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Musica

Have boss, will travel (III)

Segue da Have Boss, will travel (II)

Attesa al concerto di Bruce SpringsteenLa sensazione dell’attesa di Udine è paragonabile a quella del secondo appuntamento. Non vedi l’ora, hai grandi speranze, conti i minuti che ti separano dal momento tanto anelato, ma – ammettiamolo – lo scoglio grosso è già stato superato.
L’emozione assassina della felicità suprema raggiunta, del desiderio più folle soddisfatto, dell’unica cosa che conta ottenuta, c’è già stata. E sei sopravvissuto. Ciò è molto strano, ma è più strano che sia proprio tu il protagonista dell’evento più stupefacente della Storia. Sei l’eletto, sei l’unto del Signore, sei colui che non solo ha ottenuto un appuntamento dalla tettona della Quinta B, ma che alla fine della prima uscita ha messo le mani dove ha voluto e ha la certezza di stare per farlo di nuovo.
Sei, cioè, quello che ha assistito all’unica esecuzione europea di Jersey Girl: irradi superiorità ad ogni sospiro, sei pronto a firmare autografi. Fintanto che la tettona di Quinta B non fa la cretina con il fighetto munito di vespa.
Non è proprio tradimento, tecnicamente non state neanche insieme e comunque non hai le prove. Però brucia lo stesso. Brucia perché non sei al centro dei suoi pensieri, brucia perché il fighetto con la vespa non è niente di speciale (e comunque in confronto a te non vale un fico secco) e perché all’improvviso ti sembra di avere sopravvalutato la cosa; d’improvviso ti pare che, se li guardi dalla giusta prospettiva, si vede che quelli che sembravano diamanti sono culi di bottiglia.

L’anziano nano (no, non quell’anziano nano: parlo di Springsteen) ha avuto la faccia tosta di fare un altro concerto strepitoso. Per giunta, questo superfluo concerto memorabile si è tenuto su suolo italiano, alla presenza di una folla in visibilio della quale – sciagura – non abbiamo fatto parte.
La coppia maggiormente responsabile di emissioni di CO2 del nordest aveva infatti deciso, non senza strazio, non senza rammarico, di rinunciare al concerto di Torino.
Certo, la prospettiva di milleduecento chilometri in ventitré ore per assistere ad uno show dalla piccionaia (provate voi a mettervi in coda per il pit in Italia meno di trenta ore prima e poi sappiatemi dire se siete riusciti almeno ad entrare nello stadio) è sempre allettante, tuttavia avevamo a suo tempo optato per i concerti scandinavi, restringendo la presenza in patria alla sola data di Udine.

I criteri per scegliere a quali concerti di Springsteen recarsi possono essere molteplici, e possono tutti rivelarsi drammaticamente sbagliati.

Uno: metodo per esclusione.
Si consulta il piano ferie e si escludono le date dove non è possibile recarsi (darsi malati in ufficio non vale, se no che scrematura è?). Rimangono, tipicamente, quelle nel fine settimana, che in genere si tengono nei paesi dove il fanatismo è meno acceso. In Spagna e Italia, ad esempio, il giorno della settimana è irrilevante ai fini dell’affluenza di pubblico. In Svezia, se il concerto è di mercoledì, magari qualcuno che abita a seicento chilometri di distanza rinuncia. Sembra inverosimile, ma è vero.
Alle restanti località vanno sottratte quelle non raggiungibili in automobile entro un lasso di tempo ragionevole (sia detto che dodici ore sono ancora un lasso di tempo ragionevole, nella testa di un fan di Springsteen), né con un volo low cost. In genere, alla fine del gioco restano in piedi: Vienna (per chi abita nel nordest), Zurigo o Parigi (per il nordovest), Londra o Dublino.
Sembra facile affidarsi a questo sistema, ma occorre rammentare che si tratterà di show cui assisterà anche un pubblico di semplici curiosi e di neofiti. Anche Springsteen ne è consapevole e difficilmente tirerà fuori preziose rarità dal cilindro, privilegiando piuttosto un repertorio di brani più noti, che soddisfi tutti. Insomma: scalette-fotocopia garantite, se non addirittura mezzi bidoni.

Due: metodo del sorteggio controllato.
Postulando per assurdo di avere la possibilità di assentarsi dal lavoro in qualsiasi periodo, si sorteggia una località, poi si escludono quelle assurdamente distanti, e se ne sorteggia un’altra tra le restanti più prossime. A questo punto si sceglie, con raziocinio e cartina alla mano, a quali altri concerti nelle vicinanze assistere. I più arditi vanno avanti per sorteggio, finendo spesso col delineare sulla mappa il tracciato di un sismografo impazzito.

Tre: metodo dello scaricabarile.
Ci si accoda ad un gruppo di espertoni organizzati e si va dove hanno deciso loro. Se capitano serate-pacco (sempre nel canone di Springsteen, tale per cui una serata-pacco equivale al concerto per poter tenere il quale qualsiasi altro musicista venderebbe l’anima al diavolo) si allargano le braccia e si tiene la coscienza pulita, mentre la compagnia, con i suoi aneddoti e commenti, costituisce pur sempre una piacevole consolazione.

Bruce Springsteen al concerto

Quattro: metodo Kasparov (o della previsione scientifica delle mosse dell’avversario).
Sulla base dell’osservazione delle scalette precedenti, si individua l’equazione che descrive la curva di andamento della qualità della serata e si scelgono i concerti che promettono meglio. L’inconveniente di questo sistema è costituito principalmente dall’elevato numero di variabili che compongono l’equazione, alcune delle quali addirittura di difficile rilevazione: velocità di ritorno dalle passerelle al palco, coefficiente di sudata, numero di avvitamenti e momento torcente di Nils Lofgren , sesso, età e segno zodiacale del bambino fatto cantare, numero di fontane di sputi e composizione e altezza del getto della soluzione spruzzata. Inoltre, questo metodo dà spesso come esito antieconomici percorsi a stella tipo Barcellona-Berlino-Belfast-Bologna.

Cinque: metodo Oda Mae Brown (o della percezione medianica).
Si prende una colossale balla di tequila e si aspetta fiduciosi l’apparizione di Springsteen, che rivelerà la scelta giusta da fare. Fondamentale sbronzarsi proprio di tequila, alcolico che il nostro ha dato prova di apprezzare, altrimenti il contatto spirituale non si instaura correttamente. Per esempio, se vi incioccate di birra calda rischiate che vi appaia Elton John, mentre per evocare Tom Waits pare che non serva nemmeno bere: basta stappare e lo vedrete comparire al minimo rumore di brindisi; ideale per i guidatori, perché si scola tutto lui.

Noi abbiamo optato per il metodo Emilio Brentani (o dell’autoinganno).
Ci si basa sulla assurda convinzione che questa sia l’ultima tournèe con la band storica – e siamo già alla terza ultima tournèe – e si decide di togliersi gli sfizi, certi che non ci saranno altre occasioni per farlo. Naturalmente in cuor nostro confidiamo con tutte le forze che ci sia un tour successivo (un disco anche no, grazie, ma un tour magari) e sappiamo che in tal caso ci dissangueremo nuovamente per esserci, ma manteniamo indefessi questo atteggiamento di facciata per eludere la nostra stessa riprovazione.
Liberati così da ogni remora puntiamo su: 1) il luogo esotico e costosissimo cui avevamo rinunciato perfino quando si era trattato di scegliere il viaggio di nozze (la Svezia); 2) il luogo tattico, scomodo per la maggior parte degli altri fans (Vienna); 3) l’ultima data italiana (Udine), sulla base del fatto che in Italia, Spagna e Scandinavia tiene immancabilmente concerti epici, perciò l’ultima serata in questi paesi è garanzia quasi assoluta di spettacolo leggendario. Fino all’ultimo abbiamo cercato di presenziare anche a 4) ultima data europea (Santiago), connubio alla nitroglicerina di data di chiusura del leg e concerto in Spagna, roba che come minimo deve spogliarsi nudo come un neonato. Ci ha trattenuti uno sciagurato complotto tra Ryan Air (ostruzionista) e Unicredit Banca (pignasecca).

E fu così che escludemmo Torino, che ci sembrava la più sfigata delle date italiane, quella dove era meno probabile assistere ad esecuzioni preziose.
Sbagliammo.
Non c’è molto da dire o commentare, possiamo stare a spiegare per ore le valide ragioni che ci hanno condotto a questa scelta, la verità è che Springsteen e il Fato sono capricciosi; perciò puoi calcolare con geniale approssimazione le probabilità di uscita dei numeri alla roulette, con un margine di errore epsilon infinitamente vicino allo zero, ma non zero. E quell’epsilon – su questo sì che puoi scommetterci – prima o poi ti frega.
In questi casi si incassa la disfatta con dignità e si procede flemmatici secondo le proprie convinzioni.

Bruce SpringsteenD’improvviso, però, all’euforia sentimentale si è sostituita la sensazione di ghigliottina sospesa: avremo fatto bene a scegliere Udine? Sarà un bel concerto, o lo spettacolo del mito c’è già stato e a noi tocca l’eroe spossato e soddisfatto dell’impresa, che non ha più nulla da dare? Ci sentiamo un po’ come quegli allenatori in odore di esonero, che scendono in campo per i novanta minuti decisivi che dimostreranno agli occhi del pubblico che le scelte controverse fin’ora compiute erano giuste, è stata la società a non dare il sostegno necessario; oppure che dichiareranno inconfutabilmente che l’allenatore è una pippa e che ha ragione il presidente a volersene sbarazzare. Oramai quel che è fatto è fatto, si può solo stare a vedere e pregare fortissimo.
L’organizzazione è, se non proprio elvetica, molto poco all’italiana: si entra nello stadio piuttosto ordinatamente, quasi in fila.

 

 

 

Bruce Springsteen  & The E Street Band

Nel pit vedo tra le prime file numeri relativamente alti e immagino che qualcosa sia andato storto nell’altra coda e che qualche furbo, qua e là, si sia aggiudicato gli auguri delle disgrazie più atroci, tuttavia “non si registrano situazioni di emergenza”.
Siamo in terza fila e mezza, vale a dire quella posizione limbica in cui hai, a seconda dei momenti, due o tre persone tra te e Bruce. A dispetto della nostra feroce passione, non siamo di quegli spettatori che sgomitano per il centimetro o che passano sotto le gambe di quello davanti per conquistare una posizione. Arriviamo, ci assestiamo dove ci tocca e cerchiamo solo di non farci spuntare pubblico dappertutto, ma a volte penso che mi si annidino le persone nelle mutande, da tanto facilmente mi faccio fregare e mi ritrovo con davanti due teste in più di quando sono arrivata. Volano sguardi assassini, poi il concerto comincia e si sigla l’armistizio, che se era per litigare lo potevamo fare benissimo al bar, non c’era bisogno di cacciare sessanta euro e stare venti ore sotto il sole.
Le aspettative di tutti sono alte, ma per certi versi discordanti: chi, come noi, non era a Torino, spera in una scaletta memorabile, in qualcosa che possa battere in rarità la Jersey Girl di Vienna; praticamente ci vorrebbe che salisse sul palco e dicesse “Uh, you know, I was – uh – I was eating some frico and drinking grappa and – uh – there was this waitress and – uh – I thought “uh, what for a wonderful place is – uh – Furlany” e iniziasse un inedito ispirato alle bellezze locali; ma non una semipippa tipo Girls in their summer clothes, dovrebbe essere un pezzo strepitoso alla So young and in love.

La parte di pubblico che, invece, è reduce da Torino, spera in un bel concerto, ma non equivalente al precedente, affinché la propria esperienza rimanga unica, preziosa e, soprattutto, invidiabile. I fan di Springsteen, infatti, sono competitivi come reginette di bellezza. Superata la fase infantile del celomanca sui concerti visti e i brani ascoltati dal vivo, si passa alla gara più sottile e spietata, giocata sulla particolarità e bellezza delle varie esecuzioni.

Bruce SpringsteenEsempio: mio marito può vantare di essere stato presente all’unica esecuzine di Born in the USA iniziata acustica e finita elettrica (Vienna 2003). Bazzecole, posso ribattere io: intanto, se non la ha mai più suonata così, un motivo ci sarà; secondariamente io ho visto Tougher than the rest il giorno dell’anniversario di matrimonio con Patti (Firenze 2003). Questo è un argomento che brucia molto a mio marito perché all’epoca aveva già in tasca il biglietto per questo concerto, ma il suo volo è stato improvvisamente cancellato ed è rimasto in sala d’attesa a Bari più muto del solito mentre Springsteen infiammava il Franchi. Allora lui, tipicamente, mi rinfaccia l’entrata nello stadio di Parigi 2003, quando Bruce ha suonato un extra per i primi arrivati rimasti sotto la pioggia, ma io affondo la stoccata vantando la presenza a Bologna 2002, la sera in cui, a concerto finito, Springsteen è tornato sul palco ad accompagnare al piano il pubblico che non aveva smesso di cantare Thunder Road, nonostante si fossero già accese le luci e spenti i megaschermi.
Poi la finiamo qua perché dal 2005 in poi abbiamo visto tutti i concerti insieme, ma c’è gente che ha divorziato per molto meno.

Niente di epico, invece, nella scaletta di Udine, ma neppure scarti di produzione. Diciamo che – volendo stilare una classifica secondo un criterio minimamente obiettivo – assegnando un voto da uno a dieci a ciascun brano, il punteggio totalizzato da Udine risulta comunque molto alto, grazie a brani che non raggiungono l’eccellenza, ma non scendono sotto la sufficienza.
Ma tanto non vogliamo affatto stilare una classifica obiettiva, vogliamo solo vantarci con gli amici – dando loro implicitamente dei fessi per essere mancati – di aver visto Be true e Streets of Fire. Va bene, è vero: ci ha inflitto anche questa sera l’ineluttabile doppietta Lonesome dayThe rising, ma ci ha anche regalato Something in the night e American Skin.
Potremmo sprecare fiumi di inchiostro (ma non lo faremo, consci che i nostri piccoli lettori non hanno fatto nulla di male per meritare tale strazio) in discorsi sterili sul valore intrinseco di questo o quel brano, sulla preziosità di questa o quella esecuzione e via dicendo; il fatto è che il fan di Springsteen è un insoddisfatto per definizione, un ingrato e un ingordo. Potrebbe andare in bagno una mattina e trovarsi Springsteen che prova un inedito sotto la doccia di casa e avere comunque la sensazione che manchi qualcosa, che si possa avere di più, che la soddisfazione completa non sia questa.
È un sentimento strano, simile alla voglia di sigaretta dopo il caffè avendo smesso di fumare: si è consapevoli che si sta desiderando qualcosa cui non si ha diritto, che bisognerebbe esser soddisfatti di ciò che si è avuto fin’ora, assai più del necessario, ma nonostante questo la tentazione è forte e si sa bene che prima o poi ci si cascherà di nuovo. Magari non ora, magari neppure domani, magari passerà un anno o si aspetterà un’occasione speciale, ma quando si ha questo tormento che mangia di dentro, l’organismo mette in modo le difese: si asseconda la voglia prima che diventi un’ossessione e si cede.
De resto è così facile: non serve nemmeno andare in tabaccheria, basta andare su Ticketone e cliccare su “buy now”.

Bruce Springsteen

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