiva perché quasi dovuta, sacrale: La bodeguita del Medio, El Floridita, Plaza de la Cattedral, Plaza de Armas, Obispo. Ne noto le differenze rispetto ai tempi andati che lasciano un retrogusto d’intima preistoria. Non c’è molta gente per strada, il mojito della bodeguita è molto più fiacco di quelli serviti in qualsiasi ristorante a buon prezzo. Il Daiquiri del Floridita resiste ancora. Be’, un’istituzione in fin dei conti, come l’anonima statua di bronzo di quell’Ernest seduto ora dove un tempo l’originale Hemingway amava sorseggiarlo.

La liturgia si ripete. Ripeto le mie liturgie notturne e sacrosante in Habana Vieja, io che davo ormai per certo di non ritornarci più. Ma che importano i voti, ormai sono qui, e allora, come accadde con la madre, porto per la prima volta Dayana a bersi il primo monumentale Daiquiri della sua vita al Floridita, e poi il Mojito alla Bodeguita. Lo avevo fatto anche con Xavier, e l’assenza, la malinconia delle loro presenze mancate, mi fa sentire in esilio. Non ci sono, eppure è come se ci fossero ancora, presenti e invisibili, qui con me in questo mondo onirico dove il tempo non ha nessun valore, non vale niente come tutto il resto se non è ritmato dalle persone e dalle anime.

Ombelico, L’Avana, d’una mappa caraibica dove passato e presente si mescolano e si confondono con i sottofondi fragranti dell’“yerba buena” triturata a ghiaccio e zucchero di canna, con la polvere e le pisciate agli angoli de la “Puta Madre”. Quando rientriamo nell’abitazione “periferica” del Vedado, un gruppo di neri sta sparando musica a volume impressionante. Oreste, il padrone di casa, mi spiega che stanotte è la vigilia di Santa Barbara — Changò, Giano bifronte dei fulmini. Gli accoliti di Yoruba usano vegliare la notte di vigilia con canti, balli e schiamazzi, come noi a Capodanno. Che non sarà possibile dormire lo do per certo. È come se gli orishas di Yoruba cercassero d’offrirmi una notte di gala per convincermi che non è proprio il caso di partire domattina per Trinidad.

Ancora una volta L’Avana, questa mulatta puta, sta provando a giocarmi i sentimenti andando a toccare gli istinti più oscuri e reconditi. Decido quindi di non dormire, per offrire un sacrificio a questa città che amo da una vita, dedicarle un dono, una notte insonne. All’una il baccanale è impossibile, non so come i miei compagni cileni riescano a chiudere occhio. Poi, di colpo, verso le 2.30 tutto si fa silenzio, quasi meditazione. Changò è giunto, mi fa una mami con in bocca un sigaro impossibile. Ognuno ritorna nei suoi dirocchi alla chetichella, quasi con rispetto e molto prima di quanto pensassi.

Avana 2006

Me ne sto ore seduto nel buio ad ascoltare le onde infrangersi sugli spalti della difesa ad oltranza e gli scogli taglienti. Santa Barbara viene dal mare, e lì va cercata scrutando nel nulla. Albeggia appena su due strisce indaco e malva del cielo la luce. Il Vedado è deserto, di negri e accoliti nemmeno una traccia. È come se non fossero mai esistiti, come se me li fossi sognati in una notte d’insonnia. Mangiati. Un gallo variopinto zampetta e mi danza davanti fissandomi impavido con i suoi occhi cerchiati. Un oracolo muto; chissà quali messaggi tenta di suggerirmi poco prima del canto.

Scruto il Malecon ornato dalla corona dell’alba sempre più densa di malva e d’azzurro. Mi accendo una sigaretta cubana di tabacco negro. Una di quelle senza filtro e con la carta che lascia sulle labbra un dolce sapore. Ne hai presente il sapore? Senza filtro fisso ancora il Malecon, al di là il mare venir su e farsi presente, concreto, visibile. Visione e presagio di un argonauta felice, senza filtro. Senza filtri il soave sapore della vita e dei viaggi che ricominciano. Ancora una volta a mio modo.

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