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Cinema

Roberto Nepoti

Cinema mon amour

Molto tempo è passato da quel lontano 1895, quando i fratelli Lumière con i loro film girati en plein air, della durata di un minuto o poco più, tradivano la norma della verosimiglianza creando sentimenti di stupore e meraviglia; ed è lontano ricordo, in una vecchia sala fumosa dell’Odéon, l’ombra di un Charlie Chaplin in bianco e nero che ci raccontava la comicità della vita e le sue innumerevoli contraddizioni.

Charlie Chaplin

Oggi, “l’andare al cinema” assomiglia più ad un gesto commerciale: fruito in un multisala — o a casa — da neo spettatori invasati di tecnologia e nuovi media; infilato dopo un pomeriggio di shopping compulsivo e prima di una cena veloce dal cinese, ha smarrito un po’ la sua funzione di rito collettivo. Per parlare di questo cambiamento fatale e radicale, ma non solo, abbiamo avuto il piacere di incontrare il critico cinematografico Roberto Nepoti, che scrive per la Repubblica. Occhio fine e sagace, tra i più importanti studiosi della settima arte, autore di numerosi saggi e monografie su grandi protagonisti del cinema — come quella sull’indimenticato romantico Tati, o sul regista americano Brian De Palma — Nepoti svolge anche l’attività di professore presso l’Università Trieste per i corsi di Storia del cinema e di Filmologia. E uno dei compiti del filmologo è di collocarsi “nel” punto di vista dello spettatore per studiarne le trasformazioni e modalità di visione…

Domenico Policarpo (DP): Vorrei iniziare l’intervista citando Flaiano: “Fra trent’anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione”. In che misura la televisione ha trasformato e rieducato il pubblico modificandone l’esperienza spettatoriale? E che influenza ha avuto sul linguaggio cinematografico?

Roberto Nepoti (RN): Bella domanda, come si è soliti dire. Provo a dare una risposta visto che faccio questo lavoro. Flaiano ci aveva visto lungo, come sempre, però ci doveva essere un buon terreno di coltura. Dico una banalità che hanno detto tante persone che leggo e che apprezzo, ovvero che la televisione e i media hanno sostituito la realtà. Ed era anche inevitabile, nel senso che la diffusione di cose che sono “fantasmatiche” doveva portare a delle esperienze molto immediate. Senza essere catastrofista, credo che sia successo questo. Noi tendiamo a vivere delle esperienze attraverso l’intercessione dei media. Il rapporto tra il cinema e la sostituzione della realtà prima era diverso: il cinema sostituiva una piccola parte dell’esperienza: tu andavi al cinema una volta alla settimana e sognavi — perché il cinema è un’esperienza di tipo sostitutivo. Mentre ora la televisione sostituisce tutto perché c’è sempre, e lo stesso discorso vale per il web.

Non credo che questo sia terribilmente scandaloso, è solo brutto che sia accettato passivamente. Se noi comunichiamo soltanto attraverso messaggini, social network, eccetera, e se lo facciamo solo perché così siamo più al sicuro, allora siamo stupidi, perché un contatto con la realtà è sempre interessante. Se noi non sostituiamo del tutto l’esperienza, ma ci aiutiamo con i mezzi di comunicazione, va bene. L’universo è cambiato, come ha analizzato McLuhan. Non è più la realtà e il romanzo, ora è qualcosa in cui le due cose si intrecciano. Detto in modo molto, troppo rapido, questa è la prima risposta, che riguarda più le nostre vite e il nostro modo di vedere le cose. Invece, come la televisione o l’immagine diffusa abbia cambiato il cinema, è un po’ un’altra cosa.

Quentin Tarantino

Il cinema ha teso a somigliare in buona parte alla televisione, un po’ per pigrizia, e un po’ per abitudine del pubblico ad un linguaggio corrivo, semplice, non complesso. Però non bisogna dire che è arrivato il cattivo, bisognerebbe tenere sotto controllo le cose. Se un cineasta si arrende e riesce a pensare soltanto in modo televisivo, è un problema. Si dovrebbe riuscire a fare l’una e l’altra cosa. Certo, è passato il tempo delle avanguardie storiche, è difficile fare ricerca sul linguaggio. Tuttavia, continuo a dire fino alla noia che le cose bisogna cercare di sentirle come un’opportunità. Non bisognerebbe sentire il nuovo come un pericolo. Si può sentire e subire la solita frase: “In questo paese si pensa poco” — ma non solo qui. Ma perché pensare è una gran fatica, è disperdere l’energia, tuttavia fa bene alla salute. Se le cose si fanno in automatico, se i linguaggi sono tutti formattati, se ci basta questo, allora è preoccupante.

Io non mi pongo come missionario, però… Per esempio, la mia figlia più piccola guarda degli sceneggiati che sono improponibili, dove ci sono delle persone che simulano delle situazioni sentimentali. Non ci si potrebbe credere a quelle “situazioni”, però ci si crede! Perché si è abituati a vedere sempre quelle cose. Quando ci si esercita un po’ ci si accorge che non ci si può prestar fede — anche perché ci sono degli attori mediocri che dicono delle cavolate. Ma bisogna arrivarci, bisogna faticare.

Mia figlia si guarda ancora quelle cose, e le fa magari vedere anche a me, ma poi guarda anche Jules e Jim. Questo per dirti che si può fare l’una e l’altra cosa. Il disastro è fare solo sceneggiati come Commesse. Possono essere dei buoni esercizi di straniamento: se vai in automatico sembrano vere, se ti distanzi un pochino dici: “Ma questi stanno pensando chissà a che cosa, stanno pensando all’appuntamento con il parrucchiere, non è vero che sono innamorati, no?!”.

Spike Lee

DP: Nel mondo del cinema è in atto una rivoluzione: il digitale sta sostituendo la pellicola, e il pixel sta avvicendando il fotogramma. In più, anche il lavoro in post-produzione è notevolmente cambiato. Quali conseguenze avrà questo mutamento?

RN: A me piace guardare dietro le cose, poi magari “canno”, però… Allora, in fase di realizzazione il digitale va bene perché, come diceva Spike Lee, i film costeranno meno, quindi molti di più faranno. Non è sempre così, però il digitale abbassa i costi. Solo che le cose poi vengono sempre fatte in maniera ambigua. Faccio un esempio: io sono convinto che con il discorso della riconversione al 3D si pensa d’aver trovato la soluzione alla pirateria. Ma la pirateria c’è, e siccome esiste la possibilità di fare, si fa e si continuerà a fare. Non si può colpevolizzare la gente — e poi c’è anche un businness della telefonia.

Quindi, succede che si raccontano delle bugie, sempre, sistematicamente, noi siamo tirati su a favole: si realizza il 3D e si dice: ”Che bello il 3D, adesso faremo tutti i film in 3D così non ci sarà più la pirateria”. Cazzata infernale! Perché ci saranno dei programmi che permetteranno, scaricando, di vedere in 3D mettendosi gli occhialetti. Ciò che è interessante è che le apparecchiature di sala costano molto. Allora il 3D, secondo me — ma questo lo dice anche Mereghetti che non è un rivoluzionario, e neanche io lo sono — è stato inventato per costringere gli esercenti delle sale a comperare i proiettori ad alta definizione che costano un sacco di soldi, in modo da poter distribuire delle copie che costano meno — una copia in digitale costa un quinto di una in pellicola — ma raccontandogli che così faranno tanti soldi perché tutti andranno a vedere i film in 3D.

Un esercente mi ha detto una cosa che mi ha fatto aprire un po’ le orecchie: “Lo sai Roberto che quando noi abbiamo incominciato con i film in 3D abbiamo fatto un sacco di soldi, all’inizio, con il cagnolino Bolt. Ma adesso ne facciamo di meno”. Certo che ne fate di meno, perché più proiettori si comprano, e più si diffondono le copie, meno incassa uno solo. Probabilmente è un sistema per far riconvertire le sale a delle tecnologie che sono più convenienti per la distribuzione, ed è un po’ sleale. Queste sono possibili conseguenze, ma non sono scandalose, anche perché l’alta definizione ha le possibilità della pellicola. Il fatto di poter ritoccare un fotogramma… perché no?! Può diventare una specie di video arte. Lo so che adesso sto facendo l’ottimista.

Bolt film in digitale

DP: Un’altra domanda che le volevo fare riguarda i generi cinematografici, i quali si sviluppano e hanno fortuna grazie ad una particolare corrispondenza che instaurano con la società a cui si rivolgono, concordandone i valori e accogliendone le preoccupazioni e gli immaginari. Si può indovinare un genere che maggiormente manifesta i sentimenti di questo periodo?

RN: Posso rispondere con una battutaccia? Ormai c’è spazio soltanto per il comico, o per la tragedia. Pensare a delle cose serie in questo momento in Italia mi pare improponibile. Penso che i generi vadano rivoluzionati perché, come dicevi tu, corrispondono a dei valori socialmente accettati, e io non so quali siano i valori socialmente accettati attualmente. Secondo me è un gran caos — e non mi dispiace.

C’è una gran confusione perché le cose stanno cambiando molto rapidamente. Quindi, un genere che rappresenti la situazione non c’è. Non a caso la stragrande maggioranza del cinema è fantascienza o fantasy, perché cerca di rappresentarsi il futuro, mentre rappresentare il presente è difficile, è complicato codificarlo. Magari esistono delle rappresentazioni sulle paure diffuse, come il noir, o i film di omicidi che, in certi casi, mi piacciono e un po’ mi preoccupano.

DP: Si pensava ai disaster movie.

RN: Sì, ma quelli ci sono sempre stati. Io proporrei un nuovo genere tipo lo “sfiga movie”, che va oltre il disastro… però non credo ai millenaristi. Ci vorrebbe molto comico, perché il comico esorcizza — ma non ce n’è tanto: ci vuole coraggio per fare le cose che ribaltano, che trasgrediscono le regole della messinscena e della narrazione; a me piaceva molto il comico demenziale, ma adesso non ti sto rispondendo.

Scena tratta da Il Divo

Provo a farlo: il cinema italiano, come altri — ma io conosco di più la vita italiana — rappresenta ben poco la società o i valori condivisi. Rappresenta un sacco di lamentele. Per esempio, fino a poco tempo fa non si facevano film sul precariato, mentre adesso se ne fanno tanti, e sono sostanzialmente “piagnoni”. Magari dietro c’è anche una verità, tuttavia sono sempre commedie su un’impossibilità sentimentale, e raccontata in maniera non nuova, sempre secondo i soliti parametri. Io credo di più a grandi metafore che ti dicano qualcosa sulla realtà in una maniera mediata, indiretta, magari un po’ delirante. E poi, i valori condivisi quali sono?

DP: Ha accennato al cinema italiano, che in quest’ultima fase ha visto catalizzata l’attenzione degli addetti ai lavori, anche esteri, sul duo GomorraIl Divo. Ma, in generale, qual è la condizione del cinema del “bel paese”?

RN: Dico delle cose brutte. Si dice che il cinema italiano ogni tanto muore e poi risorge, muore e poi risorge… non è vero. La prima cosa che ti chiedono: ”È rinato il cinema italiano?”. Non è perché ci sono Gomorra o Il Divo che il cinema è rinato, non è così che funziona. Gomorra è una specie di format. Il film è bello, però è diventato un logo. Il Divo è un film che a me è piaciuto, ma è irriproducibile, non può essere prodotto in serie. L’industria non vive su queste presunte rinascite, l’industria fa altre cose, come “la notte degli esami”. E se va bene, fa “la notte degli esami due”… tre… quattro… e poi fa “il giorno della matura” e “il giorno dopo la matura” — che, tra l’altro, non vanno bene. Tutti i piccoli produttori si buttano a rifare quelle cose, sperando di tirare su un po’ di soldi — “Prendi i soldi e scappa!” (ride, nda). Ma le rinascite non si fanno così. Non è allegrissimo come scenario.

DP: Per la prossima domanda, cito: E così, dopo l’attribuzione del Nobel, sappiamo che un giullare può stringere la mano al re. Resta irrisolta l’altra domanda: è conveniente (è legittimo? o pecca di incoerenza?) che un giullare sia incoronato re? Questo è l’incipit di Dario Fo (Gremese Editore), libro scritto a quattro mani, da lei e da Marina Cappa. Ci può raccontare come è nato questo libro?

Dario FoRN: Ero abbastanza giovane e un professore di Storia del cinema mi propose di fare questo libro. Dario Fo lo avevo visto, ma non potevo averlo visto tantissimo. L’ho realizzato insieme a Marina Cappa — che è stata mia moglie e che mi ha dato due figlie magnifiche — perché ne ero innamorato, e poi lei faceva teatro. Abbiamo lavorato a casa di Dario Fo e Franca Rame, avevano un archivio dove c’era di tutto, ed erano molto gentili. Fo ci disse che io e Marina ci saremmo sposati, e ci ha preso. Quando gli è stato attribuito il Nobel è stata fatta una riedizione e io ci ho fatto un gran figurone.

DP: Lei ha partecipato a numerosi festival, ma come si vivono i dietro le quinte di queste manifestazioni? Ci può raccontare un aneddoto divertente?

RN: Certo, però io dietro le quinte non ci vado perché sto a vedere i film. Aneddoti divertenti? Secondo me il lavoro del critico ai festival è divertente perché ti butta un po’ di adrenalina, devi riuscire a inventarti qualcosa, ti mette in circolo. A me fa bene perché lì studio e cerco di elaborare, non puoi lasciare la pagina bianca e non puoi pensarci tanto. Di aneddoti divertenti ne ho un sacco e non so cosa dirti… Ti racconto questa che risale a circa quattro anni fa…

C’era una cena di inaugurazione sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia, molto elegante, con gente in abito da sera — io non ce lo avevo — e c’erano montagne di cibo. Però ci facevano aspettare e non ci lasciavano entrare per cenare. Dovevano essere le undici, e ad un certo punto io pensai d’andarmene. Ma arrivò Natalia Aspesi — una grande giornalista che mi gratifica della sua amicizia. Lei entrò e disse: “Cosa succede qui?”, fece chiamare lo chef e disse: “Io non aspetto”. E allora, la Aspesi e io entrammo e cenammo mentre tutti quelli in abito da sera stavano ancora fuori… è stato divertentissimo. Ad un certo punto naturalmente lasciarono entrare anche loro.

Un altro aneddoto: quella volta in cui ho conosciuto Tarantino. Io ero un “pischello”, ero andato ad un festival del noir a Viareggio. C’era questo ragazzone che stava seduto vicino a me, davanti, che rideva sguaiatamente, e io dicevo: “Ma chi è questo deficiente…”. Poi ho visto il suo film e ho detto: “Madonna che bello!”. Quel deficiente era Tarantino che era lì per presentare Le Iene. È uno bravo! È uno che se ne frega totalmente, fa le sue cose e si diverte. Un’altra volta, invece, ho cenato con Vincent Gallo, ed è stato noioso.

Per tutto il tempo mi ha parlato di western all’italiana — ne aveva seicento in casa — ma io non li ricordavo; non tipo: “Io li conoscevo bene, quanto sono bravo”, l’aspetto umano, a volte, è anche più simpatico. A volte però no, scopri che c’è un’attrice — non faccio nomi — che non capisce proprio niente. Fai delle domande e lei ti risponde tutt’altra cosa. Faccio un esempio: una giovane e graziosissima attrice italiana fa un film noir, e una mia amica dell’ufficio stampa mi fa: “Chiedile qualcosa…”. Ok, lo faccio, e le chiedo: “Lei, per prepararsi a questo ruolo di donna un po’ fatale ha visto dei film per ispirarsi?” — Non dico Bette Davis, però… — e lei mi ha risposto: “No, ma ho ascoltato molta musica” — come dire: no, ma ho mangiato molti spaghetti allo scoglio (ride, nda).

Orson Wells

DP: Vorrei finire con una domanda della serie “le interviste impossibili”: quale personalità della storia del cinematografo avrebbe voluto intervistare? E che domanda gli avrebbe posto?

RN: Vado all’impronta: Orson Welles, ma come cazzo fai ad essere così bravo?!

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