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Cinema

TFF 2010

Molto diversi tra loro eppure accomunati da uno sguardo lucido e senza sconti, ciascuno nei confronti della propria realtà. La caratteristica che maggiormente colpisce dei dodici lungometraggi in concorso quest’anno alla ventunesima edizione del Trieste Film Festival è che tutti, o quasi, sembrano restituire a schiaffi l’Europa di oggi. Sono vibranti di contemporaneità: immagini e storie come echi di un sentire comune, attuale, estremamente dentro gli universi che raccontano. Fotografano frammenti di uno stesso collage a cielo aperto, dettagli che formano un mosaico palpitante. Sono film in connessione con un mondo che sta rapidamente cambiando. Alla base sembra esserci un’urgenza di indagare la realtà, di affrontarla di petto, con onestà, in tempo reale. E di restituirla sul grande schermo senza giudizio. A volte saturando i toni, come nel caso di Đavolja Varoš (La città del diavolo), a volte con impalpabile tocco poetico, è il caso di Eastern plays (Drammi a est), a volte ancora senza neppure condimento, cruda, come avviene nel caso dell’ungherese Swinki (Porcellini) o del serbo Ordinary People (Persone comuni).

Sotto la direzione artistica di Annamaria Percavassi, il festival ha mantenuto le sezioni competitive per lungometraggi, cortometraggi e documentari, intessendo il cartellone con una nutrita programmazione parallela che ha portato a Trieste ospiti prestigiosi. Come la splendida Fanny Ardant, icona del cinema francese che all’età di 60 anni esordisce alla regia con Cendres at sang (Ceneri e sangue, coproduzione franco-rumena), o come il regista greco Theo Anghelopoulos, protagonista di un incontro — moderato da Predrag Matvejević — al quale avrebbe dovuto prender parte anche Claudio Magris (assente perché ammalato), assieme a Omero Antonutti e Franco Giraldi.

Sono stati oltre 130 i titoli proiettati dal 21 al 28 gennaio 2010 (tra Cinema Ariston e Teatro Miela) nel corso dell’intensa settimana festivaliera, ricca di stimoli tra anteprime, novità, scoperte e riscoperte, incontri ed eventi. Le tre sezioni competitive della kermesse, come ogni anno, hanno cercato di documentare e interpretare i segnali di tendenza più originali provenienti dai paesi dell’Europa centro orientale e le 12 opere di fiction in anteprima italiana del Concorso Internazionale Lungometraggi sono arrivate a Trieste come contributo di 17 diversi paesi (molte le coproduzioni).

Ad aprire le danze è stata la proiezione di Honeymoons, prima coproduzione cinematografica serbo-albanese, favorevolmente accolta all’ultima Mostra di Venezia, per la regia di Goran Paskaljević, affezionata presenza di Alpe Adria Cinema. Il regista, che negli anni scorsi ha già presentato a Trieste altri suoi film (La polveriera, Il tempo dei miracoli e Optimisti), in quest’edizione ha avuto occasione di “sorvegliare” il felice esordio cinematografico del figlio Vladimir, che ha concorso nella sezione lungometraggi aggiudicandosi il premio come miglior film grazie al suo Đavolja Varoš (La città del diavolo), corale e affranto ritratto di una Belgrado contemporanea senza redenzione.

La giuria, composta da Maryna Ajaja (Usa), Tiina Lokk (Estonia) e Paolo Vecchi (Italia), ha assegnato la vittoria al film di Vladimi Paskaljević “per il coraggio e la chiarezza con le quali un giovane regista descrive, attraverso un montaggio puntuale e una regia eccellente, una città da cui gli Dei sono fuggiti”. Due menzioni speciali sono andate invece a Ordinary People (Persone comuni) interessante esordio alla regia di Vladimir Perišić, e a Kynodontas (Canino) di Iorgos Lànthimos.

Il primo film, presentato alla Settimana della Critica a Cannes e Miglior Film a Sarajevo e a Cottbus, è stato premiato “per aver saputo raccontare in modo lineare e pertinente fino a quale grado di violenza esterna/interna tutti noi ‘persone comuni’ siamo in grado di spingerci”. Ordinary People racconta l’iniziazione alla guerra della ventenne recluta Dzoni utilizzando un linguaggio a tratti bressoniano e un ritmo lento, fatto di attese e sospensioni intervallate da scosse truci e da poche sinistre accelerazioni. L’originalità e la forza della regia di certo non passano inosservate. L’incedere spaventosamente inesorabile del giorno — tutto il film si svolge nell’arco di 24 ore — sembra scandire un tempo immobile, indifferente allo scorrere del sangue. Una sceneggiatura — costruita su un succedersi di azioni meccaniche, su pochissimi dialoghi e sulla totale aderenza di un ragazzo “normale” all’agghiacciante contesto — che solleva anche la delicata questione della responsabilità individuale nei crimini di guerra.

Canino, premiato durante la scorsa edizione del festival di Cannes come miglior film della sezione “Un Certain Regard”, convince invece i giurati “per la parodia del termine ‘capofamiglia’, per il linguaggio distorto che rivela i problemi sociali contemporanei e dolorosi comuni a tutti e perché segna la nascita di una nuova era del cinema greco”. L’opera è una sferzante e amara riflessione sulla famiglia come istituzione, raccontata con stile personale e ben resa dai bravissimi attori. Splendidamente interpretati sono soprattutto i tre bimbi un po’ troppo cresciuti, solo apparentemente asettici. Le immagini sono ordinate, pulite e colorate, sembrano quasi quelle della pubblicità. Le parole sono invece spesso inquietanti, rivelatrici di anomalie. Le scelte estetiche di regia supportano la creazione di un’atmosfera grottesca e surreale, che esplora con maestria uno scenario tanto surreale. Tutto viene regolamentato, motivato in maniera formalmente logica, secondo la folle volontà di preservare un mondo fittizio e illusorio.

Ma brutali sono la improvvise esplosioni di violenza, crescente il senso di tensione, che ben comunicano al pubblico la percezione così nitida delle pulsioni primarie che sfuggono al controllo.

Il Premio CEI 2010, assegnato al film che meglio interpreta la realtà contemporanea e il dialogo tra le culture, è andato invece allo splendido Eastern plays (Drammi a est) di Kamen Kalev (Bulgaria-Svezia) “per la capacità di raccontare con efficacia e con misura una storia che è emblematica dei problemi legati alla globalizzazione e nello stesso tempo restituisce la profonda umanità dei protagonisti”. Ambientato in una indedita Sofia multietnica e in forte espansione, due fratelli, divenuti ormai quasi estranei, si ritrovano inaspettatamente uno contro l’altro perché portatori di due posizioni contrapposte. Il loro sarà un viaggio di avvicinamento che passa per consapevolezza e responsabilità, che fa vibrare le corde di un sentire universale.

(La ragazza più felice del mondo)

Cea mai fericità fatà din lume (La ragazza più felice del mondo) di Radu Jude è invece un film su compromessi e bugie, su capitalismo e rapporti familiari, che porta anche ad una riflessione sull’ingannevole linguaggio del cinema. Nel croato Crnci (I Neri/The Blacks) di Goran Devi e Zvonimir Juri (vincitore ai Festival di Pola e di Cottbus) a tregua siglata una squadra speciale (i Neri) si prepara all’ultima azione sul campo. El Paso di Zdeněk Tyc si ispira invece a una storia vera, quella di una vedova Rom e dei suoi nove figli, reali interpreti del film. È un lavoro buonista e colorato, che fa leva sui buoni sentimenti ma non solo. La pellicola ha il pregio di rielaborare con una sua originalità temi quali il razzismo e il pregiudizio, restituendoci un insolito e delicato ritratto di famiglia.

La Storia è al centro di Sturm (Tempesta/Storm) di Hans-Christian Schmid, premiato con un primo posto secondo il giudizio del pubblico. Un processo al Tribunale Internazionale de L’Aia contro un criminale di guerra jugoslavo diventa l’occasione, per il Pubblico Accusatore, di scoprire i lati nascosti di un sistema giudiziario. La protagonista dovrà quindi confrontarsi non solo con un caso controverso ma con una profonda crisi nei propri valori.

Świnki (Porcellini) di Robert Gliński è invece il ritratto di un sedicenne cresciuto troppo in fretta, scioccante e tragico viaggio nell’universo della prostituzione giovanile. Un viaggio intrapreso anche dalla protagonista di Slovenka (Ragazza slovena/Slovenian Girl) di Damjan Kozole, storia di una studentessa di Lubiana che si prostituisce — all’insaputa delle poche persone che fanno parte delle sua vita — con lo pseudonimo di Ragazza slovena, finché la situazione le sfugge di mano.

Nasce dall’improvvisazione Nem Vagyok a Barátod (Non sono tuo amico/I’m not Your Friend) del provocatorio regista ungherese György Pálfi, già controverso a Cannes col precedente passato anche sugli schermi triestini del Trieste Film Festival qualche anno fa. Simpatica, fresca e disimpegnata è, infine, l’opera prima di Christos Georgiou, Mikro Eglima (Piccolo crimine/Small Crime), che segue con piglio giallesco le vicende di un ufficiale di polizia intento ad indagare su una morte misteriosa. E sullo sfondo di una sperduta isola greca, la pellicola ci mette poco a tingersi anche di rosa.

Il Concorso Internazionale Cortometraggi ha proposto invece 18 opere prodotte negli ultimi due anni (provenienti da 15 Paesi dell’Europa centro-orientale) che hanno accolto temi universali e racconti intimi, spaziando dall’attualità alla letteratura. Tra i registi due italiani: l’attore Adriano Giannini, che esordisce dietro la macchina da presa con Il gioco (da un racconto di Andrea Camilleri), e il triestino Davide del Degan con il poetico Favola zingara, prima produzione cinematografica di Nicoletta Mantovani Pavarotti.

Nell’ottica dell’incontro, ma con finalità produttive, ha debuttato in questa edizione “When East meets West”, che si propone di creare un ponte tra le imprese audiovisive dell’Europa dell’Est e dell’Ovest. Organizzato dal Fondo Regionale per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con il Trieste Film Festival e Antenna Media Torino, l’iniziativa ha previsto una due giorni di tavole rotonde, masterclass e case-studies con professionisti provenienti da vari paesi e con focus sulla Spagna.

Come sempre nutrito è stato anche il Concorso Internazionale Documentari, curato da Fabrizio Grosoli in collaborazione con Roberto Ferrucci ed Elena Geri. I 18 film, tutti in anteprima nazionale, provenivano da 15 nazioni che fanno parte delle aree tradizionalmente investigate dal Festival (da segnalare la forte presenza delle Repubbliche Baltiche, della Russia, della Repubblica Ceca).

Tra i temi dominanti, il confronto con la Storia del ‘900 e con il passato comunista. Così ad esempio il veterano Němec, celebre regista della Nová vlna, rievoca il suo ’68 in fuga da Praga in Holka Ferrari Dino (La ragazza della Ferrari Dino), il polacco Konopka riflette sull’era del muro di Berlino dal particolarissimo punto di vista dei conigli selvatici che ne popolavano i dintorni (Rabbit à la Berlin), la coppia ispanicorumena Soto/Constantinescu rilegge gli anni di Ceausescu raccontando il mito dell’auto sognata da un popolo in My beautiful Dacia.

Realtà contemporanea vista con ironia, ma anche tendenza al racconto biografico in Eine von 8 (Una su 8) di Sabine Derflinger, identikit di una donna malata di tumore, e in Ritratto di famiglia con badante di Alessandra Speciale, unico documentario italiano in concorso; narrazione affascinante e libera da schemi in 17 August (17 agosto) in cui un detenuto-poeta condannato all’ergastolo viene raccontato da Alexandre Goutman, e nel brillante Cooking History (Cucinare la Storia) della rivelazione Peter Kerekes, un saggio sul rapporto tra ricette di cucina tradizionali e guerre del Novecento.

Sempre a cura di Fabrizio Grosoli, una retrospettiva d’autore costituita dall’ampio omaggio all’autrice-rivelazione dell’edizione del 2008, la regista ceca Helena Třeštíková. Tutti i suoi film sono ritratti, storie di uomini e donne a volte celebri e più spesso anonime: autobiografia, talvolta, ma più spesso (la serie Manzeleské etudyStorie metrimoniali, i recenti Marcela e René) la regista “pedina” i suoi personaggi per un tempo lungo (settimane, mesi) che diventa talora lunghissimo, con un approccio unico nella storia del cinema. Paskaljević senior, assieme a Krzysztof Zanussi, è stato protagonista anche di una istruttiva masterclass tenuta nell’ambito del progetto “Eastweek — Nuovi talenti, grandi maestri” avviato lo scorso anno, che prevede incontri, proiezioni e vere e proprie lezioni accademiche organizzate coinvolgendo numerose accademie di cinema dell’area CEI.

L’edizione 2010 del festival ha proseguito l’analisi del cinema greco, già avviata lo scorso anno, selezionando film peculiari della cinematografia greca degli anni Ottanta, e chiudendo i conti con il passato (e con il grande ciclo dei film dedicati esclusivamente alla Storia): lo sguardo era puntato sul nuovo corso, con la svolta ‘commerciale’ (ma non populista). Tra autori alle prese con un erotismo quasi sovversivo (Marketaki, Panousòpoulos) e altri che sottolineano i cambiamenti repentini di un paese alle prese con una nuova economia di mercato (Psarràs), tra film sperimentali (Tornès), riflessioni sulla storia recente segnata dagli epigoni di lunghe guerre civili (Voùlgaris) o sull’esilio forzato, spesso causa di un’esistenza costruita sull’ipocrisia e sulla menzogna (Papatakis), ha brillato i lavori dell’autore che influenza ancor oggi le giovani generazioni di cineasti greci, Anghelopoulos, il “regista della Storia greca”. Suoi lo splendido Viaggio a Citera e La polvere del tempo, proiettati entrambi a Trieste in anteprima italiana.

Ad arricchire il festival non poteva mancare l’omaggio a due indimenticabili talenti recentemente scomparsi: Tullio Kezich e Carlo Sgorlon. Sono stati proiettati infatti l’immortale La dolce vita e il documentario di Gianfranco Mingozzi Noi che abbiamo fatto La dolce vita, ultimo film cui Kezich aveva partecipato direttamente come ideatore e sceneggiatore. Da uno scritto di Sgorlon è stato tratto, invece, il film friulano Prime di Sere (Prima di sera) di Lauro Pittini (1993), presentato a Trieste nella copia rimontata di recente dallo stesso regista e rimasterizzata in digitale da La Cineteca del Friuli.

Tra gli eventi speciali Une trop bruyante solitude (Una solitudine troppo rumorosa) di Vera Caïs, in anteprima internazionale. Per motivi di distribuzione infatti, l’opera arriva solo ora in sala, a ben 14 anni dalla sua realizzazione. È l’unica riduzione cinematografica del capolavoro di Bohumil Hrabal approvata dallo scrittore ceco (che appare in un cameo), interpretata da un grande Philippe Noiret nei panni di un personaggio che, fra gli umori e gli odori di Praga, racchiude in sé il sentore di disfacimento e insieme l’amore per i libri. Politist, adjectiv (Poliziotto, aggettivo) di Corneliu Porumboiu, uno dei migliori registi della “nuova onda rumena”, è invece la storia di un poliziotto cui viene affidato un incarico inutile. Rewizyta (Rivisti) di Krzysztof Zanussi, infine, rappresenta un esperimento cinematografico senza precedenti: il noto regista polacco va alla ricerca dei personaggi protagonisti dei suoi film degli anni ’70, dando vita a un nuovo film-intervista che aggiorna le storie del passato.

Ottima accoglienza da parte del pubblico c’è stata anche per la riproposizione della sezione curata da Giovanna Tinunin, Muri del suono — Grandi speranze, seconda puntata del viaggio musicale attraverso l’Europa centro-orientale, con una selezione di documentari prodotti negli ultimi anni in quest’area. Il secondo tassello (dopo i metal, i punk, i gothic, i rockers, i grandi raduni) si è focalizzato su esperienze individuali: racconti biografici e autobiografici, che hanno approfondito il tema del ruolo della musica come ragione e motore di vita, fonte di grandi speranze appunto ma anche di grandi delusioni, il legame fra musica e identità. Anche in modo divertente e trascinante, come nell’unico film di fiction della sezione, presentato in anteprima italiana: Stilijagi (Scarpette russe/Hipsters) di Valerij Todorovskij, primo musical prodotto dopo la caduta della Cortina di Ferro, coloratissimo e appassionante, a metà strada fra Grease e West Side Story nella Mosca anni ’50.

Si legano invece al tema della musica di strada e all’hip hop, Kreuzberg 36 (di Angeliki Aristomenopoulou), ambientato a Berlino, e Českà Rapublika (Repubblica Ceca/Czech Rapublic) di Pavel Abrahám, primo film dedicato al rap ceco. In Eisenwurzen – das musical (Eisenwurzen-Un musical di montagna/Eisenwurzen-A Mountain Musical), ambientato in una regione mineraria, si rintraccia invece uno sguardo sulla musica popolare ‘classica’, mentre Viva Constantia! (Viva Costanza!/Long Live Constantia!) di Emese Ambrus, fotografa il sogno in un insegnante romeno che vuole diventare celebre come imitatore di Elvis. Inequivocabile il percorso umano di Terry Papadinas, perdente alla ricerca di riscatto in T 4 Trouble and the Self Admiration Society di Dimitris Athiridis, storia di un’esistenza vissuta all’insegna della mitologia del rock. Solo (diretto da Maciej Pisarek) rappresenta invece la vita di Bogusław Schaeffer, musicologo, drammaturgo, artista grafico polacco. How the Beatles Rocked the Kremlin (Come i Beatles hanno sconvolto il Cremlino), infine, ritrare con grande simpatia la storia della penetrazione lenta ma inarrestabile della musica dei Fab Four in terra russa (ma anche negli altri paesi dell’ex blocco socialista) e insieme quella del regista Leslie Woodhead che all’inizio di carriera ebbe la ventura di filmare qualche minuto del famoso concerto dei Beatles del ‘62 al Cavern Club di Liverpool e li ritrovò poi, tanti anni dopo, nel suo lavoro di documentarista, negli occhi e nei ricordi di tantissime persone dei paesi ex sovietici.

Affascinante e ipnotico, infine Krzystof Komeda: Muzyczne Ścieśkiśycia (Krzysztof Komeda: colonna sonora di una vita/Krzysztof Komeda: soundtrack for a life). Il musicista, complice di tutta la prima fase di Polanski (dai corti a capolavori come Nóz w wodzie – Il Coltello nell’Acqua o Cul-De-Sac) e autore di una delle nenie più inquietanti della storia del cinema: la ninna nanna di Rosemary’s Baby, ha segnato un’epoca inaugurando quello che può essere definito il “tempo del diabolico”.

Ancora nel segno dell’affascinante commistione fra cinema e musica, la manifestazione si è conclusa con grande successo grazie alla proiezione di Universalove, dell’austriaco Thomas Woschitz (passato con successo a Toronto, Miami e molti altri festival) che segue intorno al mondo (Marsiglia, Lussemburgo, Tokyo, Belgrado, Brooklyn, Rio) sei storie d’amore che avranno diversi epiloghi. La musica del film è stata composta ed eseguita dal vivo al Teatro Miela di Trieste dalla rock band di culto dei Naked Lunch. A completare l’edizione 2010, la sezione “Zone di cinema”, includeva sei opere in concorso di cui 4 in anteprima assoluta e 2 in anteprima nazionale (con un evento speciale fuori concorso), registi nuovi e ritorni, come nel lavoro di Gloria De Antoni e Oreste De Fornari su Senilità di Svevo, La città di Angiolina, documentari e fiction (come in VELMA di Piero Tomaselli, girato a Marano Lagunare). Destinata ad ospitare i più interessanti esempi della produzione cinematografica strettamente collegata al territorio, “Zone di cinema” ha attribuito un premio all’opera ritenuta migliore a Velma di Piero Tommaselli.

Un’ultima “menzione speciale” va dedicata alla splendida sigla della 21a edizione del Trieste Film Festival, un lavoro a 4 mani realizzato da Tomas Marcuzzi (Uolli) ed Ernesto Zanotti, già autori di alcune sigle per il Centro Espressioni Cinematografiche di Udine. Meno di mezzo minuto per un affascinante viaggio tridimensionale dentro gli scatti di Marina Raccar, che restituiscono una Trieste inedita, virata in seppia e contaminata dall’azzurro. L’effetto non sarebbe stato lo stesso senza la splendida musica originale composta da Tomas Marcuzzi, che miscela sonorità balcaniche con ritmi percussivi per sottolineare l’invasione pacifica del cinema nel capoluogo giuliano.

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