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Omnia

La ballata del colpo della strega

Ohi ohi che giugno. Ambientandolo nelle prime notti di primavera, Goethe fece assistere Faust, l’uomo destinato al nuovo per alchimia, al mitico raduno di streghe e demoni a Valpurga.

Faust

Leggenda vuole che le streghe nascano i primi giorni di giugno, anticipando l’alba del sesto, per antonomasia, onomastico del diavolo. Oggi più che mai il mondo appare come un bastimento privo di rotta. Sopra coperta gli armatori organizzano party tra champagne e violini, ignari e indifferenti di quanto accada sotto, tra le sentine, dove il lavoro di fuochisti e macchinisti sopravvive nelle difficoltà. Da sopra, per tirare avanti senza eccessivi problemi, si crede sufficiente “immaginarli numeri” quelli di sotto. Statistiche e via.

Muore Michael Jackson, e dopo anni di silenzio, il volano dello spettacolo trasforma tragedia e solitudine d’un destino alchemico in icona definitiva. Al di là del valore immenso del musicista, si evita di fare il punto su una vita e il simbolo che questa tratteneva. Dopo morto, e in una sola settimana, “vende” più dischi di quanti ne avesse venduti nell’ultimo decennio, quell’uomo costretto a immaginarsi Peter Pan perché privato dell’infanzia: già ai tempi dei Jackson Five, dopo la scuola e la merenda, la madre lo accompagnava con i fratelli in sala d’incisione. Il primo contratto discografico li obbligava a tre concerti al giorno in tre diverse città americane, distanti – almeno quello – non più di cento chilometri! Jackson è vittima e carnefice di uno spettacolo privo d’eredità, non per niente il primo cortometraggio della storia della musica – Thriller – lo immortala zombi tra gli zombi, come nella Valpurga di Goethe, nonostante sia il primo capolavoro cinematografico travasato in musica. Jackson ha vissuto più vite, alcune sue altre meno, simile a un Faust americano: l’unico uomo a stelle e strisce a esser nato nero sotto un presidente bianco e a esser morto bianco sotto un presidente nero. Si può dire che non le abbia provate tutte?

Michael Jackson

Nato come creatura di un Dio bello, è morto brutto figliol prodigo, forse nemmeno più uomo, ma controfigura. Nel palinsesto della sua vita salta fuori un padre che lo riempie d’ormoni per bloccare la crescita d’un prodigio, che sfocia ugualmente in quel misto di generosità e genio per i bambini africani che è we are the world. È uno che vende da paura per poi finire indebitato nonostante i miliardi guadagnati, e defenestrato per presunta pedofilia, perché è rimasto bambino in un mondo che poco comprende quanto i bambini desiderino stare con i bambini. Certamente meglio accettato se, tra attrici e attori, si fosse fatto mezza Hollywood. Un Faust al contrario, che danzava sempre reggendosi i genitali, ma senza capire se per scaramanzia o se per palpare la sensazione d’esserlo diventato davvero, un uomo. Le ha provate tutte, e la morale confezionata “ad honorem” dal mondo dello spettacolo che l’ha triturato è tanto irreale quanto immaginifica: forza dello champagne e dei violini sopra coperta rispetto al fumo e al carbone consumati sotto dai fuochisti, o realtà che il Michael “double face” ha vissuto entrambe? Michael Jackson muore la stessa notte di Farrah Fawcett, Charlie’s Angels, senza che a Ryan O’Neal riesca a replicare in vita il lacrimoso romanticismo recitato da protagonista in Love Story, e sposarsela sul letto di morte. Perché sui ponti alti del bastimento mondiale la recita è libera quanto arbitraria, indipendentemente dai ruoli.

Anarchia del canovaccio: Bono Vox, con tanto de panza, e intonando il Magnificent, sbarca a San Siro denunciando che Nave Italia, organizzatrice del G8 a L’Aquila, riduce a un misero 0,072% del PIL il suo aiuto per l’Africa (meno di quanto fece più di vent’anni fa Michael Jackson con un solo 45 giri), senza chiedersi perché il G8 si tenga proprio nell’Abruzzo appena terremotato, precedendo d’un nulla un qualsiasi e fantomatico G14 scandinavo, o il più importante G20 nel Pittsburgh settembrino, dove, tra pranzi e cene, c’è la sensazione che non si risolverà un bel nulla. Lo so che molti di voi sono senza lavoro, io faccio solo canzoni, ma i vostri politici possono cambiare il mondo – declama Bono al pubblico.

Bono Vox degli U2Ma dove vive? Sopra o sotto? I potenti della terra, riuniti in una caserma della Guardia di Finanza, protocollano, tra i gadget, un ordine del giorno lungo quanto un lista di roba per la lavanderia che non uscirà mai pulita. Tra champagne e violini, si accorre in soccorso d’un paese che naviga con le pezze al culo, per vedere come dare una mano, cosa fare per ricostruire l’Abruzzo e mantenere, così, le promesse d’un presidente del consiglio “tenutario” d’una nazione che infila sotto coperta, ogni anno, 100 miliardi di euro d’evasione fiscale e 60 di danno provocato da quella corruzione politica di cui lui stesso è araldo, saltimbanco spettacolare, sensuale ballerino di tango e simpatico burlone. Vincono sempre, quelli che restano sui ponti più alti.

Giugno italiano da sagra: pizza e Chianti sopra, sotto si sopporta e supporta il peso di Gheddafi accampato con le cartoline al petto, la ricapitalizzazione dell’ENEL, un tempo fiore all’occhiello del funzionamento pubblico, ma che una volta scivolata nel privato a partecipazione ministeriale del tesoro, in dieci anni ha svenduto gli immobili per salvare la bancarotta dello Stato, è passata da 120.000 a 18.000 dipendenti e ora, titolare delle così dette azioni “rifugio del cassettista”, offrendo servizi sempre più diafani, chiede aiuto agli stessi azionisti per saldare debiti provocati da investimenti poco oculati. Tanto nell’andazzo borsistico, vince chi perde meno. Per non riflettere, poi, sul disastro di Viareggio, che mette in luce come le private ferrovie italiane, affidino a carri assemblati nella Germania dell’est anni settanta (maledetti comunisti) il trasporto di GPL e la manutenzione degli stessi a ditte straniere “ballerine e inaffidabili?” La solita prassi dell’appalto al miglior offerente? E cosa accadrà quando tra dieci anni ci cadranno in testa le linee dell’alta tensione, a causa d’una manutenzione pressoché nulla?

Fin qui Energia e Trasporti. Manca l’edilizia, ma quella ha già fatto i suoi danni in Abruzzo, per demerito d’un terremoto che ha sgretolato, assieme ai muri di sabbia, l’omertà sui controlli e verifiche da parte degli organi competenti, legata proprio alla corruzione, e della cui ricostruzione si sta occupando il G8 sotto i costumi dell’allegra mascherata filantropica presa di mira da Bono Vox per tutt’altri fini. E se fosse l’Africa a dover aiutare l’Italia? Come se poi già non lo facesse, sotto sentina, per merito di tutti i negri ai remi assoldati in nero, ma che sognano la pelle bianca come s’illuse Michael Jackson. Questo è il nostro bastimento, e chi prova a denunziarne brogli, intrighi e confusioni sulle rotte, viene tacciato d’essere traditore pessimista, come nella più classica ambientazione “soviet”, tanto aborrita dagli attuali politici al potere. Presenze come quelle di Berlinguer, promulgatore della questione morale nella politica (mancò pure lui in un Giugno di più di vent’anni fa, sembrano sogni lontani anni luce, mai esistiti.

Marco TravaglioGiugno di Valpurga quanto una purga: giornalisti come Travaglio girano l’Italia per ricordare, ai corti di memoria, come sopra coperta ballino e danzino, ancora, gli eredi e i delfini del gioco politico più oscuro della storia italiana. E non si può certo dire che lo spettacolo offerto non lo evidenzi. Travaglio gira l’elica ventilando l’ipotesi d’un parto senza cesareo: un giornale web sganciato da poteri trasversali www.l’antefatto.it. Saviano continua a vivere sotto protezione. Intanto, tra notizie del calcio mercato global a dir poco pornografiche, gli esami di maturità propongono agli studenti l’argomento Italo Svevo. Per un attimo, per contrappunto e trapasso, sembra ci si possa affidare, come a un vaccino di richiamo di fronte a tanta peste, proprio al ricordo di un letterato anti-spettacolare, dalla profonda capacità analitica dell’umano, uno che per venir letto, visse per scrivere auto finanziandosi i libri sino alle soglie della vecchiaia, nell’ombra. Sembra un lampo improvviso, il ricordo di quell’uomo che non scriveva per vivere, né per mettersi in mostra. Come non scriveva per vivere, colui che in gioventù scoprì Svevo, il poeta Montale. L’ultimo dei nostri poeti premiati con il Nobel. Un uomo che, probabilmente, per eccessiva coerenza con il verso dei suoi scritti preferì suicidarsi piuttosto che ritrovarsi ad allontanare da quei versi il verso della sua vita. Chi lo farebbe oggi, se non il tanto discusso Michael Jackson?

Il colpo fatale a tale quesito arriva proprio dal premio letterario più prestigioso d’Italia: Lo Strega. Ed è il colpo finale della strega. Non tanto per chi ha vinto o non ha vinto, ma per come funziona il giocattolo. Dove mesi prima è già noto a tutti a chi verrà assegnato il premio, dove la diretta RAI prepara le interviste, rispettando una scaletta perfettamente aderente alla classifica dei cinque finalisti, mentre non è ancora stilata. Marzullo a intromettersi annunciando, a seguire, l’apologia mediatica del vincitore, chiunque esso sia. Scurati, che perde per un voto, quando è il suo turno, denunzia la spettacolarizzazione della cultura, null’altro che una parentesi nel corrotto palinsesto giornalistico TV: infondere notizie “da paura”. Il performante conduttore, e figurati se perde l’occasione per ribadire quanto nell’universo dei libri ciò che conti siano le vendite a cassetta (sigh), gli ribatte come pure gli scrittori si concentrino su storie che infondano paura. Ci è cascato, la pera cotta! – Mi dico.

Il bambino che sognava la fine del mondoScurati, nel suo libro, racconta la storia di un bambino che di fronte alla vita sogna la fine del mondo! Messaggio chiaro e sottile, tragico, ma non per tutti i palati, soprattutto per quelli appostati sopra coperta tra violini e champagne. Vince Tiziano Scarpa, che al pari di Ammaniti, trionfatore nel 2007 Come Dio Comanda, è coetaneo nella pulp-generation italiana. Intelligente e acuto, romanziere navigato qual è, tracannando generose sorsate di Strega non lesina battute serrando il cerchio: pure noi abbiamo imparato la spettacolarizzazione. Perché non approfittarne? Tutto fa spettacolo ed è importante che esso continui, si alimenti, digerisca e si rialimenti anche del digerito, ma più importante ancora è coglierne la chiave di lettura, quel tessuto connettivo puro che la spettacolarità a volte occulta, per non dover subire i colpi della strega, e perdere, così, la speranza implicita dei cavalieri benpensanti, che alle streghe si oppongono sin dalle origini, oscure e radicate, nelle notti di Valpurga.

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