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Cinema

Théo Angelopoulos

La solitudine dell’artista

Théo AngelopoulosTheo Angelopoulos è un maestro. Non solo di cinema, anzi. Vedere i suoi lavori significa fare un’esperienza unica, perché qualsiasi suo film lascia il segno, un segno personalissimo. Nelle sue “frasi cinematografiche” si rintraccia uno stile riconoscibile che lo rende una tra le voci più importanti del Novecento. Esponente principale del “Nuovo cinema greco”, il movimento che iniziò a prendere forma già durante i primi anni della dittatura militare grazie a un gruppo di giovani cineasti engagé e militanti dallo sguardo politico acuto, Angelopoulos spezza di fatto i legami con la cinematografia imperante sia a livello produttivo che autoriale, distaccandosi completamente da generi e modelli di cinema fino ad allora dominanti, per portare avanti la sua propria ricerca, “quasi come una condanna”. Definito il “regista della storia greca”, porterà il tema alla ribalta dal suo primo lungometraggio, Anaparastasi (Ricostruzione di un delitto), fino alla sua grande trilogia storica – Meres tou ’36 (Giorni del ’36), O thiasos (La recita) e I kynighi (I cacciatori) – e soprattutto ne La recita, culmine epico-storico-brechtiano del 1975 osannato dalla critica internazionale. Nel corso della sua travagliata carriera, minacciata dall’esilio politico che lo porterà a Parigi e dalle difficoltà nel trovare i finanziamenti necessari per lavorare, ha raccolto consensi e ammirazione in tutti i più importanti festival cinematografici, conquistando riconoscimenti che vanno dalla Palma d’oro a Cannes al Leone d’oro alla Mostra di Venezia. Definirlo semplicemente un regista pare quasi riduttivo. Angelopoulos è un poeta di immagini, un filosofo della storia. È una testa pensante che sa tradurre con finezza il suo sentire su pellicola, che si interroga sempre sul passato — anche antico, per non dire un passato mitologico — ma soprattutto sul presente. È capace di far dialogare macrocosmi con dimensioni intime e personali, di volteggiare tra abisso e speranza, di sfiorare dei picchi di eleganza che portano quasi alla commozione. Angelopoulos è un artista, si direbbe se oggi questa definizione non avesse perso un po’ della sua potenza. È un uomo che ha fatto dell’Arte la sua vita, con completezza e umile onestà.

Un'immagine da Viaggio a Citera

Alla ventunesima edizione del Trieste Film Festival, dove abbiamo avuto l’onore di incontrarlo, sono stati proiettati due suoi lavori: lo splendido Taxidi sta Kythira (Viaggio a Citera), del 1984, un capolavoro fotografico e non solo, con Giulio Brogi — occasione unica per recuperare la visione di un titolo premiatissimo, ma mai distribuito in Italia — e l’opera più recente I skoni tou chronou (La polvere del tempo), secondo episodio della trilogia dedicata alla Storia, in anteprima italiana dopo il passaggio al festival di Berlino nel 2009, con Willem Defoe, Bruno Ganz, Michel Piccoli, Irène Jacob.

Cristina Favento (CF): Nel film che abbiamo visto ieri (Viaggio a Citera, nda) si coglie una sorta di disincanto nei confronti della politica. A un certo punto, il protagonista dice al suo interlocutore: “siamo stati da due parti opposte ma abbiamo perso entrambi”. Qual è oggi la sua posizione nei confronti della politica?

Theo Angelopoulos (TA): Le persone che parlano nel film, e che si sono trovate contrapposte, erano coinvolte nella guerra civile inglese. Una guerra che non esiste più, oggi. Ora ci sono i diversi partiti politici, che rappresentano la classica divisione che esisteva nel mondo antico e che esiste in tutti i paesi. I cittadini, civili intendo, non sono più divisi come succedeva all’epoca, quindi si tratta di un contesto totalmente diverso. Allora la gente parlava di politica, ne parlava veramente, anche al di là della guerra civile, era un tema generalmente sentito, del quale spesso si discuteva. Oggi la politica non esiste più. Ci sono i politici ma non più la politica, e quando se ne parla se ne parla nei termini più banali, ossia si parla di come esercitare il potere. Ma la politica è un’altra cosa.

CF: Nei suoi film ci si confronta spesso con lo scorrere del tempo, con una certa lentezza, vengono anche abbracciati degli archi temporali molto lunghi.

TA: Bisogna fare innanzitutto una differenza tra tempo e durata. Io parlo attraverso delle frasi piuttosto lente e ho avuto a che fare con molte persone che hanno parlato di lentezza riguardo ai miei film. Ma non è una questione di tempo, in realtà si tratta appunto di frasi, come nella scrittura: alcune sono più lunghe, altre più brevi. Io racconto una storia che pare più lenta perché è lunga. Tant’è vero che molti fanno dei film attraverso il montaggio, strutturando delle frasi più brevi, dando al film un altro ritmo.

CF: Nello scorrere della sua vita è cambiato il suo rapporto con il tempo? E di conseguenza i tempi dei suoi film?

TA: Come saprà, la scrittura… come dire? Io ho l’impressione che non scegliamo mai. O meglio, scegliamo ma perché siamo già stati scelti, perché amiamo fare una cosa. Non si dirige un film in un determinato modo per una questione di stile, almeno non io. È qualcosa che ti viene da dentro, una necessità di espressione che arriva sempre in un determinato modo piuttosto che in un altro.

Una scena de

CF: Sente un bisogno d’espressione diverso ora rispetto a ciò che la spingeva a realizzare il suo primo film?

TA: Il cinema è una professione. Non per tutto il mondo: ci sono dei cineasti che possono fare dei film che non li riguardano in prima persona, ossia non sono confessioni personali. Ad esempio, la maggior parte del cinema americano è così. Ce ne sono altri che cercando di fare un cinema più personale, ed è più difficile e rischioso.
Nel tempo c’è il pericolo di essere considerato dagli altri qualcuno che si ripete. Io mi sono ripetuto perché ogni film corrisponde alla mia esperienza. Ovviamente alcuni film sono più o meno riusciti, capita a tutti. Ma io non posso fare cinema senza provare a entrare dentro il film, esprimendo la mia sensibilità, la mia storia e la mia visione del mondo.

CF: Il suo ultimo film, La polvere del tempo, che vedremo al festival questa sera, è un tentativo di raccontare l’Europa degli ultimi anni?

TA: In questi anni, i grandi avvenimenti che succedono in Europa ma anche in altre parti del mondo, come per esempio ciò che succedeva negli Stati Uniti, erano sentito anche qui, toccavano la nostra sensibilità. La caduta del muro di Berlino ha riguardato tutto il mondo, io l’ho sentito come qualcosa che mi riguardava personalmente. Così come la guerra in Vietnam e le reazioni di protesta che ha scatenato in tutto il mondo. Quindi non sento differenza tra storia europea e una storia altra, ho parlato degli avvenimenti che mi hanno toccato maggiormente, in generale. Nel film ci sono degli europei: un tedesco di origine ebrea, un greco di origine russa che però è cresciuto in America, c’è una greca trasferita in Russia, ci sono degli italiani. C’è di tutto. Ho provato a parlare un po’ del mondo, ma non sono uno storico. Non ho raccontato la storia ma solo alcuni avvenimenti che mi hanno toccato, e gli avvenimenti che riguardano i personaggi principali del mio film. Che sono tre: una donna e due uomini che l’hanno amata fino alla fine, ricambiati. Quindi si tratta anche di una storia d’amore.

Una scena de

CF: Ho letto che lei divide la sua produzione in un periodo iniziale, più legato alla storia e alla politica, anche per la situazione personale che stava vivendo, e in una seconda parte più esistenziale, legata ai problemi dell’individuo.

TA: Anche. Per esempio nel film che lei ha visto ieri, Viaggio a Citera, la storia è un po’ in sottofondo, in primo piano c’è la storia personale dei personaggi, così come succede anche in La polvere del tempo. La storia, però, nel film di stasera è più in evidenza. Ad esempio, ci sono la manifestazioni per la morte di Stalin, un grande avvenimento, ma allo stesso tempo succede qualcosa di molto importante a livello personale nelle vite dei protagonisti. È una questione di equilibrio, di dosi, tra l’uno e l’altro: ci sono la storia delle genti, dei personaggi e, di tanto in tanto, gli avvenimenti della grande Storia. Non per completare ma come possibilità di comprendere perché la persone sono così, perché i caratteri del film sono così. Perché se non ci fosse stata la grande Storia, probabilmente avremmo avuto delle persone molto differenti, ovvero gli stessi personaggi sarebbero stati profondamente diversi.

CF: Grande protagonista di tutti i suoi film è anche il paesaggio, o meglio la sua maniera di renderlo cinematograficamente. Abbiamo visto Atene, abbiamo visto diverse parti del suo paese ma, personalmente, ho avuto l’impressione che ci fosse un grande attaccamento a una Grecia più intima, più legata ai monti, più schiva, che non si vede così spesso…

Theo AngelopoulosTA: Una Grecia interiore…

CF: Esattamente. È questa la sua Grecia?

TA: Sono un ateniese, sono nato lì e non conoscevo per niente l’altra Grecia, la Grecia profonda, finché non ho fatto il militare. In quel periodo mi mandavano di qua e di là, e ho scoperto che esisteva un paese molto diverso da quello che conoscevo io. Ho cercato di conoscerlo. Il mio primo film è stato girato tra i monti, in un villaggio su una montagna a nord di Piro. Lì ho trovato qualcosa di straordinario: ho scoperto che la tragedia greca antica e i suoi personaggi continuavano a vivere in alcune regioni della Grecia che erano rimaste un po’ più isolate. Questo mi colpì molto e ho cercato di renderlo nel mio primo film, ma senza dirlo. Era un tema molto attuale. Il film è stato girato nel periodo della dittatura dei colonnelli e, proprio per questo motivo, assumeva dei significati totalmente differenti.

CF: Un altro tema sempre presente è quello del viaggio, del movimento, la necessità quasi fisica di spostarsi continuamente, di conoscere nuovi luoghi, nuovi spazi. Ma il viaggio assume anche sfumature legate al tema dell’identità: politiche, extra territoriali…

TA: Per me il viaggio è… (esita sospirando, nda) la mia casa. Là dove mi sento più in equilibrio con me stesso e il mondo. Durante i miei viaggi sono nate tutte le idee dei miei film. Perché? Non lo so, ma è così. Quando viaggio, penso, mi lascio andare, senza pensare a niente. Allora le cose arrivano, si presentano. Magari non tutto il film ma l’idea per i film sì, arriva in quei momenti. Per esempio, il film che ho fatto con Mastroianni è nato su un aereo. Davvero non lo so perché. O ancora, l’idea per Il passo sospeso della cicogna è arrivata durante un viaggio fatto alla frontiera, nel corso del quale ho visto un episodio particolare. Avrei voluto fare un documentario sulla frontiera e invece poi mi sono ritrovato con un tema, con un film. Penso davvero che si tratti di essere aperti… è come in amore: quando si è aperti l’amore arriva, o no?

CF: L’hanno definita un poeta della storia, allo stesso tempo c’è una grande attenzione musicale, allo stesso tempo c’è una grande cura pittorica, per la composizione dell’inquadratura – alcune sono dei veri capolavori! Si nota insomma che ci sono tanti bagagli, tante confluenza diverse che sfociano nel film. So che è una domanda che magari può sembrare strana ma, quindi, come mai ha scelto proprio il cinema?

TA: Se lei legge dei libri, di un vecchio scrittore come per esempio Stendhal, si accorgerà che le sue descrizioni sono molto dettagliate, molto varie. Leggere un libro, oggi, non è la stessa cosa. Ci sono autori e autori. Se prendiamo Claudio Magris, però, che domani dovrei incontrare, e apriamo a caso il suo ultimo libro, tradotto e pubblicato anche in Grecia, mettendomi a leggere, comprendo benissimo che si tratta di Claudio Magris. Ciascuno ha il suo modo di scrivere, che venga dalla pittura o dalla musica, perché ci si nutre di tutto! Il nutrimento può arrivare dalla letteratura, dalla poesia o dall’esperienza personale, o da ciò che abbiamo letto. Se prendiamo Godard, tutti gli inizi dei suoi film prendono il via da notizie che lui aveva letto sui giornali. Era un semplice punto di partenza, certo, poi lui andava dove voleva. Ci sono fonti differenti e, come ho detto, se si è aperti, il film viene.

Scena tratta da

CF: Lei va al cinema? Che cosa vede e che cosa ne pensa? Dei film ma anche di come viene espressa la realtà oggi?

TA: In generale, abbiamo passato qualche annata non molto buona, a livello di cinema mondiale. Ma oggi credo inizi a esserci, in paesi diversi, un nuovo cinema, che sia in Grecia, in Germania o forse qui – non conosco troppo bene il cinema italiano contemporaneo – o in altri paesi nel mondo. Ad esempio c’è il cinema asiatico. Ho l’impressione che il cinema inizi di nuovo a essere interessante, a scoprire nuove zone di interesse, e a essere più conforme alla vita di oggi, a parlare in modo più attuale. Non è una questione solo di giovinezza ma di sensibilità nei confronti di ciò che succede nel mondo. Credo che i giovani oggi abbiano bisogno di elaborare la contemporaneità, e non la grande storia.

CF: Ieri sera ha parlato di solitudine, ci ha raccontato di essersi sentito molto solo mentre girava il suo film e mi ha molto colpito ciò che ha detto. Volevo capire se, secondo lei, la solitudine è legata al suo ruolo di artista, perché solitamente, quando si immagina un regista, lo si immagina sempre circondato da molte persone…

Theo AngelopoulosTA: Al di là del rispetto o della stima che possono avere gli altri per te, molto, molto spesso, ma veramente molto spesso, non comprendono subito. Serve che il tempo passi perché questo atto cessi di essere un atto solitario e arrivi alla comunicazione con gli altri. A volte mentre si gira un film, tu domandi qualcosa e vedi negli occhi delle persone la sorpresa: non capiscono il perché, oppure non lo accettano. Magari fanno ciò che chiedi ma non sono con te.

Quindi, a volte, sei solitario. Non sempre ma spesso.

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