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Cinema

Gareth Edwards

Monsters vs Locarno

Beatrice Biggio (BB): Gareth Edwards | foto di Giulio DoniniFucine Mute ha il piacere di intervistare Gareth Edwards, regista di Monsters. Il tuo film verrà proiettato in Piazza Grande in questa edizione del festival del cinema di Locarno (2010). Questa mattina, durante la conferenza stampa, hai detto che la tua intenzione era soltanto quella di realizzare un buon film di mostri. Il tuo film è questo, certamente, ma si è anche rivelato una storia molto efficace sulla relazione fra un uomo e una donna. C’era questa consapevolezza, già nella fase di scrittura del film?

Gareth Edwards (GE): Sì, direi che ci ho sicuramente pensato già mentre scrivevo la sceneggiatura. Ma all’inizio, quando dicevo in giro “voglio fare un film”, la mia idea era quella di fare sì un film di mostri, ma diverso dal solito, e la cosa che lo avrebbe reso diverso era che sarebbe stato ambientato sei anni dopo il momento in cui in genere gli altri film di mostri finiscono. Volevo che la scena iniziale fosse diversa dal solito – con questo non intendo denigrare gli altri film di questo genere, sia chiaro – però, per esempio, ammazzano Godzilla, per dire: io volevo mostrare nella scena iniziale gli operai che scavano per rimuovere la carcassa del mostro e tutte le schifezze in giro, volevo si vedesse chi sono le persone che, insomma, si ritroverebbero a portar via da lì con i camion i resti di Godzilla, a fare pulizia il giorno dopo. Ho pensato che sarebbe stato interessante partire da lì, mostrare la normalità di una cosa del genere, delle persone impegnate a farlo, con l’atteggiamento di chi lo fa tutti i giorni, come non fosse niente di speciale. Mi sembrava estremamente interessante. Questo era il concetto, ma a quel punto la questione è diventata: “Dove sta la storia?” Ho analizzato almeno tre diverse opzioni, assieme ai produttori, e alla fine si sono convinti che la storia migliore era proprio questa, quella di una coppia che sta cercando di tornare a casa. E laddove c’è una coppia formata da un uomo e una donna, che tu lo voglia o no, ti ritrovi con una storia d’amore. Per me era importante però che questa storia d’amore fosse diversa. A me non piacciono le storie d’amore, non mi piacciono i film romantici, sai, sono un maschio… Volevo fare un film che anch’io avrei voluto vedere. Volevo che fosse leggero e realistico. Per fare un esempio, l’ispirazione era qualcosa sullo stile di Lost in Translation. Il film è nato dalla scelta dei personaggi, poi è diventato una storia d’amore che però non è veramente una storia d’amore. In realtà è una storia su due persone che stabiliscono un contatto. D’altronde, per metà film continui a chiederti: “Ma questi due riusciranno, prima o poi, ad ammettere che si piacciono?”. Non è che litighino tutto il tempo, soltanto non volevo assolutamente fare un film hollywoodiano, esagerato, pieno di litigi e riconciliazioni e l’inevitabile quantità di baci. Non è per niente quel genere di film. Si tratta invece letteralmente di questa questione dell’ammettere che una persona ti piace. Tutti, prima o poi, l’abbiamo vissuta: sei attratto da qualcuno e non riesci a dirglielo. E magari, state facendo qualcos’altro, o lavorando insieme, tipo, e arrivi ad un punto in cui sei davvero attratto da quella persona e ti chiedi: “Glielo dico? È davvero quello che voglio? Non è che poi rovino tutto? No, meglio star zitti, va’. Ma, se non glielo dico, non saprò mai, non avrò mai una possibilità… No, no, non glielo dico”. Volevo che questo si vedesse nel film, perché, alla fine, si tratta di un road movie, i due protagonisti fanno un viaggio, attraversano l’America Centrale per tornare negli Stati Uniti. E il caso vuole che in quest’America Centrale vivano, come se niente fosse, delle creature giganti.

BB: La tensione cresce, fra i due personaggi, con lo scorrere delle immagini e, specularmente, aumenta anche quella del pubblico. Continui a chiederti per tutto il film: “E i mostri? Dove sono? Cosa staranno facendo?”. Queste due correnti di tensione vanno di pari passo fino al finale, che è abbastanza forte e non proprio immediato. Hai cercato di spiegarlo in conferenza stampa, ma la confusione rimane, ed è probabilmente uno degli effetti voluti di questo film.

GE: Non direi che ho deciso consapevolmente di infondere frustrazione nel pubblico, ma sicuramente volevo mantenere il tutto ad un livello di realismo, non soltanto per quel che riguarda la relazione fra i due protagonisti. Volevo che i mostri di questo mondo fossero realistici e, se continuassero a saltar fuori per tutto il film, ad ammazzare gente a ripetizione, se ci fossero esplosioni ogni tre secondi, ecco, realisticamente i personaggi si fermerebbero, non proseguirebbero il loro viaggio. Direbbero: io mi fermo qui, perché non voglio avere a che fare con quest’orrore, sarebbe una pazzia. Perciò abbiamo dovuto centellinare questo tipo di sensazione nel film, per far sì che i due non sembrassero degli stupidi a continuare a viaggiare. È un classico dei film dell’orrore, quello di non fare vedere troppo i mostri. Nel nostro film, invece, li si vede eccome. E li si vede anche subito, non stiamo tanto a cincischiare. Il tentativo è proprio quello di dire: “Guardate, questo non è il solito film sui mostri, ecco qua, beccateveli subito! Ok, adesso possiamo procedere e farvi vedere il vero film”. E il vero film è quello che si concentra sulle persone, piuttosto che sui mostri. Naturalmente, c’è un collegamento con i mostri e tutto quanto va al suo posto, alla fine. Ma in realtà io volevo rendere quella sensazione che per esempio si prova da giovani quando ci si butta in una vacanza fuori di testa con lo zaino in spalla, poi si incontra qualcuno che potrebbe essere pericoloso, ci si può mettere nei guai. Ecco, volevo ricreare nel film quello stesso misto di tensione ed eccitazione che si prova quando siamo davanti a un momento che forse potrebbe cambiarci la vita, o forse no. Volevo che il pubblico si chiedesse: “Succederà? Ce la faranno ad arrivare vivi alla fine?”. Non volevo che si riuscisse a capire come sarebbe andata a finire.

Gareth Edwards | foto di Giulio Donini

BB: E ci sei riuscito. Alla fine si rimane con quella sensazione del “non voglio andare a casa, voglio vedere se succede ancora qualcosa”. Mi stavo chiedendo, però: in molti hanno detto che si tratta di un film politico, sai, per via del confine messicano, degli alieni… Ho visto la locandina del film, quella che pubblicizzerà l’uscita del film negli Stati Uniti ad ottobre, credo…

GE: Quella con i protagonisti che camminano lungo la strada?

BB: Esatto. Il claim mi è sembrato illuminante. Secondo me spiega molto bene di che cosa tratta il film – a parte essere un film sui mostri, intendo! Dice una cosa tipo: “Dopo sei anni, non sei più un alieno, sei un residente”. E, proprio sotto il claim, qualcosa tipo: “Ora è tempo di adattarsi”, o “Adesso devi imparare ad adattarti”. Mi rendo conto che probabilmente non hai nemmeno avuto niente a che fare con il marketing, ma credi che ci sia davvero qualcosa del genere nel film? Perché io credo di sì…

GE: Mi hai fatto pensare a questa cosa per la prima volta. È interessante, perché negli Stati Uniti succede questo, o succedeva tempo fa, non so se è ancora così: se sei un clandestino, se sei entrato illegalmente negli Stati Uniti, dopo un po’ di tempo c’è una moratoria, credo si chiami così, e diventi automaticamente cittadino americano. In effetti, è lo stesso per le creature del nostro film: quanti anni ci vogliono per essere considerati terrestri e non più mostri alieni? È un punto di vista interessante, ma no, io non ero mai stato in Messico prima di girare il film, non avevo nessuna intenzione di raccontare una storia sull’immigrazione mascherandola dietro un film di mostri. Non era affatto previsto. Però, quando racconti una storia fantastica come questa, tutti ti dicono: “Gareth, se succedesse davvero, gli americani chiuderebbero il confine e lascerebbero entrare le persone per metterle in salvo”. Ma pensate a cosa succede col Messico, dico io, non li fanno entrare, anche se fanno una vita terribile nel loro Paese. E loro: “Certo, Gareth, è vero, ma in questo caso arriverebbero i militari e distruggerebbero le creature. Le attaccheremmo e loro non sopravvivrebbero, non hanno neanche delle armi laser, sono soltanto dei grossi animali…”. E la mia risposta è: “Be’, pensate alla guerra contro il terrorismo. Non sono riusciti neanche ad eliminare Osama Bin Laden in, cosa sono adesso, nove anni? Se non riescono a uccidere un tizio in mezzo al deserto, cosa vi fa pensare che riuscirebbero ad eliminare centinaia di queste creature nella giungla?”. Quindi, in realtà, ci si ispira ad eventi del mondo reale per spiegarsi la verosimiglianza di una situazione folle come quella del film e, facendo questo, inevitabilmente, si finisce con l’aggiungere delle sfumature politiche. E ne sono contento, del resto era quello che volevo, fare un film in cui ci fosse molto di più dei mostri, anche se è stata una felice coincidenza. Io non avevo un messaggio da dare, non cercavo di indottrinare nessuno, volevo solo rendere il film realistico. Perciò, se il pubblico ci legge dei messaggi, va benissimo, sono contento. Ne ha tutto il diritto.

BB: Un’altra cosa che funziona molto bene nel film è la chimica fra i due attori protagonisti. Hai influito in qualche modo per farla funzionare? So che loro sono una coppia anche nella vita. L’intesa si è creata naturalmente? So che avete improvvisato molto sul set…

GE: Sì, abbiamo improvvisato praticamente quasi sempre, compresi tutti i loro dialoghi, a parte in alcune scene chiave in cui avevo proprio bisogno che dicessero delle cose ben precise. Ma, a parte quelle, erano loro a decidere che cosa dire e come dirlo. Per quanto riguarda la chimica fra loro, io non ci ho messo mano per niente. Era tutta roba loro, anzi, io mi sentivo di troppo! Mi sembrava di reggere il moccolo, insomma, anche se attribuire tutto alla loro intesa naturale sarebbe come sminuire la portata del loro lavoro di attori. Io penso che siano stati magnifici, in tutto il film. È vero che sono una coppia nella vita, si sono sposati due mesi fa ed io ho dovuto scegliere fra partecipare al loro matrimonio o alla prima europea del film, che era nello stesso giorno ma dall’altra parte del mondo. “Cosa faccio?”, mi sono detto. Alla fine ho deciso per il matrimonio, perché sono proprio una brava persona. Così, mi sono perso la prima europea! Penso davvero che non sia giusto dire che la loro intesa è stata così efficace solo perché stanno insieme nella vita, non dev’essere facile far finta di litigare e poi fare pace, insomma… Io non so se sarei in grado di farlo con qualcuno con cui ho una relazione.  Credo che il film si regga principalmente su di loro. Lavorando nella grafica computerizzata ho imparato molto su questo. Per esempio quando stai utilizzando dei programmi di grafica o cercando di dipingere con Photoshop e non ti riesce molto bene, a volte paragoni il tuo lavoro con quello di qualcun altro e ti chiedi “Ma perché a lui viene così bene?”. Poi osservi come lavora, l’intero processo. E il processo non consiste nel partire con l’idea che si vuole disegnare qualcosa di preciso. Il processo deve essere: “Adesso lavoro un po’ su queste forme, senza una direzione precisa, seguendo soltanto l’istinto fin dove mi porta”. Tutti quelli che lavorano così in genere fanno delle cose molto belle, perché assecondano il flusso creativo e riescono a trovare la bellezza in tutto quello che hanno di fronte. Così è stato per il film, non ho voluto seguire un calendario preciso. Volevo che le cose potessero andare fuori controllo, liberamente. E c’erano queste due persone incredibili che avevano un legame profondo fra loro… così, inevitabilmente, sono stato risucchiato dal film, che quindi ha virato molto più sulla loro relazione di quanto avessi previsto all’inizio. La storia, però, l’avevamo scritta tutta, con tutti i dettagli, sai, ora fanno questo, c’è questa telefonata, praticamente rovinano uno sull’altra, insomma tutte le cose che accadono erano nella sceneggiatura. Sono stato molto fortunato, perché hanno fatto un lavoro eccellente.

BB: Il budget era molto limitato e hai fatto praticamente tutto da solo, a parte il montaggio. Di questo film sei regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, realizzatore degli effetti speciali. Trovi che questo essere “risucchiato” dal film, come hai detto tu stesso, ti abbia dato maggiore libertà? Credi che avresti avuto più problemi se il budget fosse stato più consistente?

GE: Certo, l’abbiamo detto durante le riprese, se avessimo avuto più soldi, sarebbe stato un film peggiore. È proprio il fatto che fossimo così limitati dal budget che ha fatto sì che il film sia esattamente quello che è. È paradossale, perché si pensa che fare le riprese, la regia, gli effetti speciali… significhi essere dei maniaci del controllo. Il nostro film, invece, è l’esatto contrario, non potremmo aver fatto un film più fuori controllo di così. Io non sapevo mai cosa avrebbero detto gli attori, né cosa avrebbero fatto tutti gli altri, non sapevo dove avremmo girato il giorno successivo. Non avevo alcun controllo sul film, da nessun punto di vista. Quello che volevo era che tutto andasse in pezzi, che tutto si sfasciasse per poi raccogliere i detriti e andare direttamente alle cose interessanti. L’idea era di buttare tutto alla rinfusa davanti alla macchina da presa, così che in questo guazzabuglio risaltassero subito ovvi i punti interessanti. E, da operatore, volevo riprendere qualsiasi cosa mi saltasse all’occhio, che attirasse la mia attenzione, quindi non necessariamente l’attore che stava parlando in quel momento, per esempio. A volte poteva essere quello che ascoltava, perché vedevo qualcosa nel suo modo di ascoltare che m’incuriosiva. Magari era distratto, guardava da un’altra parte. E allora mentre riprendevo pensavo: “Chissà perché é così distratto? Forse sta guardando qualcosa di più interessante, qualcosa che posso usare. Vediamo, intanto riprendo anche questo, poi magari mi servirà”. In questo modo vengono fuori le idee, proprio perché tutto è così imprevedibile e fuori controllo. E la cosa mi entusiasmava parecchio. Mi preoccupa il fatto che magari nel prossimo film non potrò farlo, che tutto dovrà essere irreggimentato e che non avrò spazio per l’improvvisazione. Per questo adesso sto cercando di fare in modo che anche nel prossimo film io possa mantenere la stessa libertà e spontaneità, anche se la cosa spaventa molto i produttori, di fatto è già incredibile che sia successo in questo film. Non so cosa faremo, ma ti assicuro che qualcosa faremo, stanne certa, ci vediamo a film finito.

BB: Bene, ho un’ultima domanda. Com’è stato il rapporto con la produzione? Vertigo è una compagnia molto giovane, ma hanno già al loro attivo numerosi progetti indipendenti che hanno riscosso grande successo. Com’è stato lavorare con loro, com’è iniziata la vostra collaborazione?

GE: Io ho collaborato essenzialmente con James e Allan (James Richardson e Allan Niblo, co-fondatori della Vertigo Productions), sono loro i produttori del film. A loro non piace tanto che io dica questo, ma glielo dico sempre: loro due sono completamente all’opposto. Un po’ ci scherziamo, su questo, ma io credo che sia vero, ed è la cosa più interessante del loro modo di lavorare: ad Al piacciono i film artistici, d’autore, mentre James è più “commerciale”, a lui piacciono i blockbuster hollywoodiani. Non è del tutto vero, ovviamente, ma è vero che fra loro si creava sempre un conflitto, su questo, e noi eravamo nel mezzo. Che poi era il posto migliore dove stare, perché abbiamo preso il meglio da tutti e due. Per esempio, uno diceva: “Questo dev’essere un film d’autore, dev’essere così”. E l’altro: “No, neanche per idea, non lo vedrebbe nessuno, dev’essere spettacolare, deve fare il botto”. Insieme erano una miscela interessante, sono davvero una bella squadra. Tutta la compagnia, se devo essere sincero, ha dimostrato di avere le palle. E sono grosse come l’Inghilterra intera, ti dirò di più, perché hanno investito del denaro anche se non avevamo ancora una sceneggiatura. Hanno detto: “Ok, lo facciamo, ti diamo i soldi per fare il film”. James è anche venuto in Messico a un certo punto, io ero nervosissimo e continuavo a dirgli: “Vorrei tanto che non spendeste tutti questi soldi, posso ridarteli se non ti piace quello che faccio”, perché mi sentivo in obbligo, mi sentivo come se stessi per buttarmi giù da un dirupo senza sapere se sarei sopravvissuto. E non volevo farlo perché avevo paura della sua reazione. Ma lui mi ha detto: “Gareth, tranquillo, siamo d’accordo tutti alla Vertigo sul fatto che fare il film sia giusto comunque, che sia un successo o un fallimento,vogliamo che si faccia e il risultato non è importante. Adesso vai, e fai esattamente il film che pensi sia giusto fare”. Ed è stata la cosa migliore che potesse dire, mi sono sentito subito sollevato, non sentivo più nessuna pressione ed è andata benissimo. Sì, sono proprio una compagnia fantastica. E credo che andranno di successo in successo, sempre di più, in futuro.


Il 10 gennaio 2011, l’Ufficio Stampa del Festival di Locarno ha diramato il seguente aggiornamento:


“Gareth Edwards, il giovane regista britannico di Monsters, film proiettato in Piazza Grande durante l’ultima edizione del Festival, è stato scelto per dirigere un remake del famigerato film Godzilla”.

Be’, diciamo che un po’ ce l’aspettavamo…

MONSTERS

di Gareth Edwards – United Kingdom – 2010 – 97 min.

con Scoot McNairy, Whitney Able

Sinossi

Sei anni fa, la NASA ha scoperto l’esistenza di una specie aliena nel nostro sistema solare. Viene lanciata una sonda per raccogliere dei campioni, che, al ritorno sulla Terra, si schianta sul territorio dell’America Centrale. Poco dopo lo schianto, cominciano a comparire nuove forme di vita in quell’area del pianeta e metà del Messico viene messa in quarantena e dichiarata zona infetta. Oggi, le forze militari americane e messicane sono tuttora alle prese con il contenimento delle “creature” aliene… La storia ha inizio quando un giornalista statunitense acconsente ad accompagnare una terrorizzata turista americana attraverso la zona infetta in Messico per raggiungere la salvezza, al confine con gli Stati Uniti.

Biografia

Il film che Gareth Edwards ha presentato alla commissione di laurea è uno dei primi in assoluto ad aver ottenuto una felice combinazione fra la pellicola d’azione e gli effetti digitali. Il risultato è stato che subito dopo essersi laureato, la sua carriera ha preso la strada parallela della creazione di effetti visivi spettacolari, più volte premiati dai BAFTA awards e dagli Emmy.  Di recente ha diretto per la BBC il film epico Attila the Hun (Attila, l’Unno), di cui ha realizzato tutti e 250 gli effetti visivi. Non contento e frustrato dall’approccio “industriale” del cinema, ha partecipato al concorso “48-hour film” indetto dallo Sci-Fi-London festival, con l’intenzione di dimostrare la possibilità di realizzare un film senza una troupe e con un solo attore nell’arco di due soli giorni. Il film ha vinto il primo premio e gli ha aperto la strada per la realizzazione del suo primo lungometraggio, Monsters.

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