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Scrittura

Due donne dell’editoria

Cristina Favento (CF): Ho oggi l’onore di avere due signore dell’editoria, editoria che per fortuna non segue lo stesso trend del paese, perché se in Italia l’occupazione femminile nelle fasce dirigenziali si attesta al sei o sette percento, nell’editoria questa quota sfiora quasi il cinquanta percento, attestandosi al quarantasei.

Ginevra Bompiani

A riprova del grande ruolo sostenuto dalle donne in questo settore c’è la storia delle nostre protagoniste di questo pomeriggio: Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi, due donne che, fondando nel 2002 la casa editrice Nottetempo (più di 20 titoli l’anno con un ricchissimo catalogo), hanno saputo unire due grandi famiglie della cultura italiana.

CF: (rivolta alla Bompiani, ndr) Come mai, secondo lei, Ginevra, le donne sono così forti nel campo dell’editoria?

Ginevra Bompiani (GB): Le donne sono sempre state forti (ride, ndr), bastava dar loro qualche possibilità perché rilevassero la loro forza. Forse nell’editoria è successo prima perché gli editori hanno perso prima il potere. Oggi in Italia esistono solo dei grandi gruppi editoriali – tre gruppi editoriali per la precisione, forse se ne sta affermando un quarto — ma non esistono più i grandi editori, quelle grandi figure accentratrici e carismatiche: è questa situazione di vuoto di potere che ha permesso finalmente alle donne di emergere.

CF: Ma non sarà perché nel campo editoriale girano pochi soldi rispetto ad altri campi?

GB: Non so se si può dire che alla Mondadori girino pochi soldi (ride, ndr)… tra i piccoli editori sicuramente sì, forse questo è un altro segnale della perdita di potere.

CF: Entrambe avete scritto nel nome il vostro destino, ma com’è stato il vostro rapporto con i libri e la scrittura? E come mai voi, che siete amiche da tanti anni, avete aspettato solo il 2002 per cominciare questa avventura? (rivolgendosi quindi alla signora Einaudi, ndr) Roberta, è vero che tuo zio Giulio ti aveva proposto di lavorare in casa editrice per occuparti delle copertine?

Roberta Einaudi (RE): Mi aveva proposto, dopo la maturità, alla fine degli anni cinquanta circa, di lavorare in tipografia. Ripensandoci adesso mi mangio le mani di non esserci andata. Mio zio aveva la maniera di proporre le cose tra lo scherzoso e la presa in giro e non si capiva molto quando era serio e quando no.

Giulio EinaudiPoi, negli anni seguenti, l’ho visto spesso e si era instaurato un rapporto molto affettuoso, un po’ diverso da quello che aveva con il resto della famiglia (con la quale aveva un rapporto insofferente). Lui portava sempre a casa i suoi scrittori ed io ovviamente ne ero molto affascinata. Per fortuna, in seguito, quando Ginevra frequentava l’università a Parigi e sua madre mi chiamava per farle compagnia, ho conosciuto anche gli scrittori Bompiani, e anche quello non era male (ride, ndr). Poi io e Ginevra ci siamo perse di vista perché abbiamo fatto due vite diverse ma, quando ci siamo rincontrate, come succede nelle grandi amicizie, era come se ci fossimo lasciate cinque minuti prima.

CF: Ginevra, tu quando hai capito di essere destinata a questo mestiere?

GB: Mai! (ride, ndr) Quando ero piccola effettivamente mio padre trovava normale che io e mia sorella lavorassimo in casa editrice, cosa che abbiamo fatto, mia sorella per molti anni mentre io ho resistito solo un anno, perché pensavo che fosse assurdo lavorare in casa editrice senza aver fatto ancora l’università. In fondo, nello stesso anno, lavorava con noi anche Umberto Eco e non trovavo normale dovermi misurare con lui senza nemmeno aver finito gli studi. Cosi ho cominciato l’università e dopo averla finita sono tornata per un altro anno, per poi andarmene di nuovo. Ed è passata una vita intera prima di cominciare l’avventura di avviare una nuova casa editrice, piccola e che vuole rimanere piccola. Però, in quei due anni in cui ho lavorato con mio padre ho imparato il mestiere e, anche se il mondo dell’editoria oggi non è più quello di una volta, è stato un percorso formativo fondamentale. Se è stato un destino quindi è stato un destino a cui io sono scappata.

CF: Entriamo nel merito dei vostri libri, i testi delle edizioni Nottetempo si caratterizzano per una grafica molto elegante e curata, caratteri grandi per agevolare la lettura e molto bianco che, immagino, deriva dalla tradizione einaudiana…

RE: Certo, le edizioni Einaudi si distinguono dal grande spazio lasciato al bianco e per la grande cura dedicata alle copertine. Ricordo che mio zio Giulio trafficava sempre con la colla, le forbici e le figure perché tutto doveva essere in un certo modo: i caratteri, lo spazio tra le righe, la figura da scegliere, la tela. Questa cura del dettaglio e questa passione per l’estetica ce l’aveva sin dall’inizio. I miei nonni mi raccontavano che quando affrontò a diciott’anni il suo primo incarico editoriale, volle cambiare la copertina di una rivista che si chiamava La riforma sociale, e in effetti, da un numero all’altro, lo stile ottocentesco che caratterizzava la rivista venne stravolto completamente per arrivare già allo stile Einaudi che oggi conosciamo.

CF: Come scegliete i libri? Leggete i manoscritti che vi arrivano e quanti ne arrivano?

GB: Li leggiamo, li leggiamo! Anzi, l’ambizione è quella di leggerli tutti anche se ne arrivano veramente tanti. Quelli selezionati dal nostro staff li leggiamo personalmente, la riprova di questo è Milena Agus, un autrice sarda sconosciuta…

CF: Che, se non sbaglio, ha scelto proprio voi e non la Rizzoli, la Mondadori ecc…

GB: Sì, ha scelto noi perché aveva letto un’intervista in cui spiegavamo il nostro progetto editoriale e le è piaciuto. E poi anche perché il nome del suo primo libro, Mentre dorme il pescecane, le sembrava in armonia con quello della nostra casa editrice (sorride, nda).

CF: Sta uscendo il suo nuovo libro…

Copertine de La contessa di ricotta di Milena AgusGB: Si, uscirà il primo ottobre il suo quarto romanzo e si chiamerà La contessa di ricotta.
Lei è molto timida e compie le sue scelte seguendo solo l’affettività.
Quando ha cominciato ad avere successo subito si sono fatti vivi i grandi gruppi (Einaudi, Mondadori…), come fanno di solito, offrendole più soldi e migliori condizioni, ma lei ha scelto di restare con noi.

CF: Ma come funziona la filiera editoriale vera e propria?

GB: C’è la lettura naturalmente e poi, anche prima della decisione, avviene l’incontro con lo scrittore, che è molto importante. Per lo scrittore, infatti, il rapporto con l’editore è funzionale alla sua scrittura; per esempio, mio padre era innamorato di tutti i suoi scrittori e con molti di loro aveva creato dei rapporti di amicizia molto forti — con Zavattini, con la Capri, Eco ecc… — anche perché mio padre era un…

CF: …uno scrittore mancato!

GB: No non era tanto per questo, quanto perché era un lettore. Perché ci sono gli editori che leggono e quelli che non leggono. Non è che uno dei due sia inferiore, però è un fatto: Mondadori non leggeva ma era un grande editore lo stesso. Mio padre, che cominciò come segretario per Mondadori, mi raccontò che, quando arrivò Ungaretti in casa editrice, Mondadori si fece raccontare da mio padre cosa avesse scritto e subito dopo si precipitò fuori dal suo studio dicendo “Maestro, mi illumino d’immenso”! Mi raccontava anche che Mondadori non sapeva nessuna lingua ma, nonostante ciò, non gli serviva nessuna traduzione, perché era un uomo istintivamente e naturalmente intelligente.

Mio padre era un editore che leggeva e rispondeva a tutte le lettere e quindi aveva stabilito un rapporto molto forte con gli autori. Ed ora un libro si fa come facevano i grandi editori che oggi non ci sono più: si legge il libro, si telefona allo scrittore e si prende un appuntamento e poi si comincia a lavorare con lui o lei. Lavorare con l’autore non significa riscrivere il libro, come spesso succede, ma significa, se il libro è imperfetto, spiegare all’autore che il testo andrebbe migliorato e chiedergli di farlo. Poi il libro viene riletto di nuovo e il processo continua fino ad ottenere il risultato desiderato. Comincia quindi una lavorazione che, nel nostro caso, è ancora artigianale. Mentre nelle altre case editrici questo processo viene delegato all’esterno per ridurre i costi, noi facciamo ancora tutto all’interno perché vogliamo essere sicuri che il risultato sia come avevamo immaginato.

CF: Ma capita mai che non siate d’accordo su un libro o che litighiate?

RE: Sì, capita ed è già capitato nel passato, però poi ci si mette d’accordo. In genere noi siamo d’accordo sul tipo di scrittura, sul linguaggio, sul modo in cui deve scrivere uno scrittore, forse è la nostra abitudine a leggere.

CF: Ma capita mai che tu, Ginevra, pensi che Roberta abbia ragione?

GB: È capitato che Roberta, quando non siamo d’accordo, dica: “se facciamo così io me ne vado!”, e allora cedo (ride, ndr).

Incontro con gli Editori Bompiani Einaudi

CF: Comunque, fare una casa editrice come la fate voi significa pubblicare pochi titoli per seguirli meglio. Ma sono tutti figli unici o c’è qualche figliastro?

GB: No, sono tutti figli unici, ma sono tanti, forse un po’ troppi, perché quest’anno sono circa trentacinque titoli. Vorrei scendere a venti, venticinque titoli l’anno prossimo perché questo ci permette di seguirgli meglio.

CF: Ma quante collane avete?

RE: Ma sai che non lo so (guarda Ginevra Bompiani con aria interrogativa, ndr)… cronache, narrativa, ritratti, figure, pesanervi, tre collane di saggistica e due collane di piccolo formato, sette in tutto.

CF: E questa idea delle insenature?

GB: All’inizio c’erano solo i sassi che avevano questa idea: essere dei piccoli inediti molto importanti. Libri piccoli che costano poco non ce ne sono in giro. Prima c’erano i Millelire, che erano dei libri tascabili ma che avevano la caratteristica di essere dei grandi classici e di costare poco agli editori, noi invece facciamo degli inediti e degli inediti importanti…

copertina di Mattino Bruno di Franck Pavloff

CF: Quindi anche di provocazione… non avete pubblicato voi per prime Mattino bruno?

GB: Sì e ora vogliamo rilanciarlo perché ci sembra molto dotato di talento.

CF: Vogliamo spiegare di chi e che cos’è Mattino bruno?

GB: Mattino bruno è di uno scrittore francese (Franck Pavloff, nda) che in Francia ha venduto trecento mila copie. In Italia un po’ meno… peccato perché poteva venderne sessanta milioni e sarebbe stato fantastico! Non solo per noi… (l’editrice ironizza perché nel libro si descrive l’escalation di un regime politico che diventa man mano più restrittivo e feroce senza che i cittadini reagiscano ai soprusi, nda).

È la storia di due amici che parlano tra loro e uno dei due dice all’altro “ma dov’è andato il tuo cane?”, l’altro risponde “Sai visto che ora i cani bruni non si possono più tenere, l’ho dovuto dare via e mi sono preso un cane biondo”. Dopo un po’ si rincontrano e uno dice all’altro: “Ma il tuo cane biondo?” e l’altro risponde ”L’ho cambiato perché ora ho dovuto anche cambiare il gatto, perché, come sai, non si possono più tenere i gatti bruni”. Si rincontrano dopo un po’ e uno dice all’altro “Sai ora sono un po’ in difficoltà perché gli ex proprietari di cani e gatti bruni sono nei guai, sai con la polizia…”. E l’ultima volta l’ex padrone sta per essere arrestato e l’altro dice “Dovevamo pensarci prima!” (ride, ndr). C’è sembrato d’attualità.

CF: Stavate dicendo che fate dei pamphlet: oltre che classici, ad esempio, avete libri di Giulietto Chiesa. Come li scegliete?

GB: Diciamo che facciamo abbastanza saggistica politica e lì siamo schierate, quindi scegliamo le cose che corrispondono abbastanza a quello che pensiamo. Non si è fatto un sodalizio con le idee, ma pubblichiamo le cose che ci piacerebbe vengano ascoltate e lette. Giulietto Chiesa ha scritto un libro contro le guerre e su come in Italia destra e sinistra pensano che le guerre siano una cosa che si possano fare per motivi umanitari. Quindi abbiamo pubblicato questo libro contro quest’ idea di guerra umanitaria. Giulietto Chiesa è un giornalista politico che cerca sempre di andare dietro alle cose e smascherare le menzogne.

Adesso abbiamo pubblicato un libro anche di Žižek: anche lui è uno che ha un pensiero filosofico e politico che a noi piace molto, in cui ci riconosciamo. E questo è sicuramente un criterio per quanto riguarda la politica. Per quanto riguarda tutto il resto, come la filosofia e la narrativa, lì non c’è nessuno schieramento, c’è solo l’attenzione alla qualità e al pensiero.

CF: Quello che secondo me non si può prevedere è il successo di un libro: non si può prevedere quale sarà un best-seller, ma si può realmente creare un successo? E come lo si fa?

ŽižekGB: Si può fare un successo, forse noi non possiamo crearlo, ma si può. Di un libro che vedete in tutte le librerie, non pensate che sia un libro di successo e non vi viene la curiosità di vedere se il libro è veramente bello? Forse non sapete che le case editrici pagano quegli spazi, questa è la verità. Soprattutto nelle catene librarie, c’è un fenomeno che si sta diffondendo con la scusa della crisi, ma che non passerà con la crisi, anzi si diffonderà sempre di più se non lo si ferma: è l’affitto o la vendita degli spazi della libreria. Se io ho i soldi per comprare gli spazi in trecento o quattrocento librerie, allora è fatta. Poi mi dirai che c’è bisogno dei giornali che ne parlano, sì e no, lo spazio in libreria è più importante.

RE: A proposito di questo, giorni fa sono andata in una libreria di Milano che frequento sempre, dove ci sono due librai seri. E mi hanno detto che, visto che il padrone è malato, il manager della loro azienda ha deciso che la narrativa dovrà essere tolta completamente e che questa libreria si deve trasformare in una libreria di soli libri d’immagine, di soli libri di fotografie. Sono uscita in uno stato di desolazione. Lì ci andavo da quarant’anni. Andare in una libreria per me è come rivedere vecchi amici, significa girare il mondo e i libri sono delle persone amiche a disposizione. Adesso questo discorso dell’immagine, per cui anche i libri devono essere d’immagine, per me è spaventoso. Ci sono adesso questi libroni che costano cento invece di costare dieci perché sono fatti di fotografie, ma la gente andava per anni in quella libreria perché c’erano i libri di narrativa, per le presentazioni dei libri, perché c’erano incontri e perché c’erano questi due librai a cui potevi chiedere “Cosa c’è di bello?”, “Cosa mi consigli?”. E ora è finita una libreria storica milanese.

CF: Ginevra Bompiani diceva prima che gli spazi in libreria vengono affittati, ma c’è anche un altro problema che spiega il perché vengano pubblicati venti mila libri all’anno. Io credo che una casa editrice debba pubblicare per occupare lo spazio in libreria: se non pubblica quei cinque titoli al mese, quello spazio viene occupato da un altro. Questo significa che le librerie sono piene di libri inutili ed è difficile scegliere, ecco allora che lì deve intervenire il libraio che può consigliare. Io faccio la giornalista e scrivo una rubrica di libri, ma non sono tanto le recensioni e i giornali che muovono il pubblico quanto piuttosto il passaparola. Come funziona il passaparola, una come Mira Marz che non va da Fazio o da Daria Bignardi, come fa?

GB: Perché i suoi libri sono belli, semplicemente questo. Devo dire che noi qualche volta abbiamo cercato di fare dei libri, ma non ci corrispondevano proprio del tutto. Mio padre diceva che non si deve fare un Veltroni per uno Steiner (ride, ndr). Ogni tanto ci diciamo “adesso cerchiamo di fare un libro che vende, così siamo tranquilli per fare gli altri”. Per niente! Non funziona! I libri che non ci corrispondono non vengono, non come invece l’autore che ci corrisponde completamente e a cui noi crediamo completamente.

E Mira, ad esempio, è veramente un autentica scrittrice. Piacciono, è semplice, ogni tanto succede, non è che il pubblico ha sempre torto (sorride ironica, nda).

CF: No, anzi, purtroppo questi singoli casi sono sempre pochi. Ma per fare successo è importante anche avere in libreria le pile di libri, in modo che la gente dica “caspita questo dev’essere un bel libro”…

GB: Noi le librerie non le paghiamo per fare le pile…

CF: Anche perché bisogna fare delle grandi tirature…

GB: No, intendevo che le pile noi le facciamo, ma sono vere.

CF: Ci sono dei libri sui quali puntate tanto e invece poi non funziona? Intendo: così come non si può stabilire quale libro avrà successo, non si può nemmeno dire quale passerà inosservato. Avete avuto delle grandi delusioni?

Copertine Beijing Story di TongzhiGB: Delle grandi delusioni no, diciamo che abbiamo pubblicato un libro che non va male ed è l’unica nostra edizione mondiale: si chiama Beijing Story, tanto per non fare pubblicità! (ride, ndr) È di uno scrittore cinese anonimo che noi abbiamo chiamato Tongzhi, perché Tongzhi è il nome che gli è stato dato. Il termine un tempo voleva dire “compagno”, ora vuol dire “gay” in cinese. E siccome questo è un libro hard-core gay diventato un libro cult e questo tipo di letteratura viene chiamato “tongzhi”, l’abbiamo chiamato così.

Il romanzo è uscito solo su internet in cinese e in inglese — nessuno ha avuto il coraggio di pubblicarlo perché era hard — ma è una bellissima storia d’amore, di passione tra due uomini nella Cina moderna. Io avevo visto il film di Lan Yu a Parigi alcuni anni fa e, nei titoli di coda, dicevano che era tratto da un romanzo. Da allora mi sono messa a cercare questo testo e dopo anni finalmente l’ho trovato. L’ha trovato una nostra collaboratrice cinese e mi ha chiesto se sapevo di cosa si trattasse… Vedevo che erano esitanti, poi l’ha letto Roberta e si è entusiasmata (ride, ndr).

RE: Be’ è una novel molto bella, si imparano molte cose (ride un po’ imbarazzata, ndr)…

GB: Noi speravamo di fare un libro veramente scandaloso e addirittura abbiamo osato una cosa che non è mai stata fatta, per lo meno in Italia e in Europa: abbiamo messo un membro eretto in copertina! Ed è una cosa che non si fa (sorride ironica, ndr)…

CF: Da due signore come voi…

GB: Non si capisce chiaramente, ma se state attente si vede. C’è chi l’ha preso per una donna con un ombrellino (ride, ndr). Noi speravamo in un grande successo di stampe, ma — non so se per la reputazione che ci siamo fatte in sette anni — siamo state sdoganate. Tutti i giornali sono usciti dicendo che questo libro è un libro importante, che anche la copertina ci stava; insomma ci hanno sdoganate a tal punto che questo libro si vende, ma non è stato questo grande successo editoriale!

CF: Comunque è stata Roberta a spingere per questo libro…

RE: È una storia chiaramente vera, autobiografica, che si svolge nella Cina moderna…

GB: Che ne sai tu se è anonimo l’autore?

RE: No, si capisce: è troppo concreto, è sicuramente autobiografica. D’altronde l’autore è andato in Canada, l’unica cosa che sappiamo è che ha dovuto lasciare la Cina…

GB: Ma no, non sappiamo niente dell’autore, a meno che tu non abbia dei rapporti (ride, ndr), non può pubblicare in Cina, questo sì…

RE: Hai ragione.. Un altro libro che secondo me è molto bello è quello di Lee Stringer: anche quello ha una storia particolare, ne vuoi parlare tu?

GB: È uno scrittore americano di cui abbiamo pubblicato due libri: uno si chiama Cioccolato o vaniglia, ed è la storia della sua giovinezza, e l’altro si chiama Inverno alla Grand Central ed è la storia della sua maturità. Lui non era uno scrittore, era un senzatetto che si drogava e viveva nella Grand Central. Per farsi di crack pare che serva un pezzetto di matita quindi lui, quando non si faceva, non sapeva che farsene di questa matita e allora si mise a scrivere.

Lee Stringer Ha pubblicato poi questi suoi scritti sui giornali di strada. Chomsky e Vonnegut lo hanno notato, lo hanno pescato e gli hanno fatto pubblicare questi suoi testi. Il libro, molto bello, Inverno alla Grand Central, è totalmente autobiografico. E poi appunto Cioccolato o vaniglia è la storia di lui da ragazzo — ah, ho dimenticato di dirvi che è nero! — che andava normalmente a scuola e un giorno, mentre andava a scuola, vide un bambino bianco tutto vestito bene con le mani in tasca. Lui si è avvicinato e gli ha dato un pugno. Così è stato preso e messo in riformatorio, in un certo senso ne esce bene… Comunque sono dei libri bellissimi, perché sono la sua vera storia. Lui è un vero scrittore, è autentico nelle cose che scrive e le sa scrivere bene. Era la prima volta che veniva in Italia, per uno che vive nel Queens non è stato banale uscire dalla propria realtà e vedere l’Europa. Anche se è uno molto intelligente ed ironico.

CF: Ci sono dei criteri per valutare le storie? Ci sono, secondo voi, delle caratteristiche fondamentali che un buon libro deve avere?

GB: I criteri sono tutti a posteriori, se avessimo dei criteri a priori sarebbe meglio che non facessimo questo mestiere. A posteriori sì: ci vogliono una scrittura, una storia e un’idea, questo è l’ideale. L’idea è fondamentale, perché è una base di costrizione della storia e della scrittura. A volte c’è solo la scrittura, cosa che a noi piacerebbe comunque, però c’è un’indifferenza generale per la scrittura. Quindi la scrittura da sola non passa la frontiera, ci vuole anche la storia. E perché storia e scrittura facciano un tutt’uno, ci vuole un’idea. Ma questi, ripeto, sono solo criteri a posteriori. In ogni caso, quando un libro ci piace, in genere, notiamo che ha sempre una bella scrittura e una storia.

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