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Cinema

I love Luci

Locandina I Love LuciDurante la metà degli anni ’90, Trainspotting, film culto di Danny Boyle, sconvolse il mondo per la scelta  di trattare un argomento particolare come l’eroina in modo scanzonato e irriverente, senza quel piglio morale che aveva caratterizzato fino ad allora le pellicole che si erano occupate di questa tematica in modo esplicito ( Christiane F di Ulrich Edel ) o anche attraverso metafore (The Addiction di Abel Ferrara). La “droga” per eccellenza, veniva così definita dallo scrittore Irvine Welsh, autore del romanzo da cui il film di Boyle è tratto: “una serie multipla di orgasmi sottocutanei”. Poi c’era il down, certo. Ma anche se alla fine il protagonista del romanzo, e del film, si ravvedeva – “Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore…” – restava impressa nella mente quella verità tabù, ovvero che, a dispetto di tutte le conseguenze negative, “farsi” era comunque un’esperienza orgasmica.

Nel film di Boyle, il montaggio serrato, i colori pop, il linguaggio secco e moderno, la sceneggiatura divertente e una colonna sonora irresistibile che vantava mostri sacri e icone dannate della musica come Iggy Pop e Lou Reed, fissavano nell’immaginario dello spettatore un nuovo modo di vedere questa “piaga”. Una rappresentazione vivace che regalava colore e azione a un tema buio e sempre estremamente drammatizzato .

Trainspotting sembrò riaprire la porta chiusa dopo i ribelli della beat generation, con un’esaltazione psichedelica alla Ginsberg e in un linguaggio molto vicino a quel Paura e delirio a Las Vegas di Hunter Thompson, oggetto di trasposizione cinematografica due anni dopo ad opera di Terry Gilliam. Capitanati dal padre putativo Irvine Welsh, una nuova ondata di scrittori scozzesi invase le librerie: salirono alla ribalta, tra gli altri, Gordon Legge, James Meek, Paul Reekie, Laura Hird, Alan Warner.

Trainspotting

Il leit-motiv era sempre lo stesso: giovani disadattati, periferia di Edimburgo o Glasgow, droga e magari anche qualche partita di calcio. Un cinismo divertito e divertente nel trattare argomenti scomodi o scabrosi portò poi al successo autori come l’americano Chuck Palahniuk e altri epigoni, anche nostrani, come in una sorta di revival degli ormai leggendari Bukowski e Miller: pane e marmellata per il giovane “alternativo”.

Colin Kennedy, il regista di I Love Luci, deve essere rimasto piuttosto influenzato da quegli autori. Nella sua storia di humour nero traspirano infatti il nichilismo di quella generazione britannica emergente e i suoi temi portanti:  giovani outsider drogati come personaggi principali del plot, humour nero e cinismo a sostenere  i dialoghi. Il trentasettenne autore, artista visivo e filmaker con un lungometraggio e un’animazione 3D in progetto, è l’ultimo talento a emergere dalla Sigma Films, casa di produzione scozzese che ha lanciato registi come Andrea Arnold, o David McKenzie, presente  al Sundance 2011 con Perfect Sense (nel cast, tra gli altri, proprio l’attore protagonista di Trainspotting, Ewan McGregor).

Ewan McGregor

I love Luci (una nomina per il Jim Poole Award di Edimburgo come miglior corto scozzese, una vittoria al Festival di Clermont e un secondo posto al Rushes Soho Shorts festival di Londra) è un cortometraggio di 12 minuti che segue i topoi classici del genere, ma diverte e sorprende per l’originalità dello script. Attraverso la solita Scozia disagiata e afflitta dal problema della tossicodipendenza, Colin Kennedy racconta la storia di una ragazza che si risveglia in hang-over e senza la sua dentiera, temendo che il nuovo aspetto possa compromettere il rapporto con il fidanzato, che uscirà l’indomani di prigione. Un amico cercherà inutilmente di risolverle il problema, ma d’importanza fondamentale si rivelerà alla fine il cane Luci (da qui il titolo, che Kennedy confeziona ammiccando a I Love Lucy, sitcom americana degli anni ’50). Difficile dire di più per non svelare il finale a sorpresa che arriva al culmine del cinismo, unendo il romanticismo al grottesco.

siringa e script

Con dialoghi esilaranti, scene ai limiti del pudore cinematografico (non sono certo per stomaci deboli l’apertura con il cane che lecca il vomito o il finale con il ragazzo che lava con la birra un hamburgher sul quale aveva defecato il quattrozampe) e tanta spensieratezza, I Love Luci convince nonostante il soggetto abusato e i personaggi ormai standard per il genere. Una commedia grottesca che ha probabilmente come  limite quello di trattare  un tema ormai inflazionato in un modo già visto, senza  farsi carico di quella denuncia sociale che potrebbe forse dar spessore all’opera e strappare il voto della giuria nei festival cinematografici. Ma un: “Ecco, è questa gente che fa fare brutta figura a noi tossici!” rivolto alla ragazza senza denti da un eroinomane all’ultimo stadio che aspetta la sua dose di metadone in farmacia, fa capire che quando c’è una buona sceneggiatura e i dialoghi sono convincenti, si può fare un bel film anche solo per divertire. Dopotutto, come diceva Chopin, chi non ride mai non è una persona seria.

Regista: Colin Kennedy

Paese: UK

Anno: 2009

Formato: 35mm

Durata: Time: 12′

Produzione: Sigma Films / The Hobo Film Company

Produttore: Brian Coffey

Sceneggiatura: Colin Kennedy

Montaggio: Jake Roberts

Fotografia: Benjamin Kracun

Sound Editor: Douglas MacDougall

Musica: Ali Forbes

Cast: Camilla Rutherford, Colin Harris and Wilson the Dog as Luci

Distribuzione: Sigma Films

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