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Cinema

Giovanna Tinunin

Note sullo schermo

I Muri del Suono del Trieste Film festival

Locandina di All that I loveMusica e cinema, binomio indissolubile. Due linguaggi a confronto, sempre intersecanti. Storie di musica portate sullo schermo dalla sezione neonata del Trieste Film Festival, giunta al terzo – e, ahimé, forse ultimo – anno di programmazione. Nata come un esperimento, la sezione curata da Giovanna Tinunin ha suscitato enorme interesse fin dalla sua prima edizione, che vide code infinite, di giovani e non, pazientemente in attesa di trovare posto in sala per la proiezione di piccole perle come Pankrti – Dolgcajt, di Igor Zupe, documentario sul primo disco della punk band slovena Pankrti, o di Heavy Metal auf dem Lande, di Andreas Geiger. La novità di una sezione che presentasse solo film musicali ebbe un forte impatto soprattutto per la qualità dei film selezionati. Di quelle tarde serate del 2009, infatti, ricordiamo molti fotogrammi: i punk polacchi e la loro Boot Factory, ripresa magistralmente da Lech Kowalski; i canti di protesta contro Lukashenko di Music Partisans, per la regia di Miroslaw Dembinski; lo spettacolo di luci, suoni e colori di Divided States of America, in cui Sašo Podgoršek ci ha guidato alla ri-scoperta dei Laibach e del loro epico tour del 2004. Un’edizione, la prima, in cui il volume del suono echeggiava sul serio il titolo della sezione in quasi tutti i film visti in quelle tarde nottate nella compianta Sala Azzurra del Cinema Excelsior, uno spazio rubato alla città, e al festival di conseguenza, da discutibili scelte economiche (o, per meglio dire, anti-economiche) dei soliti mogul finanziari che tutto possiedono e niente concedono. La seconda edizione, quindi, si sposta l’anno dopo, baracca e burattini insieme alle altre sezioni del Festival, al Teatro Miela. In questa edizione, dentro i Muri del Suono si delineano meglio alcune tendenze: lo sguardo sulla musica in relazione agli eventi politici e sociali dei Paesi dell’area Centro Orientale europea, il tentativo di certa musica popolare di tenere il passo con la contemporaneità, l’apporto innovatore di alcuni precursori dell’avanguardia sperimentale, le prime incursioni nella vita di musicisti dalla storia particolarmente tormentata. Alcuni film in particolare colpiscono l’immaginario del pubblico: il brillantissimo How the Beatles Rocked the Kremlin, in cui Leslie Woodhead ci guida nella rivoluzione parallela che i quattro di Liverpool causarono con la loro musica nell’ex Unione Sovietica; Kreuzberg 36 e Česká Rapublika, incursioni nel mondo del rap rispettivamente nella comunità turco-tedesca di Berlino e fra giovani e meno giovani di diverse etnie nella Repubblica Ceca; Solo, biopic sconnessa del geniale compositore d’avanguardia Bogusław Schaeffer (suo uno dei pezzi della colonna sonora di Inland Empire di David Lynch) e Krzysztof Komeda – Soundtrack for a Life, storia dell’ascesa del compositore, anche lui polacco come Schaeffer, ai fasti di Hollywood con la sua musica da film. Ma l’evento vero dell’edizione 2010 di Walls of Sound è stato senza dubbio il musical russo Stiljagi, tripudio di colore e ballo ambientato negli anni ’50 sullo sfondo del grigio conformismo di regime. Enter the third year. Visto l’enorme (sì, lo dico io, enorme) successo della seconda edizione, il progetto inizialmente pensato su due anni si trasforma in un trittico.

Andrew Standen-Raz, Vinyl

La Tinunin si fa più audace ancora e, nonostante i tagli ai finanziamenti, tira fuori dal cappello una selezione strepitosa, forse la migliore finora. La prima chicca di Walls of Sound 2011 è di quelle che fanno il botto. Ed ecco Vinyl (Tales from the Vienna Underground), di Andrew Colin Standen-Raz, uno sguardo multiforme e centrato sulla vita sotterranea della capitale asburgica, una riflessione acuta sulla città spaccata fra un passato asfittico e il sempre presente tendere alla trasgressione. Un amore per il vecchio, quel vinile di cui si fa collezione, reliquia di nostalgici del suono cesellato, che porta nel futuro, attraverso i piatti ancora revolving dei dj più all’avanguardia, quei graffi senza i quali tutto sarebbe statico, defunto. Girato da un alieno eccellente, Vinyl fa parlare la città attraverso i suoni e le immagini, attraverso le parole di artisti  che fanno impallidire, per coraggio e anticonformismo senza retorica alcuna, i miseri Bob Sinclair de noantri. Un viaggio psichedelico dentro le viscere dell’immota e sempre infelix Austria.

A seguire, la Polonia, un double feature che ha rubato la scena a molte proposte in concorso: Zew Wolności (Beats of Freedom, Battiti di libertà), una carrellata al cardiopalma dentro e in mezzo alla rivoluzione atipica della “Solidarietà”, la musica come scudo e baionetta contro Jaruzelski, nelle piazze e nelle scuole, fin dentro le case dove il sogno reale di Solidarnosc prendeva vita. E poi, gemma fra le gemme, Wszystko co Kocham (All That I love, Tutto ciò che amo). Non un documentario, un film. Un Romeo e Giulietta dentro le spire della legge marziale, con contorno di punk. Solidarnosc ai primi vagiti, la nascita della coscienza, collettiva e individuale. Chitarre e voci rauche a svegliare re-azione. Non per niente una casa di distribuzione italiana, appena nata e abbastanza incosciente, se l’è accaparrato. Ar cinema, prossimamente. Non è finita. Non siamo neanche in vista dell’arrivo. Pesem Upora (Canzoni della resistenza) ci inchioda alle poltrone rosse come poche cose prima. Cori partigiani sloveni. Canzoni cariche di lotta e passione, quella che a noi di questo Paese ci fa specie e da un po’. Il documentario di Andraž Pöschl è pura poesia. Come poesia sono i volti dei coristi, gli anziani come i nuovi arrivati, intenti, tutti, a resuscitare e dare spolvero a canti di battaglia, di idee, di unità d’intenti. Finito il film, l’anziano direttore di uno dei cori del film fa una specie di comizio a luce piena, in sala, impromptu. Non importa, anche questo ci sta. Si emoziona, parla la sua lingua e non capiamo. Leggerezza comunque. Poi, le storie. Storie di vecchi miti e di nuove stelle. Mica i Okolne Priče, una stella del passato in una Serbia in fiore ripercorre i fasti, si lascia spogliare dall’obiettivo nel presente in decadenza, con tutta la speranza intatta, però. E Zvezda je Roðena (È nata una stella), storia di Vanja che non sa suonare, che si prefigge l’obiettivo di imparare in otto mesi, che mette su una band comunque e intanto studia. Altro filone, l’avanguardia. Chi meglio di John Cage, l’uomo dei funghi, il musicista del silenzio e della matematica, dei suoni inestinguibili di cuore e organi interni che pulsano. In una chiesa in Germania, la sua musica echeggia ininterrotta, come se Cage fosse ancora là a guidarla fino al 2640, così è scritto. Il tempo delle note scandisce il tempo dell’uomo. Il tempo che si ferma, sui tasti di quell’organo, per non fermarsi davvero mai. Altre storie sul tempo, il tempo di Tamango, star zingara presa nelle spire del business e da questo inghiottita, il tempo dei gitani presi nella spirale del successo e poi sputati, l’intreccio ipnotico del canto degli ursari acchiappato dalle spire del remix elettronico, disadattarsi per tornare a casa. Ultimo, meraviglioso regalo, un corto che è uno sbaffo di pagina scritta, un Bellissima al maschile rumeno, un padre che prima cerca di vendere il prodotto figlio al mercato delle voci, poi si allea con lui attorno a una canzone. S’intitola Muzica în Sânge (La musica nel sangue). Catturati ancora una volta da queste pareti di suono, a festival finito, ne vogliamo ancora. E per questo andiamo alla fonte.

Muzica în Sânge

Beatrice Biggio (BB): Abbiamo il piacere di incontrare Giovanna Tinunin, curatrice della sezione Walls of Sound, Muri del Suono, secondo noi una delle sezioni più vive e vibranti del Trieste Film Festival che, fra l’altro, in questi tre anni ci pare sia cresciuta e abbia assunto un’identità più precisa, più delineata. Volevo sapere da te, Giovanna, qual è stata la genesi della sezione, come vi è venuta l’idea, come mai avete pensato a questa sezione così particolare, anche perché mi sembra unica nel panorama dei festival internazionali.

Giovanna Tinunin (GT): È successo questo:  ad un certo punto mi sono chiesta come mi sarei potuta divertire di più nel fare ciò che già facevo, il mio lavoro nel festival, nel cinema, nell’associazione, come si potesse combinare con un’altra mia grande passione, che è quella per la musica. Io adesso comincio a non avere più l’età per frequentare attivamente (intanto se la ride), però sono tuttora e sono stata una grande frequentatrice di concerti, di festival. È una cosa che ha fatto parte in maniera determinante della mia vita. Per cui, quando ho pensato: “Come potrei divertirmi di più nel fare quello che già faccio?”, è stato naturale pensare alla musica. La mia passione, poi, per il cinema documentario, ci si è messa in mezzo. Io vedevo molti film, sia in Alpe Adria che fuori, per altri canali. Molti parlavano di musica, ma ne vedevo circolare pochissimi nei Paesi di cui si occupa il festival, vedevo tanti documentari musicali americani, la grande tradizione inglese… quelli si vedevano, si trovavano… C’era pochissimo di italiano, perché purtroppo, questo bisogna che ce lo diciamo, da noi c’è questa grave lacuna. Dell’Est vedevo pochissimo, sia sui canali televisivi che satellitari. E anche online si trovava molto poco. Allora ho cominciato a chiedermi se questi film proprio non esistessero, o se semplicemente non riuscissero ad arrivare. Ho cominciato a fare un lavoro di ricerca, girando un po’ per festival, guardando i cataloghi, i siti, insomma ho studiato, come si fa a scuola. Mi sono preparata, ovviamente guidata dalle mie passioni musicali, per cui, chiaramente,  all’inizio cercavo soprattutto il rock,  la musica elettronica, quella sperimentale, semplicemente perché sono generi che mi sento di conoscere di più e quindi mi sentivo anche un po’ più sicura nel vedere un film e cercare di capirne il valore, partendo da questa piccola competenza musicale che mi sentivo di avere. Ho cominciato a vedere, ho scoperto delle cose bellissime… Non so, nella prima edizione c’era questo Full Metal Village, di cui mi sono innamorata, quando l’ho visto. Un film meraviglioso, di livello, secondo me, veramente internazionale. Per cui mi sono detta: “Devo assolutamente mostrarli a qualcuno”. Non mi bastava vederli solo io, conoscere gli autori. Dovevo mostrarli. Ho fatto la proposta al direttivo, dicendo loro che avrei voluto provare a fare questa cosa, vedere come andava, anche perché poteva essere un’occasione anche per ampliare un po’ il nostro pubblico. Perché, come tu sai, noi abbiamo un pubblico affezionatissimo, che è cresciuto con il festival. Però non bisogna nascondersi che si rischia di avere un pubblico che invecchia con il festival. Quindi, se il festival vuole rimanere giovane, come manifestazione, deve avere il coraggio di parlare anche a persone più giovani. Non necessariamente da un punto di vista anagrafico, perché non è mai una questione anagrafica, è sempre una questione di testa, di spirito, di voglia di fare e di passione. Mi hanno detto di sì, che ci potevo provare, mettendoci il mio nome e la mia faccia. Ed io ce li ho messi. Il primo anno è andato bene, abbiamo avuto ottimi riscontri. La programmazione era un pochino più sacrificata, perché, come in tutti gli esperimenti, si parte da un piccolo nucleo di prova, di titoli. In realtà, a pensarci, non erano poi così pochi. Come numero era già abbastanza considerevole, però era veramente un tentativo, un esperimento. Sono andati bene, io ho continuato a vedere film per conto mio, a fare ricerca e sono cominciati anche ad arrivarci film che prima non arrivavano; questo naturalmente ci ha stimolato ad andare avanti e a realizzare la seconda edizione, anche se ci eravamo detti: “Facciamo questa e poi basta!”. Ci pareva un po’ di esagerare, dopo due edizioni di una sezione solo di film musicali pensavamo: “La gente sarà stufa”. Poi, in realtà, anche dopo il festival dell’anno scorso, continuavano ad arrivarci film, richieste… Per cui, mi sono sentita, come dire, autorizzata a pensare a una terza edizione. Le tre edizioni in realtà sono state tutte diverse tra loro, perché noi non eravamo partiti con l’idea di fare un semplice contenitore,  non volevamo mettere insieme una serie di titoli a caso, per quanto avrebbe potuto essere interessante fare una selezione di quelli che per noi erano i migliori dell’anno. Ma a me questo non interessava, mi interessava di più far vedere dei percorsi, concentrarmi di più in certi casi sulle scene musicali, in certi altri sugli artisti. A me piacciono molto le storie individuali, per esempio la figura del loser , del perdente, nel rock. L’anno scorso, su questo tema, c’era questo film molto interessante su un rocker greco. Sono storie che mi affascinano molto, mi piace vederle sullo schermo, per cui volevo  farle vedere anche ad altri. Questa è stata la molla. L’anno scorso, poi, abbiamo iniziato a scoprire tutti questi film (che vanno anche un po’ di moda ultimamente, ma mi auguro di aver trovato quelli migliori) che si occupano del rapporto fra musica e regimi comunisti , ex Unione Sovietica, dei movimenti giovanili e di ribellione. Questa ci è parsa una cosa che stava bene nel nostro Festival, perché la ritroviamo anche in tanti altri titoli, nelle sezioni dedicate al documentario, nei lungometraggi. Ed era un tema che mi andava di approfondire. L’anno scorso abbiamo cominciato con How the Beatles Rocked the Kremlin, che sicuramente avrai visto. Era un film molto occidentale, in realtà, perché come costruzione somigliava poco ai film delle aree di cui ci occupiamo.

Beats of Freedom - Zew wolności

Quest’anno sono contenta di aver trovato un equivalente che è anche stilisticamente più nelle nostre corde, che è Beats of Freedom, un film sul rock polacco. Un documentario girato benissimo, secondo me, che se fosse stato realizzato in America  avrebbe garantita la diffusione che merita. Invece, purtroppo, come sappiamo, i film dell’Europa Centro Orientale presentano sempre molte più difficoltà, da questo punto di vista, sia linguistiche che tematiche. Forse la musica aiuta, in un certo senso, a superare i confini. Questo è un altro dei motivi per cui a me piace presentare questi film: la musica è un linguaggio universale, aiuta a far passare messaggi che la parola non riesce a dire. A me interessava parlare di musica, ma soprattutto, attraverso la musica,  di altri temi. Come ti dicevo prima, dei contesti politici e sociali, delle storie individuali, della vita. Nella seconda edizione, poi, abbiamo introdotto l’evento speciale, che l’anno scorso era Stiljagi, un musical russo pazzesco, un film incredibile. Ed è stato un gravissimo errore da parte della distribuzione italiana lasciarsi scappare questo titolo, era veramente eccezionale. Giocava con tutti i codici linguistici del cinema sovietico, anche scherzandoci un po’ su. Visivamente e musicalmente era meraviglioso, colorato e molto divertente,  offriva uno sguardo più leggero su questi temi rispetto a quanto non succeda in genere nei documentari. C’è anche un grosso malinteso, quando si parla di film musicali. Quando dico a qualcuno che curo questa sezione, spesso mi sento rispondere: “Che bello, una cosa giovane, allegra, divertente, leggera…”. Non è proprio così, perché la musica, spesso, nasconde o racchiude delle storie personali o collettive molto complesse, tormentate, con molte stratificazioni. Noi non volevamo fare una sezione per “acchiappare i ragazzini”. All’inizio abbiamo anche ricevuto delle critiche in questo senso, siamo stati accusati di aver fatto una scelta furba per cambiare il pubblico, ma non si trattava di questo. Volevamo invece far vedere delle cose che, secondo me, non si vedono tanto in giro. Ed è un peccato, perché spesso ce ne sono di molto belle e fatte benissimo. Quest’anno abbiamo continuato, con un altro evento speciale di fiction, cioè All That I Love, che è un film che io amo tantissimo, meraviglioso, candidato della Polonia al Premio Oscar di quest’anno. Purtroppo non ha superato lo sbarramento finale e non è in nomination. Io però sono felicissima perché è stato acquistato da una distribuzione italiana, la Atlantide Entertainment dei nostri amici Cosimo Santoro e Mario Galasso. Sono entusiasta del fatto che esca nelle sale… Capita così di rado, che un film che passa qui al Festival, che hai amato tanto, tu lo possa ritrovare in una sala “vera”, nella distribuzione normale. Credo che quando andrò a vederlo al cinema mi commuoverò… È un film bellissimo. Noi l’avevamo invitato per il concorso lungometraggi, all’inizio. Poi ci sono stati degli intoppi, perché in concorso, in genere, scegliamo anteprime italiane e il film aveva già partecipato ad un altro festival in Italia, quindi non era più selezionabile per il concorso. Nonostante questo, volevamo assolutamente averlo, quindi è diventato l’evento speciale di Walls of Sound. Che dire? La sezione quest’anno è andata benissimo, è stata molto seguita. Aveva molte cose diverse al proprio interno, c’era il rock, il punk, un documentario secondo me stupendo su John Cage di un’autrice rumena che, tra l’altro, casualmente, era già stata in concorso documentari anni fa. Ho visto il film e le ho chiesto di mandarcelo: è un film sul tempo e la musica, sul tempo che passa, sulla vita del singolo individuo  e il tempo cosmico. Veramente eccezionale. C’era molta varietà all’interno della sezione, quindi, però per me la cosa bella è stata vedere come il pubblico si sia affezionato, abbia seguito tutti gli appuntamenti, che si trattasse di musica tecno o zingara… Per me è stata una bella soddisfazione. Ora non so, vedremo cosa succederà in futuro, anche perché all’inizio avevamo pensato alla sezione come un unicum, poi come un progetto biennale, che è diventato triennale. In realtà quest’anno avrebbe dovuto essere l’ultimo con questa formula, avevamo pensato di chiudere un ciclo di tre anni, ma non lo so… è andata tanto bene (ridacchia). Io ci sto un po’ prendendo gusto… Però, vediamo. Vediamo anche che cosa verrà prodotto, perché il primo anno avevo avuto la possibilità di pescare i film da tre annate di produzione, anche perché avevo visto delle cose che volevo mostrare al pubblico assolutamente. Mi ero concessa un po’ più di lasco temporale. Il secondo anno abbiamo ristretto il campo ai film più recenti, c’erano più prime italiane… Devo dire che non è una cosa che a me interessa così tanto, non credo affatto che un film non possa essere presentato qui solo perché è già stato fatto vedere in un’altra parte d’Italia, ad un altro festival. Io cerco sempre di pensare al pubblico. Sta di fatto che l’anno scorso abbiamo avuto molte anteprime italiane e internazionali, che è comunque una cosa bella per un festival. Adesso vediamo come proseguire. Quest’anno erano quasi tutti film nuovi, recentissimi. Vediamo cosa succederà… Io ho dei sogni nel cassetto: i musical, per esempio, che sono la mia grande passione, anche quelli un po’ più datati. Ho visto delle cose eccezionali che non sono riuscita ad invitare quest’anno, film cecoslovacchi degli anni ’70 di una freschezza davvero inaspettata. Noi siamo abituati al grande cinema di fiction, tendiamo a dimenticarci che ci sono tanti generi in queste cinematografie, che erano molto ricche, hanno approfondito tanti campi, tanti più ambiti di quelli che immaginiamo.

Beats of Freedom - Zew wolności

BB: Diciamo che in questo festival il pubblico è anche abituato ad una larga varietà di proposte e di generi. Da spettatrice posso dirti che mi dispiacerebbe tantissimo se questa sezione venisse a mancare, perché credo che, per quel che riguarda le tematiche, sia importantissima. Nel senso che, come tu hai detto, attraverso la musica si arriva in alcuni luoghi dove non si arriva altrimenti. Fra musica e cinema c’è un continuo scambio dal quale non si può prescindere. Penso anche che le nuove tendenze musicali si riflettano sulla società e la scena politica, cosa che si è vista molto bene nella selezione di quest’anno, perché, nonostante tu dica, ed è giusto, che fossero compresenti una serie di argomenti e tematiche diversi, c’erano però dei fil rouge molto definiti fra un film e l’altro, per esempio le storie individuali del film su Mica o degli artisti rom nel film sullo Shukar Collective Project, oppure la musica che ci accompagna in periodi storici di cambiamento, come in All That I Love, dove si vede la nascita di Solidarnosc attraverso la storia di una band. Credo questa sia la forza maggiore della sezione, ciò che crea l’impatto più forte. Mi chiedo però quanto materiale esiste, se c’è la possibilità di ampliare ancora i contatti per reperire più film. Mi è difficile capire come sia il tuo lavoro per quel che riguarda i contatti con chi produce o distribuisce questo tipo di film. Ci vuoi spiegare come funziona?

GT: Ci sono diverse tipologie di film. Ci sono quelli che passano comunque nei festival, ad esempio Beats of Freedom, che è passato a Karlovy Vary, un grande festival che è per noi sempre un punto di riferimento per tutta la selezione, che si può dire sia la vetrina principale per l’area geografica di cui ci occupiamo. Noi frequentiamo i festival dell’Europa Centro Orientale , in quei Paesi abbiamo conoscenze e amici dei quali ci fidiamo, naturalmente. E se non riusciamo a vedere tutti i film di persona, magari leggiamo la scheda di un film ci sembra interessante e chiediamo loro di farcelo arrivare per visionarlo qui. Questo è il canale più semplice. Poi ci sono i film televisivi:  moltissimi documentari musicali di questi Paesi – questo accade in realtà anche nei Paesi occidentali – vengono prodotti dalla televisione e mostrati solo lì. E sono degli ottimi prodotti, perché noi sappiamo che la produzione documentaristica televisiva dell’Europa Centrale e dell’Est è di un livello veramente elevato. Si tratta di un settore che vale la pena di tenere d’occhio. Non è così facile, nel senso che questi film arrivano meno ai festival. Io non lo so se esiste un metodo, per esempio io uso molto la rete. Uso moltissimo Twitter e il meraviglioso traduttore automatico di Google… Lo uso perché ti permette di capire, se non altro di intuire, per esempio andando su un blog polacco, russo o lituano, che si sta parlando di un film che qualcuno ha visto la sera prima in TV, in un cinema o in un piccolo festival, di capire che la recensione è entusiastica. Poi qualche nome magari già lo conosci, ti incuriosisce e cerchi di capire come arrivare alla produzione o alla distribuzione. Uso molto la rete perché mi piace sentire cosa dice la gente, ci sono siti di riferimento che seguo, ci sono i blog, ci sono gli amici su Twitter che sanno che sono sempre alla ricerca di cose nuove, magari scoprono loro qualcosa… Un paio dei film che ho selezionato per questa edizione li ho trovati così. Uno mi è stato segnalato da un’amica che lavora ad un festival eccezionale ad Amburgo, che si occupa solo di film musicali ed ha sempre una selezione pazzesca.

All that I love

Quest’anno, per problemi organizzativi, non si è potuto svolgere in novembre come di solito, per cui lei mi ha detto: “Io guarderei questo, fossi in te. Non dovrei dirtelo, ma fossi in te guarderei quest’altro…”. Alla fine, i film parlano di persone e vengono visti da persone, questa è la cosa bella, c’è una rete di appassionati che si possono poi scambiare le loro impressioni, anche se non si trovano fisicamente nel luogo in cui un film viene prodotto o mostrato. Poi ci sono gli incontri casuali: ti capita di girare, entrare in un cinema in qualche posto in Europa, vedi un film e dici: “Ah, però! Bello!”. Oppure, come dicevo all’inizio, ci sono i canali tradizionali, non so, il sito del Sundance, per esempio, e scopri che  All That I Love, che è stato presentato lì in anteprima, è il primo film polacco in concorso nella storia del festival, leggi la scheda, vedi che si tratta di un film polacco che parla di Solidarnosc e del punk… Mi hanno già catturato così, è fatta, deve essere proprio brutto perché io non mi innamori di una cosa che ha tutti questi ingredienti! Non è semplice, certo, perché il festival ha la sua struttura, ha i suoi limiti in termini di risorse, per cui devo chiedermi: “Quanti ne faccio? Cosa lascio fuori? Lascio fuori il rap di Berlino o i dj di Bucarest?”. Credo funzioni così in tutti i festival: bisogna guardarli più volte, i film, tempo prima, e aspettare che ti lavorino dentro. All That I love a me ha fatto proprio questo effetto, per cui alla fine ho deciso che dovevo farlo vedere a tutti i costi. C’erano molti altri film che avrei potuto mostrare, ma alla fine ho scelto quello perché su di me aveva avuto un grande impatto. Li lasci sedimentare, i film, vedi che cosa ti dicono e speri che dicano più o meno le stesse cose a chi li vedrà poi in sala. Si spera sempre di fare la scelta migliore. Certo, volendo, non dico che si potrebbe fare un festival intero dedicato ai film musicali, ma un piccolo festival forse sì, perché la produzione, effettivamente, è importante, sia in termini di numeri che di qualità. Noi speriamo che vengano prodotte sempre più cose per poter attingere a questo bacino in espansione.

BB: In questi anni, chi ti ha lasciato veramente un segno fra tutti gli artisti che sono venuti al festival, registi, attori, produttori… Chi ti ha fatto scattare qualcosa di viscerale, chiamiamolo un innamoramento, dal punto di vista artistico?

GT: Artisticamente parlando, dici? Devo dir la verità, non è che non lo voglia dire per non far torto a nessuno, semplicemente io sono stata molto fortunata, nel senso che finora tutti gli autori che ho avuto ospiti sono stati uno più simpatico, carino e disponibile dell’altro. Non saprei davvero, perché anche quest’anno, pur avendo tutti personalità molto diverse, trovo che abbiano dato tutti moltissimo alla sezione, si sono dati molto anche negli incontri stampa, nelle interviste… Io credo che quello che funziona di questa sezione e del suo rapporto con gli autori è questo: magari si dicono “be’, vado a un festival, si sa come funzionano le cose”, poi arrivano qui e capiscono la passione che c’è, non solo la mia, intendo proprio quella di tutto il festival. Anche perché noi facciamo questo per passione, non si può certo dire che lo facciamo per altri fini, più materiali… Di solito sono autori che hanno anche loro una grande passione per la musica, in prima persona; arrivano qui e trovano qualcuno che gli dice: “Ho adorato il tuo film, è meraviglioso!” e poi parla con loro di musica, di cinema, dei concerti… Io credo che questo faccia la differenza, sempre, il rapporto con le persone. Per cui veramente non saprei. Devo dire che quest’anno mi ha fatto davvero tanto piacere avere qui i distributori italiani di Atlantide, perché ho visto la stessa passione che mettiamo noi nel nostro lavoro, tutti noi di Alpe Adria. Ho visto il coraggio di questa nuova casa di distribuzione, di due ragazzi giovani che credono in quello che fanno. Ed è bello, la passione è contagiosa, secondo me. Poi, sono italiani, era un caso eccezionale, noi abbiamo in genere pochi ospiti italiani e tra i distributori mai nessuno. Non perché non li vogliamo, ma perché non esistono, quindi quello è stato veramente un bell’incontro. Ripeto, però, tutti in questi anni hanno dato tanto al festival, a me come persona, perché mi hanno fatto venir voglia di continuare, di vedere altre cose, perché anche loro poi ti dicono: “Sai, su questo tema, c’è un film di un mio amico…”. Così, ecco, si conoscono nuove realtà, nuove storie ogni giorno.

Andraž Pöschl, Pesem Upora

BB: Sia negli incontri stampa che in quelli con il pubblico è stato detto più volte da molti di voi che questo è stato un po’ l’anno dei ribelli. Io sono d’accordo e credo che parecchi di questi ribelli fossero proprio nella tua sezione. E, quando nelle storie c’è l’elemento del coraggio, come hai detto tu prima, diventa tutto più interessante. Mi piacerebbe che tu mi parlassi del film di Andraž Pöschl, Pesem Upora (Canzoni della resistenza), a questo proposito, perché mi sembra abbia colto un aspetto che non sempre viene toccato, perché ci sono sempre molti problemi, la gente non vuole toccare certi argomenti, non ha voglia di discutere di temi che sono diventati scottanti. Lui l’ha fatto con un tocco leggerissimo e attraverso personaggi davvero luminosi, interessanti. Che effetto ti ha fatto e che effetto pensi abbia avuto sul pubblico, questo film in particolare?

GT: È stato l’ultimo film che ho selezionato, perché è stato l’ultimo che mi è arrivato, che ho visto. In realtà non è nemmeno arrivato a me, non sapevo neanche che esistesse, questo film. È arrivato per la sezione Zone di Cinema e ci sarebbe stato bene, perché è una sezione sui film del territorio dove noi presentiamo molti film sloveni. Anna Maria Percavassi l’ha visto e mi ha detto: “Forse è meglio che tu lo veda”, perché sa che a me piacciono queste cose. L’ho visto e, come dici tu, mi è piaciuta molto la leggerezza nel trattare questo tema. Come ho detto nell’incontro stampa, ho provato una grandissima invidia, perché non vedo mai niente di italiano che ha il coraggio di parlare in questo modo di fenomeni come la riattualizzazione dei cori partigiani. Esistono anche da noi queste esperienze, perché nella ripresa dei valori che appartengono a quella tradizione, ci sono esperienze sul territorio, però, curiosamente, nessuno pensa mai di farne un documentario, non parliamo poi di un documentario musicale. Non sarà certo l’unico, però per parlare di un titolo che può suonare più familiare, in questo settore una delle punte di diamante in Italia credo sia stato Materiale Resistente (documentario del 1995 di Davide Ferrario e Guido Chiesa che riflette sul sentimento antifascista dei partigiani del ’44 e dei giovani di oggi attraverso lo spunto del concerto di Correggio svoltosi proprio nel ’95). Ma quanti anni sono passati? Tanti… Ho visto il film, quindi, e mi sono detta: “Caspita, proprio bravo, coraggioso, fresco”. Il film è prodotto dalla televisione nazionale slovena, che – anche questo l’ho detto nell’incontro stampa – è come dire che la Rai si mette a produrre un documentario di un giovane sui centri sociali. M’incuriosiva molto. Ero in dubbio, perché noi siamo comunque in una città particolare; qui a Trieste molte tematiche legate al passato, alla guerra, alla resistenza, sono delicate, richiedono un’attenzione un po’ più specifica rispetto ad altre realtà sul territorio nazionale, quindi sono stata in dubbio per un po’. Poi però, come dici tu, ho pensato che sarebbe stato importante mostrarlo proprio perché parlava di queste cose e secondo me ne parlava nel modo più equilibrato possibile, perché anche la retorica può essere un problema, è facile cascarci, soprattutto quando si parla di musica e politica. Sono due cose che messe assieme possono fare dei danni spaventosi. Ho deciso però che era importante mostrarlo. La reazione è stata buona, so che qualcuno ne è rimasto negativamente colpito, nel senso che ha avuto dei dubbi su questo equilibrio che invece secondo me è davvero molto evidente nel film. Io però sono contenta, perché quando un film è in grado di suscitare reazioni, di far parlare di un tema importante, di stimolare un confronto, anche se parla “solo” di musica, che potrebbe sembrare una cosa più leggera di altre, io mi sento soddisfatta. Ritenevo importante farlo vedere, l’ho voluto. Ho detto: “Questo è mio! Non lo facciamo nell’altra sezione, lo faccio io, non c’è problema”.

Es Wird Einmal Gewesen Sein

BB: Parliamo ancora della selezione di quest’anno. L’altro fil rouge, secondo me, era quello del tempo. Per intenderci: cosa fa il tempo alla musica, che cosa succede alla musica nel tempo e che cosa del tempo rimane attraverso la musica. I film che mi hanno colpito di più in questo senso sono: ovviamente, quello su John Cage, che è, direi, una filosofia fatta film, oltre ad essere estremamente poetico nel descrivere un progetto unico e particolarissimo, il documentario su Mica e quello sullo Shukar Collective. In questi film ho visto il tema del tempo. Il tempo che passa, musicisti che sono legati al proprio tempo passato ma che arrivano dentro la modernità attraverso le commistioni più varie. È interessante anche che cosa si dimentica di questi personaggi, cosa hanno fatto che non ricordiamo più e come mai a un certo punto qualcuno, invece, li riscopre e capisce che cosa c’era in loro di particolare. Puoi raccontarmi le tue riflessioni su questo?

GT: Per quanto riguarda il primo film di cui hai parlato, devo dire che fin dall’inizio ho cercato disperatamente dei film più biografici, che parlassero di autori che io ho molto cari, uno dei quali è John Cage. Però non ho trovato niente, anche perché era difficile trovare un collegamento tra la nostra parte d’Europa e John Cage. E poi tutti quelli che avevo visto erano d’impostazione molto tradizionale. Quello che a me è piaciuto molto di questo film è che, invece, non raccontando niente di John Cage, cioè dandolo assolutamente per scontato, lasciandolo quasi sullo sfondo, ritenendo che chiunque veda il film sappia esattamente di cosa si sta parlando, in realtà coglie perfettamente lo spirito dell’opera di questo musicista. Credo sia, fra le cose che io ho visto, la rappresentazione migliore di cosa fosse per John Cage l’idea di performance, il rapporto con il pubblico, con il tempo, con il silenzio. Pensa a quel discorso meraviglioso che fanno all’inizio, quando dicono: “In realtà, noi abbiamo iniziato con una pausa, trasgredendo così già in partenza alle indicazioni dell’autore che dicevano il più lentamente possibile. Quella è l’unica indicazione di esecuzione, il più lentamente possibile, quindi, avendo fatto una pausa siamo già fuori dal seminato”. Ho trovato questa cosa davvero eccezionale. Per quanto riguarda gli altri due film, è vero, c’è un discorso sul tempo che passa, un discorso sempre legato alla memoria. Nel caso del film serbo, c’è proprio questo intreccio, che secondo me funziona molto bene, tra documenti d’archivio di questo Paese che viveva un momento di grande espansione, di floridezza, di rinascita e di arricchimento – quando appunto Mica ha questo periodo di grande notorietà – e poi il confronto incredibile con il presente. È il guardarsi allo specchio di quello che è il passato di un Paese e anche il passato personale dell’artista, e poi si vede chi è questa donna oggi. Sulle prime lo trovi divertente, quando lei mostra le foto, tutta agghindata, con ancora la voglia e l’ironia, all’età che ha, di raccontarsi in un certo modo, pettinandosi, truccandosi… Il primo impatto è divertito, secondo me. Poi le cose si complicano, nel senso che ti chiedi veramente cosa sia diventato quel Paese, cosa abbia significato quel tipo di musica, quanto può essere stata rappresentativa, quanto lo sia oggi, quanto sia stata cavalcata da questioni che di musicale non avevano niente, da istanze politiche di tipo nazionalistico. L’identificazione con la musica a livello nazionale è anche un tema che abbiamo cercato di approfondire in questi anni, un tema secondo me molto importante. C’era, in parte, anche nel film sui cori partigiani: quel discorso su “qualunque popolo vada in guerra con una canzone sulle labbra sarà invincibile”, che è una frase bellissima che a me fa venire i brividi, però è anche una frase pericolosa, contiene elementi dalla deriva abbastanza imprevedibile. Per quanto riguarda il film sui dj techno di Bucarest, l’autore aveva già fatto un film, un paio d’anni fa, che non eravamo riusciti a portare al festival. Finalmente, con questo ci siamo riusciti. Il film parla di questa loro forma di collaborazione con gli zingari, questi ursari, tradizionalmente ammaestratori di orsi, che suonano i cucchiai, quindi di due mondi completamente agli antipodi. A me interessava questo incontro fra due realtà tanto diverse, è un terreno di incontro e di scontro, soprattutto in una società come quella rumena attuale che, anche andando là, sul posto, si coglie perfettamente. È un Paese veramente in bilico fra la pre-modernità e il futuro più tecnologico, più avanzato possibile, il dialogo si gioca tutto lì, sulla comprensione reciproca di universi veramente, ormai, distanti dal punto di vista generazionale, sociale, geografico; perché, appunto, i dj hanno una provenienza urbana, gli zingari sono stanziali nelle campagne o comunque ai margini della città. Ed è proprio questo incontro/scontro di mondi che a me piaceva molto, così come mi piace l’idea dello sviluppo nel tempo, la storia di un progetto che poi è sempre una ricostruzione a posteriori, una creazione di senso dopo che la vita è avvenuta. Questo è molto interessante ed è quello che il documentario ti consente di fare, più della fiction.

Muzica în Sânge

BB: A me è piaciuto molto il fatto che sembrasse più una docu-fiction che un documentario…

GT: Parli di Shukar? Sì, è vero.

BB: Ci sono delle storie incredibili, ti fa entrare dentro i personaggi. Uno di questi, il musicista zingaro Tamango, ha un impatto fortissimo. E poi hai avuto il merito quest’anno di portare quello che secondo me è un piccolo gioiello, che è il corto Muzica în Sânge (La musica nel sangue). Come l’hai scoperto?

GT: Anche qui, in realtà, l’ho un po’ fregato a un’altra sezione… Forse la co-curatrice dei cortometraggi avrebbe qualcosa da dire… (nel frattempo è entrata, nell’ufficio di Alpe Adria dove stiamo registrando, Tiziana Ciancetta, che sorride) Così come per Pesem Upora, che era arrivato originariamente per Zone di Cinema, questo era arrivato per la selezione dei cortometraggi. Io l’ho visto assolutamente per caso, perché comunque si cerca sempre di vedere il più possibile, anche cose che magari sono destinate ad altre sezioni del festival, per curiosità, per passione… Io l’ho visto e ho detto alle curatrici di quella sezione: “Mi piacerebbe, me lo lasciate?”. In realtà piaceva a tutti, poi abbiamo deciso di metterlo in Muri del Suono perché ci pareva che ci stesse proprio bene. Anche lì c’è questa cosa della musica popolare, che in questo caso è il manele. Tutto questo filone del rapporto fra musica popolare, identità nazionale e memoria storica è una delle cose – a proposito di quanto dicevi tu prima, sul futuro possibile della sezione – che mi piacerebbe approfondire. Nel corto si vede molto bene: il manele, che è una musica molto tradizionale, molto commerciale, viene visto però come chiave di un successo nei termini della contemporaneità, quello delle baby star, della televisione, dei talk show… Si trattava anche lì di un bell’incontro, la storia è raccontata e costruita molto bene, gli attori sono bravissimi. Poi c’era l’altro film rumeno e li abbiamo messi assieme nella stessa proiezione, mi pareva che dialogassero bene tra di loro.

BB: C’è poi un twist, alla fine del film, interessante, fra padre e figlio. La canzone che il bimbo canta in metropolitana diventa la loro canzone, il papà non è poi così interessato a spingere il bambino al successo, diventa un gioco fra loro ed è la cosa secondo me più bella che viene fuori dal film. Ti ho rubato già tantissimo tempo, quindi concludiamo con un’ultima domanda, anche se ne avrei moltissime altre. Che cosa speri per Walls of Sound?

GT: Domanda difficile. Delle belle storie, dei bei film che mi piacerebbe continuare a trovare. Come ti dicevo prima, mi piacerebbe approfondire delle cose che finora sono rimaste sullo sfondo. Più musical e film sulla musica popolare, sulla musica tradizionale… Qualcosa ancora più di avanguardia, perché io sento che questo aspetto è un po’ mancato, a me personalmente è un po’ mancato in questi tre anni di Muri del Suono, anche se con quello su John Cage abbiamo abbastanza equilibrato le parti. A me piacerebbe anche tornare all’esperienza che abbiamo fatto l’anno scorso, che non era poi propriamente di Muri del Suono, ma che era l’evento di chiusura del festival, Universal Love proiettato con la colonna sonora dal vivo. È stato molto bello. Non l’avevo scelto io, ma non importa… Mi piacerebbe trovare più esperimenti in questo senso, di unione fra musica live e film. Quindi questa forse è una cosa – dovendo immaginare una quarta puntata che non sappiamo se ci sarà – che vorrei proporre e provare a realizzare, per condividerla.

BB: Speriamo davvero di vederci l‘anno prossimo, allora.

Commenti

3 commenti a “Note sullo schermo”

  1. “Wszystko, co kocham” è un film-riflessione qualitativa e toccante che unisce i temi senza tempo di “Romeo e Giulietta” e “Padri e figli” in un determinato periodo storico. La bellezza! Voglio ringraziare Mateusz Kosciukiewicz per il loro eccellente lavoro (che è anche molto buona nel film “W imie” https://www.filmstreaming.zone/322-in-the-name-of-w-imie-2013.html )

    Di Adriana | 13 febbraio 2017, 23:16

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  1. […] ha nome e cognome: si tratta di Beatrice Biggio, amica e reporter appassionata di musica e cinema, folgorata da Muri dal Suono sin dai primordi e quest’anno felicemente al mio fianco nella curatela della […]

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