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Cinema

Sergej Loznitsa

La mia gioia

Sergej Loznitsa è un regista che il Trieste Film Festival conosce bene. Impostosi dalla fine degli anni Novanta come grande documentarista, l’autore ha alle spalle un’intensa carriera, anche se i suoi lavori rigorosi e introversi sono ancora poco noti al grande pubblico.

Nato in Bielorussia, cresciuto in Ucraina ma maturato tra le scuole di Mosca e San Pietroburgo, nel 2001 è emigrato in Germania, dove ha lavorato con Heino Deckert, uno dei produttori indipendenti di riferimento per il documentario internazionale, e con Serge Lalou, altro grande protagonista del settore.

Sergej Loznitsa

La fama è arrivata appena lo scorso maggio, a Cannes, dopo la presentazione della sua prima pellicola di finzione, La mia gioia (Sčastje moje; My Joy), secondo i critici e gli osservatori più attenti, autentica rivelazione del Festival francese.

Trattasi di una poderosa e cupa discesa agli inferi che ha vinto anche il Grand Prix al recente Black Nights Film Festival di Tallin. Girato in Ucraina, il film ha una struttura narrativa piuttosto complessa, che arriva a citare intere sequenze di alcuni lavori precedenti. Ci sono continui salti temporali tra un passato che tocca momenti cruciali della storia del Novecento e un presente non ben collocabile, in un paese ai margini dell’Europa. Viene il sospetto che il dove importi poco, siamo semplicemente in un non luogo: nessi e direzioni contano relativamente, c’è una sorta di circolarità che non lascia scampo. Una spirale forse, che si chiude con uno sguardo nero, levato a chissà quale cielo.

Un senso profondo di illogicità e ingiustizia pervade questo lavoro. Lo spettatore vive confusamente ciò che vede, ponendosi una serie di domande che non avranno risposta, come spesso succede nella vita. Il film esprime un orrore quotidiano che avvolge i personaggi assieme a una natura asettica, leopardiana verrebbe da dire. Il punto di osservazione è remoto, distante da accenti patetici e deformazioni espressioniste.

Sergej Loznitsa

Il film è stato superficialmente accolto da molta stampa come un debutto, anche se Loznitsa è appunto ben lungi dall’essere un esordiente. È un percorso creativo, il suo, che ha un’esemplare linearità e che, allo stesso tempo, non si lascia ridurre a schemi troppo rigidi. Il regista, pur facilmente riconducibile alla poderosa scuola documentaristica di San Pietroburgo (da dove proviene anche il grande Viktor Kosakovskij, al quale Trieste ha reso omaggio qualche tempo fa), è un autore che ha dietro di sé una traccia biografica e professionale tutt’altro che scontata.

Nel corso degli anni sono stati diversi i documentari di Sergej Loznitsa presentati in concorso al Trieste Film Festival – da Fabrika a Blokada a Predstavlenie – e, dopo il recente successo sulla croisette francese, è arrivata anche una retrospettiva completa, curata da Fabrizio Grosoli. I dodici film proiettati, che ripercorrono l’intera opera del regista dal ‘96 a oggi, hanno permesso agli spettatori triestini di apprezzarne il talento.

L’universo artistico di Loznitsa rivela due grandi tendenze. Da una parte il documentario di osservazione portato fino a scelte stilistiche radicali e fatto di lunghi piani-sequenza, in equilibrio tra una “giusta” distanza dalla realtà filmata e un movimento di camera sempre attivo e tutt’altro che celato. Poco importa se l’oggetto del racconto siano volti, azioni quotidiane o paesaggi desolati. Dall’altra una ricerca sperimentale e una grande attenzione verso la memoria e le immagini del passato, che ha portato alla realizzazione di film totalmente costruiti su archivi e materiali di repertorio. Come succede ad esempio in Blokada e Predstavlenie, con risultati di grande libertà espressiva, raggiunti proprio a partire da un assoluto “rispetto” per le sequenze originali. Il risultato è uno sguardo inedito – né nostalgico, né moralistico – sull’epoca staliniana dell’Unione Sovietica, e più in generale sugli anni in cui le immagini in bianco e nero costruivano l’approccio e la fiducia nei confronti del reale.

La carriera del cineasta testimonia una costante e originale ricerca sperimentale, rivolta al linguaggio cinematografico, alla realtà che lo circonda, all’animo umano.  In occasione di un lungo incontro con il pubblico, avvenuto a Trieste nel corso del festival, il regista ha svelato qualcosa di sé e del suo cinema, regalando ai presenti qualche piccola confessione.

Loznitsa ha raccontato di un lavoro modesto e appassionato, portato avanti a bassissimo budget e con pochi mezzi. “I miei film costano in media tra 20 e 25 mila dollari, ma va bene così – dice ridendo – in questo modo posso gestire il mio tempo come credo e non ho troppe pressioni, sono libero di lavorare. Ho portato avanti un unico progetto con a disposizione 150 mila dollari. Quando il budget è minore però hai meno responsabilità. Mi è già successo di lasciar piuttosto deluso il committente, come nel caso di una tv che non ha molto apprezzato una mia ripresa di 10 minuti girata a telecamera fissa, in effetti molto poco televisiva”. E ride nuovamente, con espressione rassegnata ma consapevole, facendo un’alzata di spalle come in segno di scusa. È ben cosciente del fatto che molti suoi lavori non possano avere grandi aspirazioni commerciali. Né sono nati per questo, dare la priorità alla dimensione narrativa ed esplicita lo interessa poco, ammette onestamente il regista.

My Joy

Sono altre le motivazioni che muovono il lavoro decennale che ha visto Loznitsa impegnato nella realizzazione di documentari di osservazione, a volte curando scrupolosamente il montaggio di materiali d’archivio. O con un film di finzione molto complesso, ambientato in differenti periodi cronologici, che porta con sé anche grevi implicazioni filosofiche.

Qualcuno gli chiede se consideri il suo lavoro di cineasta come il frutto di un’evoluzione interna, se fin dall’inizio della sua carriera non stia raccontando in forme diverse sempre gli stessi soggetti. Ci comunica ciò che vive nel suo immaginario, magari attraverso un linguaggio sperimentale, scegliendo di volta in volta la forma che reputa migliore?

“Non è possibile scegliere il modo migliore perché non esiste” risponde Loznitsa. “Semplicemente uso differenti possibilità che offrono potenzialità di sviluppo e ogni possibilità porta, a sua volta, a sviluppare un linguaggio proprio. Anche quando si parla di documentari, potrei dire che sono tutti film di osservazione, ma in realtà non è così, lo sappiamo. È un lavoro di costruzione del cineasta, di comunicazione in direzione dell’altro. Già significa semplicemente la posizione dell’autore. Non è solo osservazione, perché esiste sempre un intervento nel modo di inquadrare, di costruire e di montare il film, ed è fondamentale.

Anche nel lavoro di finzione che ho realizzato, La mia gioia (My Joy), la mia firma sta nella scena finale. Io sono lì, come lo è lo spettatore, al quale dico qualcosa attraverso la telecamera, la costruzione dell’inquadratura e il movimento di macchina. Ci ritroviamo assieme in quella scena finale.

Sia nel mio lavoro come documentarista che nell’ultimo film, voglio lasciare dello spazio a chi guarda. Lavoro per sottrazione, elimino tutti gli elementi forti della narrazione, evito la voce off e qualsiasi commento. Taglio tutto così poi alla fine non si sa da che parte sto, lascio spazio al pubblico. Mi piace che sia proprio lo spettatore a decidere che cosa penso e ad avere parte attiva in questo processo comunicativo.

Potrebbe anche sembrare che non ho opinioni ma non è così” aggiunge sorridendo scherzoso. “In ogni mia opera in realtà suggerisco delle cose che penso e vorrei anche discuterne se qualcuno non fosse d’accordo, mi piace provocare”.

Alcuni presenti raccolgono l’invito, si parla della dimensione estetica dell’autore, fortemente percepita da chi guarda. “Mi piace moltissimo sperimentare con le forme più disparate – risponde – come succede ad esempio in Landscape, documentario dove si vedono immagini del fuoco molto impressionistiche. Abbiamo girato per oltre 20 minuti ed è stato molto divertente: la situazione dava un sacco di possibilità creative. L’unico problema era il vento, che cambiando direzione all’improvviso, rendeva le riprese piuttosto pericolose.

Amo costruire il film, la costruzione per me è tutto. Ne è un esempio Review, il mio film più costoso, che ha molto materiale d’archivio. In un altro documentario, Alla fermata del bus, mi sono divertito invece a giocare con le lenti. Assieme al mio tecnico delle riprese ne abbiamo tolta una e abbiamo cercato di girare utilizzando un obiettivo monolente, un po’ come facevano i pionieri del cinema. A volte, quando (noi registi, ndr) diamo troppa importanza alla narrazione, perdiamo il gusto di sperimentare con le immagini, ma il cinema è questo.

Un altro esperimento riguarda un documentario girato ad un congresso di matematici, che discutono problemi e cercano di risolverli in maniera anche molto appassionata. Litigano fino alla fine ma noi non capiamo assolutamente niente di ciò che dicono, l’unica cosa che passa sono le emozioni. È un film buffo, dove verbalmente non si riceve nulla e tutto passa attraverso le espressioni dei visi, gli occhi, le posture.

C’è un altro mio piccolo film di 10 minuti – quasi complementare – nel quale faccio vedere un’immagine estremamente buia, dove si intravedono soltanto delle ombre. Siamo forse in una città, qualcosa succede ma non capiamo veramente cosa… forse due persone litigano, forse addirittura c’è una lotta fisica, ma non lo sappiamo perché si sentono solo i rumori. Poi d’improvviso metto una foto ed è già mattino, sei tu che devi dedurre che cosa è successo.

È questo il mio modo di sperimentare. Ciò che davvero mi interessa nel cinema è esplorare le nostre possibilità di comprendere, il come noi capiamo le cose. Mi piace lavorare sulla coscienza, sul subconscio e il linguaggio conta per me assolutamente più di qualsiasi narrazione. Potrei fare film ovunque e su qualsiasi cosa, si può creare una storia da un milione di dettagli, ma è il modo in cui questa storia si racconta ciò che mi appassiona nel profondo”.

My Joy

C’è curiosità anche sulle citazioni in La mia Gioia relative ai suoi documentari precedenti e il regista racconta come il lungo piano sequenza al mercato, dove sono inquadrate in successione delle persone per diversi minuti, fosse un tentativo di arricchire il tema immettendo più contributi. “Volevo che la direzione nella quale va il film non provenisse soltanto dal protagonista, ma dalla folla, da chiunque, da tutte le facce presenti in questo piano sequenza che dura oltre 4 minuti” dice Loznitsa, spiegando però che non si tratta assolutamente di un documentario. Il regista ha impiegato sei mesi per terminare il casting, scegliendo 250 comparse dopo aver visto almeno 3000 persone: “Volevo ricreare la classica folla eterogenea che può esser presente in quei luoghi, dal bambino all’alcolizzato alla contadina, in una cittadina qualsiasi della periferia russa”.

L’attenzione si focalizza poi proprio sulla scena finale del film, definita secca e priva di emozioni. Viene chiesto a Loznitsa che ne è del suo senso religioso.

“A un Festival il regista polacco Zanussi mi ha detto scherzando, un po’ provocatoriamente, che avrei dovuto fare vedere il mio film ai cento crocifissi in Russia. L’ho trovata una battuta di pessimo gusto. Nel mio paese c’è stato un momento in cui le persone hanno distrutto qualsiasi chiesa. A Kiev, nel 1965, quindi in tempi relativamente recenti, tutte le chiese bizantine sono state distrutte dalla gente comune. Avrebbero potuto scegliere, io mi sarei rifiutato. Loro hanno addirittura negato successivamente. È stata accettata questa versione senza battere ciglio.

Per quanto mi riguarda, le ultime cose sensate da dire sull’argomento le ha dette Dostoevskij nel 1871, quando ha scritto I Demoni, dove descriveva la nuova società che si stava sviluppando, senza più posto per la religione. Da allora la situazione non è assolutamente cambiata e, se vogliamo affrontare una riflessione seria, bisognerebbe ripartire proprio da lì.

Nel mio film ci sarebbero stati due modi di rapportarmi al tema: rappresentare la società così come la vedo, la sento e la percepisco, nella maniera più verosimile possibile, oppure come avrei voluto che fosse, come la sogno, ma in questo secondo caso avrei raccontato una bugia, e io bugiardo non lo sono. Se pensiamo anche a Pasolini, in Sodoma, lui descrive una situazione concreta. Io credo di avere fatto altrettanto”.

Commenti

Un commento a “La mia gioia”

  1. Ciao Ilada,
    scusami ma non capisco a che cosa ti riferisci esattamente. Di quale articolo che commento stai parlando? e di quale sito?

    Di Cristina Favento | 30 dicembre 2012, 11:52

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