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Cinema

Masterclass – A lezione di spettacolo

trieste film festivalAnche quest’anno, gli sforzi di Alpe Adria Cinema per coinvolgere e dare opportunità ai giovani talenti delle Scuole e delle Accademie di Cinema dell’Europa Centro Orientale sono stati numerosi ed eclettici. Il Progetto Eastweek, curato da Elena Giuffrida, giunge infatti al suo terzo traguardo. Un anno che ha visto partecipare per la prima volta, oltre al consueto numero di studenti provenienti da prestigiosi istituti quali la Fakultet Dramskih Umetnosti di Belgrado (Serbia), la Akademija za gledališce, radio, film in televizijo di Lubiana (Slovenia), la Akademija Scenskih Umjetnosti di Sarajevo (Bosnia Erzegovina), la National Academy for Theater and Film Arts di Sofia (Bulgaria), anche giovani che si stanno formando presso la Facoltà di cinema e televisione della Vysoka Škola Múzických Umení di Bratislava (Slovacchia) e la Színház-és Filmmuvészeti Egyetem di Budapest (Ungheria).

I ragazzi hanno avuto la possibilità di mostrare i propri lavori di regia, sceneggiatura o produzione nell’ambito degli Eastweek showreel e di assistere alle proiezioni dei film in programma. La cifra vincente del progetto deriva inoltre dalla possibilità fornita ai giovani talenti di partecipare sia agli incontri di coproduzione “When East Meets West” che agli eventi specificamente a loro dedicati, per quanto giustamente aperti al pubblico, visto il richiamo delle personalità che vi hanno preso parte. Abbiamo seguito in particolare due di questi eventi, le masterclass tenute dal regista Jirí Menzel e dall’attore Rade Šerbedžija, entrambi più volte ospiti del Trieste Film Festival.

Trovarsi di fronte a due mostri sacri come Menzel e Šerbedžija non ha affatto intimidito i numerosissimi ragazzi e ragazze presenti, che hanno approfittato della loro esperienza e goduto delle loro lecture con altrettanta curiosità ed entusiasmo di quelli dimostrati nel seguire gli altri avvincenti eventi di questa edizione. Menzel e Šerbedžija hanno raccontato pezzi di vita e cinema e risposto alle loro domande, ampliando di molto il range previsto dai titoli, necessariamente mirati, dei due incontri.

Jirí Menzel, la commedia della vita

Jirí Menzel, non proprio a suo agio con la lingua inglese, attacca il tema: “Why I make films and the necessity of comedies” (Perché faccio film e perché sono necessarie le commedie) parlando degli insegnamenti ricevuti dal suo mentore, il grande regista ceco Otakar Vavra, suo professore alla Film Academy cecoslovacca negli anni del regime socialista. Vavra, afferma Menzel, gli ha insegnato due cose fondamentali, che sono per lui ancora la ragione stessa del suo fare cinema: la prima è che fare bene il mestiere del cinema non è da tutti, è un privilegio cui pochi sono chiamati e che richiede un enorme talento, una sorta di vocazione sacra. La seconda è che, se si fanno film soltanto per guadagnare denaro o per se stessi, non si farà mai bene questo mestiere. “I film”, dice Menzel, “si fanno per chi guarda. Il cinema oggi è invaso da film fatti per soldi o per soddisfare l’ego dei cineasti. L’arte per l’arte non produce buoni film, ogni mestiere ha senso e diventa bellissimo solo se fatto pensando al prossimo. La dignità di un mestiere deriva soltanto dal fatto che sia al servizio degli altri. Questo è sempre stato l’obiettivo del mio cinema: mettere la mia creatività a disposizione degli altri”.

Jiri Menzel

Menzel si dice felice e convinto del fatto che i suoi film siano apprezzati sia dalla critica che dal pubblico. “Credo fermamente che gli spettatori, dopo la proiezione di un mio film, apprezzino di più la vita”, dice il regista. E il concetto non ha bisogno di essere espresso in perfetto inglese per arrivare con forza a tutti i presenti. Perché la commedia? A questa domanda, Menzel risponde chiedendo ai ragazzi di ripercorrere la storia del cinema. A ben guardare, dice, tutti i film del passato ancora validi e godibili ai giorni nostri sono film caratterizzati da una comicità senza tempo. “Guardate a Chaplin, Buster Keaton o Billy Wilder”. L’umorismo intelligente e l’ironia, non solo resistono agli anni, ma sono un mezzo che ci permette di guardare alle difficoltà della vita con occhio diverso, di vedere difetti e pregi delle persone con uno sguardo, per così dire, “storto” ma accurato. “Per questo”, dice, “l’umorismo è una delle migliori forme di conoscenza”. La risata è inoltre, secondo il regista, un buon modo di esorcizzare i problemi. Non prendersi troppo sul serio è la base stessa del senso di realtà necessario per vivere in armonia con se stessi, gli altri, il mondo. E, per fare il punto, Menzel attira l’attenzione su quanto sia buffo e divertente il suo inglese, provocando così una cascata di risate in tutto il pubblico.

Prima ancora di innamorarsi dei film comici, racconta, ha amato moltissimo la letteratura umoristica. Ed è dalla letteratura che sono tratti i suoi film, come lui stesso racconta ai ragazzi delle scuole di cinema: “Non sono uno scrittore, ma un cineasta professionista. Il cinema ha bisogno di storie e le buone storie vengono dai buoni libri”. Cita soprattutto la sua lunga e intensa collaborazione con Bohumil Hrabal, uno dei maggiori scrittori cecoslovacchi, dalle cui opere Menzel ha tratto molti dei suoi film più conosciuti – uno su tutti, Treni strettamente sorvegliati, vincitore di un Oscar come miglior film straniero nel 1968 – e con il quale ha condiviso un’amicizia fraterna. Il suo ultimo film da regista è tratto ancora una volta da Hrabal: Ho servito il re d’Inghilterra, presentato l’anno scorso al Trieste Film Festival, è stato un parto difficile. Doloroso per lui dover tagliare così tanto del lunghissimo romanzo, ma necessario per farne un buon film. Il segreto, dice ancora Menzel, per trasferire un libro sullo schermo, è soltanto quello di trovare lo spirito della storia, riuscire a capire perché lo scrittore abbia usato proprio quelle parole per descrivere quel particolare evento, per far provare al lettore proprio quel sentimento. Menzel, pur visibilmente frustrato dalla fatica dell’esprimersi in una lingua purtroppo a lui ostica, è riuscito a comunicare a pubblico e studenti la sua inestinguibile passione per il mezzo cinematografico e la sua visione della vita e dell’arte. Parla di Chaplin e Buster Keaton come suoi geni ispiratori, definisce Woody Allen come il moderno Checov, mentre dichiara di non amare la comicità troppo smaccata di Mel Brooks. Si definisce un uomo dalla vita noiosa, che si è sempre ispirato alle storie di chi le storie le sa raccontare, al teatro e alla letteratura. Ribadisce che per lui il cinema deve offrire la possibilità agli spettatori di dimenticare il quotidiano, deve dar loro quella leggerezza che nella vita di ogni giorno può mancare.

Treni strettamente sorvegliati | Menzel

Poche cose lo disturbano, la povertà e la tristezza, certamente. Si scaglia contro quei cineasti che utilizzano la morte, la crudeltà e il delitto per creare scandalo e attrarre l’interesse del pubblico, per vendere biglietti al botteghino. “La morte”, dice “è facile da guardare, oggi, ma non provoca nulla in noi, non stimola il nostro senso etico né l’empatia. Piuttosto, rende la gente passiva. Con la morte non s’impara niente”. La vita, invece, sostiene, è interessante, stimolante, creativa, ed è, inutile dirlo, sacra. Le storie vitali ci lasciano qualcosa, sempre. E l’umorismo è parte integrante della vitalità. Per far ridere, dice Menzel, bisogna saper osservare gli uomini e le donne, perché “Siamo molto buffi, tutti, facciamo ridere. Anche quelli fra noi che sono molto seri”. Risponde alle curiosità degli studenti presenti sugli aspetti tecnici del suo lavoro facendo cenno a quanto sia importante scrivere la sceneggiatura in modo rigoroso, per poi essere in grado di utilizzarla con più libertà in sede di riprese. Questo perché, oltre alla storia, in un film contano soprattutto la luce e le ambientazioni, che sono protagonisti a tutti gli effetti, tanto quanto gli attori. “Quando si passa sul set, tutto può cambiare”, afferma. E cita René Clair quando diceva: “Ho finito il mio film. Ora devo solo girarlo”.

Non ama fare troppo lavoro di preparazione con gli attori. Vuole conoscerli, piuttosto. Per questo approfitta dei tempi cinematografici, che gli permettono, a differenza del teatro dove sarebbe difficile farlo, di chiacchierare con i suoi attori fra un ciak e l’altro, di andare a cena con loro prima dell’inizio delle riprese. “Voglio sapere quante più cose posso su di loro, che film guardano, cosa leggono, cosa pensano della vita. E voglio che conoscano me, prima che ci mettiamo a lavorare”. La cosa più importante per un attore, dice, è la personalità, il carisma. “Per essere un grande attore”, dice Manzel, “non importa l’intelligenza, né l’educazione, tanto meno la bravura nel mestiere. Fra tanta gente sconosciuta riunita in una stanza, sappiamo sempre chi è più interessante. Contano la faccia, il modo di muoversi o di stare seduti. Altrimenti non si spiegherebbe perché alcuni attori sono delle star planetarie ed altri no. È forse ingiusto, ma è così”. Alla domanda di rito sui suoi progetti attuali e futuri, Jirí Menzel risponde: “Sono un segreto anche per me”. Un lungo applauso sottolinea il suo evidente sollievo al pensiero che può finalmente smettere di cercare le parole in inglese.

Rade Šerbedžija da molto, molto vicino

“The drama of close-ups” è il titolo della master class di cui è protagonista Rade Šerbedžija. Star internazionale, figlio di genitori serbi, cresciuto in Croazia, Šerbedžija ha iniziato giovanissimo la sua carriera di attore. Non si è limitato al teatro e al cinema, però. Potremmo dire che incarna perfettamente quella definizione che Jirí Menzel ha dato della superstar: un carisma innato, una personalità eclettica e sfaccettata: è poeta, cantautore, musicista, scrittore. Tutto quello che tocca si trasforma in oro. E, sì, quando entra in una stanza, non si può far altro che restarne affascinati. Non bastasse, la sua voce è quella dei grandi mattatori della scena teatrale, profonda, calda e potente. Molti dei suoi più famosi colleghi non hanno avuto lo stesso dono. Non possiamo fare a meno di pensare a quanto, per esempio, un mostro sacro come Marlon Brando abbia dovuto forse compensare con incommensurata eccellenza attoriale una voce purtroppo di scarsa caratura.

Copertina di Fino all'ultimo respiro“Non so dire di no”. Così Šerbedžija si presenta al pubblico e agli studenti di cinema delle scuole dell’europa Centro Orientale. Racconta come abbia dapprima accettato di partecipare al Trieste Film Festival quest’anno per presentare fra gli eventi collaterali il film di cui è protagonista, Sedamdeset i dva dana (72 ore), diretto dal figlio Danilo, di come poi, mentre sorseggiava la seconda bottiglia di rosso, sia stato richiamato dagli organizzatori che gli proponevano anche di presentare il suo nuovo libro, “Fino all’ultimo respiro”, cosa alla quale ha acconsentito. “Quando ho accettato la terza proposta”, dice, “quella di venire a parlare agli studenti di cinema sull’importanza del primo piano per un attore, ero già ubriaco, altrimenti non avrei mai detto di sì. Non so niente dei primi piani, ma cercherò di raccontarvi le mie esperienze”. Šerbedžija ha una padronanza della lingua inglese, guadagnata negli anni in cui è vissuto a Los Angeles, che gli permette di dialogare con pubblico e giovani talenti in modo fluido e brillante, sebbene non si possa non rammaricarsi del fatto che non possa sfoggiare il suo italiano, pare altrettanto brillante, data l’eterogeneità della platea.

L’attore comincia il suo excursus raccontando delle sue prime esperienze in teatro e nel cinema a Zagabria, subito dopo gli studi. “Allora, dice, “mi piaceva di più il teatro, non sapevo nulla di come si lavora di fronte alla macchina da presa”. Dopo il primo film, a diciotto anni, il primo aereo della sua vita lo porta a New York per girarne un altro. Al ritorno, dopo tre mesi, incontra Zivojin Pavlovic, controverso regista serbo (ma allora si sarebbe detto jugoslavo…). La sua estetica, quella della così chiamata black wave, l’onda nera che negli anni ’60 si distingueva dal cinema di propaganda del regime per le tematiche vicine alla realtà “oscura” in cui viveva la popolazione, affascina il giovane Rade, con il quale girerà ben cinque film. “Ma continuavo a preferire il teatro, perché mi faceva sentire più importante”, dichiara Šerbedžija sfoggiando uno dei suoi ghigni accattivanti. Nel 1985, Rade è nel cast di Zivot je lep (Life is Beautiful), vincitore di una menzione speciale al Festival di Venezia, diretto da Boro Draskovic, un film che in qualche modo preannuncia la tragedia che avrebbe colpito di lì a poco la Jugoslavia. Il cast comprendeva tutti i più grandi attori della nazione e, soprattutto, permise a Rade di fare la conoscenza di Pavle Vujisic, attore strepitoso – “Un vero genio dei primi piani”, afferma Šerbedžija – ma alquanto taciturno e solitario. “Non si mescolava al resto del cast, ma ogni tanto invitava un giovane attore a bere qualcosa con lui. Io fui uno dei fortunati”. Šerbedžija ricorda che bere con Vujisic significava proprio questo, bere. “Non ti rivolgeva mai la parola. Si beveva in silenzio e poi ognuno per la sua strada”. Un giorno però, mentre si trovavano a Novi Sad in pausa dalle riprese e si avviavano ubriachi verso la casa di uno zio di Rade, Vujisic improvvisamente gli disse: “Quando ti deciderai a diventare un attore di cinema?”. Šerbedžija, stupito, rispose che lo era già, ma il grande attore insisté: “No che non lo sei. Non sei capace di fare i primi piani”. Il consiglio del grande attore al suo giovane collega che gli chiedeva di insegnargli come fare, fu: “Non chiedere a me, chiedilo alla macchina da presa! Devi sentirla, recitare solo per lei”.

Quel consiglio però venne dimenticato quasi subito, fino a molti anni dopo. “La guerra, che intanto era cominciata, aveva cambiato la vita di tutti, compresa la mia. Molti amici non condividevano la mia posizione contraria al conflitto, così ci dividemmo e diventammo nemici. Mi presi persino una pallottola, a causa delle mie idee. E un’altra volta fui minacciato con una pistola da un tizio in un bar di Zagabria che mi disse che avevo cinque minuti per lasciare la città. Nel 1994, il mio amico Anthony Andrews mi invitò a Londra; andai a trovarlo e scoprii soltanto là che era uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra: mi mandò un autista all’aeroporto e ospitò me e la mia famiglia nella enorme casa che fu di Winston Churchill”. Mentre si trovava là, racconta ancora Šerbedžija, ricevette una telefonata da un tale che gli offriva una parte in un film e si offriva di recarsi a Londra per discuterne con lui. “Così fece e mi diede da leggere la sceneggiatura. Fu un colpo di fulmine, me ne innamorai. Il tale era Milčo Mančevski e il film, naturalmente, era Before the Rain (Prima della pioggia)”.

Before the rain

Mančevski gli disse che il film era stato scritto apposta per lui e, quando Šerbedžija gli fece notare che non lo conosceva, disse che non era affatto vero. Il suo regista preferito era Zivojin Pavlovic, aveva visto tutti i cinque film cui Rade aveva partecipato e si era innamorato di un suo primo piano nel finale di uno di questi, Rdece klasje. Mančevski aveva vissuto in America per 16 anni, aveva lasciato la Macedonia a 19 anni perché aveva cercato di realizzare il suo film là, ma gli avevano riso dietro, nessuno voleva finanziarlo. All’ennesimo rifiuto, aveva risposto ai suoi detrattori: “Un giorno tornerò qui a girare il mio film!”. Before the Rain fu un grande successo, fu girato nel 1993 in piena Guerra e, racconta Šerbedžija “fu solo allora che qualcosa di strano cominciò ad accadere, mi sentivo diverso, per la prima volta durante i primi piani mi resi conto del potere che avevo sulla macchina da presa e imparai a dominarla”. Tutto, in un film, dice, è nelle mani del regista. “Ma non i primi piani. Quelli, sono tutti dell’attore”.

Il racconto di Šerbedžija ha acceso la curiosità dei giovani fruitori della master class, e le domande fioccano. L’esperienza con Kubrick durante le riprese di Eyes Wide Shut diventa un altro appassionante viaggio nella vita dell’attore e nelle pieghe di uno dei grandi del nostro tempo. “Kubrick”, dice, “era un uomo molto speciale, questo si sa. Un genio”. Nonostante il budget del film fosse gigantesco (65 milioni di dollari), la troupe era ridotta a venti persone. Alle prove, Kubrick non tollerava la presenza di nessun altro oltre a se stesso e agli attori, nemmeno al suo assistente era permesso entrare. “Durante le prove, voleva che tutti fossero sempre pronti come se si dovesse girare di lì a poco, con su i costumi e il trucco. E le prove potevano durare per giorni e giorni”, racconta Šerbedžija. “Non sapevi mai quando si sarebbe cominciato a girare. Uno degli attori giapponesi che hanno girato con me alcune scene, dopo dodici giorni di prove, si assentò perché doveva testimoniare ad un processo. Kubrick se ne accorse subito e decise lì per lì che si sarebbe girato quel giorno stesso. E il povero giapponese fu sostituito, dopo dodici giorni di disciplinata attesa”. Šerbedžija spiega al pubblico come, in mezzo a tanta insicurezza, abbia capito esattamente cosa volesse da lui Stanley Kubrick. Durante le prove di una scena semplicissima, in cui Šerbedžija doveva aprire la porta a Tom Cruise, camminare dentro il suo negozio fino all’interruttore, accendere la luce e dire una breve battuta, Kubrick continuava a dirgli che non era soddisfatto. Dopo una, due, tre volte, il regista diventava sempre più insofferente, fino ad arrivare a dirgli che “faceva schifo”. Durante una pausa, fu persino chiamato nel suo ufficio, dove lui e Cruise guardavano delle clip di alcuni provini. Ridendo, gli chiesero se poteva fare la scena in quel modo. “A quel punto, furioso, mi allontanai perché ero sul punto di mandarlo a farsi fottere!”, dice. Si mise a riflettere, invece, e capì in quel momento che doveva esserci una ragione per il comportamento del regista, che doveva trattarsi di un modo di chiedere qualcosa d’altro, qualcosa di più. Quel giorno tornò sul set, fece la scena esattamente identica a come l’aveva fatta fino a quel momento e fu buona la prima. Questo lo convinse ancor di più che quello di Kubrick era un segnale, un modo per comunicargli che da lui aveva bisogno di qualcosa di più che la prova di un bravo attore. “Pensai al mio personaggio, che era completamente matto. E mi ricordai di un lavoro teatrale che feci sulla poesia di Ronald D. Laing, che era anche uno dei maggiori esponenti dell’antipsichiatria. Ricordai una frase in particolare, che mi aveva colpito”. La frase che mise Šerbedžija sulla buona strada riguardava gli schizofrenici: “Giocano”, diceva Laing. Così, il giorno dopo, quando un assistente venne a chiamarlo nella sua stanza per le prove, Šerbedžija rispose stizzito che lo sapeva e continuò a leggere il giornale. Vennero a chiamarlo di nuovo e rispose gridando che aveva sentito. Da quel momento, dice, cominciò a comportarsi come un pazzo anche fuori dal set, a giocare a fare il matto, per così dire. “Nel giro di pochi giorni, si era sparsa la voce e tutti pensavano che fossi completamente fuori di testa. Tutti, a parte Kubrick, che invece era molto contento di me”. Il regista gli fece girare una scena che poi venne tagliata, in cui Tom Cruise indossava una maschera. Kubrick decise che a quel punto del film era troppo presto per far apparire la maschera e quindi la tagliò, scusandosi poi con Šerbedžija per aver eliminato una delle sue scene. “Per girare tre scene, più una che venne tagliata”, racconta, “rimasi sul set per tre mesi. Questo era Kubrick”.

kubrick in Eyes Wide Shut

Sul grande regista di Eyes Wide Shut, Šerbedžija ha ancora un aneddoto. Un giorno in cui tornò a Londra per fare il doppiaggio, gli venne un’idea per il film che non osò comunicare a Kubrick. Immaginò una scena in cui il suo personaggio si presentava a casa del dottore, interpretato da Tom Cruise, proprio nel mezzo della sua lite con la moglie, suonando alla porta e chiedendogli di aiutarlo, perché sua figlia non riusciva più a dormire. Una volta finite le riprese del film, si trovò di nuovo da solo con Kubrick e gli disse che aveva avuto quest’idea ma che gli era mancato il coraggio di parlargliene in tempo. Kubrick lo squadrò e gli disse: “Sei un idiota!” e uscì dalla stanza. “Ecco – pensai – dovevo stare zitto, sapevo che era un’idea stupida”. In quella, Kubrick tornò e gli disse: “Sei un idiota, era un’idea fantastica!”. Šerbedžija suggerisce ai ragazzi, quindi, di non censurarsi mai, di comunicare sempre al regista anche le idee più stupide.

L’attore descrive ancora un interessante episodio che mette in luce un altro aspetto importante per la buona riuscita di un primo piano. Sul set del film The Optimist, di cui era protagonista insieme a Leelee Sobieski, la stessa attrice che impersonava sua figlia nel film di Kubrick, tutto sembrava perfetto. C’era un’ottima sceneggiatura e l’intesa fra lui e l’attrice principale era fantastica. Šerbedžija assiste alla prima del film insieme ad un amico regista, Elias Merhige (autore, fra gli altri di Shadow of the Vampire – L’ombra del vampiro, con John Malkovich). Durante la proiezione, i due si rendono conto che il film è una catastrofe. “Un film davvero brutto”, dice. Šerbedžija chiede a Merhige di aiutarlo a capire perché, con quelle premesse, il film si sia rivelato un tale disastro. Si rendono conto che il problema sono proprio i primi piani. L’attore non guarda mai i rush giornalieri alla fine delle riprese e non si era reso conto che il giovane operatore aveva posizionato la macchina da presa troppo in alto. Questo ha dato alle riprese un carattere troppo oggettivo, mentre il primo piano richiede che la telecamera “passi” attraverso gli occhi e dentro l’anima dell’attore. “Quello è il segreto”, dice. Racconta anche della sua diffidenza per le nuove telecamere digitali che lo fanno sentire “nudo”, non condivide l’entusiasmo del figlio Danilo per le nuovissime fotocamere 5 o 7D, per esempio. Dice “Mi manca la chimica che avevo con la vecchia macchina da presa, quell’enorme animale. Ho già chiesto a mio figlio se è possibile costruirne una di cartone, che faccia da involucro a questi scriccioli digitali, così posso avere sempre l’impressione di essre di fronte alla mia vecchia amica”. Ride di gusto alla sua stessa battuta, insieme a tutto il pubblico.

Before the Rain

Le ultime domande sono telegrafiche quanto le sue risposte. La sfida più grande che ha dovuto affrontare è stata girare Before the Rain. C’era la guerra nel suo Paese, la telecamera ha catturato quello che provava in quel momento. Era un uomo ferito e quell’energia si rifletteva dentro l’obiettivo. Gli viene chiesto se sia meglio recitare o improvvisare. Risponde: “Recitare troppo non va mai bene. Ora che recito in inglese, rimpiango il fatto di non poter improvvisare più di tanto, perché non mi sento abbastanza a mio agio con la lingua”.

Rade Šerbedžija saluta il pubblico fra gli applausi. Quell’ora in cui lo abbiamo sentito raccontare, più che una master class, è stata una master performance. Grazie al Trieste Film Festival, abbiamo vissuto insieme a giovani cineasti di mezza Europa il brivido della conoscenza e il piacere dello spettacolo, traghettati fino all’ultima sedia della gremitissima “aula” da due protagonisti assoluti della cinematografia mondiale, insegnanti sui generis.

Ce ne fossero, di professori così.

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