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Arte

Making worlds, 53a Biennale di Venezia

Daniel Birnbaum, direttore della 53 edizione della Biennale di Venezia, a marzo, all’atto di annunciare il titolo e la riflessione intorno a cui costruire la manifestazione, aveva dichiarato: “Il titolo esprime il mio desiderio di sottolineare il processo creativo … [poiché] può essere interessante vedere l’arte come una forza antagonista all’appiattimento, un’insistenza sulle differenze che non ha niente a che fare con il ritorno politicamente reazionario al nazionalismo”.

53a biennale di Venezia

La sede ideale in cui mettere in atto questo progetto non può essere che Venezia, dove la contemporaneità espone se stessa dal 1895, e dove, perciò, si può meritatamente dare spazio a considerazioni sull’origine e sul destino delle arti.
“La sfida e il privilegio” di dirigere la manifestazione d’arte contemporanea più antica al mondo diventa, infatti, occasione per riflettere sul modus creandi messo in atto dall’artista, sul rapporto con il reale, sul bisogno di evadere da esso e di fondare una dimensione nuova, le cui regole sottostanno all’Io artistico del proprio creatore. Con questi presupposti, Birnbaum propone quindi una manifestazione basata sul processo creativo, i cui linguaggi, differenti e multiformi, vengono qui a trovarsi a confronto: il medium pittorico accanto all’installazione, la scultura accanto al video, nel monumentale allestimento della mostra Fare Mondi/ Making Worlds (l’esposizione principale della manifestazione, realizzata presso l’Arsenale e il Palazzo delle Esposizioni, ex Padiglione Italia dei Giardini di Castello).

Sono oltre novanta gli artisti selezionati da Birnbaum in base all’idea per cui “un’opera d’arte è più di un oggetto, più di una merce: essa incarna la visione del mondo e, se presa seriamente, può essere vista come un modo di fare mondi”. L’intero percorso è un viaggio nella capacità di ideare universi tangibili, suggestioni affabulatorie, geografie della creatività.

Il percorso espositivo dell’intera Biennale si svolge in 77 cellule sparse per la città, sedi di altrettante partecipazioni nazionali, e nelle due storiche ambientazioni della manifestazione: l’Arsenale e i Giardini. Anche qui, inoltre, non mancano le novità: il Padiglione Italia dei Giardini assume il nome di Palazzo delle Esposizioni, mentre l’esposizione nazionale si sposta nel nuovo Padiglione Italia dell’Arsenale, ampliamento del vecchio Padiglione italiano presente nella struttura.

E dall’Arsenale è doveroso dare il via al viaggio nelle nuove geografie documentate da Birnbaum. La scelta di iniziare Fare Mondi con due artisti storicizzati come la brasiliana Lygia Pape e l’italiano Michelangelo Pistoletto non è casuale, ma indica la precisa volontà di prendere in considerazione un altro elemento fondamentale del processo creativo: la relazione con le esperienze artistiche dei maestri, le connessioni, le filiazioni, le rivoluzioni.

La prima sala è un omaggio all’artista scomparsa nel 2004, le cui opere, soprattutto nell’ultima parte della sua vita, hanno assunto dimensioni monumentali, come testimonia TTÉIA 1, C. Realizzata tramite la tensione di fili dorati paralleli tra loro in strutture quadrate, dal soffitto al pavimento, in una stanza completamente buia, l’installazione crea l’illusione di una delicatissima compenetrazione tra luce e ombra, richiamando alla mente l’episodio mitologico di Zeus e Danae in cui la pioggia d’oro si fa espediente per procreare l’eroe Perseo. L’opera di Lygia Pape ha ottenuto la Menzione speciale Rifare Mondi: secondo la giuria della Biennale, infatti, “L’opera si converte da struttura geometrica in un’esperienza nuova in termini di visione, emozionalità e attitudine alla performance”.

Dalla suggestione della luce all’ossessione del riflesso: Michelangelo Pistoletto presenta una performance-installazione dal titolo Twenty-Two less Two, in cui l’artista biellese pone in una stanza ventidue specchi di grandi dimensioni con relative cornici dorate per poi fare violentemente a pezzi le loro superfici riflettenti, lasciandone integre soltanto due. Interrogato sul significato dell’azione, Pistoletto ha spiegato che il senso di un lavoro del genere sta proprio nella volontà di distruggere per creare: il riflesso dell’intero, dissolto in miriadi di pezzi, non va perduto, anzi si moltiplica per infinite volte. I due specchi integri, a loro volta si fanno metafora del dualismo degli opposti, infinite coppie che stanno all’origine del tutto.

53a biennale di Venezia

Da questa scansione degli spazi univocamente concessa all’artista per la creazione del proprio unico mondo, si passa alla condivisione e alla compresenza di diversi progetti artistici: la terza stanza apre ufficialmente la pluralità di mondi creativi sottintesa nel titolo, con le opere di Aleksandra Mir, Marjetica Potrĉ, Hector Zamosa, Susan Hefuna, Jona Friedman, Carsten Holler e Simon Berti. Denominatore comune è, in questo caso, la considerazione dello spazio urbano, inteso come declinazione del paesaggio naturale e architettonico del reale o come centro di una riflessione sulla progettualità utopica o distopica. E mentre Aleksandra Mir propone scatole di cartoline con irreali vedute della città lagunare nel suo Venezia (all places contain all others), Marjetica Potrĉ dà vita a un universo grafico cromaticamente acceso di situazioni e luoghi ecologicamente sostenibili; sulle teste dei visitatori resta sospesa, inoltre, la Villa spatiale dell’architetto ungherese Yona Friedman, celebrazione della duttilità strutturale della casa contemporanea.

La quarta sala, un passaggio rettangolare, ospita la grande installazione di Goshka Macuga, un monumentale cartiglio con la scritta Plus Ultra: ideata dal sovranospagnolo Carlo V, allude alla possibilità di andare oltre ogni confine, “più oltre, più in là”, addirittura superando i limiti del mondo conoscibile dall’uomo, iconograficamente rappresentati dalle due colonne d’Ercole. L’iscrizione, che ispirò la grafica della moneta statunitense, è inoltre una riflessione sul colonialismo e il post-colonialismo economico, sulle migrazioni e sui poteri forti che governano l’età contemporanea.

La quinta sala è un inno alla moltiplicazione iconografica, all’accumulo costantemente esercitato dal cervello umano nei confronti delle immagini del reale e dell’irreale: sono qui esposte le opere degli artisti Jan Hafström e Pascale Marthine Tayou. Il primo, di origini svedesi, occupa le pareti di accesso alla sala ricoprendole con immagini provenienti dal mondo dei fumetti e dell’illustrazione, nonché dall’archivio di ritagli di giornali e riviste che l’artista ha realizzato nel 1966: ispirandosi alle esperienze della Pop Art, Hafström trasforma questo grande abbecedario iconografico in una narrazione aperta, in cui percorsi e destini dei protagonisti e dei comprimari sono lasciati all’immaginazione dell’osservatore. Tayou opera invece la ricostruzione di un villaggio africano, in dimensioni 1:1: capanne, palizzate, cesti di cibo, utensili, sacchi accatastati con scritto cocaine, intervallati da video che mostrano il lavoro manuale delle donne, come finestre sul mondo reale, e da ironiche cartoline poste su un espositore, che fotografano il panorama umano del territorio. La sensazione di percorrere le strade dell’insediamento africano è intensa, così come il vuoto dovuto all’assenza materiale dell’uomo.

53a biennale di Venezia

Le opere di Renata Lucas, al centro dello spazio nella sesta stanza delle Corderie, e, diametralmente opposte, quelle di Richard Wentworth e Amy Simon si ricollegano alla riflessione sull’accumulo e sull’assemblaggio di immagini reali, che, decontestualizzate, aprono la via a universi surreali, in cui tempo e spazio hanno regole a sé stanti: i bastoni da passeggio di Wentworth, così come le finestre sulle stanze della statunitense Simon, vivono consapevolmente una relazione intima e costante con l’universo iconografico magrittiano.

Paul Chan, nello spazio successivo, è una conoscenza che Birnbaum ha già portato in Italia in occasione dell’ultima Triennale di Torino: anche qui, il lavoro esposto si basa sulla creazione di sottotesti e di connessioni tra le opere del Marchese De Sade e i diversi significati del sesso, della libertà e del rito religioso, rappresentati dall’artista attraverso una sorta di teatro delle ombre. Di fronte a Chan, c’è il lavoro del duo russo formato da Elena Elagina e Igor Makarevich: i due approfondiscono e scardinano il topos iconografico della loro nazione d’origine, attraverso la presentazione di icone militari decontestualizzate e raffreddate, metaforicamente e letteralmente, dal ghiaccio dell’inverno russo. L’aquila tedesca percorsa da filamenti congelati, l’armadio pieno di pane: segni di una Russia lontana, in bilico tra l’amarcord e le saghe narrative popolari.

Nell’ottava sala sono esposti Haegue Yang, Ulla von Brandenburg, Tian Tian Huang, Bestuè/Vives e Sara Ramo: Birnbaum mette in relazione diretta le pratiche pittoriche dell’Oriente, la cui tradizione si ispira alla natura e agli elementi originarii, e la concezione dello spazio interiore occidentale; nel teatro di Ulla von Brandenburg, il video Singspiel analizza infattiil significato dell’azione performativa e il valore gestuale nella comunicazione tra un gruppo familiare che abita la villa Savoye di Le Corbusier, ritraendone una storia minore, intima e soggettiva. Il delicato video di Sara Ramo ha il sapore delle madeleines proustiane: la palla che rotola nel silenzio dei vicoli di Madrid richiama alla mente il video del 1969, in cui Michelangelo Pistoletto spingeva una grande palla di carta pesta nell’invece trafficata Torino, e, più cinematograficamente,la poetica scena del sacchetto di plastica che vola nel finale di American Beauty, pellicola statunitense del 2002 con la regia di Sam Mendes.

Dust di Jorge Otero PailosAnche Cildo Meireles, come Ulla von Brandenburg, riflette sulla spazialità, ma attraverso l’idea della relazione tra uomo e interni architettonici: il colore, acceso e assoluto, diventa la guida che muove lo spettatore lungo il corridoio di stanze e che gioca con la percezione della terza e della quarta dimensione; nella nona sala, con l’artista brasiliano, espongono inoltre il sudafricano Moshewa Langa, autore di una mappa di un territorio non esistente realizzata con oggetti di diversa natura e forma, l’olandese Falke Pisano, che riflette sulla riduzione ai minimi termini dell’opera e del suo significato, l’indiana Sheela Gowda, la cui installazione, realizzata con corde di capelli umani attorcigliati, affronta il problema del ruolo della donna nella società indiana, e lo spagnolo Jorge Otero-Pailos, interessato alla relazione tra l’idea romantica di restauro e di segno del tempo, e il ruolo scientifico delle pratiche di conservazione in architettura.

Il video The Diver di Jumana Emil Abbound, nella decima sala delle Corderie, indaga il significato emotivo del viaggio dell’uomo (in questo caso un subacqueo), alla ricerca di un metaforico cuore, che allude al sentimento amoroso, come alla pace o alla casa; accanto all’artista palestinese, l’olandese Madelon Vriesendorp riprende il filone dell’accumulo degli oggetti d’affezione, proponendo immagini della propria collezione di giocattoli, oggetti in miniatura del mondo delle bambole e dell’infanzia. Il concetto di misurazione e appropriazione del tempo è al centro del lavoro dell’indiano Sunil Gawde, che nell’installazione Allitteration ricostruisce un monumentale meccanismo in grado di offrire contemporaneamente la visione di più cicli lunari, a differenti velocità.

Nell’undicesima sala le dimensioni imponenti dei lavori dialogano tra loro nello scontro tra natura e ingegno umano: Overgrowth, il gigante albero bonsai di Ceal Floyer, convive con l’ossessiva ripetizione dei veicoli di Thomas Bayrle, le immagini urbane di Renata Lucas si riflettono nella delicata e drammatica rappresentazione grafica della dominazione cinese realizzata dal tibetano Goncar Gyatso, mentre il fittizio mercatino post-coloniale di Anawana Haloba e le strutture idrauliche ed elettriche di Anya Zholud ribaltano l’idea di visibile e invisibile agli occhi dell’uomo.

L’urbanità è al centro del lavoro delle ultime opere presenti all’Arsenale: gli zeppelin di Hèctor Zamora sorvolano lo spazio aereo della laguna, la visione notturna delle Orbite rosse diGrazia Toderi descrive tramite le luci una città inesistente. Il tema della città inesistente si ricollega al lavoro di Jonas Jonas, che riprende la Divina Commedia di Dante per parlare del mondo dell’aldilà immaginato dal poeta toscano.

Huang Yong Ping Buddha's HandsI confini dell’esposizione Fare Mondi nelle Corderie e nelle Artiglierie dell’Arsenale coincidono con le installazioni di Spencer Finch e Huang Yong Ping; il primo, tra i protagonisti della Triennale di Torino, è noto per la scientificità sulla quale struttura la progettazione delle sue opere, qui esemplificate dall’analisi dei fenomeni lunari: Finch infatti scherma le finestre dell’Arsenale con gel colorati, affinchè la luce che li attraversi abbia la stessa intensità di quella emessa dal satellite della Terra su Venezia, e realizza una rete di lampadine a formare la molecola della polvere lunare raccolta dall’Apollo 17 nel 1972. Come Finch, anche il lavoro di Huang Yong Ping ha una forte suggestione sull’osservatore, che aumenta con la trasmissione dei significati metaforici, spirituali e biomorfi dell’opera: Buddha’s Hands collega infatti le forme naturali del frutto del cedro con quelle delle mani della divinità, suggerendo all’osservatore la possibilità di trovarsi in un mondo subacqueo a contatto con mostri marini, o in un tempio sovrastato da una enorme statua di Buddha in preghiera.

I confini, come si diceva, di Fare Mondi, coincidono con l’inizio dello spazio dedicato a Mundus novus, esposizione dedicata a presentare artisti di paesi del Sud America non rappresentati da padiglioni nazionali: è il caso della Bolivia, della Colombia, del Costa Rica, di Cuba, dell’Equador, del El Salvador, Guatemala, Honduras, Perù e Repubblica Dominicana.
Ivan Navarro è protagonista del Padiglione del Cile, curato da Antonio Arevalo e Justo Pastor Mellado: il neon, lo spazio tridimensionale amplificato e trasformato in infinito è il nucleo della sua ricerca, incentrata sull’idea di passaggio, accesso, trasformazione.

Tra i padiglioni nazionali, l’Arsenale ospita inoltre gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e la Repubblica Popolare Cinese, quest’ultimocaratterizzato dalla costruzione di un panorama della produzione artistica contemporanea nazionale strictu sensu.
Logisticamente ultimo, il nuovo Padiglione Italia. Qui Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli hanno selezionato venti artisti italiani che rappresentano la scena nazionale degli ultimi venti anni, dando vita alla mostra Collaudi. Omaggio a F. T. Marinetti, nel centenario del Manifesto del Futurismo.

I due curatori hanno operato una selezione che pone in relazione generazioni più note ed affermate, i cui esponenti hanno oggi intorno ai cinquant’anni, e artisti più giovani. Tra i grandi nomi sicuramente spiccano Sandro Chia e Marco Lodola, mentre tra le ultime leve è interessante la presenza di Sissi, il cui lavoro, tridimensionale e aracnomorfo si avvicina alla monumentale installazione di Saraceno nel Palazzo delle Esposizioni.

La scelta curatoriale offre un panorama moderatamente aperto alle nuove tendenze, senza abbandonare un approccio forse un po’ troppo nazionalpopolare. Tra i giovani, si segnala inoltre Valerio Berruti, vincitore delle Pagine Bianche d’Autore per il Piemonte nel 2005, e orientato verso una ridefinizione delle pratiche del disegno e del concetto di ritratto, quanto di più fluidamente inserito nella tradizione pittorica italiana, così ben rappresentata da Chia. L’insieme, anche se affollato, non è spiacevole, anzi, documenta un fare artistico e un periodo storico piuttosto recente, pur non osando mai andare al di là di certi confini. Contrariamente a quanto diceva lo stesso Marinetti: “I più vecchi di noi hanno trent’anni!”, nel Padiglione Italia le situazione è completamente ribaltata.

Chiude l’Arsenale l’omaggio allo scultore recentemente scomparso Pietro Cascella. Da qui, il nuovo ponte collega i visitatori direttamente con i Giardini, altra sede storica, dal fascino fin de siècle pressoché inossidabile. Come tradizione questo spazio è diviso in padiglioni nazionali, pur presentando, come si diceva, alcune novità. La più eclatante è la trasformazione del Padiglione Italia nel Palazzo delle Esposizioni, dove continua la mostra Fare Mondi.

Protagonisti principali degli spazi, nonché apripista dell’allestimento voluto da Birnbaum, sono i due artisti premiati con il Leone d’oro alla carriera: il video artista e performer americano John Baldessari e la giapponese concettuale e prima fluxus Yoko Ono.
Le sue Instruction pieces, allestitenel corridoio che collega la stanza centrale all’ala destra del Palazzo delle Esposizioni, rappresentano infatti la tipologia dei lavori realizzati dagli anni Sessanta ad oggi: dissimili per genere e significato dalle Sentences di Kosuth, ma in qualche modo loro matrici, le istruzioni di Ono pongono l’osservatore di fronte alla realtà dei fenomeni di un mondo fuori dalle regole fisiche, come dimostra Sun Piece del 1962, il cui testo dice: “Osservare il sole finché non diventa quadrato”.

Baldessari Not borgin art

Delle opere di Baldessari, la più eclatante è sicuramente l’intervento sulla facciata del Palazzo, dipinto totalmente di azzurro, a illudere l’esistenza di una quinta da cartolina, con cielo, mare e palmizi californiani, ironicamente al confine con kitsch e il topos del paradiso in terra. volendo citare le sue stesso parole, Not boring art

Gli spazi espositivi qui sono cadenzati in una sorta di continua corrispondenza tra esperienze del passato e nuove interpretazioni di quei risultati. Tra i maestri, Gilbert & George rappresentano il filone dell’esperienza artistica performativa, espressione massima del binomio arte/vita; al gruppo Gutai nato in Giappone alla metà degli anni Cinquanta è dedicata un’ampia retrospettiva, con video e ricostruzioni delle opere presentate alla prima mostra europea del gruppo, allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1965.

Neointeprete di queste tendenze, Arto Lindsay propone alla Biennale una parata, testimone della multiculturalità e segno tangibile delle condivise pratiche antropologiche delle popolazioni del globo. Di Gordon Matta Clark Birnbaum propone una interessante selezione di disegni, realizzati nei primi anni Settanta, che possono essere considerati precursori di lavori di artisti come Marjetica Potrĉ e Pavel Pepperstein: l’architettura assume qui forme biomorfe, e l’albero si fa struttura di base dell’intero progetto.

Anche le mappe testuali dello svedese Oyvind Fahlström e i puzzle realizzati dalla tridimensionale compresenza di immagini, disegni, ritagli e strutture si configurano come l’esperienza da cui partono le attuali accumulazioni di oggetti d’affezioni o di icone dal sapore pop: ne sono la prova il lavoro dell’africano George Adeagbo, dell’americana Rachel Harrison e l’installazione di Hans-Peter Feldmann, una cupa e delicata fabbrica dei giocattoli in movimento.

53a biennale di Venezia

Ancora, tra i maestri, l’installazione site-specific di Palermo, ricostruita negli spazi della Biennale è invece un liason tra le opere minimal e le posizioni romantiche del suo maestro, Joseph Beuys, da cui desume l’approccio radicale al supporto su cui realizzare i propri monocromi, i quali creano un interessante contatto con le opere dell’americana Sherrie Levine. Andrè Cadere, come già Abdessemed con l’opera Exil nell’edizione del 2007, è esposto come fil rouge tra il minimal e le esperienze di land art con i suoi tubi colorati, presenti lungo tutto il percorso.

Tra le nuove generazioni invece, alcuni artisti lasciano il segno nell’intenso percorso espositivo del Palazzo delle Esposizioni. Thomas Saraceno e Roberto Cuoghi hanno occupato gli spazi a loro disposizione con grande efficacia. Il primo ha costruito una ragnatela di strutture filamentose, nucleari, come connessioni neuronali, per cui la sinapsi del visitatore all’interno dello spazio è, curiosamente, la versione invisibile a grandezza naturale del macrocosmo di Saraceno.

Cuoghi, reduce dall’installazione sonora Suillakku commissionata per il Castello di Rivoli, ripropone qui Mei Gui, una versione di una ballata cinese degli anni Quaranta, che l’artista modenese contestualizza, sonoramente e tramite la collocazione scenica nei giardini di Scarpa, come fosse un canto tradizionale. L’illusione si fa realtà per l’occidente lontano dalla lingua e dalla cultura tradizionale cinese. Questa mise en scène, perfettamente equilibrata e illusoria, merita all’artista la Menzione speciale Tradurre Mondi: secondo la giuria, infatti “mette in scena la pratica della traduzione attraverso suoni e atmosfere. La specifica performance dell’artista tradisce volutamente la tradizione, mettendo in questione una doppia ossessione modernista: per la copia del mondo altrui, e per il cosiddetto autentico.”

I due premi conferiti agli artisti in mostra vanno a Nathalie Djurberg e Tobias Rehberger. Quest’ultimo, Leone d’oro alla mostra Fare Mondi come miglior artista, espone Was du liebst, bringt dich auch zum Weinen (ciò che ami ti porta anche a piangere, ndr),riflessione sull’idea di design, di pezzo unico, di produzione artigianale e di miscuglio di manifatture. La giovane artista svedese espone invece un mondo di fiori giganti, dall’aspetto carnivoro, dai caratteri ossessivamente sessuali e dall’aspetto dichiaratamente pericoloso; in questo giardino delle delizie, mostruoso come quello di Bosch, i tre video di Experimentet mostrano pupazzi di materia duttile, vittime e protagonisti della guerra costante tra le espressioni terrene del Bene e del Male.

Nathalie Djurberg

Con la premessa che le partecipazioni nazionali sono 77, e che per godere appieno dell’intera proposta artistica della Biennale occorrerebbe più tempo di quello di un’inaugurazione, motivo per cui la manifestazione rimane aperta fino a novembre, sono doverose due righe sui padiglioni nazionali. Innanzitutto i riconoscimenti: il Leone d’Oro per la migliore Partecipazione nazionale è assegnato agli Stati Uniti d’America, che ospita le opere di Bruce Nauman, mentre la Menzione speciale Mondi Emergenti viene assegnata a Ming Wong, padiglione Singapore.

Poetico e interessante, anche dal punto di vista antropologico, il lavoro dell’artista Adel El Siwi nel padiglione Egitto. La messa in scena del clichè è il tratto dominante del padiglione Australia, che nel suo essere facilmente smascherato, funziona comunque brillantemente.

Ampiamente meritato il premio della giuria a Michael Elmgreen & Ingar Dragset per il padiglione Danimarca e Paesi nordici: The Collectors ha i toni di un pastiche equilibrato e delirante, e pur concentrando in uno spazio relativamente piccolo il lavoro di 24 artisti, è di una compostezza formale invidiabile. Ineccepibile il padiglione Francia, come già con Sophie Calle due anni fa. Lévêque rende tangibili claustrofobia, morte e magia.

Un viaggio nella memoria e nelle radici ben congegnato il padiglione Polonia, espressione dell’efficacia e dell’universalità dei linguaggi artistici, a discapito di quelli verbali. Lirico e ironico il lavoro degli artisti del padiglione Russia: immagini di un futuro fuori di ogni immaginazione, e perciò ancora più possibile, reliquie di un passato aureo, ormai sfumato nel bianco e nero.
Beuys e la body art si affacciano dal padiglione Serbia, dove peraltro è interessante la reazione dei visitatori.

D’effetto l’installazione di Raquel Bessio al di fuori del padiglione Uruguay, così come spoglio e reale il padiglione Unione delle Comore: la Djahazi, barca tradizionale in via d’estinzione, diventa mezzo per trasportare dubbi e quesiti sui reali effetti di una globalizzazione economica forzata. Per restare in metafora, Daniel Birnbaum, geografo del contemporaneo, ha dimostrato di conoscere le rotte e le mappe del fare arte, trasformando la Biennale in una finestra su tutti i mondi possibili.

Unione delle Comore Raquel Bessio

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