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Cinema

Greengrass Project: real fiction

Ho sempre provato a condensare sceneggiatura, girato e montaggio in una sorta di tutt’uno il cui risultato dipende dalle risorse e dal tempo che hai a disposizione.
Perché ritengo che il solo modo per avere il risultato desiderato sia agire al cuore del processo registico, che si basa sull’equilibrio tra struttura, rigidità, forma e libertà, improvvisazione… E sono due aspetti imprescindibili.

Paul GreengrassCon queste parole, durante un’intervista al magazine Collateral, l’inglese Paul Greengrass spiega la sua – personalissima – visione della figura registica in campo cinematografico. Una brillante descrizione del suo modo di fare cinema, oramai caratterizzato da uno stile laborioso e innovativo.
Fin da giovane Greengrass dimostra spiccate doti di comunicazione, sia scritta sia visiva. Nasce nel 1955 a Cheam, una cittadina della contea inglese del Surrey. Alle medie si dimostra subito provetto regista con una Super8 trovata per caso, con la quale gira filmini dell’orrore con bambole e marionette. Dopo gli studi a Cambridge, però, inizia una breve, ma intensa, carriera da giornalista, con una spiccata predilezione per le inchieste. Scrive un saggio a quattro mani con  l’ex agente dell’MI5 Peter Wright riguardo a scomodi retroscena dei servizi segreti britannici. Lo scritto, intitolato Spycatcher, venne bandito dai “piani alti” delle agenzie governative.
Forse perché disilluso dall’informazione, forse perché finalmente di fronte alla propria vera strada,  riprende interesse per la sua vecchia passione: il cinema. Dopo un corso di formazione alla Granada Television School, dirige svariati documentari in giro per il mondo, coltivando parallelamente una curiosità viscerale per la causa nord irlandese. Nell’arco di dieci anni segue per la ITV britannica – la televisione commerciale pubblica più antica della Gran Bretagna – numerosi conflitti in paesi dilaniati dalle guerre, riuscendo a raccontare storie di grande intensità ed esplorando fatti di attualità con forte rilievo sociale. Mescolando la rigorosa disciplina, propria dei documentaristi, alla sensibilità drammatica nella strutturazione e nella costruzione del plot, caratteristica dei cineasti, riesce ad intensificare al massimo l’impatto visivo dei suoi lavori.
Finalmente, dopo essersi costruito una reputazione di tutto rispetto col duro, ma gratificante, lavoro di cine-documentarista, arriva la prima regia, per il film Resurrected (1989), al quale seguiranno alcuni anni di telefilm e serie TV. Nel 1999 gli viene affidata la sceneggiatura drammatica de La teoria del volo, e Greengrass realizza una pellicola emotivamente e visivamente raffinata, grazie anche alle belle prove di due fra gli attori di maggior talento della scena britannica di allora, Kenneth Branagh ed Helena Bonham Carter.

Bloody SundayÈ il 2002, però, l’anno della consacrazione del “Greengrass Style” col pluripremiato Bloody Sunday, dedicato ai conflitti del 30 gennaio 1972 a Derry, in Irlanda del Nord, durante i quali 13 dimostranti disarmati persero la vita a seguito di un’incursione di paracadutisti britannici. Il film, che ripercorre gli avvenimenti di quel giorno attraverso gli occhi del deputato laburista Ivan Cooper, è girato con tecnica documentaristica: i continui movimenti a scatto della camera, che segue passo passo gli eventi che si susseguono, immergono e coinvolgono lo spettatore nel contesto bellico di quella giornata, entrata dolorosamente nella storia irlandese col nome di Domenica di Sangue. L’innovativa regia in stile reportage di guerra e la toccante ed intensa descrizione dei fatti accaduti valsero a Greengrass  l’Orso d’Oro al Festival Internazionale di Berlino e il Premio del Pubblico al Sundance Film Festival.
Divenuto ormai un “osservato speciale” dai produttori hollywoodiani, non passa molto tempo prima che qualcuno della Universal bussi alla sua porta per commissionargli il seguito del fortunato The Bourne Identity. Greengrass raccoglie la sfida con entusiasmo e realizza il primo blockbuster della sua carriera con evidente successo, se si considera che The Bourne Supremacy incassò nel 2004 un totale di circa 450 milioni di dollari nel mondo. Come tutta la saga cinematografica, anche il secondo capitolo, con protagonista la spia Jason Bourne – ottimamente interpretata da Matt Damon –  è tratto dai romanzi di Robert Ludlum, che ha contribuito in prima persona alla stesura del soggetto. Ne esce una spy-story carica di suspense e adrenalina, un mix esplosivo per le capacità visive di Greengrass, che dà il meglio nelle scene mozzafiato, con inseguimenti inimmaginabili realizzati con una cura così sopraffina che l’impressione di realtà prende il sopravvento sullo spettatore, catapultandolo nella corsa ad ostacoli fra auto sfreccianti e pedoni terrorizzati, metropolitane impazzite e voli nel vuoto da grattacieli altissimi. Il ritmo forsennato della pellicola è dato anche dalle decine di location utilizzate per le riprese, da Berlino a Mosca, da Amsterdam a Napoli, insomma un viaggio continuo per gli spettatori, ammaliati da tanto dinamismo. La soddisfazione dei produttori, colpiti dalla professionalità di Greengrass e, al tempo stesso, entusiasti dal successo commerciale avuto, fu tale da spingerli, nel 2007, a commissionargli il terzo e ultimo (per il momento) capitolo della saga, The Bourne Ultimatum – Il giorno dello Sciacallo. Ennesimo successo al botteghino, 3 premi Oscar vinti e applausi da critica e pubblico, due settori spesso in disaccordo.

United 93Nonostante Greengrass abbia evidenziato una certa predilezione per l’action-thriller al cardiopalma, la sua principale attitudine rimane quella per il dramma sociale frutto di ricerche meticolose. La sua straordinaria capacità documentaristica gli consente di raccontare fatti di cronaca e storie angoscianti avvicinandosi straordinariamente alle realtà raccontate, come mai potrebbero riuscire i vari notiziari televisivi. È il caso del bellissimo United 93, la storia dei coraggiosi passeggeri e dell’equipaggio che si ribellarono ai dirottatori dell’11 settembre. La pellicola, una delle prime a trattare l’argomento tabù degli attentati del 2001, rivela tutte le abilità stilistiche del regista britannico. Se nei due “Bourne” portare sullo schermo dinamismo visivo e ritmo serrato è implicito nella sceneggiatura e quasi ovvio, nel film ambientato esclusivamente a bordo di un Boeing 757 dare alla messa in scena una pur minima solerzia è di una complessità altrettanto evidente. Nonostante il set si presentasse come uno spazio chiuso, claustrofobico, le straordinarie riprese (spesso con la “camera a mano”) infondono agli spettatori un senso di disagio ed angoscia, grazie ai continui sobbalzi dell’immagine e al montaggio frenetico. Volti tagliati, riprese volutamente distorte e un realismo ai limiti della sopportabilità hanno portato al cineasta inglese la prima nomination agli Oscar per la regia, versatile ed innovativa. Grazie alla consulenza delle famiglie delle vittime, che fino all’ultimo istante rimasero in contatto telefonico con i propri cari – giusta, qui, la scelta di dialoghi più tecnici che teatrali – Greengrass ricostruisce con ossessiva precisione la tragedia aerea, onorando la memoria dei passeggeri/eroi che, capendo la gravità della situazione e le intenzioni dei terroristi, decisero di immolarsi per il proprio paese facendo precipitare l’aereo in Pennsylvania anziché sulla Casa Bianca.
Per comprendere la maniacale ricerca di realismo da parte di Greengrass è giusto sottolineare la scelta meticolosa del cast, formato in gran parte da attori professionisti affiancati egregiamente da diversi dipendenti della United Airlines, tra i quali hostess e piloti. A questa commistione di fiction e realtà, il regista aggiunge, nella parte di loro stesse, alcune delle persone che presero realmente parte agli eventi, come Ben Sliney, che quel giorno era di servizio come operatore presso l’Amministrazione dell’Aviazione Federale Americana.
Come spiega l’amico e produttore Lloyd Levin: “Paul ha uno spiccato senso di come rendere vivo ogni battito di una storia. Ricrea una versione della realtà nel modo più intenso possibile”. United 93 risulta quindi una tappa fondamentale per il consolidamento professionale d’intenti tra Greengrass e i produttori della Universal. In seguito, gratificati dal successo ottenuto fra critica e pubblico e dal commosso benestare dei familiari delle vittime, si ritrovarono intorno ad un tavolo, nuovamente insieme, a discutere l’ennesimo brillante progetto.

L’ultima fatica: Green Zone

Green ZoneQuando ancora meditava sulla possibilità di lanciarsi nel mondo di Green Zone, Greengrass sapeva che il suo prossimo lavoro sarebbe stato un thriller di quelli che inchiodano lo spettatore alla poltrona, un film immerso fin nei minimi dettagli in una zona di guerra. L’inclinazione verso le realtà militari e la sua indiscussa competenza sui conflitti globali convinsero Greengrass che nessun posto fosse, all’epoca, più pericoloso dell’Iraq. L’intenzione del regista era quella di realizzare un film carico d’azione, esaltante, con uno sguardo privilegiato all’interno di un mondo segreto, come in Bourne, nel quale ogni fotogramma contenesse un’intensità visiva sempre crescente. “Questo non è un film sulla guerra in Iraq” – spiega il regista – “ma un thriller ambientato in Iraq, tutto un altro affare. Nella mia esperienza, i thriller più efficaci sono quelli che si svolgono in condizioni estreme, quando le contese morali divengono intense”.
L’idea iniziale era quella di sviluppare un’opera sulla fallimentare ricerca delle armi di distruzione di massa in Iraq. Il contesto bellico avrebbe fatto da sfondo storico, giocando comunque un ruolo primario, ad una storia di intrighi e tradimenti. L’obiettivo era quello di accompagnare lo spettatore attraverso un luogo affascinante, ma tanto pericoloso, come Baghdad, offrendogli un punto di vista privilegiato, quello dell’esercito degli States, intento a scovare le armi.
La principale fonte d’ispirazione è stato Rajiv Chandrasekaran, capo redattore del Washington Post a Baghdad, e il suo reportage Imperial Life in the Emerald City: Inside Iraq’s Green Zone (Vita imperiale nella Città di Smeraldo: la Zona Verde in Iraq), una finestra sul mondo della Green Zone durante tutta la produzione del film. Green Zone, infatti, è il termine col quale si indica la zona internazionale sicura in Iraq, un’area di 10 km quadrati al centro di Baghdad nella quale si trova la base militare della coalizione angloamericana e delle forze alleate.
Per la stesura della sceneggiatura è stato scelto il premio Oscar Brian Helgeland, col quale Greengrass si è trovato in eccellente sintonia. Lloyd Levin riassume così le loro motivazioni: “Paul e Brian volevano assimilare il mondo della Green Zone e la ricerca delle armi di distruzione di massa all’interno di un thriller. Sapevamo che ciò di cui avevamo bisogno erano delle fonti originali”. Ovviamente il regista, meticoloso ricercatore e sapiente cineasta, chiese la collaborazione attiva di molti tra coloro che presero parte alla tragedia irachena. Tra ex-ufficiali della CIA, consulenti militari, reduci del conflitto e un caposquadra delle forze d’élite, che contribuì alla cattura di alcuni tra i maggiori ricercati iracheni, Greengrass si è circondato di persone con esperienza sul campo, dando alla pellicola un’impronta realistica che trascina e, al tempo stesso, insinua il dubbio che non si tratti solo di finzione filmica. Il contributo che queste persone hanno dato alla pellicola è visibile in tutte le scene d’azione e l’autenticità che hanno portato sul set è stata il leitmotiv di tutto il film. A partire dai dettagli nell’abbigliamento all’impiego di armi e mezzi originali e accuratamente scelti, per finire alle azioni militari perfettamente coordinate nei movimenti. Contrariamente a quello che accade nella maggior parte dei film d’intrattenimento ad alto tasso adrenalinico, dove si percepiscono spesso frequenti forzature funzionali alla trama, in Green Zone si coglie la genuinità delle riprese grazie alla consulenza e all’esperienza di chi, quei fatti, li ha vissuti in prima persona. Inoltre, l’aver lavorato con un gruppo di reduci dell’Iraq e dell’Afghanistan ha impresso sulla pellicola un chiaro marchio di veridicità. Gli stessi attori hanno apprezzato questo affiancamento, che ha fornito loro una solida base di credibilità durante la recitazione.

La storia narra le vicissitudini del luogotenente Roy Miller e della MET D, la sua squadra di abili ricercatori intenti a scovare i depositi dove si suppone si trovino le armi di distruzione di massa, causa primaria della guerra in Iraq. Catapultandosi da un sito all’altro, questi audaci soldati, ben presto, si renderanno conto di essere vittime di un intricato gioco di potere che corrode l’obiettivo della loro missione. Miller si troverà a fare i conti con arroganti e corrotti funzionari governativi e  con inquietanti complotti guerrafondai, che mineranno la fragile stabilità del paese e la possibilità di instaurare la tanto agognata democrazia. Scoprirà, così, che – tra tutte – l’arma più difficile da portare alla luce è proprio la verità.
Si poneva a questo punto la delicata scelta sull’attore che avrebbe interpretato il ruolo di Miller, attorno al quale s’intrecciano tutti i filamenti della narrazione. Il candidato numero uno per Greengrass poteva essere solamente Matt Damon. Il regista era rimasto molto contento dell’attore che lui stesso per poco non aveva fatto travolgere dalla metropolitana londinese e che aveva tranquillamente lanciato attraverso le finestre dei palazzi a Tangeri, e auspicava di poter collaborare con lui per la terza volta. L’attore accettò la parte con grande entusiasmo, ripagando appieno la fiducia che il regista inglese aveva riposto in lui, dimostrando poliedriche capacità interpretative, specie in confronto ai suoi recentissimi lavori: in meno di un anno si è calato nei panni di un biochimico-spia piuttosto appesantito (The Informant di S. Soderbergh), per il quale è dovuto ingrassare di qualche chilo, e in quelli del capitano della nazionale Sudafricana di rugby post-apartheid (Invictus di C. Eastwood), passando per il cammeo in Che – Guerriglia, dove indossava gli abiti di un prete. Il perché Damon abbia tanto gradito la nuova cooperazione con Greengrass lo lasciamo spiegare ad una sua dichiarazione che descrive perfettamente l’intesa che si è instaurata sul set e l’ammirazione reciproca: “Lavorare con Paul è un processo corroborante perché egli insiste nel voler catturare qualcosa di reale per la camera. Non ci sono sorprese quando guardi gli altri suoi lavori. Nessuna delle scene di Bloody Sunday sembra forzata o sembra promuovere un progetto personale. Di fatto United 93 vibra per la tensione quando i personaggi si rendono conto della loro drammatica situazione. Paul vuole che il pubblico senta quella verità e quella tensione insieme con i personaggi”.
Il ritmo frenetico che Greengrass ha impresso alla successione dei fatti tiene col fiato sospeso per tutta la durata della visione. Si rimane impietriti dinnanzi a conflitti a fuoco e pedinamenti così mirabilmente costruiti, che alla fine ci si sente piacevolmente storditi. Il tutto condito da un’ambientazione inusuale per una spy-story, che fornisce una prospettiva dell’Iraq mai avuta prima. Anche se le riprese sono state effettuate in Spagna, Marocco e Inghilterra, lo spettatore è portato a pensare che nonostante la guerra, la pellicola sia stata effettivamente realizzata a Baghdad. Un’accurata ricostruzione che ha dato notevole energia a tutta la produzione, enfatizzando quei luoghi tanto imperscrutabili quanto affascinanti.
Guardando Green Zone, non si può che rimanere ammaliati da tanta maestria tecnica che si unisce splendidamente ad una storia che scorre via veloce, senza sosta, col suo alone di mistero e le continue scosse di adrenalina. Greengrass confeziona un prodotto ammirevole, degno dei suoi precedenti lavori, dove il rapporto qualità-realismo è cresciuto notevolmente. L’esperienza comincia a pesare sulle sue scelte stilistiche, tanto che il tocco personale si fa sempre più evidente. Dopo questa ennesima prova positiva, il talento dell’inglese è ormai indiscutibile, e lo colloca in quella ristretta cerchia di registi d’elite che spesso accomunano il pubblico meno raffinato ai critici dai palati più sopraffini. Greengrass racchiude nella sua idea di cinema la cura maniacale ai dettagli di Roman Polanski, l’eclettica visionarietà di Quentin Tarantino, la frenesia scenica di Tom Twiker e Guy Ritchie, con quel gusto per l’estetica che il maestro Kubrick aveva fatto proprio, anche se forse è ancora troppo presto per scomodare gli Dei del Cinema.
Complimenti Sir Greengrass, ancora una pellicola mirabile, da aggiungere ad un curriculum che, seppur breve, annovera già straordinarie prove di bravura confermando le aspettative di chi, in partenza, aveva scommesso sulle sue sorprendenti potenzialità.

Filmografia di Paul Greengrass (regista)

Resurrected (1989)
When the Lies Run Out (1993) – Film TV
Open Fire (1994) – Film TV
The One That Got Away (1996) – Film TV
The Fix (1997) – Film TV
La teoria del volo (The Theory of Flight) (1998)
The Murder of Stephen Lawrence (1999) – Film TV
Bloody Sunday (2002)
The Bourne Supremacy (2004)
United 93 (2006)
The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo (2007)
Green Zone (2010)

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