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Cinema

Est Film Festival 2009

Martedì 21 luglio 2009

Ore 11:55. Il mio respiro è affannato, ma le gambe rispondono con alto senso del dovere alle mie intenzioni cerebrali. La conferenza stampa di presentazione della terza edizione di Est Film Festival inizia tra cinque minuti. Arrivare in ritardo sarebbe davvero poco professionale. Ho appena parlato al cellulare con il mio amico e collega della stampa francese Jacques Cariou: mi attende all’ingresso di Palazzo Gentili.

Conferenza stampa Est Film Festival 2009

Ore 11:59. Sono giunto nei pressi di Via Saffi, e per un attimo mi distraggo. Le signore viterbesi passeggiano per le vie del centro sfoggiando sorrisi e buste della spesa piene di orgoglio e vanità; in Italia un certo tipo di cittadinanza provinciale non cambia mai: si adegua, semplicemente.

Ore 12:03. Ancora pochi passi e ci sono. Scorgo il mento aguzzo di Jacques. Lo saluto con un cenno della mano sinistra, mentre nell’altra stringo la mia piccola videocamera. Jacques mi risponde alzando le sopracciglia; sembra sovrappensiero. Mi scuso per averlo fatto attendere troppo, e ci incamminiamo verso le scale. Al secondo piano è già presente tutta la stampa locale. Jacques si volta verso di me e suggerisce di prendere posto in sala. Ci accomodiamo in prima fila.

Ore 13:07. La conferenza stampa è terminata. Dopo aver ascoltato i vari interventi, e in particolare quello del direttore della produzione di Est Film Festival, Vaniel Maestosi, Jacques muove le sue prime critiche: mi dice con assoluta sincerità che, nonostante egli reputi gli organizzatori dei veri professionisti (tra l’altro: tutti ragazzi romani al di sotto dei trent’anni), la kermesse è un’iniziativa che nulla ha a che fare con il mondo culturale locale. Secondo Jacques è un festival di cinema uguale a tanti altri in Italia, e per giunta in concomitanza con un’altra manifestazione analoga nella Tuscia. Io ribatto osservando che il Tuscia Film Fest (al quale egli si riferisce) inizia un mese prima e si svolge a Viterbo, non a Montefiascone. Inoltre, per quanto abbiano lo stesso comun denominatore, sono due manifestazioni diverse.

Ma Jacques è un osso duro e alza il tiro: “Comunque sia, non sembra poter fornire nulla al territorio montefiasconese, in termini di guadagno in qualità interna. È un circo mediatico come tanti, ben confezionato da persone che conoscono bene il loro lavoro, ma senza ritorni adeguati in termini di valore intrinseco”. E ancora: “Queste iniziative locali danno l’impressione di un salto di qualità, ma evidenziano una concorrenza fra le banche per ostentare i propri marchi di sponsor. Magari per i giovani montefiasconesi che hanno proposte e iniziative si aprissero così facilmente tutte le porte delle istituzioni, delle amministrazioni, del credito, degli sponsor. Sarebbe utile spiegare loro come si fa ad avere un così immediato e vasto consenso e appoggio: ne trarrebbero vantaggio anziché ritrovarsi nell’attuale buio totale”.

Est Film Festival

Rispetto le opinioni di Jacques, ma non riesco ad avvertire questa primaria necessità di un collegamento diretto con le tradizioni locali. La cultura è cultura, non fa mai male, soprattutto in Italia. Inoltre, un festival di cinema può essere un mezzo con il quale promuovere anche le bellezze del territorio, e favorire così lo sviluppo turistico di un paese che per troppi anni non ha avuto il meritato sostegno da parte delle istituzioni sotto questo aspetto. È vero che ai giovani di Montefiascone non è stata mai concessa una possibilità del genere, tuttavia, se ciò non è accaduto, non è certo colpa degli organizzatori di Est Film Festival.

Lunedì 3 agosto 2009

Ore 10:23. Est Film Festival si è concluso ieri sera con la presenza di un ospite internazionale: Abel Ferrara, regista tra i più affascinanti e discussi dello scenario cinematografico americano. Dopo l’incontro con il pubblico, e la proiezione di immagini inedite tratte dalla docu-fiction Napoli, Napoli, Napoli da lui diretta (e che molto probabilmente verrà presentata in anteprima alla prossima Mostra del Cinema di Venezia), il maestro si è lasciato andare e si è fatto ammirare per le sue qualità di chitarrista e di cantante.
Riflettendo ancora una volta sulle parole di Jacques, mi chiedo se anche solo questo suo intervento non basti a giustificare l’intero festival. Ciò nonostante, per non essere troppo riduttivo e sprezzante, credo sia giusto valutare questa terza edizione alla luce di quanto si è visto e ascoltato durante i nove giorni di programmazione.

Il festival si è aperto nel pomeriggio di sabato 25 luglio con il premio alla carriera a Carlo Verdone, primo ospite della sezione élite (che ha registrato anche la presenza di Carolina Crescentini e della vincitrice del David di Donatello, Alba Rohrwacher, in occasione della proiezione del film Due partite di Enzo Monteleone). La cerimonia di premiazione è stata lo spunto per parlare non solo di cinema e dell’ultimo film di Verdone Io loro e Lara, ma anche dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo, per conoscere alcuni aneddoti della vita del regista, legati proprio al paese ospite del festival, e per ricordarne il padre — il prof. Mario Verdone — recentemente scomparso.

Carlo Verdone premiato al Est Festival con Io loro e Lara

Durante la serata di sabato si è svolto anche il classico concerto di apertura (coprodotto con il Viterbo Jazz Up Festival), che quest’anno ha visto esibirsi nella splendida cornice dei giardini della Rocca dei Papi il talentuoso sassofonista argentino Javier Girotto, insieme con gli Aires Tango: Alessandro Gwis al pianoforte, MicheleRabbia alle percussioni, e MarcoSiniscalco al basso.

La domenica seguente il festival ha ospitato la proiezione di Come un uomo sulla terra, un film-documentario di Andrea Segre e Dagmawi Yimer (in collaborazione con Riccardo Biadene), e patrocinato da Amnesty International Italia. Il documentario — fuori concorso al festival — è un’opera di impegno sociale, civile ed umano che rappresenta sullo schermo le indegne condizioni in cui versano migliaia di migranti africani e le brutali modalità con cui la Libia, finanziata dall’Italia e dai governi europei, controlla i flussi migratori. Un documentario che, a mio avviso, dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole del mondo. E qui mi fermo.

Per quanto riguarda i documentari in concorso, a trionfare è stato Via Selmi, 72 — Cinemastation diAnthony Ettorre, Giuseppe Cacace e Mauro Diciocia. Si tratta della narrazione frammentaria di una vicenda che, esposta con tecnica cinematografica tanto ruvida quanto appropriata al contesto, ha il pregio di indurre considerazioni diverse sull’esigenza di comprendere la realtà attraverso il confronto con gli altri. Una storia che si dilata divenendo emblema del conflitto che caratterizza la grande storia dell’umanità, l’eterna lotta tra la vocazione al male e l’aspirazione al bene, con un finale negativo che tuttavia si rivela fondamentale stimolo di quel sentimento molto spesso assente dal nostro quotidiano, riconducibile alla parola speranza.

Con la proiezione della commedia musicale Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario, il festival è invece entrato nella competizione ufficiale. Un film complesso, questo di Ferrario, con una regia sapiente e sobria, senza inutili ornamenti e sublimata da una buona recitazione da parte di tutti gli interpreti, compresi i — diciamo così — non addetti ai lavori. Il film, infatti, si svolge nel carcere delle Vallette a Torino e racconta la storia di una regista (Irena) che, su richiesta del cappellano del carcere (don Iridio), a scopo educativo, deve mettere in scena la Passione di Cristo. I carcerati accettano di partecipare al progetto ma quando giunge il momento di assegnare le parti nessuno intende interpretare Giuda, perché Giuda è il traditore, l’infame per eccellenza.

Dagmawi Yimer

Come risolvere il problema? Si può pensare a Cristo senza Giuda? E, più filosoficamente, si può pensare a un Cristo senza la Croce? È davvero indispensabile sprofondare in ciò che ci annulla per poi poter rinascere? Gesù nell’orto degli Ulivi dice “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice di dolore” (Lc, 22, 42). Se don Iridio, che si scandalizza dinanzi all’idea di Irena, avesse pensato a questo passo del Vangelo, si sarebbe accorto che lo stesso Gesù ha avuto, da vero uomo, da umano, il desiderio di poter evitare il tradimento di Giuda, e la conseguente sofferenza e morte. Il sacerdote aveva chiesto alla regista di puntare sull’umanità di Cristo. E, forse, Irena lo ha fatto. Ferrario opera nelle carceri da circa dieci anni lontano dai riflettori. Con questa pellicola ha offerto un’occasione alla ventina di detenuti della sezione VI, blocco A della Casa Circondariale “Lo Russo e Cutugno” di Torino, per confrontarsi con un complesso lavoro di messa in scena dall’alto spessore introspettivo. Lodevole, direi.

Mi sembra doveroso spendere due parole anche per la meravigliosa interpretazione di Ilaria Occhini nel film Mar Nero diretto dal fiorentino Federico Bondi, che aveva già lasciato il segno alla sessantunesima edizione del Festival del Cinema di Locarno, ottenendo tre premi, tra cui appunto quello di migliore attrice alla Occhini.

Carolina Crescentini

Si tratta di una storia tutta al femminile sullo sfondo delle colline fiorentine, nata dai ricordi del giovane regista sulla nonna Gemma, e sulla sua badante rumena Angela. Due donne, un’anziana da poco rimasta vedova, e una giovane da qualche mese in Italia, entrambe sole, inconsapevolmente in cerca l’una dell’altra. La sceneggiatura, scritta dal regista e da Ugo Chiti, racconta in modo educato una storia delicata, con dentro un grande desiderio di vita.

L’Arco d’Oro e il premio economico di 7.000 euro (più una prima al Teatro dell’Unione di Viterbo durante l’affollatissimo periodo di Santa Rosa) è andato ad Aspettando il sole di Ago Panini, un film disarmante per ironia e capacità, con un montaggio del suono davvero ben fatto e una fotografia opportuna, adeguata ad ogni personaggio nel minimo dettaglio. Il film ci catapulta negli anni Ottanta, in una non ben precisata località italiana. Tre sbandati raggiungono un hotel isolato in cui trovare temporaneo ristoro. Al Bellevue Hotel però non prendono alloggio solo loro. C’è un regista di film hard con la troupe, un uomo sconfitto dall’amore, il detentore di un segreto, e un portiere notturno in strenua lotta con termiti e tarli. Non a caso è proprio al formicaio che rinvia la sceneggiatura di questo coraggioso film.

Una vicenda non lineare con un cast di attori affermati (in generi diversi), che riesce nell’intenzione di proporre un nuovo modo di fare cinema. Un cinema che non ha pretese sociologiche: i personaggi non rappresentano gli stereotipi della società che ci circonda. Si sfiorano e si incontrano per poi perdersi di nuovo. Il finale lascia alcune perplessità, che tuttavia non vanno ad intaccare il valore complessivo dell’opera. L’abilità d’intreccio nella tessitura della trama appare come una stratificazione di livelli di significazione, che si snoda con abilità tra i vari protagonisti. È per questo motivo che Aspettando il sole potrebbe essere definito come un film altmaniano, e non soltanto perché è una pellicola che presenta più di tre storie che si intrecciano. Se Panini avesse voluto percorrere la strada più comoda, avrebbe potuto optare per un film a episodi tenendo come filo conduttore il contenitore hotel. Ma non lo ha fatto, meritando a mio avviso il premio.

Abel Ferrara

Il premio al miglior corto è stato assegnato a L’arbitro di Paolo Zucca, con una motivazione della giuria quanto mai condivisibile: «Per la pulizia tecnica, l’originalità della narrazione nel riportare le vicende tra il reale dei nostri giorni e l’immaginario di una terra che è quotidianità e retaggio vivo, per l’ironia drammatica della vita nutrita di simboli di spessore assoluto». Una giuria presieduta quest’anno dall’attore Luca Lionello (vincitore insieme a Carmine Amoroso dell’Arco d’Oro 2008 con il film Cover Boy), che ha saputo destreggiarsi con competenza e gusto nel suo difficile compito.

Sempre nella sezione cortometraggi, ha fatto molto discutere (non solo in giuria) anche l’opera prima di un giovane regista: Uomo-Donna di Giorgio Cutini. Il corto tratta la storia di un ragazzo schivo ed introverso che rivive la propria storia d’amore fallita attraverso i dipinti di Edward Munch. Nasce, così, un parallelismo tra la vita del celebre pittore e quella del ragazzo che è chiamato ad intraprendere un percorso solitario nel profondo della sua anima, per scoprire cosa non sia autentico, cosa non sia altro che illusione, auto-illusione, nel tentativo di esorcizzare la paura di mostrare il reale carattere della sua donna idealizzata. I dipinti perdono la loro staticità e prendono forma nella mente ossessionata del ragazzo divenendo vere e proprie esperienze di vita che si tramandano nel tempo con una catena invisibile che lega le persone.

In questo modo, il cortometraggio si propone di indagare le dinamiche controverse che regolano i rapporti fra uomo e donna, e lo fa servendosi dell’esperienza artistica di Munch, che è stato forse l’unico ad aver sviscerato questo tema in profondità dedicandogli gran parte delle sue opere, intrise del suo stesso sangue. Il film è arricchito da altre riflessioni, sull’autobiografismo nell’arte, il concetto nietzschiano di eterno ritorno, la mimesi artistica, la decadenza della condizione umana nell’ossessione, nella dipendenza e nella perdita delle illusioni. Il tutto viene espresso in un film dalle tinte cupe e claustrofobiche con chiaroscuri che richiamano la pittura e il cinema espressionista, e mediante una musica che cerca di evocare la condizione psichica e i flussi interiori. In un certo senso, Uomo-Donna è un viaggio nell’inconscio per ricostruire la personalità frammentata di ognuno di noi.

Nella giornata di giovedì 30 luglio si è aperto il Focus di questa terza edizione, che quest’anno ha visto protagonista Roberto Faenza. Al regista torinese è stata dedicata anche la giornata di venerdì 31 luglio, per ripercorrere dal vivo le tappe fondamentali della sua cinematografia: da Prendimi l’anima (2002) a I giorni dell’abbandono (2005), passando per I Viceré (2007), fino alla proiezione del suo ultimo lavoro Il caso dell’infedele Klara (2008), uscito nelle sale lo scorso marzo, con protagonisti Laura Chiatti e Claudio Santamaria, alle prese con una commedia passionale fatta di intrighi e colpi di scena. Al termine di ogni proiezione il regista ha incontrato il pubblico per creare un momento di scambio e confronto aperto con gli spettatori.

Est Film Festival

Il premio del pubblico, infine, è andato a La casa sulle nuvole di Claudio Giovannesi. Nato da un documentario (Appunti per un film in Marocco), La casa sulle nuvole recupera la generazione di italiani che ha consumato la propria formazione negli anni Settanta in un’isola esotica, risolvendo con la fuga il dilemma se sparare o sparire.
La pellicola affronta il tema della (non)maturità attraverso la pseudo scoperta che i genitori sono uomini e donne prima ancora che asessuati conviventi. Così l’esuberante personalità autarchica del padre (Dario Raggi, interpretato con eleganza da Emilio Bonucci) incendia lo scontro generazionale fino ad assorbirlo e ad esaurirlo proprio quando una nuova ipotesi di vita sembra ormai possibile.
Sovrapponendo il registro comico a quello drammatico («Stai qua a magnà come se fosse il pranzo di Natale e a sentì ‘ste cazzate sulle mignotte africane che so’ meglio delle nostre!») per scongiurare ogni rischio di appiattimento linguistico (non solo verbale, ma anche filmico), alcune scene ricordano per certi aspetti quell’effetto grottesco e surreale ma tremendamente vero di American Beauty.

Il personaggio di Dario è un Lester che ha preferito fuggire pur di non trovarsi a dover affrontare la maturità intesa come morte dei sensi: «Mi chiamo Lester Burnham. Questo è il mio quartiere, questa è la mia strada, questa è la mia vita. Ho quarantadue anni, fra meno di un anno… sarò morto. Naturalmente io questo ancora non lo so. E in un certo senso sono già morto. Guardatemi, mi faccio una sega sotto la doccia. Questo sarà il culmine della mia giornata. Dopodiché è tutto uno sfacelo.[…] Mia moglie e mia figlia mi vedono come un colossale perdente… e… hanno ragione! Ho perso davvero qualcosa. Non sono del tutto sicuro di cosa si tratta ma… so che non mi sono sempre sentito così posato. Però volete saperlo?! Non è mai troppo tardi per tornare indietro». Anche La casa sulle nuvole è un viaggio: la casa è fluttuante, e i personaggi in movimento, per ritrovare il punto di partenza.

Est Film Festival

Ore 11:55. Il mio cellulare vibra: un sms. È il mio amico e collega Jacques. M’informa che è appena atterrato all’aeroporto di Parigi in perfetto orario, e che in fondo questo Est Film Festival non gli è dispiaciuto per niente. Premo il tasto reply, e mi accingo a scrivere un sms di risposta: «Caro Jacques, felice di sapere che Alitalia ha svolto con puntualità il suo servizio. Per il resto, dagli anni Ottanta, dal punto di vista scientifico, si è iniziato a criticare il concetto di tradizione, per mettere in evidenza il fatto che la cultura è situata nell’individuo. Ogni volta che vi è un passaggio di tratti culturali, avviene necessariamente una rielaborazione. In quest’ottica, la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in modo tale da essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali che cercano di apportare idee nuove in un panorama raffermo. Be’, che altro aggiungere se non che siamo nel 2009… Al prossimo anno! Un abbraccio, Daniele».

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