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Musica

Have Boss, will travel

Cronache sconclusionate di due fan folgorati

BruceMio marito ed io abbiamo aderito ad una campagna di beneficenza, adottando a distanza il capofamiglia di un altro continente.
Per sostenerlo, acquistiamo regolarmente ciò che realizza e ci rechiamo a fargli visita ogni volta che ci è possibile, ovunque si trovi, in modo da alleviare un po’ la pena che gli comporta il dover regolarmente venire in Europa a cercare mantenimento per la moglie e i tre figli. Bruce Springsteen è diventato così parte della nostra famiglia, ed è per questo motivo che, all’inizio di giugno, siamo partiti, sprezzanti delle condizioni meteo, alla volta di Stoccolma, tenendo fede alla nostra nobile vocazione di benefattori. Si dà il caso, infatti, che nella capitale svedese, abbia tenuto tre-concerti-tre.

Workin’ on a Dream Tour: Stoccolma, giugno 2009

Il volo parte da Treviso. Noi siamo attrezzati con la versione invernale del “triestino in gita”: ai bermuda si sostituiscono i calzoni lunghi, la maglietta è sempre a mezze maniche, ma è stretta in vita dalla giacca a vento col logo della Barcolana, la famosa regata che ad ogni ottobre ci fa sentire tutti un po’ senesi al Palio. Previdenti come non mai, portiamo anche la felpa e le mantelle impermeabili.
Il viaggio inizia sotto i peggiori auspici: appena imboccata l’autostrada ci imbottigliamo in un ingorgo esemplare, di quelli con gli automobilisti in piedi in mezzo alla strada — tanto per intenderci — che io ho sempre creduto essere allestiti ad hoc dal TG4 per far vedere che la crisi non c’è e che la gente viaggia, senza farmi sfiorare dal sospetto che potessero accadere veramente. Ci liberiamo mezz’ora e quattro crisi isteriche (tutte mie) dopo, uscendo materialmente dall’autostrada e dirigendoci all’aeroporto di Treviso in statale.
Dovendo risparmiare tempo, procrastiniamo la sosta pipì fino al Veneto inoltrato. Considerando che già mi scappava in ufficio, ma me la son tenuta per non partire in ritardo, penso che al prossimo dosso comincerò a lacrimarla pur di espellerla in qualche modo. A quindici chilometri dall’aeroporto, essendo in orario, pecchiamo di “ubris” e facciamo visita alla toilette di una pasticceria sulla strada, dove, per non fare l’incivile che usa il bagno a scrocco, mi ingozzo di tramezzini con l’uovo. Percorriamo l’ultimo tratto di strada a passo di processione dietro a un trattore. Quando arriviamo all’aereoporto, in tempo per il volo, ma comunque due ore e mezzo dopo il previsto, i miei nervi sono talmente a pezzi che non ho neanche la forza di aver paura di volare.

Inspiegabilmente, dato l’andazzo della giornata, l’aereo decolla con soli dieci minuti di ritardo, cosa che peraltro non mi sconvolge, essendo il concerto programmato per la sera seguente.
Il volo fa di me una principessa, nel senso che appena si decolla piombo in un sonno profondo come Aurora punta col fuso dell’arcolaio. E’a voja mio marito a baciarmi! Forse forse potrei svegliarmi se mi baciasse Springsteen in persona, ma non ci giurerei. Però ho fatto in tempo a vedere le nuvole dall’alto, fitte come un plaid dato il maltempo su tutta Europa, e, prossimi all’atterraggio, sono stata vigorosamente scossa e percossa in tempo per ammirare la terra del nord, completamente nera perché assai poco densamente abitata, trapunta di macchie di un cupo color argento dalle forme più bizzare: i laghi. Uno spettacolo che mi sono guardata bene dal fotografare, ovviamente.
Messo piede giù dal velivolo (e baciata la terra), sono pervasa dalla galvanizzante sensazione che adesso niente può più frapporsi tra me e Bruce: a venti ore e cento chilometri scarsi dall’evento, riuscirei ad assistervi anche a costo di andarci a piedi. A costo di andarci a nuoto, sulle mani, sui trampoli, con la palla di ferro al piede, nel sacco della corsa campestre, nella ruota del criceto o travestita da incudine, non importa: niente mi può più impedire di vedere Springsteen.

Bruce in concerto

Oddio, no. Non è esattamente così. Niente può impedirmi di andare al concerto, ma c’è sempre l’eventualità che il concerto venga rinviato.
Non capita quasi mai, con Springsteen, ma due anni fa è accaduto. E noi c’eravamo. E c’era pure Il furlano, il nostro amico della profonda provincia di Udine; lui c’è sempre. C’è anche oggi… Ossignur! Porterà mica sfiga, Il furlano?

Storno questi pensieri funesti dalla mia mente concentrandomi sulla bellezza di una campagna notturna e deserta, ma non buia perché, pur essendo passata la mezzanotte, un certo chiarore è ancora visibile in cielo. Vinta dalla suggestione del paesaggio, piombo nel sonno come colpita da un badile e non immortalo neanche questo. Del trasferimento in albergo, del check in, dell’essermi lavata i denti e messa il pigiama ho ricordi imprecisi.
La mattina successiva, il clima è quello tipico del quattro giugno: dieci gradi, vento e pioggia a sprazzi. È il giorno del primo dei tre concerti nella capitale svedese e dopo aver fatto la consueta figura di quelli che non mangiano da una settimana al buffet della colazione, ci dirigiamo verso lo stadio in tarda mattinata, saldi nel nostro proposito di limitarci a vedere “che aria tira”. Lasciamo addirittura i biglietti in albergo, essendo nostra intenzione fare i turisti per qualche ora e ristorarci un poco prima di metterci realmente in coda. È più che altro un sopralluogo per vedere chi c’è e salutare gli amici.
I fan di Springsteen, infatti, sono un po’ come gli aerei del duce: sembrano migliaia e migliaia, in realtà sono le stesse decine che si spostano da un concerto all’altro; dopo dieci anni di questa vita, ci si conosce tutti.
Alle undici e trentacinque circa arriviamo nei pressi della coda, alle undici e trentasei siamo i numeri 331 e 332. All’una rispondiamo all’appello, all’una e dieci corriamo in albergo come due inseguiti dai rimorsi, alle quattordici e dieci siamo di nuovo sul posto con biglietti e cartello. Morti di fatica e di freddo; in pochi minuti, la prima passa e il secondo aumenta. La fila è ordinata, ma piuttosto serrata e in piedi, anche perché continua a piovere e sedersi per terra non sembra una buona idea. Dopo l’appello delle cinque vengono distribuiti i Braccialetti e tutto acquista un senso.

Quelli SENZA Braccialetto

I pagani sappiano che “il Braccialetto” è un ambitissimo trofeo, secondo solo alla Transenna. Chi lo indossa — ovvero le prime “x” persone della fila — ha accesso al Pit. “X” è un numero imprecisabile, anche a distribuzione avvenuta, dato che nessuno è mai riuscito a contare gli aventi braccialetto, che si ottiene con un complicato rapporto tra la capacità di posti in piedi dello stadio e il coefficiente di scazzo del capo della security, meno il numero di braccialetti che “certa security” sottrae al mazzo per venderli illegalmente. Il Pit è la prima porzione di parterre, il recinto sotto il palco, la bolgia paradisiaca in cui si muovono (si fa per dire) i privilegiati delle prime file. Il Braccialetto consente di andare e venire dal recinto a piacimento, cioè di fare cose altrimenti impensabili, come andare in bagno o comprare un panino senza perdere il posto o, a seconda del grado di civiltà del paese e degli altri spettatori, retrocendendo mai oltre una certa posizione. E poi è un punto d’onore. Nell’80% della superficie del Pit si vede peggio che dagli spalti, ma il vero fan va nel Pit perché è da lì che si trasmette al nostro beniamino tutto l’amore e l’entusiasmo. Il Pit comanda i cori, le ole, i salti e tutti i movimenti da idioti che divertono tanto Bruce. Dal Pit spuntano i cartelli con le richieste che Bruce passa a raccogliere. Quelli del Pit hanno una remota possibilità di toccarLo.
Gli altri hanno pagato per niente.

Quando ci entriamo, la fascia centrale è occupata e decidiamo di sacrificare un poco di visibilità in nome della Richiesta, optando per la transenna laterale sinistra (guardando il palco, lato Clemons, per capirci). La transenna laterale è pur sempre una transenna, ma non è “La Transenna”. Con “La Transenna” si intende solamente la prima fila centrale, ovvero l’area dove i più fortunati si sfasciano la gabbia toracica contro la recinzione ogni volta che Lui si avvicina. La transenna laterale vive questo privilegio più raramente, sebbene il nostro eroe sia prodigo di spostamenti da una passerella all’altra. Tuttavia è il posto adatto se si vuole tentare di passare la propria Richiesta. La Richiesta è — nel caso ci fosse tra i lettori qualche infedele che incredibilmente lo ignori — un cartello, generalmente ottenuto con mezzi di fortuna (sebbene se ne siano già viste versioni professionali e tecnologiche) su cui compare il titolo della canzone che si vorrebbe sentire da Bruce, o — secondo una politica più ardita — un verso che si ritiene altrettanto evocativo, che meglio catturi la Sua attenzione. Tipicamente intorno al decimo brano suonato, il Nostro fa il giro delle quattro passerelle e raccoglie i cartelli: fra essi sceglierà le 4/5 canzoni “imprevedibili”. Che, a dirla tutta, proprio imprevedibili non sono, perché qualche spettatore bara scrivendo il cartello dopo il soundcheck, con il vantaggio di potersi bullare del fatto che la propria richiesta è stata accettata, ma con la coscienza sporca per avere assecondato il capriccio del capo. Del resto, come proprio uno di questi cartelli diceva, “You’re the boss, you decide!”.

Un po’ bara pure Springsteen, va detto, perché, se ha deciso che certi brani non si suonano, non c’è verso di farglieli suonare, neanche chiedendoli con un’insegna al neon, neanche scolpendone i titoli sul marmo e scaraventandogli la lastra sul ditone.
Noi, per esempio, ci siamo presentati con un sobrissimo cartello arancione che chiedeva, attraverso un sottile enigma (peraltro corredato immediatamente di soluzione, avendo in fondo scarsa fiducia nella prontezza mentale di un, pur giovanilissimo, quasi sessantenne) una canzone dei primi anni Settanta, pubblicata ufficialmente nel 1998 ed eseguita dal vivo sette volte — dati ufficiali — in trentasei anni. Curiosamente, pur avendoglielo piazzato in bocca un paio di volte, non lo ha preso.

La richiesta

Certo — diranno subito i miei piccoli lettori — se gli avessimo chiesto un brano di cui almeno ricordava gli accordi (per le parole lo avrebbe aiutato il pubblico), magari avremmo avuto qualche possibilità in più di vederlo scelto, ma volete mettere l’impresa? Volete metterela gioia, l’onore, e la gratitudine del resto dei fans, ottenendo una performance del genere? Forse è un bene che sia andata così, perché il mio vecchio cuore non avrebbe retto all’emozione.
Non è opportuno raccontare il concerto: chi c’era sa, a chi non c’era evidentemente non interessa, su chi non ha potuto esserci, ma avrebbe voluto, non è giusto infierire. Mi limito a vantarmi en passant — svelando il vero fine ultimo di questo resoconto — di averGli toccato un polpaccio e un avambraccio: il giorno più bello della mia vita. Dopo quello in cui Gli ho sfiorato una spalla; dopo quello in cui l’ho visto dal vivo per la prima volta; be’, magari anche dopo quello del mio matrimonio.

Il nostro secondo giorno a Stoccolma è un po’ più gradevole dal punto di vista meteorologico, tanto che in mattinata azzardiamo un tour guidato fra le isole che formano la città, insieme ad un altro fan triestino e ad una coppia di fan stranieri: di San Marino.
Durante il tour invidio ardentemente i nuovi amici che possono non dirsi italiani perché una simpatica combriccola di cafoni mi fa vergognare della mia nazionalità, alzandosi in piedi per fare le foto — quando tutti le fanno benissimo da seduti senza imbucarsi nelle inquadrature altrui — e comunicando a grida da un lato all’altro dell’imbarcazione, mentre gli altri si sforzano di ascoltare la spiegazione in cuffia; l’unica che non disturba è il fenomeno che si è addormentata con la faccia spalmata sul vetro, perdendo paesaggio e descrizione.
Pranziamo nell’Östermalm Saluhall, una sorta di mercato coperto dove, tra i banchi in legno degli alimentari, trovano posto i tavolini di un bistrot che serve piatti tipici a base di pesce. I prezzi non sono certo popolari, ma, considerando le materie prime e in rapporto al costo della vita in Svezia, non si può dire che sia esoso. E l’ambientazione, per una volta, vale la pazzia: non credo che torneremo in Svezia tanto presto, del resto.
Gigioneggiamo e giochiamo alle persone mature, ma siamo tutti in un malcelato stato d’ansia: sono le 15 e ancora non siamo andati in coda: dobbiamo essere pazzi. Poco dopo avere guadagnato il posto nella fila, infatti, vengono distribuiti i braccialetti: per un pelo! Che non accada più un simile abbassamento della guardia.

Visto che il nostro cartellone si è sfasciato in una poltiglia di cellulosa color aperol, optiamo per una posizione più centrale, sebbene posteriore, dalla quale, grazie alla visione di insieme e al maggior numero di spettatori accanto, si gode meglio dell’evento. Tradotto: non dovendoci più rompere le scatole con La Richiesta, ci buttiamo in mezzo al casino. E sono altre tre ore di salti e canti, applausi e grida.
La gestualità, a un concerto di Springsteen, non è libera e selvaggia come il profano può credere. Ci sono delle regole non scritte, la cui ignoranza denuncia subito il neofita. Ad esempio, sugli assoli di sax — mentre si pregano tutti i numi affinché a Clarence Clemons tenga il fiato, tengano le gambe, non si stacchi una retina, non venga un ictus — si fanno ondeggiare le braccia parallele sopra la testa da dietro in avanti, in segno di prostrazione. Sulla famosa Dancing in the dark, brano di chiusura di questo tour, si fa su e giù con le braccia tenendo chiusi i pugni davanti a sé, tipo mungitura: se non avete capito, non fa niente, guardate Little Steven e fate come lui. Ovviamente lo possono fare solo quelli della prima fila, tutti gli altri lo fanno simbolicamente sopra la propria testa, a meno che non vogliano improvvisare una rissa percuotendo quello davanti. Insomma, snobbiamo le vacanze organizzate per non avere fra i piedi un animatore che pretende di farci divertire con movimenti da imbecilli, per poi prosciugare i nostri conti in banca (quando li abbiamo) andando a spettacoli cui parte integrante è l’esser manovrati come marionette. Non è un’incoerenza, in fondo, non lo facciamo per divertimento, lo facciamo per manifestare a Bruce quando ci piace e renderlo felice e soddisfatto.
Più che altro è una missione.

Una foto da turisti

La terza mattina vediamo una cosa mai vista prima a Stoccolma: l’ombra degli oggetti, segno che un pallido sole deve essersi affacciato oltre le pur sempre minacciose nubi. Oggi è il giorno libero: il magnanimo Bruce tiene il terzo concerto a un giorno di distanza dal secondo, per permettere ai fans di riposare e visitare la città. Durante questo sabato 6 giugno la città è in festa nazionale, i cannoni sparano affumicando il palazzo reale e qualche studente gira ancora, palesemente ubriaco, col berretto da marinaio, reduce dai festeggiamenti del giorno precedente, quando le classi degli ultimi anni delle superiori scorrazzavano sul rimorchio dei tir per tutta la città, sparando musica a tutto volume e annaffiandosi vicendevolmente di birra, sprezzanti del freddo.
Vistiamo il museo del Vasa, il vascello invincibile che il re Gustavo Adolfo fece costruire nel XVII secolo per affrontare in guerra la Polonia; per assicurarsi la vittoria, il progetto della nave venne sottoposto a migliorie anche in fase di costruzione e il 10 agosto 1628 il Vasa venne solennemente varato. Affondò a poche miglia dal porto di Stoccolma, sotto gli occhi sbalorditi e disperati di tutta la cittadinanza, sbilanciato com’era. Trecentotrentatré anni dopo, nel 1961, è stato protagonista di un formidabile ripescaggio dal fondale limaccioso dell’arcipelago di Stoccolma e ora è ammirabile, ricostruito al 95% con parti originali, in un museo opportunamente climatizzato dove si osservano anche suppellettili e attrezzi per la navigazione dell’epoca. Quante cose si imparano grazie a Bruce!

Il dopo cena è dedicato alla visita di Gamla Stan, la città vecchia, nei cui vicoli speriamo poco segretamente di fare l’incontro della vita. È noto, infatti, che Lui si concede passeggiate con maggiore rilassatezza nei paesi scandinavi piuttosto che in Italia o Spagna, dove non è padrone di muovere un passo senza venire smembrato da torme di fans invasati. Oltretutto ci torna alla mente l’episodio accaduto la mattina nella sala della colazione: mentre ci stavamo, mio marito elegantemente, io voracemente, nutrendo, ci ha avvicinati un ragazzo. “S-salve” fa questi, e sulle prime penso ci voglia chiedere se può prendere la sedia libera, ma poi prosegue alludendo ai nostri polsi: ” scusate: sono i braccialetti dei pit, quelli?”. Per farla breve, scambiate le consuete opinioni su concerti visti, strategie e suggerimenti sull’orario di arrivo in coda per conquistare l’ultimo pit, il nostro collega ci spiega che quella sera, in un locale del centro, suonerà una cover band di Springsteen. E si sa che Lui non è nuovo a “sorprese” sul palco di band poco più che irrilevanti. E il suo albergo è proprio lì di fronte. E questa sera è libero. E magari ha voglia di suonare.

Oestermalm Saluhall

Quando troviamo il posto, la band sta suonando da un po’ e il pubblico è partecipe, segno che Bruce non è arrivato, altrimenti gli spettatori sarebbero alcuni partiti all’inseguimento del Nostro (giacché il vero fan non si accontenterebbe di una performance regalata in un clima così speciale, ma vorrebbe sempre e comunque incontrarlo faccia a faccia e scambiare quattro chiacchiere, in intimità, ma non in totale solitudine, poiché almeno un testimone attendibile ci vuole!), altri svenuti per l’emozione. Ci dicono che siccome c’è la band bisogna pagare 100 corone per entrare; decidiamo di conseguenza che Bruce non ha la minima intenzione di fare sorprese in questo locale. Cosa che si è rivelata poi vera, come il lettore può evincere dal fatto che non ci siamo suicidati per il rimpianto.

Il sette giugno comincia il giorno più lungo.
Lasciamo i bagagli al deposito dell’albergo e glissiamo con non-chalance sull’orario di ritiro, sicuri, peraltro, di non essere gli unici ospiti con certi propositi. In un afflato di maturità e saggezza dedichiamo la mattina alla visita del palazzo reale: la luce è buona, la macchina fotografica ha le batterie cariche, ma è vietato usarla, perciò, niente foto neanche qui. Poco male, visto un palazzo reale, visti tutti: è tipo Miramare, solo più grande.
Già, perché caratteristica precipua del Triestino — oltre che avere nel DNA sequenze cromosomiche affini a quelle della lucertola, con conseguente necessità fisiologica di esporsi al sole e all’aria aperta tanto più nudo quanto i costumi sociali del luogo permettono (quindi, nel suo habitat naturale, poco meno che integralmente) ed essere pervaso da un’irrazionale fiducia nel volgere al meglio delle situazioni — è quella di avere già avuto e visto tutto nella sua impareggiabile città. Le menti migliori hanno avuto i natali a Trieste, i monumenti più belli si trovano là. I mori di piazza Unità d’Italia non hanno nulla da invidiare a quelli di Venezia, il lungo fiume di Budapest ha il medesimo aspetto delle Rive, il ghetto è più suggestivo dei caruggi genovesi, la strada costiera fa impallidire quella di Amalfi e a San Francisco c’è perfino una volgare imitazione del Tram di Opicina. Aspetto da un momento all’altro di sentir paragonare la gru del porto alla Tour Eiffel e poi ho fatto tombola.

Presumibilmente Outlaw Pete, date le nuvolette

Se non si ha voglia di ripiegare su panini e pizza, procacciarsi il cibo la domenica nelle zone meno centrali è un’impresa. Arranchiamo come i disperati delle barzellette da un miraggio all’altro, cioè di gruppo di tavolini sul marciapiede in gruppo di tavolini sul marciapiede, approdando sistematicamente sulla soglia di locali chiusi e scorgendone sempre un altro, rigorosamente in fondo alla strada, che ci sembra aperto.
Esprimo tutta la mia femminilità dando in escandescenze perché si sta facendo tardi e stiamo perdendo tempo per una questione trascurabile e marginale come il mangiare, quando tutta Stoccolma si sta mettendo in coda. Si sfiora la crisi coniugale perché — è ovvio — se restiamo fuori dal Pit è colpa di mio marito e del suo ostinato capriccio del pranzo. Quando ci imbattiamo quindi nel Restaurang Dagobert non andiamo tanto per il sottile, fingiamo di non vedere le pizze nei piatti dei pochi tristi altri avventori e ci accomodiamo fiduciosi. Sagacemente scegliamo piatti veloci da servire, ma io commetto l’errore fatale di ordinare un’insalata, che fa presto ad arrivare in tavola, ma ci vuole una vita per consumarla. Ora non solo si rischia di fare ulteriormente tardi, ma la colpa potrebbe diventare mia. Decido la sola cosa da fare in questi casi: non masticare.

Siamo in coda alle tre. Ho l’impressione che i gamberetti stiano tornando in vita nel mio stomaco, ma non ha alcuna importanza: sono le tre e siamo in coda. E quel che è più importante, gli altri non hanno braccialetti diversi da quelli delle sere precedenti, segno che quelli di oggi non sono stati ancora distribuiti. Va tutto bene, c’è un bel sole, una brezza piacevole, stasera vedo Bruce e mio marito è di nuovo un uomo meraviglioso.
L’idillio si infrange circa mezz’ora dopo quando, tirando su il naso dai nostri libri (Robinson Crusoe per me e Il Professionista per lo spilungone che m’ha sposata: anni di code ci han fatti attrezzare), vediamo passare un paio di soggetti con dei braccialetti rosa. Scopro così che l’arresto cardiaco è una brutta sensazione. “Magari era gente che era a Tampere, saranno braccialetti vecchi”, cerchiamo di consolarci.
Poco dopo le persone che passano con i braccialetti rosa sono sempre più numerose e le ipotesi più strampalate mi passano per la testa. Perfino Sarma è paralizzata.

Sarma è la mucca che suona l’ukulele che vive nella mia testa. È l’unica motivazione plausibile che mi sono data per spiegarmi le volte in cui dico e faccio cose che mi sorprendono: Sarma suona e mi distrae. Ma ora siamo entrambe pietrificate, il suo cervello di mucca musicale e il mio di umana umorale si domandano perché quelli hanno i braccialetti e noi no. Dove li hanno presi? Chi glieli ha dati? Perché io no? Con quale assurdo criterio li hanno distribuiti? Perché non hanno cominciato da me? Non lo vedono che è un sopruso? Ho le vertigini dalla delusione e dalla rabbia, sono a disagio, mi pare che tutti intorno a me si stiano agitando e si facciano più vicini, mi sento perfino tirare per un braccio. È mio marito che porge il mio polso all’omino coi baffi della security: quello che sta distribuendo i braccialetti rosa.

I Braccialetti

Come da copione, poco dopo — proprio mentre Venerdì riconosce suo padre nel prigioniero salvato — inizia il soundcheck. Sentiamo la preziosa Fade away e la surreale Surprise, surprise. Surreale perché, semplicemente, non può essere che chi è stato in grado di comporre brani come Thunder Road, Born to Run, The River, Because the Night o la recente the Wrestler (solo per citare quelle note a tutti, certamente non le sole migliori) abbia potuto scrivere Surprise, surprise. Rettifico: quanto a scriverla, avrebbe potuto farlo benissimo; suppongo che anche Degas potesse fare astine e cerchietti, ogni tanto. Quello che poteva risparmiarci era il pubblicarla. È stupida. È “inispirata”. È brutta e basta. Ma non è questo il luogo, e io non sono la persona indicata, per fare della critica musicale. E poi, si sa: io ho da Springsteen esagerate aspettative e sono spesso dura con lui. Ogni volta che esce un disco, mi convince poco e proclamo che se andrò a sentirlo dal vivo, lo farò solo per le canzoni vecchie e lo spettacolo in quanto tale. E, comunque, per poche volte. Prima che il Boss canti, insomma, lo avrò già rinnegato tre volte.

L’ingresso nello stadio di Stoccolma è, come di consueto, tranquillo e sicuro; gli addetti alla sicurezza evitano corse pazze, peraltro rese fisicamente impossibili da uno spiegamento di chioschetti, bancarelle e venditori ambulanti di birra già pronta in bicchiere. Per l’ultima serata scegliamo la transenna della volpe, ovvero appoggiati alla transenna posteriore del Pit, un posto confortevole, fuori dalla lotta per la sopravvivenza, che ci permetterà di goderci il concerto in santa pace. La chiamo transenna della volpe perché è quella più furba da occupare: non richiede eccessivi sforzi per la conquista, permette di trascorrere l’attesa comodamente seduti, evita spinte e pressioni, regala una visione del palco completa, ma ravvicinata. Meglio del palco reale!
La verità è che è la transenna della volpe perché è quella alla quale si appoggiano coloro che hanno trovato la transenna davanti “troppo acerba”.
Da qui — dove, rispetto ai pochi metri più avanti che avremmo potuto conquistare, davvero si gode di qualche vantaggio in termini di tranquillità — mi concedo una puntatina a incipriarmi il naso. Quando rientro con i caffè caldi in mano, rischio di ustionare diverse schiene, tanto si è riempito il pit ed è diventato difficile spostarsi.Bruce si presenta con i consueti quaranta minuti di ritardo.

Non ho mai capito perché i concerti inizino in ritardo. Sul serio: è perché l’artista non sapeva di doversi esibire ed è stato colto di sorpresa? O è perché gli strumenti devono decantare sul palco per un certo lasso di tempo, altrimenti suonano male? Ad un certo punto è tutto pronto, ma il concerto non comincia. Perché? È per evitare di cominciare a divertirci prima? Di trovare ancora la metropolitana aperta quando usciamo? Chissà!
Finalmente si degna di comparire, il nannetto (una via di mezzo tra nano e nonnetto, giacché quando mi fa arrabbiare, mi diverto — come per fargli un dispetto — a fingere che siano vere le assurde maldicenze che lo vorrebbero bassotto e avanti con gli anni). Come le sere precedenti, porta Clarence Clemons al proprio posto dietro i sassofoni, facendolo appoggiare sulla propria spalla. Clarence ha difficoltà evidenti a deambulare, io gli diagnostico la gotta: oltre che usare un bastone, sta quasi tutto il tempo seduto e ha due assistenti che gli passano gli strumenti e gli massaggiano le gambe. Prima di lasciarlo, Bruce gli sorride e mostra tutte le sue rughe. Dio mio, come sono vecchi!

Apparentemente The river

La perla della serata è, come previsto, Fade away. Mentre Bruce la esegue, duemilatrecento chilometri più a sud una coppia sta cenando al ristorante. Lei aspetta una bimba e il pancione non le ha permesso di prendere l’aereo per assistere ai concerti, ma qualcuno la informa tempestivamente, con un messaggio sul cellulare, di quello che sta accadendo. E lei, un po’ per la frustrazione, un po’ per gli ormoni che alla trentesima settimana non devono essere molto stabili, non trattiene le lacrime, lui sbigottisce e fa, davanti a tutti gli avventori, la figura dello spregevole vigliacco che la scarica incinta.

Finito il concerto, recuperiamo i bagagli in albergo, impietosiamo il portiere di notte con la commovente descrizione della notte all’addiaccio che abbiamo di fronte fino ad estorcergli un caffè gratis, saliamo su un bus il cui termometro, nella luminosa notte della campagna, indica zero gradi e giungiamo ad accomodarci, l’uno dignitosamente, l’altra molto meno, sulle poltroncine dell’aeroporto.
Nonostante il terrore del volo, siamo talmente stremati che io — chi l’avrebbe mai detto? — mi addormento profondamente prima che l’aereo possa dirsi completamente decollato. Anche mio marito, poco dopo, cede al pisolino. Perfino Sarma non ha la forza di suonare. Dicevamo: chi sono quelli vecchi?

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  1. […] cinque e dieci del mattino del giorno della partenza mi ricordo in extremis di staccare La Richiesta dalla porta del bagno alla quale è inchiodata, sparpagliando uno sfracello di puntine da disegno […]

  2. […] affinché la cosa avesse ancora senso, è avvenuta la distribuzione dei braccialetti per il pit (qui l’articolo di alcuni anni fa in cui spiegai cosa fossero), con un criterio sconvolgente, perfettamente in linea con la gestione allucinante […]

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