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Palcoscenico

Elektra

L’Elektra è un’opera in due atti unici musicata da Richard Strauss su libretto di Hugo von Hofmannsthal, andata in scena per la prima volta il 25 gennaio 1909 a Dresda.

Una scena dello spettacolo

L’opera è ispirata alla omonima tragedia greca di Sofocle e narra l’odio e la disperazione della protagonista per l’omicidio del padre Agamemnons da parte della madre Klytämnestra e del suo amante Egisto. In seguito all’ uxoricidio dell’eroe di Troia, Klytämnestra e il suo amante governano Micene, mentre la figlia Elektra vive la sua disperazione e coltiva una sete di vendetta che si consumerà ad opera del fratello Oreste, trasformato da Elektra in valoroso guerriero. Niente più, niente meno di ciò che è possibile leggere quotidianamente aprendo la pagina della cronaca nera dei quotidiani italiani! Quindi, l’”Elektra” si presta facilmente alla rappresentazione scevra da riferimenti storicistici, perché risulta una vicenda credibile in ogni epoca e luogo. Da notare come al tempo di Sofocle il concetto prettamente cristiano del perdono non esisteva, quindi, per Elektra l’unica possibilità di riscatto era la vendetta cruenta contro la madre.

Nelle società moderne invece, l’omicidio non è quasi mai considerata una soluzione socialmente accettabile e praticabile, ed è proprio questo lascito violento del processo evolutivo, ancora presente negli atti sociali devianti, che rende la tragedia greca una fonte inesauribile di riflessioni psico-sociologiche. Per questo motivo, l”incontro tra Strauss e il celebre librettista von Hofmannsthal con questa tematica tragica dell’antichità classica in uno dei momenti fiorenti della riflessione psicosociologica sulla devianza sociale, ha generato una delle opere liriche di più alto impatto psicologico sul pubblico. A fronte di una prima parte decisamente statica, dove ci si abitua quasi all’idea di una Elektra ormai relegata sia dalla madre, sia dall’amante ai margini della società, con l’irruzione di Oreste e il progressivo esercizio di consapevolezza dei due figli orfani, il dramma familiare assume i connotati della tragedia, che si conclude con l’accasciarsi definitivo al suolo di una figlia priva dei due genitori ma soddisfatta nelle sue pulsioni vendicative.

Nella società moderna, questo complesso di Elektra, definito in contrapposizione al complesso di Edipo, rappresenta forse l’evento sociale più sconvolgente e dirompente. Per questo motivo, l’evoluzione delle abitudini e dei costumi della società occidentale non ha diminuito nel corso dei secoli il potenziale impatto sconvolgente di questo matricidio premeditato. In questo senso, la trasposizione teatrale di questa complessa dinamica intrafamigliare più che regale si trova per forza a dover fare i conti con il contesto sociale nel quale viene realizzata.

Una scena dello spettacolo

La presa sul pubblico dell’Elektra è direttamente proporzionale alla capacità da parte sia della regia scenica, sia di quella musicale di imporre all’opera un ritmo frenetico e psicologicamente agghiacciante. Con questo spirito e intento, il Teatro Stabile di Bolzano ha messo in scena una Elektra dall’altissimo valore artistico, anche in considerazione della scelta di unire due prestigiose orchestre per rendere in modo quasi fisico i drammi intrapsichici vissuti sul palco. A tal proposito, da noi interrogato, Michele Olcese, il talentuoso ingegnere scenografo responsabile degli allestimenti di scena, ci ha confessato come “il punto di partenza sia stato la necessità che gioco-forza si imponeva come imprescindibile: l’orchestra in palcoscenico anziché nel golfo mistico. Scelta motivata dal fatto che la partitura di Strauss per Elektra prevede forzatamente un organico orchestrale tra i più vasti del repertorio operistico di tutti i tempi.

A Bolzano, unendo le orchestre Haydn di Trento e Bolzano e la Regionale dell’Emilia Romagna, abbiamo avuto 107 professori, che mai sarebbero potuti stare nei golfi mistici di nessuno dei teatri coproduttori (oltre Bolzano, Piacenza, Modena e Ferrara). Questo ha fatto si che all’azione scenica restasse il proscenio ed il golfo mistico appunto, svuotato della sua tradizionale funzione”. Tale soluzione tecnica, ha sicuramente conferito allo spettacolo una potenza e una maestosità funzionali alla potenza del gesto di Elektra che, come già detto, deve essere decontestualizzato da ogni riferimento storico. Ancora con le parole illuminanti di Olcese: “quando la rivoluzione che ha portato Klytämnestra sul trono a seguito dell’uccisione di Agamemnons si è consumata, il paesaggio rimane circondato da rovine e macerie senza connotazione precisa, immote nella loro fredda assenza di colore. Tuttavia, la ricostruzione è cominciata e il cantiere per il restauro della reggia è in atto, con i suoi ponti, scale e passaggi. Ed è la suddetta definizione degli spazi a identificare due ambienti fondamentali, che non si distinguono come tradizionalmente sul piano orizzontale del palcoscenico nel davanti/dietro o dentro/fuori, ma qui nel sopra e sotto, nell’alto e basso. L’uno identifica la corte, distinta dal blu della regalità, con Klytämnestra ed il suo seguito, l’alta società appunto, sdegnosamente distaccata dalla realtà sottostante, e l’altro l’orcus, la tana profonda dove Elektra vive quasi come un animale, fuori dalla reggia, lontana da qualsiasi altra umanità, in una fossa carica di simboli e di ricordi da cui essa non si allontanerà mai”.

Una scena dello spettacoloPassando alla parte musicale, noi abbiamo assistito alla replica del 16 gennaio 2010, con un secondo cast sicuramente pieno di giovani e promettenti talenti. Elektra è stata Elena Popovskaya, soprano poliedrico che si è già cimentato in ruoli impegnativi come Turandot e Tosca nei teatri di quello che una volta veniva chiamato Est Europa e che possiede un curriculum di tutto rispetto anche in ambito concertistico. La Popovskaya ha un timbro di voce che si adatta particolarmente alla drammaticità del personaggio, e riesce con agilità a rendere la trasformazione che porta Elektra alla vendetta. Anche dal punto di vista scenico, la cantante riesce convince appieno il pubblico. Michela Sburlati, soprano in grado di spaziare senza difficoltà da Mozart a Puccini, forte di una esperienza internazionale, è invece una notevole Chrysothemis, dotata di voce chiara e capace di acuti limpidi e gradevoli; tecnicamente e scenicamente a suo agio nella parte, entusiasma il pubblico interpretando la sorella mite di Elektra, incapace di partecipare all’omicidio della madre. Il mezzosoprano “bolzanino” Anna Maria Chiuri interpreta il ruolo difficilissimo di Klytämnestra, donna che la leggenda narra avere avuto un rapporto amoroso perfino con Zeus e che nel corso della sua vita genera sette figli, quattro dei quali con l’uccisore di suo marito!

La Chiuri, uno dei mezzosoprani attualmente più apprezzati nel panorama internazionale, è sicuramente dotata di una estensione vocale impressionante, che le ha consentito di interpretare i ruoli più importanti accessibili con questo registro vocale. Particolarmente apprezzabili sono i suoi piani, modulati con una dolcezza infinita. Leggermente meno agevoli risultano i passaggi alle note più acute, necessari per caratterizzare le ossessioni e le manie di Klytämnestra, mentre è ottima la resa drammatica del personaggio. Richard Decker è Aegisth, figlio di un incesto tra Tieste e la figlia Pelopia che, divenuto amante di Klytämnestra, rinchiuderà Elektra, generando il lei la sete di vendetta. Decker non brilla ma non sfigura in un ruolo che sicuramente non consente molto al tenore tedesco. Wieland Satter, baritono dalla voce potente ed elastica, è un giovane e apprezzabile Orest, capace di far da degna spalla alla sorella. Per quanto riguarda la direzione musicale, dopo quanto già detto sui problemi tecnici affrontati, c’è da aggiungere che il vero capolavoro è siglato da Gustav Kuhn. Fuoriclasse dalla sterminata cultura, sa tenere il pubblico “elettrizzato” e incollato alla propria poltrona e regala un’interpretazione di Strauss pulita e senza la minima sbavatura. La regia è firmata da Manfred Schweigkofler, che ha riportato il Teatro Stabile di Bolzano nel firmamento internazionale della lirica. Le soluzioni sceniche sono incredibilmente suggestive ed efficaci, il colpo d´occhio che se ne ricava entrati in sala, preannuncia, come deve essere, lo svolgimento drammatico, anzi tragico, che ci aspetta.

Mai come in questo caso, la scelta modernista di Schweigkofler è capace di rendere una tragedia carica di risvolti psicologici. I giochi di impalcature posti di fronte e in cornice avanzata rispetto all’orchestra impone allo spettatore un viaggio dentro la propria coscienza, dentro le miserie della società, dentro gli anfratti più reconditi della nostra psiche. Lo spostamento degli interpreti per vie laterali, quasi mai posizionati sul palco, il loro girovagare per il perimetro del sipario assolve la funzione di quel viaggio interiore che Strauss intendeva per l´Elektra. Per questo motivo, ci sembra doveroso citare, oltre ai bravissimi interpreti, il cast tecnico, composto da Hans-Martin Scholder per le stupende scenografie, Michele Olcese per la cura attenta e precisa delle scene, Violeta Nevenova per i costumi e Andrej Hajdinjak per quel fantastico gioco di luci ed ombre.

Una scena dello spettacolo

Autore: Richard Strauss, Hugo von Hofmannsthal
Regia: Manfred Schweigkofler
Direzione musicale: Gustav Kuhn
Scenografie: Hans-Martin Scholder, Michele Olcese
Costumi: Violeta Nevenova
Luci: Andrej Hajdinjak
Interpreti: Anna Katharina Behnke, Elena Popovskaya, Maida Hundeling, Michela Sburlati, Mihaela Binder Ungureanu, Anna Maria Chiuri, Richard Decker, Thomas Gazheli, Wieland Satter, Igor Bakan, Elisa Maffi, Charlotte Soumeire, Arnold Bezuyen, Vito Maria Brunetti, Martina Bortolotti, Jelena Bodrazic , Monika Wäckerle, Anahita Ahsef , JaeHee Kim, Lara Martins
Produzione: Stiftung Stadttheater, Teatro Comunale di Modena, Teatro Municipale di Piacenza, Teatro Comunale di Ferrara

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